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Culture
- I segreti della cura del corpo nel mondo arabo
L'arte della bellezza
Molto più attenti di noi all'igiene personale i
popoli mediorientali conservano tradizioni millenarie. Come il rito
dell'hammam, il bagno turco, dove hennah, argilla e piante aromatiche
mescolate con sapienza, creano un'atmosfera miracolosa per il corpo e lo
spirito.
di Angela Lano
Suad, vestita di bianco, se ne sta seduta su un'alta
sedia, quasi un trono domestico approntato per la più grande
celebrazione della sua vita, attesa con impazienza da anni. Sin
dall'infanzia. Forse l'unica, irripetibile occasione che la sua cultura
le offra per sentirsi protagonista: il matrimonio. Poi, ci sarà la
nascita dei figli, maschi, a garantirle un'altra porzione di onore.
Tutt'intorno a lei, sciami di persone volteggiano festose al ritmo
assordante di una melodia ininterrotta. Lunghi tavoli imbanditi di cibi,
dolci e bevande vengono generosamente offerti a parenti, amici, vicini e
passanti, in osservanza di quell'antico e tacito principio della
sacralità di ogni forma di ospitalità. E' la terza sera di
festeggiamenti che dureranno ancora diversi giorni. Precisamente sette.
Sette giorni in cui la futura sposa prepara il suo corpo nei minimi
particolari con abluzioni, lavaggi e complicati riti.
Pulizia e arte
Contrariamente a quanto si pensa in Occidente (dove
ancora dilagano luoghi comuni tipo "gli arabi sono sporchi"),
la cultura islamica ha sempre posto grandissima attenzione alla cura e
all'igiene del corpo. La tradizione degli hammam, gli splendidi
"bagni turchi" diffusi un po' ovunque, ne è una
dimostrazione, e lo sono anche le numerose abluzioni previste dal Corano
prima delle preghiere rituali. "L'essere umano entra in rapporto
con il mondo attraverso la pelle, e come può una persona che ha i pori
ostruiti sentire l'ambiente ed essere sensibile alle sue
vibrazioni?" scrive Fatima Mernissi, famosa sociologa marocchina,
ne "La terrazza proibita. Vita nell'harem".
Così, racconta Suad, (che è in Italia ormai da molti anni, ma il
giorno del suo matrimonio lo ricorda come fosse ieri) il terzo giorno
prima delle nozze l'ha trascorso a casa, secondo tradizione, tra le
parenti tutte indaffarate attorno alla hennâya, la donna esperta nelle
decorazioni del corpo a base di hennah. Quest'ultima, una polvere rossa
ricavata da un fiore, è un elemento fondamentale per la cura del corpo,
utilizzato nei momenti più importanti della vita di una persona, come
il matrimonio appunto.
Il potere dell'hennah
Nella sera della hennah (leilat al -hennah), alla
sposa vengono decorate mani e piedi con disegni a forme geometriche o
floreali, e, per tutta la notte, se ne deve stare ferma con gli arti
immobilizzati, finché le decorazioni non sono ben asciutte. Per
accelerare il processo di essiccamento vengono anche usate fonti di
calore, come i bracieri (kânûn). La hennah applicata sulle mani, con
una formula di scongiuro, ha la funzione di proteggere dal malocchio:
considerata dallo stesso profeta Muhammad "la regina di tutti i
fiori, regina del paradiso", è popolare in tutto il mondo arabo,
e, nell'immaginario, viene investita di un particolare potere
propiziatorio, magico e protettivo (la baraka).
La cerimonia del bagno
Altro momento importante per tutte le spose è il rito
della depilazione, a cui fa seguito la visita all'hammam. Quella mattina
Suad vi si è recata con le donne di entrambe le famiglie. Com'è
tradizione per i matrimoni, i suoi genitori avevano affittato l'intero
edificio per la cerimonia del bagno: sua madre e le sue sorelle avevano
disposto candele dovunque, portato dolci e bevande, e tutte le ospiti
avevano ballato e cantato. Poi, una volta lavata, vestita e profumata,
l'avevano fatta sedere al centro di una sala di riposo e, intorno a lei,
avevano offerto del cibo alle parenti dello sposo. Uscita di lì, era
andata dal parrucchiere insieme alle sorelle, alle zie e alla madre.
L'hammam o bagno turco, dagli inconfondibili tetti a cupola, si compone
di tre stanze: quella tiepida (25-30°), o westya (tepidarium), dove le
donne si lavano, preparano il corpo alla sudorazione, applicano la
hennah o l'argilla; la calda (40°), o beit el-sakhin (calidarium), dove
purificano la pelle con il vapore e i massaggi e si riposano. Infine, la
stanza fredda, beit el-barid (frigidarium): qui si risciacquano il corpo
e i capelli.
Un incontro di festa
Sin dall'antichità, l'hammam ha svolto un importante
ruolo all'interno dell'organizzazione sociale delle città
arabo-islamiche. Da secoli, infatti, costituisce un luogo di ritrovo
(fra donne o fra uomini), di comunicazione e di scambio, d'affari.
Rappresenta un momento privilegiato di relazione umana in una società,
quella musulmana, che separa nettamente i due sessi. In particolare,
alle donne offre un'occasione di evasione dalla routine familiare spesso
opprimente. Lì si raccontano novità, pettegolezzi, notizie piccanti e
segreti, gioie e dolori, rabbia e frustrazione. Nell'hammam la donna
musulmana, libera dai lunghi abiti e dai veli, rivela se stessa alle
altre compagne e si confida. Qui si svelano segreti e gelosia, antichi
rancori e celate speranze, e le più anziane trasmettono i propri saperi
alle più giovani. In quelle stanze umide e dense di vapori, le parole
si mischiano alle risate, al rumore dell'acqua versata e ai suoni sordi
dei secchi di metallo allineati davanti alle panche.
Liberata da ogni impurità, Suad ora siede nuovamente sul suo trono, in
mezzo al cortile addobbato per la solennità. Ancora altre sere di festa
la dividono dal suo sposo. Ancora un'altra piacevole giornata all'hammam,
e poi, fino a tardi, un'altra lunga cena con la presenza della hannena,
la donna che intona il tradizionale canto della sposa tramandato da
generazioni, e con l'orchestra che strimpella musica moderna.angela
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L'occorrente
per un'accurata azione di pulizia e bellezza secondo la tradizione araba
è piuttosto elaborato, ma interamente basato su prodotti naturali,
spesso a noi sconosciuti. Innanzitutto sono necessari mastelli in legno
pieni d'acqua, pettini, specchietti. Immancabile è l'hennah, cui si
aggiunge il ghasûl (argilla), il sokkar (pastella a base di zucchero e
limone usata per depilarsi) e il mhakka per peeling. Per la cura della
pelle poi si usa il sabon al-baladi (sapone all'olio d'oliva), uova,
datteri, miele, olio di mandorle e d'argan (bacche il cui nocciolo viene
macinato per estrarne olio per capelli e pelli secche). Infine il
kânûn,
un piccolo braciere per preparare misture ed unguenti, ciotole con terre
e tinture naturali a base di frutta, erbe e fiori...
Il fascino dell'hammam arriva in Italia
Un hammam in piena regola si può trovare anche in
Italia, precisamente a Torino dove la cooperativa La Talea, costituita
da donne immigrate, ha aperto un bagno turco femminile tradizionale
all'interno del "Centro interculturale delle donne" (via
Norberto Rosa, 13/a, tel. 011- 201727). Da molte regioni arrivano
addirittura con i pullman pieni di donne curiose e affascinate da
quest'iniziativa, ancora unica in Italia. La struttura si compone di
un'ampia sala con divani e cuscini per il riposo e per la conversazione.
L'arredamento è sobrio e orientaleggiante. Musica araba si diffonde
nell'ambiente, mentre si sorseggia del tè aromatico. Si passa, poi, in
una seconda stanza, una sorta di "calidarium", dove si sosta
per un po' di tempo in un bagno a vapore. Qui le donne si aiutano a
vicenda ad applicarsi la hennah e l'argilla. Estetiste e massaggiatrici
orientali offrono le loro cure igieniche, estetiche e terapeutiche
nell'antico spirito di rilassamento e di purificazione del corpo e
dell'anima.
Nato come opportunità offerta alle donne immigrate per ritrovare le
proprie tradizioni e abitudini, e alle italiane per scoprire e
apprezzare usi e costumi di altre culture, l'hammam di Torino, in realtà,
è accessibile prevalentemente alle seconde. La maggioranza delle donne
arabe o africane residenti in Torino, infatti, difficilmente può
permettersi di spendere almeno una quarantina di mila lire per una
visita al bagno turco (l'ingresso costa 15000 lire, ma a questa cifra va
aggiunta la spesa per il guanto per il peeling, per la hennah, per
l'argilla e il sapone all'olio, per i trattamenti di bellezza...).
Sempre a proposito di hammam, è prevista tra breve l'apertura di una
struttura per uomini, creata dall'associazione culturale Dar al-Hikma di
Torino.
Ricordando la sua infanzia passata tra le nebbie del bagno turco, ove si
recava accompagnando la madre, il grande scrittore marocchino Tahar Ben
Jalloun così descrive, nel romanzo "Creatura di sabbia",
quell'ambiente di sole donne: "Davano l'impressione di essere in un
salotto dove parlare risultava indispensabile per la loro salute. Le
parole e le frasi venivano fuori da ogni parte e, siccome il locale era
chiuso e poco illuminato, quello che dicevano era come trattenuto dal
vapore e restava sospeso sopra le loro teste. Vedevo le parole salire
lentamente per andare a sbattere contro il soffitto umido. Lassù, come
stracci di nuvola, si scioglievano al contatto con la pietra per
ricadere in goccioline sulla mia faccia. (...) Mi dicevo allora che le
parole avevano il gusto e il sapore della vita. E, per tutte quelle
donne, la vita era alquanto ridotta, era fatta di poche cose: la cucina,
i lavori di casa, l'attesa e una volta alla settimana, l'hammam".
(*) per saperne di più: "Introduzione
all'Islam", Joseph Schacht, Edizioni della Fondazione Agnelli,
Torino, 1995.
(**) "Cultura araba e società multietnica", a cura di Laura
Operti, IRRSAE e Bollate Boringhieri, Torino, 1998.
Nigrizia
Mediterraneo
/ Occidente e mondo arabo
20/04/2005
Culture arabe, da secoli tra noi
Angela Lano
Le tradizioni arabe attraggono, e proprio in un periodo di tensioni e
diffidenze fra mondo islamico e Occidente. Ma il fascino della cultura
araba non è una novità, basti pensare a quanto importante sia stata
per lo sviluppo del "vecchio continente".
Al
sabato mattina si va al hammam con le amiche, poi si pranza al
ristorante maghrebino nel quartiere più “multietnico” della città;
a casa si indossano comode jallaba colorate; a metà pomeriggio si
invitano i colleghi nei café arabi per offrire loro tè alla menta con
pasticcini al miele e al sesamo; ci si tinge i capelli con la henna, un
colorante naturale; si acquistano prodotti di bellezza e profumi dalle
fragranze orientali; si affida l’ambientazione di case o locali ad
architetti e ceramisti esperti in arti islamiche; nel vocabolario
quotidiano si usano parole come ramadan, imam, hijab, salam, shari‘a,
jihad e altre ancora.
Nelle
librerie dominano i saggi sull’islam e sui paesi arabi, mentre nelle
scuole molti insegnanti e studenti richiedono corsi di approfondimento
sulla civiltà musulmana. L’attenzione è dunque forte e a vari
livelli.
Ma
forse sono proprio gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni -
attacco alle Twin Towers, guerre in Afghanistan e in Iraq -, ad
accendere curiosità e interessi su tematiche che spaziano dalle
tradizioni popolari a quelle letterarie e filosofiche.
L’Europa,
tuttavia, non è nuova alle “mode islamiche”. Infatti, molte delle
nostre abitudini consolidate da generazioni (i colori che prediligiamo
per i nostri abiti in estate o in inverno, le pratiche igieniche e di
bellezza come, ad esempio, il taglio corto dei capelli per l’uomo, la
depilazione per la donna), dei nostri cibi, delle discipline che
studiamo (la chimica, la matematica, l’algebra, la filosofia greca, la
medicina, la botanica, l’agronomia, l’astronomia, e così via), sono
giunte fino a noi dal Medioevo attraverso la civiltà arabo-islamica.
«La
contrapposizione tra mondo islamico e Occidente – spiega Michele
Vallaro, docente di Lingua e letteratura araba presso l’Università di
Torino – è storia recente, non antica: il vero scontro era tra gli
imperi, non tra i popoli. E oggi, questi ultimi, sono accomunati da un
passato di prestiti culturali, linguistici e scientifici, e di usanze.
Le
abitudini quotidiane dell’Europa dall’VIII secolo in poi, per
esempio, furono completamente rivoluzionate da un eclettico artista
iracheno trasferitosi nella Spagna musulmana: Ziryab. Egli infatti
introdusse l’uso della forchetta, l’ordine delle portate a tavola,
creò mode nell’abbigliamento che si diffusero rapidamente divenendo
patrimonio di tanti paesi».
Anche
gli studi filosofici hanno beneficiato dell’apporto islamico: i
commentari in lingua araba di Averroè (Ibn Rushd) alle opere di
Aristotele furono tradotti in latino e in ebraico ed esercitarono una
grande influsso sul pensiero cristiano nell’Europa medioevale.
Le
“influenze arabe” nella Divina Commedia di Dante Alighieri – la
traduzione in latino del Libro della Scala di Maometto, cioè il
racconto del viaggio ultraterreno del Profeta dell’islam - sono oggi
ampiamente riconosciute. L’introduzione delle cifre arabe (notazione
posizionale) e la risoluzione delle equazioni di 3° grado, si devono ai
viaggi che Leonardo Fibonacci da Pisa, vissuto nel XII secolo, fece nel
mondo arabo.
Dalla
Spagna islamica, inoltre, arrivarono importanti innovazioni in materia
urbanistica, come la creazione del sistema fognario, dei bagni pubblici
o la costruzione di vie di comunicazione verso le grandi rotte
commerciali; l’introduzione della “noria” in agricoltura, che
facilitò l’irrigazione dei campi e la coltivazione di piante fino ad
allora sconosciute, come la melanzana, il carciofo, l’asparago, il
riso, la canna da zucchero, e così via.
La
stessa lingua araba, nel Medioevo, era considerata lo strumento della
comunicazione scientifica internazionale e veniva utilizzata sia dai
musulmani sia dai cristiani e dagli ebrei che vivevano nei paesi sotto
dominio islamico.
Come
in una sorta di globalizzazione culturale ante
litteram, dunque, le abitudini o le novità arabe e islamiche
facevano tendenza e creavano mode, nonostante i conflitti e le paure da
essi suscitate.
Africa
novembre/dicembre 2006
Musulmani d’Italia
La comunità islamica nel nostro
Paese è estremamente complessa e multiforme. Ignorare questa diversità
non aiuta la comprensione. E la lettura di questo articolo è il miglior
antidoto contro il pregiudizio e l’intolleranza - di Angela Lano
Da : Missione Consolata
«Il matrimonio? Meglio combinato!»
Pensi di trovare il
fatidico «velo». Invece la maggioranza delle ragazze sono truccate e
vestono all’occidentale. I fidanzati girano mano nella mano, cosa
impensabile in altri paesi arabi. I problemi poi sono gli stessi dei
giovani occidentali, innanzitutto il lavoro che non c’è. Dipinto di
un Marocco che non t’aspetti.
Da Marrakech a Rabat, da Rabat a Tangeri. Sana’a viaggia con il padre,
un imprenditore, sul treno che da Marrakech la sta portando a Rabat,
dove abita. Ha diciassette anni e frequenterà l’ultima classe del
liceo (che dura soltanto 3 anni, dopo i 9 della scuola dell’obbligo):
è bellissima nel suo viso ovale dal profilo regolare e dai grandi occhi
neri. Vestita con pantaloni aderenti, camicetta sbracciata, scollata e
stretta, capelli sciolti, sandali da spiaggia con infradito, chiacchiera
allegra con l’amica che li ha accompagnati nella settimana di vacanze
nel caos della più famosa delle città marocchine. «Dopo le superiori
farò l’università, la facoltà di lingue forse. In famiglia abbiamo
studiato tutti».
«E il matrimonio?», domandiamo. Arrossisce, a dimostrazione che,
nonostante la moda e i veloci cambiamenti, certi argomenti rimangono
nella sfera del privato e del pudore: «Più in là». «Ma esistono
ancora quelli combinati?», insistiamo. A questo punto interviene il
padre, simpatico, cordiale, ma protettivo: «Certo, e sono una grande
istituzione. Solo le madri conoscono bene i propri figli e possono
capire quale partner è più indicato per il successo della vita comune.
Mia figlia maggiore si è sposata con un matrimonio combinato: le due
mamme si sono accordate nel presentare i due ragazzi, che si sono
piaciuti e che, dopo qualche settimana, hanno deciso di sposarsi. È una
bella coppia, felice».
Tangeri. Alcuni ragazzi sorseggiano bibite e tè alla menta seduti ai
tavolini di un bar, in Avenue d’Espagne, a ridosso delle mura della
caotica e affascinante medina. Sedie allineate una a fianco all’altra
verso la strada, come è d’uso in Marocco, chiacchierano e ridono. Ciò
che colpisce subito è l’abbigliamento: sono vestiti alla moda, in
jeans e magliette firmate (Nike, Calvin Klein, Versace, Diesel, ecc.).
Indossano cappellini da baseball e occhiali scuri molto fashion. Non
appartengono a famiglie facoltose - frequenterebbero altre zone della
città meno popolari di questa - ma, come molti della loro età, sono
attenti alla moda, soprattutto occidentale, e investono i soldi di
qualche lavoretto o dei regali in abiti o oggetti del consumismo made in
Usa o in Europe. Non sembrano affatto diversi dai ragazzi delle nostre
città italiane: oltre ai commenti divertiti o curiosi sui turisti che
sfilano davanti a loro, i discorsi ruotano intorno a scuola, lavoro,
divertimenti. Questo, almeno, per i più fortunati, coloro che non sono
stati costretti a svolgere umili mansioni subito dopo o, in certe aree
più arretrate, al posto delle scuole primarie.
Le ragazze, in giro, non sono da meno: magliette attillate che si
fermano all’ombelico, jeans o gonnelloni a vita bassa, scarpe a punta
e con tacchi alti, piercing, capelli colorati o con la piega appena
uscita dal coiffeur, trucco marcato su occhi e labbra, aria sicura e
provocante. Decollété, miniabiti e così via: nel bene e nel male, un
altro mondo rispetto alle comunità islamiche d’Europa, che si
dibattono su «velo sì, velo no» e sulla sua lunghezza. Non che da noi
manchino le ragazze musulmane dall’abbigliamento moderno e sportivo.
È solo che qui in Marocco sono la maggioranza!
Anche le abitudini musicali e il divertimento sono simili: dalla techno
al rap, dal rock arabo alle «contaminazioni» musicali, dal raï ai
cantanti più in voga negli Stati Uniti o in Europa e alla musica
latino-americana, i maghrebini amano ballare e cantare, dai più piccoli
ai più grandi, dalle città al deserto. I grandi centri urbani offrono
discoteche e divertimenti d’ogni sorta destinati ai turisti e alla
popolazione che può permetterseli. L’hashish è una presenza costante
e diffusissima in quasi tutto il Marocco, ma anche le colle, che vengono
sniffate quasi pubblicamente da bambini e adulti nei quartieri più
poveri e degradati delle metropoli.
Per molti teenagers (e oltre) marocchini, certe tradizioni sono una noia
da cui liberarsi al più presto. Anche nei rapporti di coppia sono un
po’ più «disinibiti» di qualche tempo fa: vanno in giro a braccetto
o mano nella mano, si guardano negli occhi con tenerezza, si
abbracciano. Un gran bel balzo in avanti se paragonato a paesi come
l’Egitto, dove i fidanzatini non s’azzardano neanche a sfiorarsi e
camminano ben separati, e dove una coccola in pubblico può costare
cara.
Nonostante il perdurare dei matrimoni combinati - sia all’interno del
clan familiare sia nella cerchia di amici e conoscenti dei genitori -, i
giovani stanno cercando con sempre più determinazione di acquisire
libertà ormai garantite ai loro coetanei occidentali. Sono tante,
infatti, le coppiette formatesi tra i banchi di scuola o all’università,
o in discoteca o nelle compagnie di amici. E anche nelle chat-line,
usatissime dai quindici-trentenni.
Ouarzazate. La città, a ridosso delle montagne dell’Alto Atlante e
alle porte delle spettacolari valli del Drâa e di Dadès, è chiamata
la «Hollywood del Deserto»: è infatti diventata un importante centro
di produzione cinematografica. Nei suoi studios hanno girato molti
colossal, tra cui il recente Alexander.
Hakim, 24 anni e una laurea in legge conseguita un paio di anni fa,
lavora con il padre negli «Atlas corporation studios» come aiuto
scenografo.
Look sportivo e aria simpatica, racconta delle difficoltà che un
giovane marocchino, con un ottimo curriculum scolastico, incontra
nell’inserimento professionale:
«I posti pubblici, molto ambiti, sono saturi. Siamo tantissimi, ormai,
a possedere titoli di studio elevati, e il mercato del lavoro non offre
grandi possibilità. Come in altri paesi del Mediterraneo, qui vale la
regola delle amicizie influenti. Chi non trova l’occupazione giusta,
quella per cui ha investito anni di studio, e soldi, si deprime. Tanti
miei coetanei si trovano in questa situazione e sognano di andare
lontano, in America o in Europa. Ma io non lo ritengo giusto: si deve
lottare e vincere là dove si vive. Eppoi, lo stile di vita frenetico,
stressato dell’Occidente non mi interessa. Comunque, mi ritengo
fortunato: non esercito la professione di giurista, ma faccio un
bellissimo mestiere, creativo e a contatto con registi, attori, persone
di tutto il mondo. Guadagno bene e ho molto tempo libero a disposizione
per gli amici, le letture e per girare il paese».
Hakim è fortunato. La vita dei ragazzi marocchini può cambiare
radicalmente a seconda delle zone e, ovviamente, del livello economico e
sociale di appartenenza: nei monti dell’Alto Atlante, nelle
meravigliose oasi che si dischiudono dopo centinaia di chilometri di
paesaggi aridi o desertici, i ragazzi sono più vincolati ad
abbigliamenti e tradizioni locali e la povertà impone loro un ingresso
precoce nel mondo del lavoro.
Tuttavia, se non ci si ferma all’apparente spensieratezza e cordialità
che caratterizza il Paese, si scoprirà che la situazione sociale è
complessa e dura. La disoccupazione imperversa su diplomati, laureati e
incolti. Su tutti coloro che non abbiano risorse familiari o amicizie da
spendere per trovare un buon posto di lavoro, magari governativo, o per
aprire attività autonome. Sono tantissimi i giovani con ottimo
curriculum scolastico o universitario che brancolano nel buio di un
futuro senza prospettive che li relega in mestieri umili, manuali, mal
pagati. Molti cadono nella depressione e nell’uso delle droghe o
dell’alcool (acquistato clandestinamente). Prostituzione, spaccio e
tratta degli esseri umani attraverso il mercato dei clandestini,
costituiscono l’unica risorsa per gli strati più disperati,
soprattutto lungo la costa mediterranea, e una grande ricchezza per i
racket mafiosi, locali e internazionali.
Le riforme sociali stanno attraversando il paese, mutando realtà che
sembravano eterne.
I giovani marocchini aspettano il loro turno.
Di Angela Lano

Da: Missione Consolata
EJJP: cosìè e cosa fa
Nata ad Amsterdam nel 1992, la Ejjp (European Jews for a just peace,
ebrei europei per una pace giusta), è una federazione di gruppi ebraici
di vari paesi europei che si oppongono con azioni nonviolente
all’occupazione dei Territori palestinesi. La fine di tale occupazione
rappresenta, a loro avviso, la prima e più importante pre-condizione
per la pace.
La Ejjp ha partecipato insieme alla popolazione palestinese di Bi’lin
alle proteste contro il muro di separazione; ha organizzato la riunione
del proprio comitato esecutivo durante la conferenza internazionale
indetta per l’anniversario della lotta nonviolenta intrapresa dal
villaggio; ha incontrato i membri del neoeletto parlamento palestinese,
Hamas compresa, e ha aiutato la gente a ripiantare gli alberi di ulivo
sradicati dagli israeliani.
La Dichiarazione di Amsterdam
«Noi, rappresentanti di 18 organizzazioni pacifiste ebraiche di 9 paesi
europei, ci siamo riuniti per la Conferenza “Non dire che non lo
sapevi” in Amsterdam, il 19 e il 20 settembre 2002, chiamati a
discutere su: a) il governo israeliano deve cambiare la sua attuale
politica e dar seguito alle proposte contenute nella presente
dichiarazione; b) tutti i governi, Onu e l’Ue, devono esercitare
pressioni sul governo israeliano affinché porti avanti tali proposte.
Crediamo che l’unica strada per uscire dall’attuale situazione sia
attraverso un accordo basato sulla creazione di uno stato palestinese
indipendente e vivibile e la garanzia di sicurezza per Israele e per la
Palestina. Condanniamo tutte le forme di violenza contro i civili, da
chiunque siano perpetrate.
Chiediamo: la fine dell’occupazione israeliana dei Territori
palestinesi e il riconoscimento dei confini del 4 giugno 1967; il ritiro
totale di tutti gli insediamenti ebraici dai Territori occupati; Il
riconoscimento del diritto di entrambi gli stati ad avere Gerusalemme
come loro capitale; il riconoscimento da parte di Israele della sua
parte di responsabilità nel problema dei profughi palestinesi.
Rivolgiamo un appello alla comunità internazionale, specialmente
all’Europa, affinché offra un sostegno politico ed economico».
Boicottaggio dell’occupazione
Durante l’incontro di Londra, nel settembre 2005, la Ejjp ha deciso di
aggiungere alla sua dichiarazione di intenti le seguenti clausole: a) la
Ejjp sostiene azioni nonviolente che hanno lo scopo di porre fine
all’occupazione israeliana della terra palestinese e alla violazione
delle leggi internazionali; b) la Ejjp richiama tutti gli stati ad
assicurare che le loro relazioni con Israele siano in accordo con le
leggi internazionali e con la Dichiarazione universale dei diritti
umani.
«Per 38 anni nei Territori hanno avuto luogo confische di massa della
terra, blocchi stradali, uccisioni extragiudiziarie, chiusure,
coprifuochi, punizioni collettive. Il governo israeliano, attraverso gli
anni di occupazione, si è sentito autorizzato a violare le leggi
internazionali... Le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno
fallito nel portare a compimento ogni concreta sanzione contro la
violazione israeliana del diritto internazionale. La nostra azione di
cittadini attraverso l’Europa è rivolta ai governi affinché smettano
di usare due pesi e due misure e di assecondare Israele».
ISRAELE - Angela Lano
Maggio - 2006

Da: Missione Consolata
«Refusenik», obiettori in Israele
Ricercatore di fisica presso l’Università ebraica di Gerusalemme, 27
anni, Itai Ryb è un refusenik: militare che rifiuta di prestare
servizio nei Territori occupati; per questo è finito più volte in
prigione. Fa parte di Yesh G’vul (c’è un limite). Durante
l’assedio alla basilica della Natività (2002), a Betlemme, era stato
richiamato alle armi come riservista: il suo rifiuto gli è costato un
mese di carcere.
Quanti refusenik ci
sono attualmente in Israele?
Sono più di mille, tra soldati e ufficiali che rifiutano il servizio di
leva e che hanno firmato la petizione che sta circolando via internet.
Come vi considerano
i vostri connazionali?
Molti ci definiscono «traditori», antidemocratici. L’atmosfera
generale è molto dura. Il sostegno ci arriva dagli accademici, alcuni
intellettuali, persone di strada. Ma alcuni gruppi ortodossi sostengono
che sia giusto uccidere i refusenik.
Ha ricevuto delle
minacce?
Per lo più e-mail cattive. Durante le dimostrazioni capita che qualcuno
venga picchiato o addirittura ucciso. Soprattutto fra coloro che
svolgono attività di protezione dei contadini palestinesi durante la
raccolta delle olive: vengono attaccati da coloni israeliani
ultraortodossi.
Si considera un
pacifista?
Nel movimento dei refusenik esistono tante tendenze. Non tutti sono
pacifisti nel senso generale del termine. Spesso si tratta non tanto del
rifiuto a servire nell’esercito, ma a far parte delle forze di
occupazione nei territori arabi. È una forma di obiezione «selettiva».
Personalmente mi considero un obiettore di coscienza alla politica di
Sharon, basata su un progetto di «pulizia etnica» contro i
palestinesi.
Qual è il ruolo dei
refusenik e delle organizzazioni pacifiste israeliane nell’attuale
scenario di conflitto?
Può essere cruciale la presa di coscienza di un numero sempre crescente
di militari e riservisti: molti refusenik, infatti, arrivano dalle «prime
linee», cioè da postazioni importantissime per l’esercito;
l’acquisire consapevolezza del proprio ruolo e possibilità di opporsi
al programma previsto da Sharon, potrà essere fondamentale per fermare
l’escalation della guerra e dei massacri. Alla violenza e alle
brutalità si può opporre un rifiuto. Da ambedue le parti. Ecco perché
parte delle mie attività sociali e culturali sono destinate ai ragazzi
palestinesi.
Quali sono i
progetti in cui Yesh G’vul è impegnata?
Principalmente si tratta di azioni per «fermare la distruzione», come
«protezione» o interposizione nei confronti dei palestinesi, ma anche
attività di sensibilizzazione. Altri gruppi svolgono attività
indirizzate alla «costruzione», come il sostegno ai soldati che si
rifiutano di combattere, progetti educativi e culturali sia tra gli
israeliani che tra i palestinesi, azioni specificamente nonviolente,
petizioni, raccolta fondi da consegnare alle famiglie dei refusenik
(senza stipendio per tutto il tempo della prigionia), sostegno
psicologico e legale.
A quale figura si
ispira. Chi è il suo eroe?
Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano rapito a Roma dal Mossad nel
1986, perché aveva denunciato la presenza di una base per la
costruzione di armi nucleari nel deserto del Negev. Da 16 anni sta
pagando con il carcere duro e l’isolamento quel suo atto di coraggio:
aveva capito la responsabilità di ciò di cui era stato testimone e non
si è mai tirato indietro.
Qual è la cosa più
terribile per lei in Israele?
Che stia crescendo una generazione senza speranza e senza strumenti per
un cambiamento costruttivo. I giovani pensano sia impossibile uscire
dall’attuale situazione di guerra e di violenza. Per questo la
soluzione deve giungere al più presto, altrimenti sarà impossibile
modificare la loro mentalità.
E qual è la
soluzione per lei?
Due stati dai confini labili, senza muri, dove palestinesi e israeliani
possano spostarsi liberamente, vivere vicini, in pace e in amicizia.
ITALIA - Angela Lano
Maggio - 2006

da: Missione Consolata
«Tu non adorearai le pietre»
Mentre gli
estremisti delle opposte fazioni continuano a confrontarsi e la
diplomazia finge dialoghi che preludono più alla guerra che alla pace,
numerosi movimenti e gruppi israeliani nonviolenti, dentro e fuori d’Israele-Palestina,
si oppongono all’occupazione israeliana di terre palestinesi,
difendono i diritti umani e lavorano concretamente alla costruzione di
una pacifica convivenza fra i due popoli. Tali movimenti, purtroppo,
raramente sono portati a conoscenza dell’opinione pubblica.
Paola Canarutto è un medico torinese, ma è anche la
rappresentante per l’Italia dell’organizzazione del Ejjp (European
Jews for a Just Peace). Ad aprile era tra i candidati alla Camera,
all’interno di un partito che ha assunto posizioni coraggiose a favore
del popolo palestinese e contro la politica di oppressione di Israele. E
lei vi ha aderito anche per questo.
L’abbiamo incontrata subito dopo il suo viaggio di solidarietà con la
popolazione palestinese di Bi’lin, a febbraio 2006.
Dottoressa Canarutto, quando è nata la
Ejjp e perché?
La Ejjp, che rappresenta una sorta di «ombrello» di organizzazioni
ebraiche contro l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, è
stata creata ad Amsterdam, nel 2002, per iniziativa di tre anziane
signore ebree olandesi, che fanno parte dell’associazione «Un’altra
voce ebraica». In quell’occasione, hanno invitato nella capitale
olandese rappresentanti di organismi ebraici europei ed è stata siglata
la «Dichiarazione di Amsterdam».
L’obiettivo era quello di promuovere una pace tra Israele e la
Palestina, che prevedesse il ritiro israeliano entro i confini del
‘67. Teniamo conto che questa riunione è avvenuta due anni dopo lo
scoppio della «seconda intifada».
Un obiettivo coraggioso, tenuto conto
del silenzio internazionale sui diritti palestinesi violati
quotidianamente…
(Ride) Coraggioso... Quindi, noi esistiamo da allora. La Dichiarazione
di Amsterdam è la base su cui altre associazioni possono dare la
propria adesione.
Concretamente cosa fate?
Quest’anno, a febbraio, abbiamo organizzato un viaggio di solidarietà
in Palestina, che vorremmo ripetere.
In Ejjp c’è un comitato esecutivo, formato da sette persone, che si
riunisce periodicamente nei vari paesi europei. Questa volta abbiamo
deciso di portare concretamente la nostra solidarietà agli abitanti di
Bi’lin e alla loro lotta nonviolenta contro l’occupazione
israeliana. Ci siamo riuniti il 17, dopo la manifestazione a sostegno
della popolazione palestinese. Il 21 si è svolta una conferenza
internazionale: hanno partecipato i movimenti pacifisti Gush Shalom
(lett.: blocco della pace), Rabbis for Human Rights (rabbini per i
diritti umani) e altri gruppi.
Come mai avete
scelto di sostenere la popolazione di Bi’lin?
Perché loro portano avanti una lotta nonviolenta. Tuttavia, noi non ci
permettiamo di dire che non vada bene anche quella armata contro
l’occupante, perché questo è un diritto riconosciuto dalle
dichiarazioni internazionali. La mia idea è che con la lotta armata, in
questo caso specifico, non si ottiene nulla. Non significa che essa non
sia utile in assoluto. Dobbiamo infatti ricordarci che la nostra
resistenza è stata armata, dunque, lungi da me giudicare.
È necessario tenere in considerazione che i palestinesi sono soli e che
l’effetto di tirare una pietra o di farsi saltare in aria in un
autobus si ripercuote solo su di loro, al di là del giudizio morale che
possiamo dare. L’unica possibilità concreta è quella di ricevere il
sostegno dell’opinione pubblica internazionale. Quindi, abbracciare
una battaglia nonviolenta.
Parliamoci chiaro, con la caduta del blocco sovietico, i palestinesi non
hanno più sostegni. Sono stati abbandonati. Il risvolto pratico di quel
poco di resistenza armata che riescono a organizzare è
controproducente. È un boomerang.
In ogni caso, attaccare i civili non va bene: sia che ad organizzare
attentati siano i movimenti islamici, sia che si tratti di quelli laici
o di sinistra.
Inoltre, lo squilibrio delle forze è tale che non ottengono nulla:
Israele li colpisce quattro volte tanto. Ha altri mezzi e i giornali
stanno quasi tutti dalla sua parte.
Dunque,
l’interlocutore palestinese è scelto in base alle modalità di lotta.
Sì, deve essere pacifica e nonviolenta, proprio per stimolare lo
sviluppo di questa linea. Bi’lin resiste da mesi.
La popolazione
locale come vi ha accolti?
Era felicissima. Anche quando siamo andati a piantare gli alberi di
ulivo, che poi gli israeliani hanno sradicato quasi subito. Alla
conferenza del 20-21 ci hanno addirittura offerto da mangiare e da
dormire, tutto a spese del villaggio, su cui pesa una disoccupazione
altissima. La riunione del nostro Comitato esecutivo è stata ospitata
nella loro sala consiliare. Anche questo è significativo.
Non ci sono state
diffidenze nei vostri confronti, dunque?
Assolutamente no. Nel linguaggio comune, i palestinesi identificano i
soldati israeliani con gli ebrei, poi, nella pratica, sanno distinguere
un aspetto dall’altro e son felici di riceverci. E questo non è
scontato.
Quanti aderenti a
Ejjp ci sono in Italia?
Pochi.
Come siete visti
dalle comunità ebraiche?
Male, come dei traditori della patria. Ma io non sono più iscritta alla
comunità già da tempo.
È praticante?
No. Dal ’98 sono fuori dalla comunità. Frequento quella di Agàpe,
nelle valli pinerolesi, in provincia di Torino.
Ho studiato per sette anni nella scuola ebraica e ho capito che quello
che mi avevano raccontato non corrisponde al vero. Dunque, mi sono
sentita presa in giro.
Il suo legame con
l’ebraismo è culturale soltanto?
Il legame è obbligatorio nel momento in cui ci si vuole dissociare
dalle politiche israeliane. Si dice che quello è lo stato degli ebrei e
così a me tocca prendere le distanze e dire: «Scusate, ma mi avete
chiesto in cosa mi riconosco?».
Il problema n.1 è questa identificazione tra l’ebraismo e lo stato
israeliano. Il problema n.2 è che chi condanna le pratiche israeliane
contro la popolazione palestinese è accusato di essere antisemita.
Dunque spetta a noi ebrei parlare, opporci a queste politiche.
Si tratta di una
strumentalizzazione, perché il rispetto dell’ebraismo, come religione
e cultura, non comporta automaticamente l’accettazione delle scelte
dello stato israeliano. Ultimamente i due aspetti vengono associati...
Infatti. Perché, in realtà, la storia di quel luogo è molto semplice:
il gruppo A ha deciso di espellere il gruppo B dal paese dove abitava
per viverci lui. È accaduto nel 1947-48, nel 1967 e sta accadendo oggi.
Però i sionisti nascondono l’evidenza dei fatti e della storia,
prendendo come scusa e giustificazione la necessità dell’esistenza
dello Stato degli ebrei.
Su questo discorso non c’è unanimità in Ejjp, ma ciò su cui siamo
tutti d’accordo è che Israele deve ritirarsi dai confini del 1967.
Certamente, la maggior parte del Comitato esecutivo è anti-sionista.
Qualcuno di voi è
contrario all’esistenza dello Stato di Israele?
È contrario al sionismo, cioè a uno stato costituito su base
religiosa, in cui gli appartenenti all’ebraismo abbiano più diritti
degli altri.
Quale sarebbe,
allora, la soluzione migliore?
Ci sono alcuni che sono favorevoli allo stato binazionale, e questa è
una posizione rispettata; altri sostengono che debbano scegliere gli
abitanti il tipo di stato da creare, basato però sull’idea del «un
uomo, un voto».
Poi c’è l’opzione «due popoli e due stati». Una di queste
soluzioni deve essere accolta: adesso la situazione è di apartheid, e
non può essere condivisa. Così non è democratico.
La storia dei due
popoli non è in contrasto: sono entrambe religioni abramitiche, con un
lungo passato in comune...
Mi sono laureata in Lettere a ottobre e la mia tesi aveva come argomento
il giudeo-cristianesimo in Transgiordania e Siria: gli ebrei che
arrivano lì sono cugini dei palestinesi che buttano fuori ora. Tito,
nel 70 d.C., non li aveva espulsi tutti: aveva mandato via i capi.
Tant’è che il vangelo di Matteo è giudaico-cristiano ed è stato
scritto nel 90, in Galilea; la Mishnà, sempre in Galilea, nel 200; il
Talmud palestinese è del 400. Gli ebrei sono sempre stati lì e in
parte si sono convertiti al cristianesimo, in parte all’islam, altri
sono rimasti tali.
Questa vicenda è ancora più brutta di quella dei pellirossa: perché lì,
coloro che i bianchi mettevano nelle riserve non erano i «propri cugini».
Qui sì.
Però nessuno ha il
coraggio di dire queste cose pubblicamente...
Si tenta di fare quello che si può. Cerchiamo di tessere relazioni con
associazioni palestinesi. A Torino lavoriamo con il Comitato di
solidarietà con il popolo palestinese. A Roma hanno fondato il gruppo
Kidma, che organizza un cineforum dal titolo «Al cinema con il nemico».
Mi pare di capire
che i vostri interlocutori palestinesi in Italia sono laici?
Certo. In Palestina, no. Il viaggio di febbraio era organizzato da
un’associazione ebraica, la nostra, e non poteva avere un
interlocutore solo: abbiamo incontrato il Fronte popolare di liberazione
della Palestina (Fplp), Fatah e Hamas.
Con Hamas, la simpatia reciproca è scarsa, perché noi siamo laici.
Dopo di che, riconosciamo che le elezioni sono state democratiche, ci
congratuliamo con la popolazione e ci auguriamo che Hamas continui su
questa linea e che non imponga la shari‘a.
Per concludere,
possiamo affermare che esiste una via non-sionista all’ebraismo?
Sì. Il sionismo ha fatto fallire anche uno dei principi
dell’ebraismo, che è la non idolatria. La santificazione del muro del
pianto, dei luoghi sacri ebraici, della tomba di Rachele, ecc. sono
idolatria allo stato puro. Una delle raccomandazioni che gli ebrei si
sono ripetuti per 2400 è: «Tu non adorerai le pietre». Ma guarda un
po’, invece, cosa è successo!
a cura di Angela Lano*
*Da gennaio 2006 Angela Lano
è responsabile del sito web www.infopal.it che si occupa di Palestina

da: Missione Consolata
Quando disobbedire
Continua il viaggio alla scoperta della pace e della non
violenza nelle più grandi religioni del mondo. Per il cristianesimo,
tra le innumerevoli figure più rappresentative, abbiamo scelto don
Lorenzo Milani. Profeta controcorrente, di fronte alle violenze che si
commettono in guerra, pronunciò una frase rivoluzionaria: «L’obbedienza
ormai non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni».
Incompreso e osteggiato in vita, a quasi 40 anni dalla scomparsa, la sua
voce è più attuale che mai
Da secoli, millenni, Dio è strattonato (quasi avesse braccia da
tirare) di qua e di là per avallare questa o quella guerra fratricida.
Per questo abominio inventato dall’avidità e dall’aggressività
umane si sono trovate sempre giustificazioni «nobili», fino ad
arrivare alla manipolazione semantica odierna: «guerra preventiva», «guerra
umanitaria», «guerra tecnologica», peace keeping che camuffa il war
keeping, «intervento chirurgico», e così via. L’ipocrisia si spreca
e il sangue scorre a fiumi.
«Beati i miti, perché erediteranno la terra... Beati gli operatori di
pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Il Sermone della montagna
di Gesù, riportato in Matteo 5, 1-12, non lascia spazio a
interpretazioni: tra le beatitudini non si trova alcuna esaltazione
della violenza o della guerra.
Ma c’è chi, di queste, ha fatto un mestiere: soldati, mercenari,
body-guards, contractors della sicurezza privata in paesi con situazioni
belliche, terroristi al soldo di quella o quell’altra organizzazione.
E i cappellani militari.
N el febbraio del 1965 fece scalpore la lettera scritta da un prete,
don Lorenzo Milani (Firenze 1923-1967), quasi integralista nel suo
costante e continuo riferirsi all’insegnamento del suo Maestro:
«Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste
divisioni. Se voi, però, avete diritto di dividere il mondo in italiani
e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e
reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un
lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria,
gli altri i miei stranieri.
E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla curia, di
insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente
squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i
poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei
mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili
macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le
uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il
voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre, se le
giustificherete alla luce del vangelo o della Costituzione. Ma
rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se sono uomini che
per le loro idee pagano di persona.
Certo, ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte.
Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare,
dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria
e valori ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al vangelo. È troppo facile
dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non
accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla
Costituzione.
Art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli... Art. 52: La difesa della Patria è sacro
dovere del cittadino.
Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo
italiano in un secolo di storia.
Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di
offese alle Patrie degli altri, dovrete chiarirci se in quei casi i
soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro
coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore
della Patria: quelli che obiettarono o quelli che, obbedendo, resero
odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?
Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci
esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni
costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di
rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei
partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la
tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici
sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria
e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una
guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al
popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?
Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra.
Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete
taciuto. O volete farci credere che avete volta a volta detto la verità
in faccia ai vostri “superiori“, sfidando la prigione o la morte? Se
siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a
nulla...
Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere
feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi
da giovane l’ha fatto. Più maturo, condannò duramente questo suo
errore giovanile. Avete letto la sua vita?
Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi, secondo
l’esempio e il comandamento del Signore, è “estraneo al
comandamento cristiano dell’amore” allora non sapete di che Spirito
siete! Che lingua parlate? Come potremo intendervi, se usate le parole
senza pesarle? Se non volete onorare la sofferenza degli obiettori,
almeno tacete!
Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate:
auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni
divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le
divise, che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di giustizia,
libertà, verità.
Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci
guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, la
verità e l’errore, la morte di un aggressore e quella della sua
vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza
loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo
malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro
nobile ideale umano»2.
Q uanto siano al di là del tempo cronologico e sempre attuali le
parole e le azioni del priore di Barbiana, questa lettera lo dimostra in
modo piuttosto evidente. Alcuni passaggi, in particolare, ci possono far
riflettere sulla presenza dei nostri militari in Iraq, dove svolgono
azioni di guerra (come ha rivelato il video girato dalla troupe di Rai
News 24 a Nassiriya e recentemente mandato in onda), in palese
violazione dell’art.11 della nostra Costituzione. E, a meno di non
voler credere che lo «scontro di civiltà», costruito a tavolino dalle
multinazionali del petrolio e della guerra, abbia esteso i confini
dell’Italia fino al Medio Oriente, in un discutibile concetto di «patria
globalizzata»: qui l’amor patrio e la sicurezza nazionale c’entrano
per nulla.
Come un tempo, la Patria è una nozione che allarga e restringe i propri
confini: nel primo caso, quando si tratta di dar giustificazioni
etico-politiche a guerre inique e lesive del diritto altrui; nel
secondo, quando rifiuta di accogliere popolazioni devastate da queste
stesse guerre o dalla povertà creata da uno «stile di vita» che non
si vuole mettere in discussione.
Don Milani e la pace
Una pace che affonda solide radici in quei vangeli che Lorenzo,
rampollo di una famiglia di ebrei laici, borghesi e coltissimi, ha
imparato ad amare fino a scegliere la strada della conversione (era
stato battezzato a 10 anni, per risparmiargli le discriminazioni
razziali fasciste), del sacerdozio e della dedizione agli ultimi.
Ce ne parla il professor Bruno Becchi, storico e presidente del Centro
di Studi milaniani di Vicchio Mugello, nonché autore del saggio Lassù
a Barbiana, ieri e oggi 3.
«A don Lorenzo erano particolarmente cari alcuni temi, da lui ritenuti
di importanza fondamentale, e che si possono sintetizzare in tre
sostantivi: la chiesa, la scuola, la pace. Si tratta di tre grandi
questioni che hanno un minimo comune denominatore: l’uomo con le sue
prospettive di vita presente e futura.
La riflessione sul tema della pace si concentra soprattutto
nell’ultimo segmento della breve esistenza del priore di Barbiana. Al
riguardo c’è subito da sottolineare un aspetto che nell’immediato
non può non apparire singolare: don Milani usa pochissimo il termine
“pace” e praticamente mai l’espressione “educazione alla
pace”. Il vocabolo “educazione” ha nel suo etimo il significato di
“aiutare l’individuo a crescere intellettualmente e moralmente” E
se per “morale” noi intendiamo il presupposto che presiede al
comportamento dell’uomo in relazione al concetto di bene e di male, è
chiaro che di fronte al dilemma “guerra-pace” un’educazione degna
di essere considerata tale non potrà che indurre a scegliere la seconda
delle due opzioni. “Educare alla pace” è dunque una sorta di
ripetizione, una tautologia, usando un termine del lessico filosofico.
Un altro aspetto da sottolineare, parlando di don Milani e la pace, è
che questa non assuma mai in lui il carattere di un concetto astratto,
bensì quello di un fine da perseguire. Pertanto lavorare per la pace
significa per il priore di Barbiana adoperarsi per individuare gli
strumenti, affinché si possano creare le condizioni per un mondo senza
conflitti. E ciò partendo dalla piena consapevolezza - per utilizzare
le parole di don Milani - che le guerre sono il frutto non solo degli
ordini di qualche ufficiale paranoico, ma anche dell’obbedienza di chi
quegli ordini accetta passivamente».
In un brano della Lettera ai giudici si legge: «A Norimberga e a
Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito.
L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché
c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei
loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Buona parte dell’umanità
la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza.
Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che
un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca».
È un passaggio forte...
«Sì, è un passaggio forte, ma di importanza fondamentale. Infatti la
Risposta ai cappellani militari e la Lettera ai giudici - i due scritti
in cui più organicamente don Milani affronta il problema della pace -
sono documenti non tanto sull’obiezione di coscienza, quanto
sull’obbedienza e sulla responsabilità individuale. Io non posso
uccidere una persona perché me l’ha ordinato qualcuno, sia esso anche
un superiore, e pensare al tempo stesso di sottrarmi al peso della
responsabilità.
Ci sono studi importanti sul rapporto tra obbedienza e responsabilità:
penso al Fromm di Fuga dalla libertà o alla Arendt de La banalità del
male, per citare due nomi fra gli studiosi più significativi che si
sono occupati del tema.
Ma torniamo a don Milani, per dire che il richiamo costante al primato
della coscienza e al principio della responsabilità individuale assume
in lui uno spiccato valore pacifista. Prima di compiere qualunque atto
di rilevanza morale l’individuo deve sempre interrogare la propria
coscienza e, nel caso di un credente, tener conto della legge di Dio. Ma
affinché il richiamo alla responsabilità individuale e alla coscienza
non finisca per rimanere un’indicazione puramente astratta, la persona
deve essere in grado di rispondere in concreto a tale richiamo. In
termini milaniani, l’individuo deve essere sovrano nelle proprie
scelte. Ed ecco il ruolo fondamentale rivestito dalla scuola, quale
strumento privilegiato - per i poveri, esclusivo - di educazione. È
infatti soprattutto grazie ad essa che si potrà sviluppare
nell’individuo la capacità di compiere scelte consapevoli.
Pertanto di fronte al binomio “guerra-pace” una persona, cosciente
del potenziale di sofferenza e morte di cui la prima dispone, non potrà
che optare per il secondo corno del dilemma. Riuscire ad emancipare
uomini e donne dalla condizione di sudditi e farli diventare realmente
sovrani significa fare di loro dei convinti assertori di un mondo di
pace».
Attualmente siamo in un contesto di guerre internazionali, definite
umanitarie, di civiltà. È chiaro che non possiamo chiedere a don
Lorenzo, morto nel 1967, che cosa pensi del conflitto in Iraq, ma
qualche insegnamento possiamo desumerlo. Anche oggi ci sono i cappellani
militari, e lo stesso Bush, che si definisce cristiano, ha dichiarato
che questa guerra è nel nome di Dio...
«Premesso che non sarebbe storicamente corretto “far prendere
posizione” su un problema specifico e attuale a una persona morta
ormai quasi 40 anni fa, quindi in un contesto assai diverso, non
possiamo non ricordare che don Milani sul problema della responsabilità
in un contesto di guerra è stato di una chiarezza indiscutibile. Ha
scritto nella Lettera ai giudici che chiunque contribuisca in qualche
modo a un atto di guerra non potrà chiamarsi fuori rispetto alle
responsabilità. A maggior ragione “il cristiano non potrà
partecipare [ad un conflitto] nemmeno come cuciniere” perché anche in
questo modo se ne farebbe promotore. Ma anche allargando il campo
all’intero mondo cattolico, come non ricordare il capitolo 5° della
costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano ii,
significativamente intitolato “La promozione della pace e la comunità
dei popoli”, o l’enciclica Pacem in terris di Giovanni xxiii.
Questa, a mio avviso, mostra due importanti elementi: a) si rivolge non
solo ai cristiani, ma “a tutti gli uomini di buona volontà”; b)
afferma che “non esistono guerre giuste”. Non c’è dubbio che le
tesi presenti nei documenti conciliari e in quello giovanneo siano ancor
oggi di grande attualità».
Dunque, sembra di capire che, se i cattolici vogliono attenersi alle
direttive emanate dalle encicliche papali, non possono che scegliere la
pace e ripudiare la guerra.
«Certo. Storicamente dovremmo ricordare anche la definizione della
prima guerra mondiale come “inutile strage” fatta da papa Benedetto
xv. L’incompatibilità netta tra guerra e messaggio evangelico, ancor
prima che nei documenti ecclesiastici, è presente ovviamente nelle
scritture bibliche, sia vetero che neotestamentarie. Ma don Milani non
si limita a questo, sostanzia le sue posizioni sul tema della pace anche
di una componente civile, facendo esplicito riferimento naturalmente
all’art. 11 della Costituzione italiana».
Sulla base di quanto fin qui sostenuto, verrebbe da aggiungere che
l’Italia si trova in guerra contro l’Iraq nonostante la Costituzione
lo vieti e, da paese che in più occasioni ha rivendicato le proprie
radici cristiane, nonostante gli insegnamenti di Cristo e le encicliche
papali.
«Direi di sì. Don Milani si spinse fino a proporre un nuovo e
originale concetto di patria, in contrapposizione a quello storicamente
consolidato, la cui difesa o velleità di espansione sono state fonte di
inenarrabili sequele di lutti e sofferenze. Un concetto di natura
trasversale, che pone confini tra diseredati e oppressi da una parte e
privilegiati e oppressori dall’altra. Altro che principio di
“esportazione della democrazia”».
Molti attualmente avvertono una sorta di involuzione rispetto ai
decenni passati: gli stessi concetti di «patria» e di «eroe» sono
stati rispolverati ad uso e consumo dei sostenitori delle «guerre
umanitarie». Lei cosa ne pensa?
«Credo che si sia ritornati a un’idea di patria assai anacronistica
rispetto alla visione di don Milani che, a 40 anni di distanza, mostra
ancora tutta la sua lungimiranza».
Chi sono ora, secondo lei, gli eredi ideali di don Milani?
«Anche a questo riguardo, sarei molto cauto ad attribuire eredi a don
Milani. Egli mi appare una figura che fuoriesce da qualunque
catalogazione in ambiti più o meno ristretti. Molti sono coloro che,
tra uomini di chiesa, di scuola, del mondo del lavoro, della società in
genere, attraverso la lettura dei suoi scritti e lo studio del suo
pensiero e della sua opera, hanno ricevuto qualcosa in eredità da don
Lorenzo. A prescindere da “questioni di successione” o meno, se,
proprio le devo fare qualche nome tra coloro che oggi si distinguono in
molti campi che sono stati di interesse di don Milani, mi vengono in
mente, così su due piedi, padre Alex Zanotelli, monsignor Luigi
Bettazzi e il mio carissimo amico don Renzo Rossi, per 30 anni
missionario nelle favelas del Brasile nel periodo della dittatura
militare. In effetti, a guardarmi intorno, oggi, mi sembra di non
vederne molte di persone carismatiche ed esemplari nel campo della
politica o in quello sociale, spirituale o culturale in genere. Il
panorama mi appare assai sconfortante, soprattutto ora che sono rimasto
“orfano” del prof. Giorgio Spini, un maestro di storia, di fede, di
vita. Parlando di panorama sconfortante, però, mi rendo conto di fare
un torto a tutte quelle persone (sacerdoti, medici, insegnanti, gente
comune), che in mezzo a inenarrabili difficoltà e grandissimi rischi
hanno scelto di dedicarsi completamente agli altri in qualche landa
sperduta del nostro pianeta. Persone alle quali, invece, va tutta la mia
ammirazione».
ITALIA - Angela Lano
Marzo - 2006
TAV - inchiesta-Parola di geologo
TAV - approfondimento geologico
LA
SOLA CERTEZZA È... L'INCERTEZZA
Francesi contro
valsusini?
No, perché non si
possono paragonare territori tanto diversi.
Sondaggi sicuri?
Occorrerebbe perforare tutto il massiccio d’Ambin.
No, il Tav non
supera l’esame di geologia.
Nei tanti articoli giornalistici e nelle
dichiarazioni di politici e amministratori regionali e nazionali si
porta spesso l’esempio della Francia, come se i francesi fossero i
buoni che accettano le grandi opere e di conseguenza il progresso. Il
contrario delle popolazioni della Val Susa...
"I due territori sono molto diversi fra loro: anche solo la densità
di popolazione è inconfrontabile. Inoltre, a livello di conformazione
orografica i due versanti differiscono: la Valle di Susa è stretta,
mentre la parte francese è costituita da valli più aperte. Un’opera
del genere, da noi, ha un impatto ambientale e sociale di notevole entità.
Non dimentichiamoci che la Valle di Susa è già densamente antropizzata,
per ragioni storiche legate alla sua conformazione di “corridoio”:
vi passano 2 strade statali, un’autostrada, una ferrovia, un
elettrodotto (il potenziamento del quale è in corso di progetto)".
Affrontando il discorso della
conformazione geologica dei massicci che il tracciato Tav dovrebbe
attraversare, tecnici e politici parlano di “strati rocciosi
diversi” e affermano che il tunnel potrebbe passare in quelli dove non
vi sia presenza di amianto-uranio. Lei che ne pensa?
"Sarebbe possibile, se ci trovassimo in terreni sedimentari, ma le
sequenze attraversate dalle gallerie non si presentano a strati,
trattandosi di rocce metamorfiche. Come tali, sono piegate, fagliate e
deformate più e più volte. Nel momento in cui si scava una galleria
della lunghezza annunciata e nella complessa situazione del massiccio
d’Ambin, non si sa che cosa si andrà a trovare. Il grado di
incertezza, in terreni geologicamente così complessi, è sempre
elevato. I dati preliminari saranno forniti dalla realizzazione delle
gallerie di prova, ovvero dai sondaggi, eseguiti prima di procedere allo
scavo principale, con il fine di conoscere la situazione geologica,
strutturale, geotecnica, nonché di sicurezza. Ricordiamoci che i
sondaggi vengono effettuati anche in situazioni geologiche
“semplici”, ma sempre nell’ambito dello stretto necessario, visti
i costi elevati che comportano. Ricordiamoci che le fibre di amianto non
sono riconoscibili ad occhio nudo, per una banale questione di
dimensioni (ovvero qualche millesimo di millimetro), così come non lo
è la radioattività di un minerale... E ricordiamoci, ancora, una delle
malattie storiche legate alla manipolazione di rocce cristalline (come
appunto quelle tipiche del massiccio d’Ambin): la silicosi. Per quanto
riguarda la tutela della popolazione, quindi, ritengo difficile che le
tecniche di aspirazione esistenti, le evidenti necessità di contenere i
costi economici e le “prassi” mediamente adottate nella gestione dei
cantieri, riescano a garantire i requisiti di sicurezza. Per tutto
questo, non è una questione di “strati rocciosi diversi”".
Tra le tecniche di sicurezza proposte
compare quella di “bagnare la galleria” per non fare sollevare le
eventuali polveri di amianto o uranio.
Ride e poi risponde: "E quindi di trasferire il problema da
un’altra parte? Bagnare la roccia, secondo me, non ha senso: se si
portano fibre di amianto in acqua, quando questa evapora, sono di nuovo
libere".
Mi sembra di capire che, a suo avviso,
non ci sono i pre-requisiti per un lavoro in sicurezza…
"Esatto".
Una risposta lapidaria…
"Non c’è scampo. Manca la fattibilità tecnica ed economica per
procedere in sicurezza".
Ma come la mettiamo con tutte le
rassicurazioni di cui ci parlano, di nuovo, politici ed esperti delle
amministrazioni favorevoli all’opera?
"Non sono avvalorate da serie ricerche scientifiche. Nella
geologia, il grado di incertezza è sempre molto alto, perché parliamo
di profondità della terra, di “luoghi che non si vedono”. Riuscire
a dare delle certezze in questa materia vuol dire raccontare per forza
delle bugie. O si perfora tutto il massiccio d’Ambin per l’intero
tracciato e si esegue un enorme numero di sondaggi, che eleverebbero i
costi alle stelle (perché i carotaggi in rocce cristalline sono
costosissimi) oppure si rimane con un grado di incertezza elevatissimo.
È dunque più saggio ammettere che esiste questo altissimo livello di
incertezza, piuttosto che dichiarare, non realisticamente, che la salute
dei cittadini non verrà messa in pericolo".
Nonostante la grande quantità di
articoli giornalistici sul problema Tav, di tutto ciò si parla ben
poco. Come mai?
"Esiste una questione di ordine economico: quando un’opera si
“deve” fare, si procede anche se comporta costi ambientali, sociali,
umani, finanziari enormi. Le ragioni politiche ed economiche superano
quelle della logica e della scienza. In Italia, a differenza della
Francia, abbiamo un modo opposto di affrontare i progetti: la Francia ha
una fase progettuale lunghissima e una di realizzazione molto breve;
l’Italia, il contrario. Per riuscire a far passare questi progetti
contro la volontà delle popolazioni locali (perché non vengono
investiti sufficienti fondi negli studi e nelle ricerche sulle
condizioni delle opere), il modo migliore è quello di negare i problemi
o di presentarli come facilmente risolvibili. È l’unica strada per
tacitare le opposizioni".
Quanto lei afferma è estremamente
allarmante. Sembra di essere nelle mani di gente senza scrupoli…
"Credo che sia proprio così".
(intervista a cura di Angela Lano e
Paolo Moiola)
ITALIA - Angela Lano
Gennaio - 2005

TAV - inchiesta
Un progetto da oggi al... 2018 (almeno) (2)
TAV - articolo 2
UNA MENZOGNA LUNGA 53 CHILOMETRI
Le popolazioni della Val di Susa sono il
simbolo di coloro
che vogliono vivere nel rispetto
dell’ecosistema.
Nonostante la militarizzazione del
territorio,
il movimento No-Tav rimane pacifico,
consapevole, preparato. E deciso.
di Angela Lano
È una corsa, sempre più folle, al mito del progresso e dello sviluppo
a ogni costo. È una corsa che si scontra con le risorse della terra e
con la vita degli esseri viventi. È questo il vero conflitto di civiltà:
l’egoismo rapace e distruttivo dei signori delle multinazionali e
delle opere faraoniche e l’ecosistema.
Incontriamo Mario Cavargna, biologo con un master in ingegneria
ambientale e in valutazione d’impatto ambientale.
Che possibilità ci sono, ad oggi, di svolgere l'opera del Tav in
sicurezza?
"Per quanto riguarda l’amianto, ad oggi il problema è
assolutamente irrisolto. Lo studio dei tecnici di Ltf (Lyon Turin
Ferroviaire) parla di 1 milione e 150 mila m3 di rocce che possono
contenerne.
Tecnicamente, la loro proposta è stata: “Faremo dei mucchi da
500-1000 m3”, cioè cumuli grossi come una villetta. Poi ce lo diranno
dove e come li porteranno via... Nelle pagine dei progetti relativi a
questo tratto, non se ne parla. Addirittura, nella sintesi - che per la
valutazione di impatto ambientale è il documento principe -, la parola
amianto non viene più citata, probabilmente perché non sanno come
fare. L’unica cosa che hanno saputo dire è: “Ma noi prenderemo
precauzioni”, “Bagneremo”. Ma bagnare non significa eliminare
l’amianto, significa soltanto che lo si fissa per terra. Ma quando
l’acqua evapora, con il vento la polvere si risolleva. Altra
precauzione: “Noi metteremo degli aspiratori nelle gallerie in modo
che catturino la polvere. Poi deporremo tutto in sacchi”. È vero che
rompendo la roccia si sollevano delle fibre, ma ciò accade anche
quando, all’uscita dalla galleria, si scaricano i detriti, si fanno i
mucchi, li si ricarica e li si tiene in stoccaggio. È un problema
grave. Un progetto concreto non esiste: sarebbe necessario un capannone
di 50 mila m2 che contenesse mucchi di 50-100 m3. Uno spazio abbastanza
grande da accogliere l’equivalente di 2.000 villette. Non è semplice.
E come li si copre? Con dei teli? Ma in questa valle, il vento, che
soffia per metà dell’anno, li strapperebbe! Poi, comunque, questo
materiale quando viene ripreso è nuovamente movimentato. Allora deve
essere portato in qualche discarica. Ma dove? Quale? Non lo hanno mai
detto".
Ma cosa dichiarano le valutazioni di impatto ambientale?
"Sono superficiali, non spiegano dove stoccheranno il materiale in
modo definitivo. Lo “smarino”, contenendo rocce amiantifere
frantumate, se viene collocato in posti esposti agli agenti atmosferici
continuerà a liberare fibre. Non può stare all’aperto. Il danno
mortale per la salute dell’uomo è conosciuto (si legga la prima
puntata della nostra inchiesta)".
I giornali importanti non parlano di questi danni...
"È già tanto che parlino dell’amianto. Il fatto che si
minimizzi o si sposti il problema significa che non si sa come gestirlo.
Si cerca di dare l’illusione di avere tutto sotto controllo, perché
la linea è quella di andare avanti con l’opera. Tecnici e politici si
contraddicono a vicenda. Sono apprendisti stregoni che non hanno seguito
bene il corso di magia".
Ma politici ed amministratori pubblici non dovrebbero avere a cuore gli
interessi dei cittadini che rappresentano?
"Per favore... Quella del Tav è una “grande opera” con un giro
di soldi immenso".
Spiega il teologo Leonardo Boff in Grido della terra, grido dei poveri:
"Si è creato il mito dell’essere umano come eroe scopritore e
colonizzatore, Prometeo indomabile, con le sue opere faraoniche. (...)
Nell’atteggiamento di essere al di sopra delle cose e al di sopra di
tutto risiede, a quanto pare, il meccanismo fondamentale della crisi
attuale della nostra civiltà. Qual è la suprema ironia ai nostri
giorni? Esattamente questa: la volontà di dominare su tutto sta facendo
di noi dei dominati e assoggettati agli imperativi di una terra
degradata. L’utopia di migliorare la condizione umana ha peggiorato la
qualità della vita. Il sogno di una crescita illimitata ha prodotto il
sottosviluppo dei due terzi dell’umanità; la voluttà di una
utilizzazione ottimale delle risorse della Terra ha portato
all’esaurimento dei sistemi vitali e alla disintegrazione
dell’equilibrio ambientale".
(continua)

TAV - inchiesta
Un progetto da oggi al... 2018 (almeno) (1)
TAV- articolo 1
QUELLA FERROVIA «S’HA DA FARE»...
Una comunità lotta contro un’opera
che distruggerà per sempre un’intera valle
e sconvolgerà la vita dei suoi
abitanti. Un progetto dannoso (per la salute, l’ambiente, la vivibilità),
inutile e costosissimo, eppure in tanti - anche tra i mezzi
d’informazione - lo sostengono.
Vincerà la volontà dei cittadini o
l’arroganza del potere?
Il 31 ottobre 2005 verrà ricordato a lungo nella Valle di Susa come una
storica giornata di lotta popolare in difesa del territorio e dei suoi
abitanti. Alle 4 del mattino, come tanti Robin Hood, centinaia di
valligiani con i loro sindaci si sono inerpicati tra i boschi del
massiccio del Rocciamelone, nei pressi di Mompantero, per costruire
barricate di sassi e tronchi ed impedire l’accesso ai terreni
interessati dai lavori per la linea ad Alta velocità Torino-Lione, più
nota come Tav.
Verso le 6, sono arrivate le forze dell’ordine, a centinaia, ma per
ore sono state fermate dalla barriera umana creata da donne, bambini,
giovani, vecchi partigiani, che cantavano "Bella ciao" e
l’"Inno di Mameli". Una battaglia determinata ma pacifica
tra le montagne della resistenza partigiana, a cui carabinieri e
polizia, in tenuta antisommossa, protetti dagli scudi e dai caschi, ad
un certo punto hanno risposto con le manganellate e le spinte. Qualcuno
tra i manifestanti è anche finito all’ospedale, qualcun altro in
caserma.
Quando, a sera, i "Robin Hood anti-Tav", ormai sicuri di aver
vinto la prima battaglia, sono scesi dalle mulattiere, tra gli applausi
e gli abbracci di chi era rimasto a valle, è arrivata la beffa: nuove
forze dell’ordine hanno sostituito i colleghi ed occupato le
postazioni. La delusione non ha però scalfito la determinazione della
popolazione, che il giorno successivo, festa di Ognissanti, si è
ritrovata a manifestare seguendo le regole delle resistenza pacifica
nonviolenta. È stato un successo clamoroso di partecipazione, un
momento appassionante, un’occasione per spiegare i perché di questa
lotta ad oltranza.
Venaus, Val di Susa. Giugno 2005. Trentamila persone si sono ritrovate
insieme per dire "no" alla ferrovia Torino-Lione. Dalla
cittadina di Susa a Venaus, il lunghissimo corteo ha marciato per tre
chilometri e mezzo nell’afa di una giornata di tarda primavera
piemontese. Tante le famiglie con bambini piccoli nel passeggino o in
bici, le associazioni ambientaliste, sindacali, culturali, i sacerdoti,
i ragazzi, i sindaci della Valle, la Caritas provinciale.
Una risposta di massa, tranquilla, pacifica e molto determinata, a un
progetto voluto da politici e gruppi industriali, che avrà, così
sostengono scienziati, medici, economisti e amministratori locali, costi
altissimi sia a livello economico sia di rischio ambientale e sanitario.
Una lotta coraggiosa, che va avanti da oltre quindici anni, ma che da un
paio ha assunto una connotazione di "massa". Non un pugno di
montanari anti-progresso e ignoranti, come sono stati definiti, ma un
popolo consapevole, informato, che vuole vivere e continuare a far
crescere i propri figli in una valle salubre, senza la paura di morire
di mesotelioma pleurico causato dalle inalazioni delle invisibili fibre
d’amianto, estratto dalle rocce perforate per i tunnel della Tav.
La grande novità e la ricchezza morale e culturale dell’opposizione
all’Alta velocità valsusina è la creazione di un movimento
trasversale alle ideologie politiche e ai partiti. Una democrazia
partecipativa, dal "basso", dove tutti contano nello stesso
modo, dove il dialogo e il confronto sono continui e le decisioni sono
prese attraverso assemblee pubbliche.
I presidi, luoghi di vigilanza, discussione e incontro (trasformatisi,
nei mesi, da "accampamenti" a vere e proprie casette, con
cucine, frigoriferi, tavoli, ecc.), sono nati sulle aree interessate dai
sondaggi: Borgone, Bruzolo, Venaus. Nei primi due sono previsti dei
carotaggi per valutare l’impatto dell’opera sul terreno; a Venaus si
tratta di un vero tunnel di servizio, lungo 9 km e largo 6 metri. Una
truffa che, facendo passare per "sondaggio" geognostico
quest’opera, ha potuto evitare l’esame della valutazione ambientale,
ottenendo immediatamente il finanziamento europeo.
Il movimento ha dunque deciso di presidiare questi terreni,
avvicendandosi nei turni, giorno e notte. Per tutta l’estate,
centinaia e centinaia di persone si sono ritrovate a mangiare insieme
– condividendo cibi e bevande -, a cantare, ballare, discutere,
giocare, pregare. A Borgone, area che ospita il sito
"Maometto", di notevole interesse archeologico, è stato
costruito un altarino alla Madonna del Rocciamelone - da sempre la
montagna sacra delle Valli di Susa - e in più occasioni sono stati
organizzati momenti di preghiera multireligiosa.
L’aria di lotta civile pacifica, gandhiana nella forma e nei
contenuti, che si respira, è entusiasmante per chiunque si avvicini: è
un qualcosa di inconsueto, ormai, per il nostro paese, dove i più sono
abituati ad accettare passivamente qualsiasi decisione (tranne quando si
tratti di calcio!) che vada a detrimento del diritto, della qualità
della vita e delle speranze future .
Televisioni, quotidiani, riviste ad alta tiratura e di
"tendenza" stanno facendo opera di "disinformazione
mediatica", rifiutando di evidenziare la voce di tecnici ed esperti
che si oppongono al progetto, e quella degli abitanti. Sembra che in
alcune redazioni, addirittura, transitino rappresentanti di partiti per
suggerire le "dritte" ai giornalisti, a dire, cioè, cosa e
come si deve rispondere.
Alla democrazia partecipativa, la politica ufficiale risponde con
l’arroganza e con il muro dell’omertà. Come a sottolineare che le
esigenze e le legittime richieste delle amministrazioni locali non sono
da tenere in reale considerazione. Il "macro" che ancora una
volta si scontra con il "micro". In Valle di Susa come nel
Mugello, a Roma e Napoli come in Sicilia, in India come in Brasile.
"Non si può realizzare una grande infrastruttura come l’Alta
velocità ferroviaria Torino-Lione ignorando il parere contrario di 40
enti locali e l’opposizione di tutta la popolazione locale -
sottolineano al Wwf -. Così avviene in Piemonte come in Veneto e in
Friuli, dove si vorrebbero aprire i cantieri per la realizzazione delle
varie tratte della direttrice est-ovest del cosiddetto Corridoio 5 (con
un costo stimato di circa 28 miliardi di euro)".
Il climatologo Luca Mercalli aggiunge: "Agli inizi del XXI secolo
sarebbe più opportuno ragionare nei termini della "bassa velocità"
e dell’"alta qualità". Il progetto dell’alta velocità
ferroviaria necessita, infatti, di un consumo di materie prime, suolo,
energia, sproporzionato rispetto al risparmio di pochi minuti sui tempi
di percorrenza. Il vero progresso deve puntare sulle vie rinnovabili. È
qui che scienza, economia e politica si devono alleare".
Nicoletta Dosio, insegnante di storia e rappresentante storica dei
"comitati no Tav", sottolinea come l’opposizione popolare
sia anche indirizzata contro un certo modello di sviluppo fondato sulla
distruzione degli ambienti naturali e umani e su "grandi
opere", inutili e nocive.
L’illusione della crescita infinita, dunque, che sfrutta le risorse
naturali e umane, e che sta facendo soffocare di rifiuti, fumi,
inquinamento, scarti industriali, il pianeta. E affama interi
continenti. Reitera e amplia le ingiustizie sociali e politiche. E
scatena rabbia e disperazione.Ma perché i valsusini si oppongono a
questa "grande opera"? Perché temono gli effetti devastanti
prodotti dalla movimentazione di rocce amiantifere, contenute in un
grande massiccio geologico che si estende per diversi chilometri (e che
unisce bassa Val Susa e Valli di Lanzo), le cui polveri, respirate (ed
è impossibile non respirarle), provocano una forma tumorale che non dà
scampo. "Sono determinata a far sì che i miei figli possano vivere
in una valle non pericolosa - afferma Roberta, una giovane mamma di due
bimbi piccoli -. Questa zona è già stata abbastanza devastata da
autostrade e altre grandi strutture". "Le informazioni
sanitarie che stanno circolando grazie a un documento firmato da 80
medici di base della Valsusa - le fa eco un’altra signora, Rossana,
mentre spinge un passeggino -, sono davvero allarmanti: si parla di
mesotelioma pleurico, che uccide in nove mesi, provocato dalle polveri
di amianto, e di linfomi, causati dall’uranio. C’è poco da star
tranquilli. Come mai i politici non sono interessati alla nostra salute
e alla sopravvivenza in questi territori?".
Il 5 novembre una fiaccolata di 15 mila "sfaccendati" ha
sfilato per le strade di Susa, in un silenzio composto e rispettoso,
senza slogan e senza bandiere di partito. Sfaccendati, appunto, come
sono stati definiti dal ministro Pietro Lunardi.
Lunardi, intervenendo a un convegno sull’Alta velocità nel mondo
organizzato presso la Fiera Milano, aveva dichiarato: "Non ci
impressionano le fiaccolate di gente che non sa come passare il tempo e
che forse potrebbe investirlo in modo migliore". Il ministro
(familiare degli azionisti di maggioranza della Rocksoil, importante
società di geo-ingegneria per la progettazione di gallerie) non è
stato l’unico a sparare bordate contro il popolo no-Tav: politici,
imprenditori ed economisti si sono alternati in affermazioni dure sulla
protesta popolare e l’opposizione all’Alta velocità.
In quegli stessi giorni di novembre vengono rinvenuti - come
prevedibile! - un volantino inneggiante alle Br e un pacco bomba
(confezionato per non dover esplodere) destinato ai Carabinieri.
Quest’ultima notizia ha riempito spazi enormi su quotidiani e Tv,
offuscando le attività di "resistenza civile passiva" delle
popolazioni. Quale migliore pretesto che una bomba o il terrorismo per
gettare ombre su un movimento distantissimo da vocazioni violente? In
alcuni Tg, la lotta no-Tav è stata infatti astutamente accostata,
attraverso commenti ed immagini, al pericolo del terrorismo e della
sovversione. Un’operazione vergognosa, poco consona ad una democrazia.
Angela Lano
ITALIA - a cura di Angela Lano e Paolo Moiola
Gennaio - 2006

LA
SOLA CERTEZZA È... L'INCERTEZZA
Francesi contro
valsusini?
No, perché non si
possono paragonare territori tanto diversi.
Sondaggi sicuri?
Occorrerebbe perforare tutto il massiccio d’Ambin.
No, il Tav non
supera l’esame di geologia.
Nei tanti articoli giornalistici e nelle
dichiarazioni di politici e amministratori regionali e nazionali si
porta spesso l’esempio della Francia, come se i francesi fossero i
buoni che accettano le grandi opere e di conseguenza il progresso. Il
contrario delle popolazioni della Val Susa...
"I due territori sono molto diversi fra loro: anche solo la densità
di popolazione è inconfrontabile. Inoltre, a livello di conformazione
orografica i due versanti differiscono: la Valle di Susa è stretta,
mentre la parte francese è costituita da valli più aperte. Un’opera
del genere, da noi, ha un impatto ambientale e sociale di notevole entità.
Non dimentichiamoci che la Valle di Susa è già densamente antropizzata,
per ragioni storiche legate alla sua conformazione di “corridoio”:
vi passano 2 strade statali, un’autostrada, una ferrovia, un
elettrodotto (il potenziamento del quale è in corso di progetto)".
Affrontando il discorso della
conformazione geologica dei massicci che il tracciato Tav dovrebbe
attraversare, tecnici e politici parlano di “strati rocciosi
diversi” e affermano che il tunnel potrebbe passare in quelli dove non
vi sia presenza di amianto-uranio. Lei che ne pensa?
"Sarebbe possibile, se ci trovassimo in terreni sedimentari, ma le
sequenze attraversate dalle gallerie non si presentano a strati,
trattandosi di rocce metamorfiche. Come tali, sono piegate, fagliate e
deformate più e più volte. Nel momento in cui si scava una galleria
della lunghezza annunciata e nella complessa situazione del massiccio
d’Ambin, non si sa che cosa si andrà a trovare. Il grado di
incertezza, in terreni geologicamente così complessi, è sempre
elevato. I dati preliminari saranno forniti dalla realizzazione delle
gallerie di prova, ovvero dai sondaggi, eseguiti prima di procedere allo
scavo principale, con il fine di conoscere la situazione geologica,
strutturale, geotecnica, nonché di sicurezza. Ricordiamoci che i
sondaggi vengono effettuati anche in situazioni geologiche
“semplici”, ma sempre nell’ambito dello stretto necessario, visti
i costi elevati che comportano. Ricordiamoci che le fibre di amianto non
sono riconoscibili ad occhio nudo, per una banale questione di
dimensioni (ovvero qualche millesimo di millimetro), così come non lo
è la radioattività di un minerale... E ricordiamoci, ancora, una delle
malattie storiche legate alla manipolazione di rocce cristalline (come
appunto quelle tipiche del massiccio d’Ambin): la silicosi. Per quanto
riguarda la tutela della popolazione, quindi, ritengo difficile che le
tecniche di aspirazione esistenti, le evidenti necessità di contenere i
costi economici e le “prassi” mediamente adottate nella gestione dei
cantieri, riescano a garantire i requisiti di sicurezza. Per tutto
questo, non è una questione di “strati rocciosi diversi”".
Tra le tecniche di sicurezza proposte
compare quella di “bagnare la galleria” per non fare sollevare le
eventuali polveri di amianto o uranio.
Ride e poi risponde: "E quindi di trasferire il problema da
un’altra parte? Bagnare la roccia, secondo me, non ha senso: se si
portano fibre di amianto in acqua, quando questa evapora, sono di nuovo
libere".
Mi sembra di capire che, a suo avviso,
non ci sono i pre-requisiti per un lavoro in sicurezza…
"Esatto".
Una risposta lapidaria…
"Non c’è scampo. Manca la fattibilità tecnica ed economica per
procedere in sicurezza".
Ma come la mettiamo con tutte le
rassicurazioni di cui ci parlano, di nuovo, politici ed esperti delle
amministrazioni favorevoli all’opera?
"Non sono avvalorate da serie ricerche scientifiche. Nella
geologia, il grado di incertezza è sempre molto alto, perché parliamo
di profondità della terra, di “luoghi che non si vedono”. Riuscire
a dare delle certezze in questa materia vuol dire raccontare per forza
delle bugie. O si perfora tutto il massiccio d’Ambin per l’intero
tracciato e si esegue un enorme numero di sondaggi, che eleverebbero i
costi alle stelle (perché i carotaggi in rocce cristalline sono
costosissimi) oppure si rimane con un grado di incertezza elevatissimo.
È dunque più saggio ammettere che esiste questo altissimo livello di
incertezza, piuttosto che dichiarare, non realisticamente, che la salute
dei cittadini non verrà messa in pericolo".
Nonostante la grande quantità di
articoli giornalistici sul problema Tav, di tutto ciò si parla ben
poco. Come mai?
"Esiste una questione di ordine economico: quando un’opera si
“deve” fare, si procede anche se comporta costi ambientali, sociali,
umani, finanziari enormi. Le ragioni politiche ed economiche superano
quelle della logica e della scienza. In Italia, a differenza della
Francia, abbiamo un modo opposto di affrontare i progetti: la Francia ha
una fase progettuale lunghissima e una di realizzazione molto breve;
l’Italia, il contrario. Per riuscire a far passare questi progetti
contro la volontà delle popolazioni locali (perché non vengono
investiti sufficienti fondi negli studi e nelle ricerche sulle
condizioni delle opere), il modo migliore è quello di negare i problemi
o di presentarli come facilmente risolvibili. È l’unica strada per
tacitare le opposizioni".
Quanto lei afferma è estremamente
allarmante. Sembra di essere nelle mani di gente senza scrupoli…
"Credo che sia proprio così".
(intervista a cura di Angela Lano e
Paolo Moiola)
ITALIA - Viaggio tra le comunità famiglia
COMUNITARIO
È BELLO
Un numero crescente
di famiglie vivono insieme, felici, con sobrietà e in spirito di
solidarietà e condivisione: una risposta al bisogno di «umanità» e
una sfida controcorrente all’individualismo, egoismo e mode
consumistiche.
Alessandro e Simona, Alberto e Sandra, Antonio e Gabriella, Manfredo e
Alessandra sono seduti nella grande cucina di uno degli appartamenti
della «comunità-famiglia» Ruah, a La Loggia, nella seconda cintura
torinese. Tutt’intorno corrono e giocano i loro figli.
Hanno acquistato una grande cascina e l’hanno ristrutturata con gusto
ricavandone alloggi, separati da porte comunicanti, per ogni nucleo
familiare.
Sono tutti sui 34-35 anni, cordiali, simpatici, colti: uno è laureato
in Fisica, l’altra in Lingue straniere, un’altra in Legge, una fa la
grafica pubblicitaria, l’altro l’imprenditore, ecc. E si sforzano di
essere coerenti con i principi evangelici e le scelte comunitarie.
Stando insieme a loro si respira creatività e fraternità, uno stile di
vita semplice e rivoluzionario allo stesso tempo. «Abbiamo acquistato
la nostra cascina qualche anno fa - racconta Alessandro - in “proprietà
indivisa”, cioè con la condivisione totale della casa, dunque anche
dei debiti. Volevamo sentirci uniti nella povertà. Siamo quattro
famiglie e una suora laica. Ognuno di noi lavora all’esterno, ma
passiamo molta parte del tempo libero insieme: ci aiutiamo nella
gestione dei figli, dell’orto e delle abitazioni, e ci ritroviamo alla
sera per la preghiera. Tutti insieme partecipiamo alle spese.
Per i bambini, poi, è una ricchezza enorme. Alla base della nostra
scelta c’è la fede: ci eravamo conosciuti agli incontri di Taizé e
in parrocchia. È stata una “chiamata”: ci accomunava la voglia di
aiutarci e di aprire la nostra vita a persone con problemi. Uno dei
nostri obiettivi era quello di provare ad avvicinare gente che non
sarebbe mai entrata in chiesa».
«Anche sul lavoro cerchiamo di portare concretamente la nostra
testimonianza - continua Alberto - e il nostro impegno verso la famiglia
e la comunità: la fedeltà al Cristo, alla propria moglie o marito e
alle scelte di condivisione e solidarietà, sono aspetti fondamentali
della nostra quotidianità. Importante è anche la sensibilizzazione su
tematiche religiose, economiche e sociali. Cerchiamo di dimostrare
concretamente che un altro modo di vivere è possibile. E rende felici».
Tra di loro hanno deciso di non farsi regali: i soldi vengono destinati
a progetti di sviluppo.
«MICRO» CONTRO «MACRO»
Le comunità-famiglia sono in «contro-tendenza» rispetto
all’individualismo e rappresentano un segnale di cambiamento radicale
negli orientamenti esistenziali di un numero crescente di coppie e di
single. È la scelta di un presente e di un futuro più umani e
sostenibili, meno consumistici ed egoistici, lontani dai modelli trendy,
quanto falsi e deprimenti, veicolati dalla pubblicità, dai salotti tv e
dai reality show.
Elementi base dell’economia comunitaria sono la condivisione degli
spazi abitativi, della terra da coltivare (dalla quale si ricavano
alcuni prodotti naturali da portare in tavola), delle spese; la
collaborazione nella cura e nell’educazione dei figli; la frugalità;
la solidarietà; il rispetto della natura e, per molti, la preghiera.
Una versione moderna e non autoritaria della vecchia famiglia
patriarcale.
Scrive, infatti, Sara Omacini in Le comunità di famiglie1: «Nel
passaggio dalla famiglia tradizionale a quella moderna e a quella
postindustriale, la privatizzazione è stata caratterizzata dalla
ricerca di un ambito di vita relativamente “chiuso” al mondo
esterno, in cui promuovere o preservare un particolare stile di vita,
prima di un ceto sociale, poi della singola famiglia... La famiglia
patriarcale estesa era in grado di diffondere nel tessuto sociale
capacità organizzativa, senso del dovere collettivo, abitudine alla
collaborazione e alla solidarietà. Il familismo, invece, impedisce la
costruzione di rapporti di fiducia trasparenti e inibisce altre forme di
vita associativa... È ovvio che se la famiglia ha mantenuto pochi
rapporti con il mondo esterno, nel bisogno non sa a chi rivolgersi e
situazioni relativamente difficili s’ingigantiscono, perché la
famiglia vive una forte solitudine».
Le «macrofamiglie», dunque, rispondono a esigenze di «unità», di
ritorno al «comunitario», di accoglienza. Ma anche di sostegno
concreto: i prezzi dei prodotti alimentari che sono saliti alle stelle,
il potere d’acquisto degli stipendi ormai sempre più debole, la
mobilità e l’instabilità del mercato del lavoro, l’ascesa senza
limiti dei costi degli affitti, le bollette di gas, luce e telefono, un
tempo considerati «servizi» ora diventati «beni di lusso», e così
via, spesso rendono angosciante e precaria la vita dei nuclei familiari,
che non hanno più ammortizzatori sociali né sponde a cui aggrapparsi.
«Insieme riusciamo ad abbattere le spese - raccontano, infatti,
Michele, Vittoria e Luca della fraternità del Cisv, a Reaglie, nel
torinese - e possiamo garantire la disponibilità a tempo pieno di uno
di noi nelle attività della comunità».
La scelta di vivere insieme offre, dunque, quella tutela che lo stato
italiano non garantisce più. Si tratta di una tendenza che va di pari
passo con una realtà economica, sociale e culturale sempre più
problematica. Un ritorno all’economia di villaggio, di sussistenza, di
scambio. Il «micro» contro il «macro» della globalizzazione
neoliberista che affama e amplia il divario tra il ricchissimo e il
poverissimo e annulla, depauperandoli, i ceti medi.
«Ciò che stanno tentando di fare le comunità di famiglie è analogo a
quanto fecero le comunità monastiche nel periodo della fine
dell’impero romano. Potevano sembrare realtà marginali; eppure hanno
elaborato e diffuso una nuova cultura, che ha inciso profondamente nella
formazione dell’Europa. Oggi, quasi in silenzio e senza far notizia,
sorgono ovunque movimenti di comunità di famiglie. Crescono a macchia
d’olio e, pur con caratteristiche diverse, rispondono al bisogno di
“umanità” che tutti avvertono»2.
DOVE E COME
Se ne possono incontrare in Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e
altre regioni: alcune sono organizzate in reti, come quelle affiliate
all’Associazione comunità famiglia (Acf), che hanno alle spalle una
lunga storia di volontariato e di condivisione. Altre sono esperienze di
piccoli gruppi. Parallelamente, alcune hanno una forte caratterizzazione
ecologica, come la comunità creata da Giannozzo Pucci a Fiesole, che
pubblica la rivista italiana L’Ecologist, dedicata ai temi ambientali,
oppure come gli «ecovillaggi» (il «Villaggio verde», «Comunità
degli Elfi» di Sambuca Pistoiese, «Upachi», «Anande», ecc.),
spirituale e/o religiosa e radicale, cioè, di rifiuto di ogni strumento
tecnologico e consumistico. E altre che si contraddistinguono per la
pratica della nonviolenza, come le comunità de «L’Arca di Lanza del
Vasto».
Complessivamente sono diverse centinaia: il livello culturale delle
persone che vi fanno parte è alto, così come la consapevolezza e la
sensibilità ai piccoli e grandi problemi che affliggono l’umanità
vicina e lontana. L’età degli adulti oscilla tra i 30 e gli over 50.
Le residenze sono, in genere, vecchie cascine ristrutturate, abbazie
sconsacrate, ville d’epoca e castelli concessi in comodato gratuito,
condomini ribattezzati «solidali». Quasi sempre in mezzo al verde e
all’aria pulita.
La loro scelta di convivenza non significa assenza di privacy: nella
maggior parte dei casi, infatti, ogni nucleo familiare ha un proprio
spazio privato e i momenti comunitari vengono rappresentati dai pasti,
momenti di preghiera, incontri, spesa, lavoro agricolo e volontariato.
Non si tratta di un revival delle «comuni» degli anni ’60 e ’70,
anche se, ad esempio, le «fraternità» del Cisv, un’organizzazione
di volontariato di Torino, la comunità «Mambre» di Cuneo, quella di
Villapizzone di Milano, il «Forteto» di Dicomano nel Mugello, sono
nate proprio in quel periodo.
COLLANTE SPIRITUALE
La componente spirituale è sentita come un collante in molte esperienze
comunitarie, perché ritenuta essenziale per il superamento di difficoltà
e momenti di crisi: «Numerosi esperimenti di vita comune degli anni
’70 sono falliti - sottolineano le famiglie della comunità di Mambre,
a Cuneo -, lasciando un senso di frustrazione e incompiutezza. Se alla
base di determinate scelte c’è invece una forte fede e ideali ben
radicati, anche gli ostacoli sono più facilmente superabili».
«La nostra realtà - spiegano Anna e Piero, della comunità “Nibai”
di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano - è nata sulla scia di
un’altra esperienza: una cooperativa di fraternità con comunità
residenziale, che agiva sul territorio. I primi anni sono stati di
sperimentazione su principi-base, come il desiderio di creare un
ambiente concreto dove maturare un cammino di fede profonda, la
solidarietà e l’apertura verso gli altri, l’accoglienza sul
territorio. Seguiamo le linee guida della comunità storica di
Villapizzone, quella di Bruno Volpi3. Ora siamo un’associazione di
comunità-famiglie. I nostri pilastri sono l’accoglienza, la
condivisione dei beni e la spiritualità. Ci basiamo su un’economia
frugale: stiamo attenti a ciò che compriamo».
Stili di vita e di consumo, dunque, fondati su quell’essenzialità
che, nella filosofia delle comunità-famiglia, contribuisce a una
trasformazione «dal basso» dei sistemi economici e sociali. Questo è
pure il messaggio che, dagli anni ’90, lancia il «Centro nuovo
modello di sviluppo» di Vecchiano di Pisa, creato da Francesco Gesualdi,
allievo di don Lorenzo Milani. Esso è nato proprio dalle scelte «radicali»
di un gruppetto di famiglie che, dal 1985, vivono insieme in un grande
cascinale toscano.
«Per quelle strane combinazioni della vita - racconta Gesualdi -,
trovammo persone che avevano la nostra stessa visione del mondo. E
decidemmo di creare una comunità di accoglienza. Erano gli anni ’70,
un momento particolare della storia contemporanea (c’erano i movimenti
hippy, le comuni), anche se noi non ci innamorammo del comunitario fine
a se stesso, ma della possibilità di mettere a frutto i nostri progetti
e i nostri sogni. Volevamo coinvolgere la famiglia come istituzione,
spezzando il cliché per cui essa era un intralcio al lavoro di
cambiamento sociale. Decidemmo dunque di vivere insieme in una casa
sufficientemente grande, perché ogni nucleo familiare potesse avere i
propri spazi privati e alcuni luoghi di condivisione comuni a tutti.
Insomma, doveva essere un luogo dove potenziare il nostro impegno: la
nostra, infatti, era una scelta politica nel senso più ampio del
termine...
Il Centro è nato per ricercare e analizzare le cause profonde che
generano emarginazione e impoverimento, per definire delle strategie di
difesa dei diritti degli ultimi e ricercare nuove formule economiche in
grado di garantire a tutti gli esseri umani la soddisfazione dei bisogni
ma nel rispetto dell’ambiente.
Studiamo le cause del sottosviluppo e le traduciamo in un linguaggio
accessibile a tutti, anche a chi non ha strumenti culturali adeguati»4.
MENSA «ALLARGATA»
La comunità del Forteto5, a Dicomano nel Mugello, è un’altra di
quelle che resistono tenacemente dalla fine degli anni ’70. I suoi 33
soci fondatori ne sono ancora pienamente parte da quasi 30 anni, da
quando, cioè, giovanotti pieni di sogni e ideali si buttarono in
quest’esperienza di condivisione e lavoro. Insieme avevano anche dato
vita a una cooperativa agricola, che ora è tra le più importanti del
Mugello e distribuisce prodotti alimentari in tutta la Toscana.
Il nucleo originario, mano a mano, si è allargato, a seguito dei
matrimoni, nascite, figli in adozione e affidamento: ora sono 100
persone e la loro mensa è davvero «allargata».
«Siamo rimasti in piedi fino a oggi - spiegano due dei fondatori, Luigi
Goffredi e Luciano Barbagli - perché ci siamo trovati bene. Eravamo
quasi tutti vecchi amici, cresciuti respirando l’aria di don Milani e
di padre Balducci. Forte è stata anche l’impronta di Giorgio La Pira.
Il filo conduttore che ci legava era la volontà di costruire relazioni
che potessero continuare nel tempo e producessero accoglienza.
I primi 15 anni sono stati duri: i soldi erano pochi, ma il desiderio di
lavorare era grande. Avevamo creato un’azienda agricola che ci
permetteva di essere autosufficienti e di mantenere le nostre famiglie e
i ragazzi che ci venivano affidati dai servizi sociali, e per i quali
non volevamo assegni di mantenimento.
Il legame affettivo e ideale ci ha permesso di superare le difficoltà.
La componente “fede” era relativa: i nostri pilastri erano
l’amicizia, l’uguaglianza, gli ideali milaniani (che appassionano
credenti e non credenti), e la nostra determinazione a metterli in
pratica.
L’identità familiare di ogni singolo nucleo è sempre stata forte,
seguita dal confronto comunitario. I nostri figli sono cresciuti
insieme: la socializzazione è un’attività vitale per i ragazzi.
Ora siamo tantissimi: i nostri momenti di convivialità sono a pranzo e
a cena. Alla sera ci ritroviamo per discutere, prendere insieme
decisioni, proprio come facevamo agli inizi quando ci si riuniva per
organizzare il lavoro dei campi o la raccolta dei prodotti. Da allora ci
è rimasta questa buona abitudine».
Fondamentale, per tutte le comunità-famiglia, forse, è la convinzione
che quello della condivisione sia un percorso necessario per il futuro
di un’umanità solidale, interdipendente e corresponsabile.
BOX 1
Comunità Villapizzone, Milano
Fondata a Milano da Enrica e Bruno Volpi negli anni Settanta, è una
grande cascina in cui vivono in «condominio solidale» una sessantina
di persone e alcuni gesuiti. Tel 02-3925426 - comvillapizzone@tiscalinet.it
Fraternità Cisv, Torino.
Sono attive tre comunità: a Reaglie, Sassi, Albiano. I primi nuclei
comunitari risalgono agli anni ’60. Tel 011-8981477
- www.cisv.org
Il Forteto, Dicomano nel Mugello,
Firenze
È nato nel 1977 da un gruppo di 30 giovani influenzati dagli ideali di
don Milani. Ora sono un centinaio di persone, tra adulti e ragazzi. Si
occupano dell’accoglienza di minori e hanno un’avviata azienda
agricola.
Tel 055-8448376 - www.ilforteto.it
Comunità Mambre, Busca, Cuneo
Nata nel 1977, si occupa di accoglienza, fede, animazione
socio-culturale e della Scuola di pace. Tel 0171-943407 - mambre@lillinet.org
Comunità Ruah, La Loggia, Torino
Sono quattro famiglie che vivono in una grande cascina in campagna e
condividono momenti di preghiera, semplicità nello stile di vita,
accoglienza, solidarietà e serate di discussione. Tel. 011-9627372
Centro Nuovo Modello di Sviluppo di
Vecchiano di Pisa
La comunità di famiglie fondata nel 1985 da Francesco Gesualdi, allievo
di don Milani. Tel 050-826354
- www.cnms.it
Esiste inoltre una rete di circa 200 nuclei familiari sparsi tra
Lombardia, Piemonte e Toscana in collegamento fra loro, che si
riuniscono periodicamente: è l’Acf, l’associazione comunità
famiglie. www.acf.org.
Rive è la rete che collega una cinquantina di villaggi ecologici
presenti in Italia, tra cui la Comunità degli Elfi, Alcatraz e Damanhur.
Angela Lano
ISLAM - "Incontri" di civiltà
In tempo di tensioni e diffidenze tra
mondo islamico e Occidente,
è bene ricordare i contributi della
cultura araba dei secoli migliori al nostro sviluppo culturale e
scientifico, per scongiurare un paventato «scontro di civiltà».
Chi non ha mai sentito parlare degli hammam, i bagni turchi dove
passare qualche ora prendendosi cura del proprio corpo? Chi non si è
mai tinto i capelli con la henna, un colorante naturale, o non ha mai
acquistato prodotti di bellezza e profumi dalle fragranze orientali? O
cucinato usando spezie, o arredato la propria casa con qualche pezzo
di artigianato orientale? Chi non usa, qualche volta, durante le
conversazioni con gli amici, termini come ramadan, imam, hijab, salam,
shari‘a, jihad?
Ebbene, questo e altro ancora, ormai parte integrante della nostra
quotidianità, si chiama «contaminazione o prestito culturale» e ci
arriva dal mondo arabo-islamico. Proprio da quella realtà composita e
vasta che, in questo periodo storico, a causa della manipolazione dei
media e degli pseudo-esperti da salotto tv, incute paura a molti.
Eppure, nonostante gli sforzi di tanti «seminatori di discordia» e
di sfrontata ignoranza, questo mondo continua a incuriosirci. Nelle
librerie dominano i saggi sull’islam e sui paesi arabi, mentre nelle
scuole molti insegnanti e studenti richiedono corsi di approfondimento
sulla civiltà arabo-islamica.
L’attenzione è forte e a vari livelli. Ma forse sono proprio gli
avvenimenti internazionali degli ultimi anni (attacco alle Twin Towers,
guerre in Afghanistan e Iraq) ad accendere curiosità e interessi su
tematiche che spaziano dalle tradizioni popolari a quelle letterarie e
filosofiche.
L’Europa non è nuova alle «mode islamiche». Molte delle nostre
abitudini consolidate da generazioni (colori preferiti per abiti
estivi o invernali, pratiche igieniche e bellezza come taglio corto
dei capelli per l’uomo e depilazione per la donna), dei nostri cibi,
delle discipline che studiamo (chimica, matematica, algebra, filosofia
greca, medicina, botanica, agronomia, astronomia...), sono giunte a
noi dal medioevo attraverso la colta e raffinata civiltà
arabo-islamica.
«La contrapposizione tra mondo islamico e Occidente - spiega Michele
Vallaro, docente di Lingua e letteratura araba presso l’Università
di Torino - è storia recente, non antica: il vero scontro era tra gli
imperi, non tra i popoli. E oggi, questi ultimi sono accomunati da un
passato di prestiti culturali, linguistici, scientifici e di usanze.
Le abitudini quotidiane dell’Europa dall’viii secolo in poi, per
esempio, furono completamente rivoluzionate da un eclettico artista
iracheno, trasferitosi nella Spagna musulmana: Ziryab. Egli infatti
introdusse l’uso della forchetta, l’ordine delle portate a tavola,
creò mode nell’abbigliamento che si diffusero rapidamente divenendo
patrimonio di tanti paesi».
L’occupazione araba della Spagna, durata 8 secoli, ha lasciato una
grande eredità scientifica e culturale. Taluni storici considerano la
Spagna islamica come il più importante centro culturale del mondo di
quei tempi. L’attività intellettuale è il tratto dominante dell’élite
andalusa: musica, poesia, giochi di spirito, amore per le scienze, per
i libri e la pratica religiosa, avevano molto spazio.
Dai colti e raffinati arabi dell’Andalusia medioevale giungevano in
Europa mode, innovazioni tecnologiche e scientifiche, opere
letterarie. Anche gli studi filosofici hanno beneficiato
dell’apporto islamico: i commentari in lingua araba di Averroè (Ibn
Rushd) alle opere di Aristotele furono tradotti in latino e in ebraico
ed esercitarono un grande influsso sul pensiero cristiano
nell’Europa medioevale. Le «influenze arabe» nella Divina Commedia
di Dante Alighieri sono oggi ampiamente riconosciute.
L’introduzione delle cifre arabe (notazione posizionale) e la
risoluzione delle equazioni di 3° grado, si devono ai viaggi che
Leonardo Fibonacci da Pisa, vissuto nel xii secolo, fece nel mondo
arabo.
Agli arabi si devono anche importanti innovazioni in materia
urbanistica, come la creazione del sistema fognario, bagni pubblici,
costruzione di vie di comunicazione; l’introduzione della «noria»
in agricoltura permise una miglior irrigazione dei campi e la
coltivazione di piante come l’albicocco, melanzana, carciofo,
asparago, riso, canna da zucchero, fino ad allora sconosciute.
La stessa lingua araba, nel medioevo, era considerata lo strumento
della comunicazione scientifica internazionale. Essa era sinonimo di
raffinatezza ed erudizione, e veniva utilizzata sia dai musulmani che
dai cristiani ed ebrei che vivevano in paesi sotto dominio islamico.
Quanto alle moschee erano luoghi frequentati non solo per pregare, ma
anche per riunioni e attività educative e culturali.
Vediamo alcuni ambiti specifici.
Filosofia
Durante il periodo della conquista araba in Spagna furono tradotti in
arabo, per la prima volta, le opere dei filosofi greci: a seguito di
questo grande lavoro si sviluppò un notevole interesse per la
filosofia, nonostante l’avversione delle autorità religiose
islamiche.
Tra le figure di spicco del mondo della cultura, Ibn Rushd, passato
alla storia occidentale con il nome di Averroè, medico e filosofo
arabo nella Cordova del xii secolo (1126-1198), esercitò un’enorme
influenza sia sul pensiero cristiano e filosofico dell’Europa
medievale sia su quello islamico, grazie alle traduzioni delle opere
di Aristotele, a loro volta tradotte in latino e in ebraico.
La storia di Averroè è stata narrata nel film Il destino, del
regista Youssef Chahine, premiata al Festival di Cannes nel 1997.
«Come aveva fatto per le altre discipline, anche in campo filosofico
la civiltà islamica si era impegnata in una grandiosa opera di
recupero: il crollo dell’impero romano aveva lasciato sussistere ben
poco del pensiero classico e l’Occidente del primo medioevo
conosceva appena i nomi dei grandi filosofi greci. In Oriente, al
contrario, il movimento di traduzione dal greco all’arabo (per lo più
per intermediario del siriaco) aveva salvaguardato un ingente
patrimonio intellettuale, che era andato ad arricchire la cultura
araba e a fornirle un ulteriore motivo di attrazione su quella
europea.
In questo campo, tuttavia, a differenza di quanto era avvenuto per la
cultura materiale o le varie scienze, i rapporti tra islam e Occidente
dovevano creare molti problemi e difficoltà: il pensiero filosofico,
infatti, era difficilmente separabile nel medioevo da quello
religioso.
Tuttavia, se si vuole combattere un avversario, lo si deve, per quanto
poco, conoscere; nasce così l’esigenza di studiare e approfondire
le idee altrui: in questo modo, quasi inavvertitamente all’inizio,
l’Europa incomincia poco a poco a rendersi conto di quanto possa
ricavare dal pensiero musulmano. Il patrimonio più propriamente e
originariamente islamico viene pur sempre rifiutato, è vero, ma non
si deve ignorare ciò che in questo patrimonio è rappresentato dalla
cultura greca rielaborata dai musulmani»1.
In questo modo si scoprono le figure degli studiosi e commentatori di
quella filosofia: al-Kindi, al-Farabi, al-Ghazali, ibn Sina (Avicenna)
e Ibn Rushd (Averroè). Gli ultimi due saranno collocati da Dante
Alighieri tra gli «spiriti magni» del Limbo nella sua Commedia.
Scienze
In campo scientifico e tecnologico innumerevoli furono le innovazioni
introdotte dagli studiosi arabi: matematica, astronomia, astrologia,
medicina, agronomia, botanica e chimica furono oggetto di importanti
«rivoluzioni». I testi prodotti influenzarono a lungo l’Europa, e
giunsero a grandi come Copernico e Galileo.
Harun al-Rashid, califfo della dinastia degli abbasidi (786-813), si
dedicò a portare la cultura nella sua corte e nelle città
dell’impero arabo-islamico, che si estendeva dal Mediterraneo
all’India. La sua opera fu poi proseguita dal figlio al-Mamun, che a
Baghdad fondò un’accademia chiamata Bayt al-Hikma (Casa della
saggezza), dove venivano tradotte le opere filosofiche e scientifiche
greche e studiate materie come algebra, geometria e astronomia.
Inoltre, a lui si deve la costruzione della prima grande biblioteca
dopo quella dei tempi di Alessandria.
In questa stimolante e dotta epoca visse il grande matematico
al-Khwarizmi, che fu tra gli studiosi della Casa della saggezza. Dal
titolo del suo più importante e famoso lavoro, Hisab al-jabr w'al-muqabala,
ci è giunta la parola «algebra»: fu il primo libro sull’argomento
e venne tradotto tre secoli dopo, facendo conoscere all’Occidente la
numerazione araba e lo zero. Da al-Khwarizmi deriva l’italiano «algoritmo».
Tra le altre figure di spicco ricordiamo ‘Abd al-Wafah (997), che
sviluppò la trigonometria, la geometria della sfera e scoprì le
variazioni del moto lunare; Omar Khayyam (1123), grande matematico
(risolse le equazioni di 3° e 4° grado) e rinomato poeta; al-Battani,
che quantificò la durata dell’anno solare e misurò la
circonferenza della terra.
E ancora: Ibn al-Haytham (1039), pioniere dell’ottica: il suo
Thesaurus opticus fu copiato da Ruggero Bacone, Leonardo da Vinci,
Keplero e tanti altri; Gabir ibn Hayyan (813), figura di passaggio tra
l’alchimia e la chimica; Abu Bakr al-Razi (935) classificò le
sostanze chimiche nelle categorie minerali, animali e vegetali;
al-Maghriti (1007) dimostrò il «principio di conservazione chimica
della massa», di cui Lavoisier, molti secoli dopo, se ne aggiudicò
il merito.
Il contributo scientifico dei musulmani si estese anche in campo
botanico, zoologico, storico, archeologico, geografico, astronomico,
artistico, architettonico, calligrafico, musicale, urbanistico, delle
scienze naturali e sociali.
Biblioteche e
amore per i libri
Dai cinesi i musulmani appresero la tecnica della fabbricazione della
carta; poi la trasformarono in industria. Già nell’800 essa era
molto diffusa nella comunicazione scritta e veniva utilizzata dai
bottegai per avvolgere gli alimenti.
I libri venivano trascritti dai «copiatori» o warraqin: le loro
edicole ante litteram erano sparse qua e là nelle città. Per ciò
che concerne le librerie, a fine 800 Baghdad ne aveva oltre 100: le
principali erano veri e propri centri culturali, frequentati dalle élite
colte dell’epoca!
Quanto a biblioteche ne sorgevano tante: nel 1200, sempre a Baghdad,
ce n’erano 36 pubbliche e altre private. Al Cairo, la Khinzana
al-Kutub vantava oltre 1 milione e 600 mila manoscritti, quella di
Cordova 40 mila, mentre la vaticana ne racchiudeva un migliaio.
Insieme ai libri e biblioteche troviamo sistemi di classificazione e
consultazione, enciclopedie, glossari, ecc.
A chi obietta che tutto ciò era patrimonio di una minoranza di ricchi
intellettuali, ricordiamo che scuole e università erano invece molto
diffuse. L’università al-Azhar del Cairo venne fondata nel 970: è
la più vecchia del mondo.
Medicina
Con i musulmani la medicina raggiunse alti livelli e gli ospedali
furono una realtà diffusa ovunque e accessibile a tutte le classi
sociali. Il primo, destinato ai lebbrosi, venne edificato a Damasco
nel 707: le «fatture» venivano pagate dal califfo. In seguito
Baghdad arrivò a vantare una sessantina di nosocomi.
Tra i più grandi medici arabi ricordiamo ar-Razi (925), che istituì
la specializzazione dell’ostetricia e diede la prima descrizione
scientifica di vaiolo e morbillo; al-Zahrah (939), che compilò un
trattato di chirurgia, divenuto famoso, in cui spiegava come
effettuare varie operazioni e descriveva numerosi strumenti
chirurgici. Egli si occupò anche di odontoiatria e di «estetica
odontoiatrica», correggendo irregolarità dentali.
Ibn Sina (Avicenna 980-1037) è conosciuto in tutto il mondo grazie
alle sue opere scientifiche: il Qanun fi at-Tibb (Canone di medicina)
è il testo più noto e utilizzato fino al xvi secolo: sono illustrati
760 rimedi medico-farmacologici. Venne tradotto in latino da Gherardo
da Cremona nel xii secolo e rappresentò per secoli la maggiore guida
medica.
Ibn Nafis (1288) ebbe il merito di definire con precisione il
meccanismo della circolazione sanguigna, ma nei manuali di medicina
tale scoperta venne attribuita, nel 1628, all’inglese Harvey.
Agli arabi si deve, inoltre, la costruzione dei primi ospedali
psichiatrici: quello del Cairo risale all’872. Anche in campo
farmaceutico erano molto preparati. Inoltre, i sufi, i mistici
dell’islam, erano molto ferrati nelle cure psichiatriche e
psicologiche e si avvalevano di metodi «moderni».
Vita quotidiana
La vita quotidiana del bacino mediterraneo fu rivoluzionata da
innovazioni e sperimentazioni in moltissimi ambiti. La società urbana
fu strutturata in modo da rendere la vita di tutti i giorni più
confortevole: nelle città gli arabo-islamici crearono il sistema
fognario, migliorarono le condizioni igieniche, edificando bagni
pubblici e hammam, questi ultimi oggi di nuovo molto noti nelle nostre
città. Svilupparono le vie di comunicazione, grazie a grandi strade
commerciali.
In tema di rapporti sociali, l’etichetta era molto apprezzata: a
tavola si mangiava con le posate, introdotte dalla Spagna musulmana, e
il cibo era tagliato a piccoli pezzi; aglio e cipolla non erano molto
apprezzati, perché producevano odori sgradevoli e imbarazzanti; era
considerato riprovevole portare le dita alla bocca per eliminare i
residui di alimenti presenti nei denti.
La pulizia personale era molto accurata: ci si lavava quotidianamente
facendo largo uso di profumi; gli uomini si radevano e le donne si
depilavano. L’abbigliamento era ricercato e all’«ultima moda».
L’eclettico
Ziryab
Un personaggio in particolare merita attenzione in fatto di novità:
‘Abul Hasan Ali ibn Nafi, popolarmente noto come Ziryab. Musicista,
cantante, poeta, di origini irachene, ma residente in Spagna, fondò
una scuola di musica, innovando l’arte musicale dell’epoca, inventò
il liuto a 5 corde; introdusse l’uso del dentifricio, deodoranti per
le ascelle, nuovi look per i capelli e la rasatura per gli uomini;
diede vita a una sorta di istituti di bellezza, dove s’imparava
l’arte dell’acconciatura, dell’estetica e della moda stagionale.
Ebbe un ruolo determinante anche nella diffusione tra gli andalusi del
consumo di vino, che, a causa del grande successo popolare, venne
dichiarato «lecito», nonostante la proibizione del Corano.
Nell’Andalusia musulmana come nella Sicilia fatimide, le abitudini
arabo-islamiche si diffusero rapidamente. Vennero erette moschee, i
cui minareti, successivamente, forse influenzarono architettonicamente
i nostri campanili.
Quanto alle abitazioni, esse venivano costruite con criteri
arabeggianti: ampi spazi, prevalente utilizzo del colore bianco,
cortili e porticati interni dalle pareti rivestite di azulejos
(piastrelle colorate di azzurro), abbelliti con fontane e piante.
«Nel 1919 un sacerdote spagnolo, Miguel Asín-Palacios, dotto
islamista e docente all’Università di Madrid, pubblicò i risultati
di una sua lunga ricerca: La escatologia musulmana en la Divina
Comedia. In sintesi, lavorando su testi arabi fino ad allora quasi
sconosciuti in Occidente, Asín-Palacios rilevò la somiglianza tra
numerosi elementi simbolici presenti nella Commedia dantesca e certi
racconti arabi sull’aldilà, in particolare quello del miraj,
l’ascensione al cielo di Maometto. Arrivò addirittura ad affermare
che lo spirito stesso della Commedia è di ispirazione musulmana»2.
«Nella tradizione culturale dei paesi islamici era particolarmente
diffuso, in varie versioni, il Kitab al-Mi'rag, racconto del viaggio
ultraterreno del profeta; diffusione testimoniata dalle numerose
miniature persiane e turche su tale viaggio. Solo nel 1949 lo studioso
italiano Enrico Cerulli pubblicava nella Biblioteca Apostolica
Vaticana per la prima volta l’edizione nei testi francesi e latino
del Libro della scala di Maometto, che alla corte del re Alfonso x il
Savio fu dapprima tradotto in castigliano dal medico ebreo Abraham e
in seguito ritradotto in francese e latino dal notaio senese
Bonaventura (maggio del 1264). A Firenze la traduzione di Bonaventura
giunse forse tramite Brunetto Latini, che era stato per un certo
periodo ambasciatore alla corte di Alfonso x. Pare infatti che,
recentemente, sia stato scoperto che il titolo si trovi menzionato in
una lista di libri formanti la sua biblioteca.
La traduzione dal latino in italiano del Liber scalae Machomethi
avvenne solo molto più tardi, alla fine del xx secolo, essendo sorto
da noi un interesse alla cultura islamica, interesse suscitato dagli
immigrati provenienti dai paesi di cultura e religione islamica»3.
note
1 - Da: Maometto in Europa, Ed. Mondadori 1982
2 - Da: www.airesis.net/IlGiardinoDeiMagi/Giardino% 201/
GiordanoBerti1.htm
3- Da: www.dismec.unige.it/testi/cosmo/poeta.htm
4 - Da: www.arab.it
Bibliografia
G. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine, Paideia 1972
Maometto in Europa, Mondadori 1982
Europa islamica, Ist. geografico De Agostini, Cde 1991-2000
Il libro della Scala di Maometto, Se 1991
Avicenna, Il poema della Medicina, S. Zamorani editore 1996
Stefano Allievi, Islam italiano, Einaudi 2003
BOX 1
Scontro
di civiltà
Intervista a Paolo Branca,
docente di lingua araba alla cattolica di milano
- Angela Lano
Marzo - 2005
DOSSIER NUOVI ITALIANI
Alcuni dati dall'annuario della Caritas e bibliografia generale
Le religioni
• Gli immigrati sono:
- di fede cristiana per il 49,5%
- islamici per il 33%.
Le nazionalità
• Le nazionalità più rappresentate: Romania, Marocco, Albania,
ciascuno con circa 230 /240 mila soggiornanti registrati.
• Al quarto posto balza l’Ucraina (113.000) e quinta è la Cina
(100.000).
• Tra le 70 mila e 60 mila presenze oscillano Filippine, Polonia e
Tunisia.
• Con 40 mila presenze: Stati Uniti, Senegal, India, Perù, Ecuador,
Serbia, Egitto, Sri Lanka.
• In tutto, le nazionalità presenti in Italia sono 191.
Quanti sono
• Sono 2,6 milioni gli stranieri in Italia.
• La Lombardia è prima per numero di immigrati; Emilia Romagna la
regione con più bambini stranieri.
• Sono 400 mila i minori, in aumento al ritmo di 60 mila l’anno: 35
mila nuovi nati e 25 mila ingressi.
• Ha connotati euro-mediterranei l’immigrazione in Italia.
Infatti, è europea quasi la metà degli immigrati in Italia:
- 47,9%, ma solo il 7% è costituito da cittadini comunitari,
- presenza africana: 23,5%
- presenza asiatica: 16,8%
- presenza americana: 11,5%.
Le rimesse
• L’immigrazione resta «la banca dei poveri»: nel 2003 le rimesse
nei paesi di origine sono ammontate a 93 miliardi di dollari, cifra
superiore agli investimenti delle aziende e agli aiuti governativi per
lo sviluppo.
(fonte: Banca San Paolo)
Le scuole
• Nel 2003-2004 sono stati 282.683 gli alunni immigrati presenti nelle
scuole italiane.
• Sono 50 mila in più rispetto all’anno precedente. Nel 2011-12 si
pensa saranno circa 600 mila.
• Le città con il maggior numero di studenti immigrati sono Milano,
Roma e Torino.
• Presenze di alunni stranieri nelle scuole:
Albania: 49.965
Marocco: 42.126
Romania: 27.627
Cina: 15.610
Ecuador: 10.674
• Scuole frequentate
(in percentuale):
- infanzia: 19,4
- primaria: 40,8
- medie: 23,9
- superiori: 15,9.
La percentuale di minori che frequentano le scuole superiori è ancora
ridotta. Gli africani scelgono le scuole professionali; gli americani e
gli europei non comunitari, le scuole tecniche.
• Nel 2003 si sono laureati 2.794 studenti stranieri.
Bibliografia
"Una scuola in comune", a cura di Graziella Giovannini e Luca
Queirolo Palmas, edizioni Fondazione Agnelli, Torino 2002;
"La pelle giusta", Paola Tabet, edizioni Einaudi, Torino 1997;
"Seconde generazioni", a cura di Maurizio Ambrosini e Stefano
Molina, edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 2004;
Dossier statistico Caritas, Roma 2004;
"La fatica di integrarsi", Maurizio Ambrosini, edizioni Il
Mulino, Bologna 2001;
"Verso un'educazione interculturale", a cura di Laura Operti e
Laura Cometti, edizioni Bollati Boringhieri, Torino 1992;
"Cultura araba e società multietnica", a cura di Laura Operti,
Irrsae Piemonte-Bollati Boringhieri, Torino, 1998;
"Il sistema scolastico in prospettiva interculturale", Angelo
Negrini, Emi editrice, Bologna 1998;
"Animo da guerriero", Daniela Palumbo, edizioni Paoline,
Milano 1999;
"Khaleb, piccolo amico arabo", Daniela Palumbo, edizioni
Paoline, Milano 1999;
"Lexico minimo - vocabolario interculturale illustrato", Emi
editrice, Bologna;
"Voci di donna in un hammam", Angela Lano, Emi editrice,
Bologna 2002;
"Dall'integrazione all'intercultura", Davide Rigallo e
Simonetta Sulis, editrice L'Harmattan Italia, Torino 2003;
"Gli immigrati in Italia", Roberto Magni, Edizioni Lavoro,
Roma 1995;
"La dignità dell'emigrare", a cura di Lucia Bianco e Carmine
Lanni, Ega editrice, Torino 2000;
"Pantanella. Un canto lungo la strada", Mohsen Melliti,
edizioni Lavoro, Roma, 1992;
"Islam e stato italiano", a cura di Elvio Arancio, Gabriele
Mandel, Roberto Hamza Piccardo, edizioni Cerriglio, Torino 2003;
"I diritti di chi non ha diritti. Migrazioni di ieri e di
oggi", a cura di Ada Lonni, Edizioni dell'Orso, Alessandria 1995;
"Sogni di realtà: Alma Lavoro. Percorsi di pari opportunità.
Esperienze di inserimento lavorativo qualificato di donne
immigrate", a cura dell'Associazione Alma Terra, Torino 2004;
"Neanche nei nostri sogni più folli: storia di un percorso di pari
opportunità. Migranti impiegate in banca", a cura di Maria
Viarengo e Ferzaneh Gavahi, Associazione Alma Terra, Torino 2004.
Fotografie
Tutte le fotografie di questo dossier sono di Michele D’Ottavio,
eccetto quelle delle pagine 28 (archivio), 37 (Pagliassotti) e 40-41 (Pagliassotti).
- Angela Lano
DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Mi fermano... solo perché sono nero..."
L’Italia è il suo paese. Fin dalla
nascita.
Tutto bene, quindi? Quasi...
John è un adolescente italo-africano. Non vuole raccontare
esattamente da che paese proviene. Anzi, diciamo che gli dà fastidio
che gli si domandi l’origine, quasi si mettesse in dubbio la sua
attuale «italianità».
Parla in fretta, in un italiano perfetto e senza particolari
inflessioni. Ha i capelli legati in una cascata di piccole treccine
tenute ferme da elastici colorati, e un bel viso scuro con grandi occhi
neri.
Orecchini piccoli al naso e ai lobi delle orecchie, jeans, maglietta e
scarpe all’ultima moda, cammina in mezzo a un gruppetto di compagne di
scuola, in un istituto per il turismo di Torino. Più che delle amiche
sembrano le sue fan: per tutta la chiacchierata non smettono di girargli
attorno.
Sei nato in Italia o ci sei arrivato da
bambino?
«Qui, sono nato qui».
Quando?
«Sedici anni fa».
I tuoi di dove sono?
«Africa».
È un continente...
«Già, e grande anche... I miei fratelli, no».
No, cosa?
«Non sono nati qui: sono più grandi. Ma è la stessa cosa: quando
cresci, vai a scuola in un paese, vai in oratorio, hai gli amici, esci,
sei come tutti gli altri».
Uguale.
«Eh sì, è un nonsense parlarne, perché non mi sono mai nemmeno posto
il problema, a dir il vero».
Mai avuto questioni con i compagni?
«Perché avrei dovuto? Sono nato in Italia e non riesco a immaginarmi,
per il momento, in un altro posto. Magari un giorno mi piacerebbe andare
all’estero a fare nuove esperienze, a lavorare. I miei studi sono
rivolti a quello: a viaggiare. Almeno spero. Però l’Italia è il mio
paese».
Quindi, tutto ok?
«Sì... il casino è quando mi fermano per i controlli».
Ti fermano?
«La polizia, per routine... magari bazzico ai Murazzi (lungo Po
torinese, dove, oltre ai tanti locali alla moda e di divertimento
giovanile, circolano droghe, ndr), ma non per farmi, no, quello non mi
garba, ma per incontrare amici, andare a ballare... Insomma, mi fermano
solo perché sono nero e dò l’impressione dell’immigrato».
Ti dà noia?
Si rabbuia un po’. «E come no? Certo. Mi sento mortificato. È come
se mi si dicesse che non faccio parte di questo paese, che invece è il
mio».
I tuoi che lavoro fanno?
«Papà è laureato in ingegneria ma ha messo su una ditta di
import-export, ed è spesso giù».
Giù...
«In Africa».
Già, il continente senza stati...
Ride e prosegue. «La mamma una volta era maestra, ma ha aperto un
negozio».
Vai d’accordo con loro?
«Li amo e li rispetto, ma litighiamo spesso: non vogliono che esca la
sera, che vada in giro in certi quartieri. Hanno paura della droga,
della delinquenza. Dicono che al loro paese non ce n’è come qua. Ma
che ci posso fare? Rimanere bloccato in casa?».
Musulmani?
«Cristiani e praticanti, i miei. Beh, io sono andato in oratorio e
negli scout fino alle medie».
Sei bravo a scuola?
«Media del sette e mezzo - otto. Mi piace studiare, leggere di tutto. E
guardare Mtv».
Quali sono i tuoi sogni futuri?
Viaggiare?
«Sì. Mettere su un’agenzia di viaggi, magari».
La propensione familiare per il business
c’è, non dovrebbe esserti difficile. Mi sembri molto in gamba e
simpatico.
«Grazie. I giornalisti invece fanno un sacco di domande...».
È una carriera che ti attira?
«Uhm, leggendo cosa scrivono degli immigrati in Italia, preferirei
evitare». •
- Angela Lano

DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Sì, potrei sposare un'italiana"
Difficoltà linguistiche e culturali,
lavori soltanto con connazionali: quella cinese è una comunità molto
chiusa. Eppure i cinesi di seconda generazione stanno smarcandosi dalla
tradizione. Lizao ne è un esempio.
Lizao lavora in un ristorante cinese di Avigliana, in provincia
di Torino: serve ai tavoli e prende le ordinazioni dei clienti. Ciuffo
colorato di biondo su un caschetto castano, faccia simpatica e italiano
fluente, accetta volentieri di rispondere a qualche domanda sulla sua
vita di immigrato di «seconda generazione». Mentre i suoi
colleghi-parenti lo osservano con un'espressione di curiosità mista a
perplessità, il ventunenne cinese di Zhejiang (regione tra Shanghai e
Pechino) racconta di quanto gli piaccia vivere in Italia e di come abbia
imparato una lingua «così difficile» come la nostra, a scuola, dieci
anni fa.
«Sono arrivato in Italia con la mia famiglia, nel ’93. Avevo undici
anni e sono stato inserito in quarta elementare. Non capivo nulla: i
suoni dell'italiano erano così diversi da quelli del cinese! Alla fine
qualcosa è scattato e ho iniziato a comunicare. Ricordo le insegnanti,
bravissime e accoglienti. Hanno messo tutto il loro impegno
nell'aiutarmi ad inserirmi bene in classe. Era una scuola di San
Salvario (un quartiere multietnico di Torino, ndr)».
Dopo le scuole dell'obbligo ha
continuato gli studi?
«Mi sono iscritto in prima superiore: istituto professionale di costume
e moda. Andavo bene e mi piaceva studiare, ma ho dovuto smettere per
iniziare a lavorare: avevo già un posto che mi aspettava. Un
ristorante. Ma non mi sono fermato lì: ho cambiato sia locale sia città.
Questo ristorante è di altri miei parenti».
Lavorate sempre tra di voi. Ma questo
non vi aiuta ad integrarvi con la società italiana...
«È vero. Ma ci sono varie motivazioni alla base della nostra scelta.
Prima di tutto, le difficoltà linguistiche. Lavorare tra di noi
permette di comunicare senza problemi. Poi, non è facile che un
imprenditore italiano ci offra un posto di lavoro: c'è ancora molta
diffidenza nei nostri confronti, anche se siamo grandi lavoratori. Mio
zio, ad esempio, è stato assunto in un'azienda italiana e il suo
titolare è molto soddisfatto di lui».
Terzo?
«Appena qualcuno di noi riesce a mettere del denaro da parte, apre un
nuovo ristorante e crea opportunità di lavoro per parenti e conoscenti.
Dunque, è più facile trovare un'occupazione all'interno della nostra
comunità di quanto non lo sia all'esterno. E così rimaniamo tutti
“in famiglia”. In questo modo, ovviamente, non siamo stimolati ad
imparare l’italiano».
Nei suoi progetti futuri è previsto un
ritorno in Cina?
Spero di andarci nelle prossime vacanze: non ci sono più tornato da
quando ero bambino. Ma a viverci, no. Sono passati troppi anni e io sono
cresciuto qui.
Non credo che troverei più a mio agio: il mio paese è sicuramente
cambiato rispetto a quando l’ho lasciato. Può darsi che, da vecchio,
deciderò di farvi ritorno per essere seppellito lì, nella mia terra.
Ora però penso di stare qui, a lavorare. L’Italia mi piace molto».
Questo significa che metterà su
famiglia qui?
«Credo proprio di sì».
Con un’italiana o con una cinese?
«Non so: per me è uguale. Per i miei genitori no: sono all’antica e
vorrebbero che sposassi una connazionale. Quando si presenterà il
problema ci penserò». •
DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Non tornerei in Marocco"
La cultura di provenienza è una
ricchezza enorme. Ma - spiegano le due ragazze islamiche - «il nostro
paese ora è l’Italia».
Fatima e Sarah, due ragazze marocchine, sono sedute ai tavolini
di un bar di un grande albergo che ospita il festival islamico di
al-Aqsa, una ricorrenza annuale per raccogliere fondi da mandare a
orfani e vedove in Palestina. Sorseggiano del caffè mentre sembrano
immerse in una fitta conversazione.
Vivono in Italia da tanti anni: universitaria la prima, liceale la
seconda, hijab intorno al capo, entrambe fanno parte del direttivo del
Gmi, Giovani musulmani italiani.
Stanno discutendo di integrazione e di conflitti familiari.
L’argomento è interessante ...
Fatima, come ti percepisci, italiana,
marocchina, tutte e due le cose?
«Mi sento di appartenere sia a questa cultura sia alla mia. Sono
cresciuta qui, tra i miei amici italiani. Mi sento alla pari con loro.
Il primo giorno di frequenza all’università, i miei compagni mi hanno
osservata con interesse ma senza diffidenza. Considerata la situazione
internazionale, mi sarei aspettata un atteggiamento negativo. Invece è
andato tutto bene e abbiamo fatto subito amicizia. Studiamo insieme in
biblioteca o in aula. Amo questo paese ma non mi sembra una
contraddizione indossare l’hijab, come richiede la mia religione.
Credo che ciò che non si riesce a capire è che noi siamo italiani a
tutti gli effetti: la cultura di provenienza è un’enorme ricchezza.
Noi giovani musulmani costituiamo un ponte tra le culture. Molti aspetti
legati alle tradizioni di provenienza possono essere abbandonati, i
principi della fede, no. Tutti noi siamo di fronte a una sperimentazione
di un islam italiano.
Uso il velo dall’età della pubertà: è stata una scelta serena, i
miei genitori non me l’hanno imposto. Nessuno può obbligare qualcun
altro a usarlo. E non ritengo giusto giudicare chi, pur praticante,
decide di non indossarlo».
E in famiglia, come vanno le relazioni
tra le generazioni?
Sarah: «Esistono tanti tipi di
famiglie, sia quelle legate alle tradizioni sia quelle che si oppongono
se i figli vogliono seguirle, qui in Italia. Ci sono anche i giovani che
non hanno ricevuto alcun approccio religioso. D’altro canto, si
trovano anche genitori che addirittura vietano ciò che l’islam non
vieta: la libertà di movimento e di relazione umana con altre persone.
Per esempio, non lasciano uscire di casa le ragazze, le discriminano
proibendo loro l’accesso allo studio. I miei genitori sono religiosi
praticanti ma non tradizionalisti: mi lasciano uscire fino a tardi con
le mie amiche, studiare e pensare al mio futuro. Quelli più
tradizionalisti e duri sono in disaccordo con i figli e in casa ci sono
gravi conflitti. Sono intransigenti e poi neanche sanno che fanno e dove
vanno i ragazzi una volta usciti. Ci vuole fiducia e apertura mentale».
Fatima: «Abbiamo una doppia identità: a casa, in genere, si parla
arabo, fuori, italiano. Pensiamo anche in italiano. Certe volte abbiamo
paura che il nostro sentirci italiani possa offendere i nostri genitori,
come se avessimo dimenticato le nostre radici e le nostre tradizioni».
Il mito del ritorno in patria dei padri
è ancora condiviso dai figli, secondo voi?
Fatima: «I miei genitori sanno
che io non tornerei in Marocco con loro, nonostante sia nei loro
programmi. E lo accettano. Ma non è così per tutti i ragazzi: spesso
si creano dei “giochi di ruolo”, due identità. In casa sono in un
modo, fuori in un altro. E ciò porta a una situazione di disagio, anche
a livello psicologico: si è scissi in due in contesti importanti per la
propria vita. Non si è se stessi. Ecco, l’islam ci aiuta a trovare la
strada e la serenità». •
- Angela Lano
Marzo - 2005
DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Stiamo tornando indietro"
I problemi - spiega il sindacalista di
origini iraniane - riguardano soprattutto gli immigrati da paesi
islamici. Il domani? Dipende da...
Mohammed Reza Kiavar è un sindacalista di origini iraniane che
dagli anni Settanta vive in Italia, dove era arrivato per frequentare la
facoltà di architettura. È sposato con una giornalista torinese, ha
una bimba di sette anni e lavora alla Cisl, dove si occupa delle
tematiche dell’immigrazione.
Come stanno attualmente i figli dei
nostri concittadini immigrati?
«Le seconde generazioni sono in crisi. Lo sono soprattutto quelle
provenienti da paesi islamici. Non è per tutte così, ovviamente:
dipende dalle famiglie e dal contesto culturale. Quando i genitori non
hanno i mezzi adeguati per bilanciare l’educazione domestica con
quella che i loro figli inevitabilmente ricevono fuori, esplodono i
conflitti e le sofferenze. I ragazzi si ritrovano con una doppia
identificazione culturale: hanno studiato qui e si sentono vicini alle
esigenze dei loro compagni e amici, ma in famiglia si pretende che
rispettino le tradizioni d’origine. Per i padri è forse l’unico
strumento per farsi valere in un contesto che considerano privo di
rispetto per le figure genitoriali. I maschi sono lasciati un po’ più
liberi, ma è sulle femmine che avviene la pressione maggiore: devono
vestire in un certo modo, hanno limitazioni nelle libertà, ecc. Spesso
escono di casa con l’hijab e la jellaba, e una volta arrivate a scuola
si levano via tutto per rimanere in jeans e magliette corte».
E i latinoamericani?
«Stanno molto meglio: le differenze culturali e religiose sono poche.
Diciamo che vivono crisi diverse: accusano i loro genitori di essere un
po’ arretrati rispetto ai mezzi della vita moderna e consumistica
italiana, ma non ci sono conflitti laceranti tra scelte opposte e
inconciliabili, come spesso accade per i musulmani.
Per gli immigrati dall’Est europeo non si può parlare ancora di
seconda generazione, trattandosi di un’immigrazione molto recente.
Comunque, i ragazzi provenienti da queste regioni sono quelli che si
integrano più facilmente.
Possiamo in effetti dedurre che, dove agiscono religioni e culture molto
diverse da quelle del paese ospite, allorché mancano gli strumenti o la
volontà per ridurre le distanze, i conflitti familiari e sociali
aumentano. Tra le famiglie islamiche chi, pur senza rinnegare la propria
cultura, ha rinunciato ad alcune tradizioni che ostacolerebbero una
buona integrazione, è riuscito a risparmiare ai propri figli tensioni,
malessere e crisi di identità. Molto dipende dalla preparazione dei
genitori e dalla loro disponibilità a ridiscutere abitudini secolari e
consolidate».
Quali potranno essere le prospettive
future?
«Se le seconde generazioni sono e saranno attraversate da crisi, la
situazione migliorerà per le terze... sempre che i figli degli italiani
di oggi non diventino razzisti e xenofobi domani. E dalle attuali
premesse politiche, sociali e culturali, tutto fa pensare al peggio:
siamo in piena regressione. Stiamo tornando indietro di anni e anni. E
questo è molto preoccupante». •
- Angela Lano
Marzo - 2005
DOSSIER NUOVI ITALIANI
Tutti i colori del mondo
Sono cinesi, peruviani, rumeni,
maghrebini, mediorientali, africani, filippini. Le aule italiane sono
sempre più colorate. I problemi aumentano, ma anche le speranze per un
futuro veramente multietnico e dunque più ricco.
Torino, quartiere San Paolo. Il vecchio borgo operaio è ora
diventato un rione ad alta densità di immigrati inseriti nel mondo del
lavoro. L’epoca è diversa e anche le speranze: allora la città era
in pieno boom economico, ora è in espansione edilizia e recita un
copione di falso benessere truccando la propria immagine con mille nuovi
cantieri, spot e cartelli pubblicitari a cui nessuno più crede.
Il San Paolo era un quartiere proletario socialmente attivo, e tale è
rimasto: i nuovi proletari sono adesso gli immigrati da un «meridione»
ancora più a sud. Gente che sgobba dalla mattina alla sera e che vuole
costruirsi un futuro migliore di quello lasciato in patria (ammesso che
le strette e spesso inumane maglie della legge Bossi-Fini, glielo
permettano).
Sono peruviani, rumeni, maghrebini, mediorientali, africani subsahariani,
filippini, cinesi ecc. Molte le giovani coppie, con figli che
frequentano le scuole del quartiere.
NELLA SCUOLA NASCE L’ITALIA
MULTIETNICA
Elementare Santorre di Santarosa: 102 bambini stranieri su un totale di
circa 600 in età fra i 6 e gli 11 anni. In ogni classe ci sono dai 5 ai
12 piccoli immigrati su una media di 24 alunni.
Una scuola pilota nell’ambito dell’intercultura, con un «collettivo
di docenti» motivato e attento alle esigenze dei vecchi e nuovi alunni,
che ha saputo trasformare l’emergenza scolastica quotidiana in un
esperimento di inserimento ben riuscito.
Il primo programma di Integrazione linguistica e culturale degli alunni
stranieri è nato nel 2000. Le insegnanti della scuola elementare si
erano confrontate con i colleghi della media vicina e avevano compreso
di avere gli stessi problemi di inserimento scolastico: ragazzini che
arrivavano dai paesi d’origine a metà anno, senza alcuna competenza
nella nostra lingua, con tradizioni e abitudini completamente diverse
che davano adito a incomprensioni e a difficoltà relazionali.
Era nato così un «progetto in rete», finanziato dalla circoscrizione,
che prevedeva la presenza di mediatori che lavoravano in entrambe le
strutture.
Negli anni successivi il progetto è stato inserito all’interno dei
finanziamenti statali («per scuole ad alto flusso di immigrati») e
regionali («inserimento stranieri e prevenzione del disagio scolastico»).
Le difficoltà avvertite dalle maestre erano causate anche dalle
differenze culturali che agivano nella quotidianità, dalla mancanza di
conoscenza di usi e costumi dei paesi di provenienza dei giovani scolari
e delle regole educative in cui erano cresciuti.
«L’esperienza è iniziata con i cinesi - racconta Fernanda Torsello,
insegnante e responsabile del progetto interculturale di “Integrazione
linguistica e culturale degli alunni stranieri” -. Erano i figli dei
ristoratori. Poi, negli anni, sono arrivati i bambini arabi,
latinoamericani, africani, e così via. Il primo boom è stato sei anni
fa: avevamo parecchi maghrebini inseriti nelle prime classi».
«Alcuni mangiavano seduti per terra a gambe incrociate - aggiungono
altre maestre -, com’erano abituati nelle loro case d’origine, dove
i tavolini sono spesso bassi e ci si siede su cuscini o tappeti.
Rifiutavano diversi cibi e c’era il problema di sostituire alcuni
piatti con i pasti alternativi senza insaccati a base di maiale. Ora è
più semplice, anche se le difficoltà continuano, soprattutto quando i
bambini arrivano a metà anno scolastico e sono già grandicelli».
«Ricordo un bimbo russo che, quando mi avvicinavo, alzava le braccia in
segno di difesa - aggiunge un’altra maestra -. Non riuscivo a
comprendere quale fosse il problema, poi ho capito che a scuola, nel suo
paese, lo picchiavano, e che ne era rimasto scioccato».
A fianco degli ostacoli nella comunicazione linguistico-culturale, il
flusso continuo di arrivi e gli inserimenti ad anno scolastico già
avviato costituiscono due fra le principali difficoltà che le scuole
devono affrontare: le lezioni sono iniziate da tempo e le insegnanti
devono trovare il modo per far recuperare ai nuovi scolari il percorso
perduto, e contemporaneamente insegnar loro la lingua italiana. Le
difficoltà sono facilmente intuibili. In particolare, i ragazzini
cinesi e arabi manifestano i problemi maggiori: le loro lingue madri
nulla hanno a che fare con le neolatine, e laddove un rumeno o un
peruviano fa meno fatica a inserirsi, chi arriva dalla Cina, dal Maghreb
o dal Medioriente, stenta di più. O meglio, necessita e richiede un
maggior sforzo personale, la presenza di insegnanti di «sostegno» e di
mediatori.
Un altro aspetto dolente, in certi casi, è quello delle relazioni tra
insegnanti e genitori: i padri lavorano tutto il giorno e le mamme
spesso non parlano italiano. Gli avvisi non vengono letti e i colloqui
sono disertati. Anche se per alcune famiglie è vero proprio il
contrario: la partecipazione è continua e positiva.
Il quadro generale è dunque complesso e, tra un taglio di finanziaria e
l’altro, i fondi per le esigenze scolastiche sono sempre meno.
Tuttavia, l’esperienza di questi anni di progetto, e l’impegno delle
insegnanti, hanno dimostrato che, dopo i primi mesi di difficoltà, i
piccoli immigrati si inseriscono bene e partecipano pienamente alle
attività.
Una peculiarità della scuola Santorre di Santarosa rispetto ad altre,
sia a Torino sia in altre città, è la scelta di avvalersi di mediatori
linguistici italiani ma laureati nelle lingue straniere di appartenenza
dei bambini: è loro convinzione, infatti, che l’integrazione passi
attraverso la piena acquisizione degli strumenti linguistici e culturali
del paese di residenza pur mantenendo legami con le proprie radici. In
quest’ottica, «mediatore» significa «colui che media» tra la
propria cultura e quella dei cittadini immigrati.
Per la mediazione di lingua araba, ad esempio, vengono usate sia le
schede didattiche previste dai programmi ministeriali, con il supporto
di altro materiale linguistico, sia il Lexico minimo, vocabolario
interculturale illustrato, che si avvale di 320 cartoncini con
altrettante parole scritte in arabo, traslitterate e tradotte in
italiano e corredate da disegni. Uno strumento predisposto anche per
altre lingue straniere e molto utile sia per acquisire termini in
italiano sia per mantenerli o apprenderli in quella d’origine.
TRA SCUOLA E FAMIGLIA, TRA
IDENTIFICAZIONE E TRADIZIONE
Se un ragazzino immigrato, ancora in età elementare, si trova a essere
l’unico elemento straniero in una classe, è facile che possa tendere
all’uniformazione, all’identificazione con il resto dei compagni e a
provar disagio e vergogna per tutti quegli aspetti che possono
contribuire a renderlo «diverso»: difficoltà linguistiche proprie o
dei genitori, abbigliamento tradizionale o eccessiva religiosità.
Ne risulta una sorta di rifiuto per tutto ciò che rischia di separarlo
dagli amici, dal gruppo di cui desidera, invece, fare parte.
Nel caso dei bimbi maghrebini, tale malessere talvolta è manifestato
attraverso un’aggressività verbale indirizzata verso i compagni
connazionali, e l’utilizzo in senso spregiativo di espressioni quali
«marocchino» o «arabo».
Se in classe o nella scuola ci sono altri bambini stranieri - o della
sua o di altre culture di appartenenza -, cercherà la solidarietà e
l’amicizia con loro e poi, o contemporaneamente, l’integrazione con
gli altri compagni.
Racconta Nasira, una giovane universitaria marocchina: «Ricordo come
fosse ora il mio primo giorno di scuola: ero vestita di rosso, avevo i
capelli raccolti sulla nuca. In classe c’erano altri stranieri: tre
ragazzini sinti che mi hanno accolto con un bel saluto. (...) Ho sentito
subito quella solidarietà come qualcosa di bello, di familiare. Ero una
di loro. Siamo diventati amici subito ed è stato una sorta di rito di
iniziazione: un’introduzione a un mondo per me totalmente sconosciuto».
I ragazzini di famiglia modesta, con una scarsa preparazione scolastica
e culturale, con limitate competenze linguistiche, hanno una percezione
di sé, e del proprio ambiente, piuttosto inferiore, e tendono quindi a
identificarsi con la società occidentale, nella speranza di cambiare la
propria condizione sociale.
L’atteggiamento muta significativamente, invece, per chi proviene da
famiglie immigrate benestanti e colte: tenderà infatti ad accettare e a
vivere con più serenità sia le tradizioni d’origine (in certi casi,
tuttavia, già molto «occidentalizzate») sia quelle del paese di
residenza.
È motivo di orgoglio, per i ragazzi e per le famiglie stesse, l’uso
di un italiano corretto e fluente e la buona conoscenza della cultura
italiana.
DUE VOLTE STRANIERI: NE' ITALIANI, NE'
ALTRO
Frequente, tra i bambini, è dunque il desiderio di somigliare ai
compagni. Una ragazzetta di quarta elementare arrivata tre anni fa dal
Marocco, ha attraversato alcune fasi contrapposte: l’anno scorso aveva
più volte manifestato il desiderio di «essere come le altre compagne»,
di «essere pienamente italiana» e «non voler essere araba».
Abbigliamento, diario scolastico, gadget, tutto richiamava la moda
infantile diffusa tra le amiche italiane. Anche la lingua araba standard
che, appena giunta in Italia, riusciva a scrivere e a leggere abbastanza
correttamente e con orgoglio, era finita nel dimenticatoio, rimossa,
relegata nell’oblio. È bastato, tuttavia, un periodo di vacanze
estive passate nella sua bella casa con giardino a Marrakech, dove
poteva «giocare fuori fino a notte inoltrata», per risvegliare il suo
senso di appartenenza: «Io sono marocchina - ha infatti affermato
recentemente -, e voglio tornare in Marocco, perché lì è più bello
di qui».
Un altro problema da non sottovalutare è infatti quello dello «sradicamento»:
il sentirsi, cioè, né «italiani né immigrati», senza una buona e
corretta conoscenza della lingua e delle tradizioni del paese in cui si
vive e si cresce, senza più strumenti di comunicazione nella lingua
d’origine e di decodificazione della cultura di appartenenza.
Stranieri in terra d’immigrazione e in patria: forse una tra le
esperienze più destabilizzanti che un bambino straniero possa provare.
In particolare, per i ragazzi arrivati in Italia alla fine
dell’infanzia o all’inizio dell’adolescenza, da soli (cioè senza
genitori ma affidati alle cure di fratelli o cugini più grandi), il
problema dello sradicamento, della incapacità a comunicare con
l’ambiente che li circonda è ancora più forte e ha un peso enorme
sull’auto-percezione e sull’auto-stima. Essi tenderanno infatti a
difendersi con una buona dose di ribellione e di aggressività, di
diffidenza costante nei confronti degli adulti e dei compagni.
Quando trovano, tuttavia, un insegnante, un educatore disposto ad
accoglierli e a seguirli nel loro percorso di inserimento scolastico e
sociale, riescono a recuperare in fretta il divario linguistico e
culturale e a riempire il vuoto che sentono attorno a sé.
Per i bambini cinesi sorgono problemi a più dimensioni: per via dello
stretto legame linguistico e culturale con la famiglia e la comunità a
cui appartengono, si crea in loro una situazione di confusione e di
crisi d’identità. Come tutti i ragazzini, da un lato vorrebbero
essere uguali ai compagni italiani, aver diritto alle stesse opportunità,
dall’altro sentono la pressione sociale del proprio gruppo di
appartenenza e si riconoscono nei valori e nelle tradizioni in cui sono
cresciuti. Finiscono così per assumere una sorta di «identità
costruita», cercando di adeguare le due culture, quella di appartenenza
e quella di arrivo, spesso e volentieri senza alcun sostegno da parte
dei genitori (sprovvisti dei mezzi culturali per aiutarli). Per ciò che
riguarda la lingua, a casa usano il cinese perché i familiari non sono
in grado di capire l’italiano, e a scuola si sforzano di apprendere
quest’ultima.
La relazione tra la lingua e la cultura di partenza e quella di approdo
è decisamente meno complessa per i latinoamericani e per i rumeni.
Julia è una studentessa di origine peruviana iscritta al terzo anno di
un istituto tecnico superiore di Torino. È arrivata quando aveva 10
anni ed è stata inserita in quinta elementare. Racconta delle iniziali
difficoltà di comunicazione ma anche dell’entusiasmo che l’ha
portata ad apprendere abbastanza velocemente vocaboli, verbi e sintassi
della nuova lingua.
Ora è una delle migliori della classe: studia volentieri e molto, è
ben inserita e molto stimata da compagni e insegnanti. Per il forte
senso di responsabilità e per la maturità che la distinguono, è
diventata la referente per le attività di biblioteca e per altri
laboratori.
La scuola è dunque un luogo privilegiato per monitorare il fenomeno
dell’immigrazione minorile, sia regolare sia irregolare, e dei suoi
cambiamenti.
Le sanatorie degli anni Novanta hanno portato ai ricongiungimenti
familiari - mogli e figli dei lavoratori stranieri presenti sul
territorio - e a nuovi immigrati: questo significa, tra l’altro, che
la loro presenza nelle scuole per l’infanzia, nelle elementari e nelle
medie inizia a compensare la scarsa natalità delle famiglie italiane.
Per esempio, i nuclei familiari maghrebini, e spesso anche rumeni, hanno
in media dai tre ai cinque - sei figli.
«SENTIRSI ITALIANI»:LE SECONDE
GENERAZIONI
Come abbiamo visto, i ragazzi stranieri cresciuti in Italia tendono a «sentirsi
italiani» a tutti gli effetti, soprattutto grazie alla scuola. Lo
spiega bene don Fredo Olivero, responsabile dell’ufficio migranti
della Caritas torinese: «La loro patria è questa: qui desiderano
vivere e diventare adulti, studiare, laurearsi, trovare un posto di
lavoro. Vogliono divertirsi, uscire con gli amici, e immaginano un
futuro diverso da quello dei propri genitori. Questa nuova condizione e
prospettiva crea, in non poche famiglie - non solo musulmane ma anche
peruviane, cinesi, albanesi, ecc. -, frequenti conflitti e grandi
tensioni. Qualcuno addirittura se ne va di casa».
Nelle associazioni di volontariato arrivano spesso ragazzi in rotta con
le famiglie: sono campanelli di allarme di un disagio interiore e
dell’incapacità degli adulti a relazionarsi con i figli che cambiano,
che crescono, che incontrano nuove realtà, magari diverse o opposte
rispetto a quelle a cui erano abituati da generazioni. I
quartieri-ghetto delle grandi metropoli italiane possono costituire un
rifugio per un malessere che colpisce giovani italiani e immigrati, e la
prevenzione, attraverso l’accoglienza, l’educazione, l’ascolto,
l’offerta di opportunità e speranze, rimane l’unico strumento
vincente.
Secondo alcune proiezioni, tra il 2010 e il 2020, in Italia, le seconde
generazioni raggiungeranno la cifra di un milione. Molti di loro, come
già sta accadendo da alcuni anni, saranno nati qui e avranno
frequentato le scuole insieme ai coetanei italiani «figli di italiani».
Come sostengono i ricercatori della Fondazione Agnelli, saranno persone
non più classificabili come «immigrati» o come «stranieri», ma
neppure come «italiani» tout court. Abbiamo iniziato a vederlo ora con
i ragazzi arabi, latinoamericani, africani, ormai «naturalizzati»,
perché hanno visto la luce nei nostri ospedali o sono arrivati da
piccoli.
Hanno accenti regionali marcati o nessuna inflessione dialettale, vanno
alle feste delle comunità di appartenenza e a quelle di compleanno dei
propri amici o compagni di classe, portano il foulard o i jeans a vita
bassa, i pantaloni che arrivano fin sotto le scarpe e i maglioni con la
scritta alla moda, si fanno le treccine fitte fitte o si colorano di
henné le mani. Come la maggior parte degli adolescenti, parlano in
fretta «mangiandosi» le finali di ogni frase, usano fraseologie
gergali e parolacce, oppure, per distinguersi, ostentano una sintassi e
un lessico impeccabili; scaricano musica dai computer e l’ascoltano
con il portatile durante gli intervalli, si esaltano per divi della Tv o
del cinema. Insomma, a scuola e per strada sono in quasi tutto uguali ai
compagni «italiani da generazioni»...
Tranne che a casa: lì, infatti, molti rientrano negli «schemi
familiari» previsti per loro. Quasi avessero una doppia esistenza o
fossero costretti a vivere in una «schizofrenia» più o meno lucida e
consapevole. Ciò accade, ovviamente, quando la famiglia è
conservatrice ed estremamente tradizionalista, o non ha gli strumenti
intellettuali per accettare nuovi stili di vita, e quando il
comportamento «esterno» dei figli è radicalmente diverso da quello
domestico. Esistono comunque tante «vie di mezzo» meno stridenti e
traumatiche.
UN GIORNO IL PRIMATO, OGGI L’ABBANDONO
Quando proseguono gli studi alle superiori, i ragazzi immigrati sono
spesso tra i più bravi della classe: s’impegnano, sono partecipi, si
documentano. Quando emergono sono dei leader tra i compagni. Assimilano
il meglio di due culture e fanno da «mediatori naturali». Come afferma
Fredo Olivero, «quando le condizioni familiari e della società in cui
vivono glielo permettono...».
Attualmente, invece, ci troviamo di fronte a numerose situazioni di
abbandono scolastico subito dopo la terza media. Le motivazioni possono
essere molteplici: la famiglia richiede al ragazzo/a di contribuire al
bilancio domestico; i genitori sono rimasti in patria e lui/lei deve
provvedere a mandare soldi per il mantenimento dei cari; mancanza di
interesse per gli studi e scelta lavorativa; fallimento del percorso di
inserimento scolastico, sociale e identitario - o perché il minore ha
trovato un ambiente ostile e insegnanti poco preparati ad accoglierlo, o
perché la famiglia non l’ha sostenuto e appoggiato -; ritorno al
paese d’origine, e altro ancora.
Come l’esempio francese insegna, le seconde e le terze generazioni
avranno ben chiaro in mente ciò che desiderano o rifiutano: saranno
meno disponibili ad accettare i mestieri scartati dagli italiani - in
genere umili e poco gratificanti -; si svilupperanno (già sta
accadendo) conflitti familiari a causa delle differenze maturate;
qualche tendenza ortodossa o, al contrario, estremamente liberale, si
trasformerà in integralista; l’ottenimento della nazionalità sarà
considerata una delle priorità. Insomma, avremo di fronte uno scenario
in continuo movimento.
Sulle seconde generazioni, spiegano ancora i ricercatori della
Fondazione Agnelli , «si gioca veramente l’integrazione e tutto
dipenderà dalla capacità di accoglienza della società italiana».
I RUMENI, LA SORPRESA
Sono tanti, i rumeni e hanno battuto i maghrebini nel totale italiano
delle presenze. In genere si integrano abbastanza bene e sono oggetto di
minori pregiudizi, perché fisicamente «più simili agli italiani» dei
loro concorrenti nelle statistiche sull’immigrazione: gli arabi
marocchini, appunto.
Ma anche loro sono noti nelle cronache giornalistiche soprattutto per
quella parte che delinque, che si prostituisce o che sfrutta i minori
anche nel mercato del sesso.
La comunità dei rumeni in realtà è formata da due gruppi diversi: i
cattolici, molto meglio assimilati, e gli ortodossi, molto meno. I primi
sono qui da almeno due generazioni e i figli si sentono del tutto
italiani, gli altri costituiscono un’immigrazione più recente.
Il grande afflusso è iniziato 10 anni fa circa, con adulti e minori che
arrivavano qui in cerca di lavoro. Nei decenni precedenti si era
trattato invece di migranti per matrimonio: giovani donne maritate a
italiani maturi.
Chiediamo a Zamfira, mediatrice culturale, moglie di un italo-rumeno e
madre di una ragazzina di seconda media, del tutto italiana, come vivono
i suoi giovani connazionali. La sua risposta potrebbe adattarsi bene sia
al caso dei cinesi sia a quello dei maghrebini.
«Sono scissi tra due identità: da una parte sono legati alle proprie
tradizioni familiari e culturali, dall’altra vorrebbero essere come i
loro coetanei, che imitano nel consumismo e nelle mode. C’è un senso
di sradicamento che spesso prevale e tanti conflitti interiori e
familiari. Non credo vivano bene, e sto parlando di chi è qui con la
famiglia o almeno con dei parenti. La situazione per quelli soli è ben
peggiore, ovviamente. Dobbiamo capire che in patria hanno lasciato una
realtà di povertà e qui si trovano di fronte a tanti stimoli materiali
ma ad altrettanta solitudine. Tra i compagni, nelle superiori, c’è un
certo razzismo: loro sono figli di gente che, seppure spesso con una
laurea in tasca, svolge lavori umili, che gli italiani non fanno più:
assistenza a malati e anziani, mansioni nell’edilizia, nei mercati
alimentari, nel settore delle pulizie. Mestieri di cui si vergognano,
quando stanno in mezzo agli italiani, e di cui non parlano quando si
ritrovano con i connazionali. Tra loro c’è un tacito sorvolare
sull’argomento: tanto, quasi tutti i loro genitori sono impegnati
nelle stesse modeste attività».
Viene da pensare che, forse, se sapessero che questi percorsi
professionali e questa vergogna per gli umili impieghi dei propri cari
erano molto diffusi fra i giovani italiani figli di immigrati dal Sud
dell’Italia o dal Veneto o dalle campagne piemontesi, si sentirebbero
meno frustrati. Forse sono le nuove generazioni nostrane ad aver
dimenticato di essere, in molti casi, la discendenza di migranti poveri
e senza mezzi culturali.
«In effetti, la situazione di molti immigrati è piuttosto simile a
quella dei vostri, nel Novecento - riflette Zamfira -. I ragazzini
rumeni spesso inventano realtà che non esistono: benessere, lavori ben
pagati, soddisfazione. Raccontano che i genitori hanno una bella
professione e che guadagnano tanti soldi: sono bugie che servono per
coprire il loro disagio. Anche il fatto di abitare in due-tre famiglie
in uno stesso appartamento non aiuta a risolvere i problemi.
Un’altra nota dolente è la prostituzione e la delinquenza minorile.
Qualche giorno fa mi trovavo sul tram e ho assistito a una scena che mi
ha angosciata molto: tre donne rumene, di cui una adolescente, stavano
discutendo animatamente. Erano prostitute. La giovane si stava
ribellando a quella che doveva essere sua madre, affermando di non voler
fare più quel mestiere. La mamma e l’altra donna, forse la maman del
giro, erano visibilmente in disaccordo con lei. Poi, a un certo punto,
la ragazzina ha notato il pulsante per la prenotazione della fermata e,
tutta contenta e stupita, ha iniziato a schiacciarlo ripetutamente, come
in un gioco infantile. Ho capito che forse era arrivata da poco da
qualche villaggio della Romania per fare la prostituta. Ma era rimasta
una bambina dentro, come giusto». •
- Angela Lano
Marzo - 2005
DOSSIER NUOVI ITALIANI
Non eravamo tanto amati
Un tempo non lontano l’Italia era un
paese di emigrazione. Fuori dei confini geografici, oggi vivono almeno
60 milioni di connazionali. Nel frattempo, siamo divenuti terra
d’immigrazione. E in molti storcono il naso, alzano la voce, o
sbattono la porta, non sapendo o fingendo di non sapere la nostra stessa
storia.
Lo schermo della sala video di una scuola superiore di Torino
proiettava due immagini in bianco e nero così simili da sembrare prese
da una stessa fonte. Nella prima, una poverissima famigliola di
migranti, composta da madre e tre figli, era ferma sul marciapiede di
una stazione; per terra si vedeva una valigia sgualcita e legata con una
corda; sulle spalle del figlio maggiore faceva capolino un sacco a
righe; sguardi schiusi in un sorriso di speranza si perdevano dentro
l’obiettivo del fotografo. Nella seconda, un altro gruppo di migranti
appoggiati a transenne di contenimento aspettava il proprio turno,
presumibilmente davanti a un ufficio immigrazione.
Perplessi i trenta ragazzi cercavano di dare un’identità nazionale
alla mamma e ai suoi tre figli: «Sono degli zingari rom», proponeva
uno; «No, sono marocchini», gli faceva eco un’altra; «Ma dai, sono
albanesi!», incalzava un terzo; «Tunisini, sono tunisini», rispondeva
il compagno dall’ultima fila; «A me sembrano iracheni», «Curdi?»,
insinuavano altri due.
«Italiani. Sono italiani. Nostri connazionali. Migranti di inizio
Novecento» - spiegava infine l’insegnante -. «La seconda foto è
invece recente e ritrae dei cittadini immigrati in Italia. Lo sapete
vero che eravamo un paese di emigranti, gente povera che se andava via
all’estero, nelle Americhe, in Francia, in Germania, per trovare un
lavoro con cui mantenere la famiglia lasciata in patria?».
Già, siamo ex emigrati - i nostri connazionali nel mondo sono circa 60
milioni, un’altra Italia, dunque -, persone spesso abituate a svolgere
professioni modeste, quelle che gli abitanti dei paesi che ci ospitavano
non volevano più fare, o quelle che spettavano agli schiavi,
successivamente liberati.
Abitavamo in tanti in uno stesso appartamento misero e sporco; quando ce
lo permettevano e le nostre condizioni miglioravano, ci facevamo
raggiungere da mogli, mariti, figli e genitori. Ricongiungevamo così le
nostre famiglie spezzate, magari dopo anni di duro lavoro, e allora, con
un po’ di benessere nelle tasche, ci compravamo il vestito bello con
cui farci fotografare nella bottega del quartiere più carino della città
e mandavamo la nostra immagine sorridente e decorosa ai nostri parenti
rimasti al paese natio. Che gioia quando uno dei nostri figli si
laureava in quel luogo straniero! La nostalgia di casa ci riempiva di
gioia e di orgoglio: di senso finalmente offerto alla nostra struggente
lontananza. Erano le radici che germogliavano in angoli del mondo a noi
spesso ostili. I nostri sacrifici cominciavano a dare frutti e avrebbero
assicurato una vita agiata alla nostra discendenza.
Non eravamo sempre amati, noi italiani all’estero: ci gridavano «mafiosi»,
«spaghetti» e «pizza». Dicevano che dovunque andassimo portavamo
criminalità e malattie. Ma noi volevamo solo lavorare, migliorare
quell’esistenza misera che avevamo lasciato nelle nostre campagne o
nelle nostre valli, o nei rioni più poveri delle nostre città.
Ricordi, racconti, immagini. Memorie racchiuse in molte delle nostre
famiglie. Ora dimenticate. Rimosse. Adesso ci sentiamo i padroni del
mondo, o semplicemente «gli amici cari dei padroni del mondo». Dalle
copertine di giornali e riviste, e dalle pagine di libercoli
best-seller, spesso gridiamo il nostro «vade retro» ai nuovi
immigrati, nostri fratelli odierni di sventure passate. Li descriviamo
come «orde pronte a invaderci e a sporcarci le strade. A colonizzarci.
A islamizzarci. A portarci ogni sorta di epidemie e di disastri». Il
cavallo di Troia astutamente posto nelle terre dei discendenti degli
antichi celti e romani. In realtà, capri espiatori delle politiche
economiche e sociali di una classe dirigente senza etica e senso dello
stato, che, servendosi del potere concesso dai mezzi di informazione,
tuona semplice e stupida propaganda.
Certo, in questo bel paese spaccato in due tra nuove povertà e nuove
ricchezze ostentate con sfacciataggine, in quest’Italia rimbalzata
indietro di decenni in ogni campo, ma soprattutto in quello politico -
culturale - economico, il momento storico non è dei più favorevoli per
parlare di «incontro di civiltà» e di integrazione. Per raccontare
delle seconde generazioni di immigrati: quelle che stanno crescendo a
fianco dei nostri figli, che stanno arrivando a seguito dei
ricongiungimenti familiari; che giungeranno o che nasceranno nei
prossimi anni.
Il contesto non è dei migliori, forse per questo abbiamo voluto
parlarvene attraverso le pagine di questo nostro dossier. Perché la
memoria del passato è il miglior deterrente contro gli errori del
presente e del futuro.
Angela Lano
Angela Lano
ISRAELE-PALESTINA:
Fotogrammi di sofferenza
Due israeliani e un palestinese, tutti
registi
con un unico pensiero:
documentare le sofferenze di due popoli
divisi
da una guerra, un muro, un odio che pare
infinito.
Yoav Shamir, Eyal Sivan e Michel Khleifi sono tre film-maker, tre
uomini che hanno in comune una grande e bella terra: l’antica
Palestina, ora divisa tra i Territori palestinesi e Israele. I primi due
sono israeliani, il terzo palestinese.
Condividono anche un’altra passione: quella per il cinema di denuncia
sociale e politica.
Le loro opere - «Checkpoint» di Shamir e «Route 181» di Khleifi e
Sivan - sono due capolavori del cinema-documentario, vincitori di
numerosi premi internazionali.
Yoav Shamir,
regista isrealiano
Inquieto, un po’ timido, sempre attratto da nuovi stimoli suggeriti
dall’ambiente e dall’epoca in cui viviamo, inglese fluente, Yoav
Shamir, 33 anni, racconta la sua vita e il suo grande amore per il
cinema, che, con Checkpoint, è diventato di «impegno politico e
sociale».
Laurea in storia e filosofia all’Università di Tel Aviv, e master in
cinematografia, il giovane cineasta entra con profondità emotiva nelle
questioni esistenziali, sociali e politiche che costituiscono i temi dei
suoi documentari.
Yoav, su cosa concentra maggiormente la
sua attenzione?
«Mi interessano i sentimenti, le emozioni della gente di cui parlo,
israeliani, palestinesi o cubani (Cuba è stato il soggetto del mio
primo documentario). Cerco di capire come certe situazioni condizionino
i rapporti umani e l’esistenza di intere popolazioni, come nel caso
del conflitto israelo-palestinese».
In un’intervista pubblicata l’anno
scorso su Dox lei aveva dichiarato di non essere una persona
politicamente impegnata, di non andare alle manifestazioni. È ancora
vero?
«Ora che Checkpoint è uscito mi sono ritrovato, senza volerlo,
politicamente coinvolto. Non ne posso fare a meno: è un film politico».
Il suo è un documentario completamente
girato tra i 200 posti di blocco israeliani nei territori palestinesi.
Denuncia la dura condizione di oppressione in cui vive la popolazione
araba, ma anche il degrado umano e sociale dei giovani militari
israeliani, costretti a obbedire a ordini di cui non comprendono la
portata. È un’opera di notevole durezza, che non concede sconti.
Perché, come israeliano, ha deciso di realizzarla?
«Volevo rendere visibile agli israeliani ciò che sta quotidianamente
accadendo nei Territori palestinesi occupati, cosa ciò significhi per
loro e per noi. Mi interessava far emergere le implicazioni psicologiche
dell’occupazione.
Tra le difficoltà incontrate nella realizzazione di questo film c’è
stata anche l’iniziale incomprensione dei miei genitori: provenendo da
famiglie di militari, non riuscivano a comprenderlo, ad accettarlo. Ora
è diverso: hanno finalmente imparato ad apprezzarlo».
Che cosa significa per gli israeliani
far vivere un popolo sotto occupazione?
«È ciò che sta accadendo dal 1967: la nostra società è diventata più
aggressiva, più brutale, al suo interno prima di tutto. In questi
ultimi anni è stata pubblicata una ricerca che denuncia un aumento
della violenza tra la popolazione israeliana. Violenza “civile”,
dunque. C’è infatti una interconnessione tra la politica di
occupazione e il peggioramento dei rapporti interpersonali nella nostra
società: il primo aspetto inevitabilmente sta influenzando il secondo.
Una società sana non può far finta che la violenza esterna non
condizioni, in negativo, i comportamenti all’interno della società
stessa. Questo vale anche per la popolazione palestinese, che è
diventata molto militarizzata; anche i giochi tra bambini imitano
situazioni di aggressività. Siamo di fronte a due popoli che si stanno
auto-distruggendo».
In Checkpoint lo spettatore non assiste
a scene di violenza fisica, ma è molto presente la violenza
psicologica. Perché ha scelto di cogliere questo aspetto piuttosto che
l’altro?
«È vero, c’è molta violenza mentale, psicologica. Ho focalizzato le
mie riprese solo nei microcosmi dei checkpoint, e non su ciò che accade
per le strade. Ho sostato per ore, per mesi, tra il 2001 e il 2003 ai
posti di blocco, e ho registrato ciò che vedevo: al 99 per cento si è
trattato di violenza psicologica. La violenza fisica è minima, nella
maggior parte dei casi assistiamo a scene come quella del soldato che
proibisce alla mamma di portare il figlio dal medico, dall’altra parte
del checkpoint».
Lo spettatore non può non provare
empatia nei confronti dei palestinesi: avverte il loro dolore, la rabbia
per le ingiustizie subite. Il suo, dunque, è un film di parte?
«Ho cercato di cogliere differenti punti di vista: talvolta quello dei
palestinesi, talvolta quello dei soldati israeliani. Ho cercato di fare
un film in cui venisse ritratto come vittima non solo il palestinese, ma
anche il giovane militare. E la complessità di una situazione in cui
tutti soffrono».
Ma la sofferenza dei palestinesi emerge
in modo più evidente...
«Certo, perché loro sono le vittime. Anche se la verità non è solo
bianca o nera: anche i soldati ai posti di blocco possono essere
considerati delle vittime a causa della difficile situazione in cui si
trovano. Talvolta possono sembrare delle “marionette” che eseguono
ordini provenienti dall’alto. Sono molto giovani e spesso con poca
consapevolezza del proprio ruolo. Forse per questo il film viene
proiettato anche nelle caserme israeliane...».
Qual è il suo obiettivo: farli
riflettere e cambiare atteggiamento nei confronti della popolazione
palestinese?
«Non so in realtà perché l’esercito abbia deciso di proiettare il
mio documentario. Forse perché, quando fai il soldato ad un posto di
blocco non hai la possibilità di vedere la situazione con obiettività,
dall’esterno. Ecco, allora, che questo film può aiutare a fare un
passo indietro e a guardare in modo più oggettivo.
Molti fra gli alti livelli dell’esercito non sanno ciò che avviene ai
checkpoint: qualcuno l’ha scoperto recandovisi in incognita ed è
rimasto attonito».
Come vede il futuro?
«Qualche volta sono ottimista, qualche altra pessimista. Dipende. Penso
che la soluzione è così semplice. Il grande problema è la
de-umanizzazione dell’altro, del nemico, che non viene più percepito
come essere umano. La società palestinese è molto scolarizzata,
evoluta. Credo ci possano essere tanti punti di contatto, di dialogo. Le
ferite possono rimarginarsi anche se profonde.
Un’altra questione è: due stati per due popoli, o uno stato per due
popoli? Personalmente preferirei la seconda ipotesi. Altrimenti sarebbe
come creare un ghetto ebraico in territorio arabo. Israele potrebbe
invece assimilarsi nell’area: il 60 per cento degli israeliani ha
radici arabe, viene, cioè, dal Marocco, dall’Iraq, dallo Yemen, ecc.
La maggior parte è cresciuta in questi ambienti misti, parla l’arabo.
Gli altri, quelli che arrivano dall’Europa o dall’America, in
maggioranza sono di sinistra. Dunque, la soluzione potrebbe essere molto
più semplice di quanto si pensi».
Se è così semplice, perché non è
stata ancora trovata?
«Molti ci provano. È che tanti israeliani vedono i paesi arabi come
un’unica entità: l’idea del panarabismo è ancora molto presente in
Israele e anche quella di essere una piccola nazione circondata da
nemici. La gente non sa che tra uno stato arabo e l’altro ci possono
essere differenze e addirittura conflittualità. L’altro problema è
la mancanza di democrazia nelle società arabe. Gli israeliani dicono:
“Noi siamo democratici, secolarizzati, non vogliamo trovarci a
convivere con situazioni dove manca la libertà”. Un altro ostacolo è
la crescente islamizzazione della società palestinese».
Se i palestinesi potessero lavorare e i
ragazzi andare a scuola, forse la situazione cambierebbe.
«Certo. Ma siamo dentro un circolo vizioso. Basterebbe, tuttavia,
risalire alla storia degli anni ’50 e ’60 per capire quante e quali
responsabilità, e interessi, l’Occidente ha nei confronti del Medio
Oriente, della cui situazione ora sembra essersi lavato le mani. Ha
manipolato, colonizzato, creato strategie e alleanze. E ora parla di
pace: ma chi ha acceso per primo il fiammifero in questa polveriera?».
Yoav ha un sogno: far in modo che non esistano più i checkpoint, che
l’esercito israeliano lasci i territori palestinesi, che occupazione e
guerra abbiano termine e che palestinesi e israeliani possano vivere in
pace in un unico Stato.
«Ciò che mi dà più gioia è quando i sostenitori della destra
israeliana raccontano che il mio film ha cambiato il loro modo di vedere
il conflitto con i palestinesi. Questo è già un grande risultato».
MICHEL KHLEIFI,
REGISTA PALESTINESE
Michel Khleifi è nato nel 1950 a Nazareth e nel 1971 si è trasferito a
Bruxelles, dove ha studiato teatro all’Institut national supérieur
des arts du spectacle (Insas). Attualmente insegna cinema all’Insas. I
suoi film più famosi sono «Memorie fertili» (1980); «Nozze in
Galilea» (1987), che ha ottenuto il premio della Critica internazionale
al Festival di Cannes nel 1987; «L’Ordre du jour» (1993); «Conte de
troi diamants» (1995); «Mariages mixtes en Terre sainte» (1996).
Capelli bianchi, faccia simpatica, è seduto al tavolino di un bar nei
pressi di un cinema torinese ad osservare il via vai di giovani e adulti
che entrano ed escono dalle sale dove è in corso una no-stop di film
israeliani e palestinesi.
Signor Khleifi, come vede il futuro dei
popoli israeliano e palestinese?
«Non posso dire come lo vedo, ma come lo sogno. La scelta migliore,
ora, è tentare di umanizzare le due società in conflitto e creare le
condizioni per la convivenza di due diverse “cittadinanze”.
L’ideologia sionista purtroppo non riconosce questa possibilità. Solo
se si cambia questa mentalità, si potrà trovare una soluzione
avvicinando l’uno all’altro i due popoli.
È mai possibile essere trattati come delle bestie quando si viene
fermati da un militare israeliano? Capita anche a me: sono invitato in
tutte le università del mondo e quando arrivo in Israele, solo perché
sono palestinese, vengo umiliato anche dal giovane soldatino israeliano
appena arrivato dalla Russia. È una follia: fanno fatica a considerarci
come delle persone. Siamo nullità.
Israele è una società automatizzata: hanno bisogno di parlare, di
tirar fuori ciò che hanno dentro, di rielaborare».
Nei media occidentali quando si parla
della Palestina la si associa spesso a Hamas.
«Hamas è lo specchio in cui si riflette il sionismo: il comportamento
di quest’ultimo è causa di quello del primo. Se infatti io le rubo ciò
che lei possiede, come reagirà? Mi ringrazierà o cercherà di
riprendersi indietro ciò che le è stato tolto?
Il problema è che i sionisti sono arrivati in Palestina non con il
desiderio di vivere in pace, ma con quello di imitare il colonialismo.
Non hanno tenuto conto della popolazione palestinese. Hamas esiste,
dunque, in quanto reazione a questa mentalità e a questa prassi
distruttiva, lesiva dei diritti del popolo palestinese. Il problema, però,
è come viene prodotta la violenza».
Route 181 è il frutto della
collaborazione tra lei e l’israeliano Sivan. Come descrive questa
relazione professionale e umana?
«Siamo amici e colleghi. Il nostro obiettivo era andare fino in fondo,
nonostante gli ostacoli o le divergenze, e realizzare una grande opera.
Non è stato facile lavorare in due e con esperienze diverse alle
spalle. Abbiamo dovuto affrontare problemi durante le riprese, il
montaggio, l’editing. Ma ce l’abbiamo fatta.
Il nostro film vuole essere uno strumento per parlare con le persone e
per farle parlare. In genere, si sente solo la voce dei politici, mentre
quella dei due popoli non viene mai ascoltata. Ma è proprio da loro che
possono giungere soluzioni per una pacifica convivenza: è quello che
abbiamo raccolto e registrato nel nostro viaggio-film».
Quali sono i suoi progetti
cinematografici futuri?
«Tradurre ancora una volta in film la vita dei palestinesi».
Khleifi risponde velocemente a quest’ultima domanda e poi entra nel
cinema, dove è atteso da un folto pubblico che ha appena assistito alla
proiezione del suo film.
Box 1
La via della pace tra Palestina e Israele può passare anche dal cinema
(documentari, film, cortometraggi politically committed). Dal lavoro
corale, dall’amicizia e collaborazione di registi palestinesi e
israeliani, da produzioni coraggiose che denunciano a un mondo
occidentale sempre più sordo e cieco, imbonito dalle manipolazioni dei
media, dei politici e dei grandi gruppi industriali, la tragedia di un
popolo oppresso e quella del suo oppressore.
Raccontare le umiliazioni quotidiane subite dai palestinesi, la violenza
che colpisce i bambini dei villaggi e dei campi profughi fin dentro le
loro case - minando per sempre quel flebile accenno di fiducia e di
protezione a cui ancora potevano auspicare - non è argomento che
interessi i grandi giornali o le tv. Illustrare fin nei minimi dettagli
l’effetto catastrofico di chi, fra i giovani palestinesi, si fa
esplodere annientato da folle disperazione, quello sì, è tema che
stuzzica e coinvolge.
Anche la critica nei confronti del governo israeliano per la sua
politica nei confronti del popolo di Palestina, per noi occidentali è
diventata un tabù: si è subito accusati di antisemitismo (come se
semiti fossero solo gli ebrei e non anche tutti gli arabi!). Seppur una
gran parte dei cittadini europei ritenga che il governo israeliano
rappresenti la maggior minaccia per la sicurezza dell’umanità,
governanti e leader di partito fanno fatica a raccogliere gli stimoli
della gente comune e a prendere chiare posizioni di condanna nei
confronti della disumana politica anti-palestinese di Tel Aviv. Perché,
contrariamente a quanto sostiene certa propaganda e il recente libro
della giornalista Fiamma Nirenstein (Gli antisemiti progressisti,
Rizzoli 2004), denunciare Sharon e i suoi accoliti non significa essere
antisemiti, bensì avere a cuore l’antica e ricca cultura ebraica.
Infatti, paradossalmente, i giudizi più duri contro la strategia di
Sharon arrivano proprio dall’interno di Israele. Quasi a spiegare che
malattia e cura sono compresenti in ogni realtà e che si può guarire
dal dolore, ma attraverso il riconoscimento della dignità umana del
proprio nemico, israeliano o palestinese che sia.
Box 2
ROUTE 181
Una strada di uomini e donne
Eyal Sivan, israeliano, e Michel Khleifi, palestinese, hanno
dedicato oltre un anno alla realizzazione di un progetto cinematografico
arduo e complesso che li ha portati a rivolgere uno «sguardo comune»
sugli abitanti di Palestina-Israele. Nell’estate del 2002, di fronte a
un quadro di violenza dilagante, i due vecchi amici si sono chiesti
quale poteva essere il loro contributo di artisti impegnati per un
cambiamento radicale della prospettiva del conflitto israelo-palestinese:
«fare un cinema che faccia riflettere», si sono risposti, «e farlo
insieme». Ecco, dunque, «Route 181 - Frammenti di un viaggio in
Palestina-Israele».
Scrive Nadia Nadotti nella presentazione del cofanetto di 4 Dvd: «L’espediente
narrativo è semplice: sovrapponendo all’attuale carta geografica di
Palestina-Israele, la mappa tracciata dalle Nazioni Unite nel novembre
del 1947, con la linea di partizione che avrebbe dovuto dar vita a due
Stati sovrani e indipendenti, Israele e Palestina, e che invece fece da
detonatore a un conflitto che dura ancora oggi, i due autori individuano
un itinerario obbligato. Percorreranno il paese da sud a nord, seguendo
chilometro per chilometro quella virtuale linea di spartizione,
affidando alla natura dei luoghi e al caso gli incontri di cui daranno
conto nel film.
Mettendosi in strada con una troupe composta solo di un cameraman, un
tecnico del suono e un autista, i due cineasti, per oltre due mesi,
nella tarda primavera del 2002, si immergono in quello straordinario
laboratorio umano, sociale, culturale, etnico, linguistico che è oggi
Palestina-Israele. (...) Non vanno alla ricerca di amici e nemici, ma di
uomini e donni comuni, con le loro storie e le loro piccole, parziali
verità, i loro ricordi, le loro rimozioni, la loro - a volte
miserabile, a volte luminosa - umanità. (...) Ciò che Khleifi e Sivan
vogliono è liberare la parola, permettere a chi il caso mette loro
davanti di ripercorrere senza sentirsi minacciato una storia che è
insieme privata e pubblica, personale e collettiva. Convinti che
all’origine di ogni guasto storico e politico ci sia l’incapacità
di riconoscere all’Altro la sua complessa umanità e dunque i suoi
traumi, le sue paure, persino i suoi fragili e talora aggressivi
discorsi di copertura - per l’appunto, il diritto al racconto -, i due
cineasti formano una sorta di collettivo e informale setting analitico
in grado di contenere, attraverso un fiducioso atto di nominazione,
l’odio, la paura, le proiezioni reciproche, i sensi di colpa, la
coazione a ripetere, la speranza, il desiderio».
A.La.
Fonti:
• I 4 Dvd sono pubblicati dalle Edizioni Bollati Boringhieri, corso
Vittorio Emanuele II, 86, Torino; tel. 011-5591711; info@bollatiboringhieri.it
Inoltre:
• Associazione Documè, via San Pio V 14/c - 10125 Torino; tel.
011.66.94.833;
docume@tin.it
ITALIA - Angela Lano
Febbraio - 2006
ISLAM
Le donne di Allah
Erano alla ricerca di un’identità e di un ruolo. Hanno trovato un
universo ordinato, dove uomini e donne hanno uno spazio e compiti ben
delimitati. I diritti negati o ristretti sono «compensati» dalla
mancanza di confusione nei ruoli e dalla certezza delle regole
islamiche. Le storie di Nadia, Aziza, Chiara, Barbara, Maryam, Nura.
Senza dimenticare che «non è tutto oro ciò che luccica».
NADIA: EX-FEMMINISTA, EX-COMUNISTA
Nadia ha 40 anni. È un’insegnante d’italiano, ex femminista, ex
comunista.
Ha incontrato l’islam attraverso Yassin, un giovane algerino immigrato
in Italia cinque anni fa. Lui le ha parlato della sua terra, della sua
religione, le ha prospettato un universo ordinato, piuttosto semplice,
organizzato per scale di valori e ruoli ben determinati, dove la figura
femminile e maschile ha una connotazione, uno spazio e dei compiti ben
precisi. Un’identità, insomma, riconoscibile sia all’interno della
famiglia, sia nella società (islamica, s’intende).
Nessun dubbio, dunque, nessuna confusione, niente più crisi
esistenziali. Neanche quando lei, abituata per decenni a rivendicare i
propri diritti di donna libera, se li è visti negare o restringere
all’ambito delle mura domestiche e delle poche attività religiose.
Foulard beige e un lungo soprabito celeste la proteggono dagli sguardi
maschili, che potrebbero ferirla nella sua dignità più profonda. «In
questo modo - afferma con severa dolcezza - la donna è tutelata e non
rischia di essere ridotta ad oggetto sessuale».
L’esperienza di Nadia non è singola: altre donne, anche molto
giovani, sono attratte dall’islam. Confusione nei ruoli tra maschile e
femminile, identità sessuali traballanti, vuoto ideologico e
spirituale, profonde insicurezze personali e caratteriali, trovano per
loro una risposta e una risoluzione. Per alcune, l’adesione
all’islam è anche una sorta di reazione allo sfruttamen- to per fini
commerciali che l’Occidente attua nei confronti dell’immagine
femminile attraverso l’ambiguo e discutibile richiamo sessuale.
AZIZA: LA «PRINCIPESSA» TIMIDA
Aziza ha 26 anni. Ha iniziato ad interessarsi all’islam quando, verso
i 15, ha conosciuto un gruppo di ragazzi maghrebini. Torinese
d’adozione, proviene da una famiglia pugliese molto cattolica. Timida,
un po’ impacciata, con lineamenti poco aggraziati dietro a un enorme
paio di occhiali e a un hijab che le nasconde i capelli – peraltro già
molto corti. Ha imparato l’arabo classico e il dialetto marocchino, ha
letto molti testi islamici, ha visitato alcuni paesi arabi e ha fatto il
pellegrinaggio sacro, lo hajj, alla Mecca.
«Indossare il velo è stata una mia scelta - sostiene - per essere più
coerente e rispettare la shari ‘a, la legge islamica». Forte è il
suo desiderio di adeguarsi al «gruppo», di corrispondere anche
esteriormente alle «regole», di essere accolta e accettata
all’interno della comunità islamica locale. Di compiacere forse il «padre»,
quella figura maschile che, nella sua storia personale, ha abbandonato
la famiglia quando lei era ancora piccina.
Nella piccola moschea ricavata da un magazzino, al centro di Torino,
dove lei si occupa dei bimbi immigrati e dei figli delle coppie miste
educati secondo i precetti coranici, tutti la stimano e le vogliono
bene. E come non volergliene con quell’aria mite e disponibile e con
quella voce che pare uscire a fatica dalla sua gola avvolta nel foulard?
Ha trovato la sua identità, Aziza, che aveva perso durante
un’adolescenza un po’ buia e solitaria. Ha scoperto il suo ruolo e
un mezzo per superare i momenti di agitazione e tristezza.
«La mia famiglia non vedeva di buon grado questa mia scelta, avrebbe
preferito sapermi come altre ragazze che si divertono, che frequentano
le discoteche e si vestono in un certo modo. Anch’io esco, vado al
ristorante o al cinema, ma tutto entro certi limiti. Non comprendo come
molti giovani possano distruggere le loro vite con droghe, alcool,
musica assordante, corse in autostrada a folle velocità…».
«Adesso mia madre e i miei fratelli hanno accettato e mi rispettano,
come io ho sempre fatto con loro senza pretendere che seguissero le mie
orme».
Eri cattolica praticante prima di convertirti all’islam? «Ritornare
all’islam, vuoi dire? Sai, siamo tutti musulmani, alle origini, anche
se molti hanno abbracciato altre fedi o non ne hanno neanche più una.
Nella sura “al-Nasr” si legge che molta gente del Libro (gli ebrei e
i cristiani, ndr) si convertiranno all’islam. Andavo a messa con mia
madre, ma non ero a mio agio lì, in chiesa. Avvertivo una sensazione di
vuoto interiore, di insoddisfazione, come se quella non fosse la mia
strada. E, quando ho preso a frequentare gruppi di amici arabi e a
leggere il corano, ho capito che quello era il mio posto».
I musulmani della tua comunità come ti considerano? «Come una di loro,
un’italiana entrata nell’islam. Mi rispettano molto. Gli uomini
addirittura esagerano: mi trattano come una principessa».
Sei felice? Sorride e risponde con un allegro «al-hamdu li-llah», «grazie
a Dio», alla maniera araba.
Vuoto esistenziale da colmare, profondo richiamo verso una dimensione
spirituale, ma anche motivazioni sentimentali sono alla base di un certo
successo dell’islam fra le donne in tutta l’Europa.
CHIARA: SOLO CON IL PERMESSO DEL MARITO
Chiara, maestra di scuola nel cuneese, trent’anni, bionda e simpatica,
due bellissimi figli piccoli, ha abbracciato l’islam per amore, anche
se, assicura lei, suo marito, egiziano, non glielo aveva chiesto.
Perché l’ha fatto, allora? «Ero alla ricerca di qualcosa, a livello
spirituale, che mi convincesse. Il cattolicesimo non mi aveva mai
entusiasmato. Quando ho conosciuto mio marito ho iniziato a leggere il
corano e gli ahadith; ho preso a frequentare la moschea e alcune donne
arabe che mi hanno seguito nei miei studi. L’islam ha riempito il
vuoto che sentivo dentro».
Ora lei si è totalmente adeguata allo stile di vita e alle idee del
marito, dicono le sue colleghe, e a quelle della cultura a cui lui fa
riferimento: non può uscire di casa senza il suo permesso e, quando lui
è fuori per lavoro, deve andare con i bimbi dalla madre. In casa, a
cena, c’è un andirivieni di amici a cui lei prepara continuamente
cene…
Ma sembra felice, Chiara, nei suoi grandi occhi azzurri, mentre ci fa
vedere come ha imparato bene ad eseguire alcune flessuose danze locali.
Già, pare proprio una donna araba!
BARBARA-AISHA:
LA «SECONDA MOGLIE»
Carmagnola (Torino). Case di proprietà comunale. Prima di lasciarci
salire nel suo appartamento, Aisha si accerta che non vi siano uomini
nelle vicinanze. «Sa, in casa nostra pratichiamo la separazione tra i
sessi, e quando ci sono degli uomini io mi ritiro in un’altra stanza»
afferma con un sorriso che le illumina il giovane volto incorniciato
dallo hijab.
Barbara Farina, 25 anni, è sposata con solo rito islamico ad un
sociologo senegalese, ex-imam della moschea di Carmagnola, ed è madre
di un bimbo di due anni.
Aisha-Barbara è una «mujahidat-Allah», cioè una «combattente per la
guerra santa di Allah». Direttrice di un giornalino chiamato «al-Mujahidah»,
arrivato al suo terzo numero, raccoglie e pubblica opinioni giuridiche (fatwa),
scritti e riflessioni sulla donna musulmana, sulla morale e sul retto
comportamento islamico, per aiutare, afferma lei, le altre sorelle
italiane nel cammino di fede.
Nel 1994 il suo nome e il suo viso fecero il giro dei mass-media
italiani: portavoce di tutte le altre musulmane residenti nel nostro
paese, era la prima a rivendicare il diritto di essere ritratta con il
velo islamico sulla carta d’identità.
Ma che cosa dell’islam ha attratto lei, ragazza occidentale? «Il
senso di giustizia sociale, il rispetto per valori come quello della
famiglia e del ruolo della donna, che la cultura europea ha perso. Più
leggevo il corano e più sentivo di appartenere a quel mondo, dove fede
e pratica sono congiunte indissolubilmente».
Quando è avvenuta la sua conversione? «Ho incontrato l’islam nel
1993, a seguito di un corso di studi orientali all’Ismeo di Milano».
Religiosa praticante e convinta, sogna di andare a vivere in uno stato
dove la shari‘a, la legge islamica, sia applicata in tutti gli ambiti
dell’esistenza umana, dove ai ladri e ai disonesti vengano mozzate le
mani e dove gli adulteri siano duramente puniti. Nell’attesa, indossa
la jallabiyya, una lunga veste che le arriva sino ai piedi, si nasconde
i capelli sotto lo hijab e, quando esce di casa, si copre il viso con il
burqa, un velo nero integrale e il corpo con la abaya.
Corano alla mano, ad un certo punto Barbara- Aisha è entrata nella vita
di un’altra coppia, quella di Abdelkader Fall Mamour, il ricercatore
senegalese con cui ha contratto, nel 1995, matrimonio religioso, e di
Patrizia Venturella, una giovane operaia della provincia torinese, ed è
divenuta la «seconda moglie». Fino al momento in cui la «prima»
consorte, esasperata, ridotta all’anoressia e all’indigenza, non è
scappata portandosi dietro il proprio figlioletto.
Per lo stato italiano, dunque, suo marito era bigamo? «Per la nostra
legge no. Un uomo, se può permetterselo, è autorizzato a contrarre
matrimonio anche con quattro donne».
E lei è d’accordo con questo? «Sì, se serve per aiutare una donna
vedova, con figli e in difficoltà; oppure per dare dei bambini ad un
uomo la cui prima moglie è sterile o malata. La poligamia non è
ammessa sempre e comunque. Non è un capriccio, bensì una necessità».
Allora, nel vostro caso si è trattato di una necessità? Quale? «Patrizia
non era musulmana e mio marito voleva una moglie che potesse condividere
con lui la fede, educare islamicamente i suoi figli… e lei non poteva
assumersi questo compito. Si era, infatti, avvicinata alla religione e
alla cultura di Abdelkader solo per compiacerlo, non perché veramente
le interessasse questa realtà. Io fui invitata a casa loro proprio per
“educare” Patrizia all’islam e unirla maggiormente a suo marito.
Tuttavia, lui capì che io ero la donna giusta e così ci sposammo in
moschea. Patrizia, inizialmente, sembrava d’accordo, ma poi decise di
andarsene via con il bambino. Da lì a poco sporse denuncia per
maltrattamenti».
Barbara parla con slancio, senza fermarsi un attimo. Pare molto sicura
del fatto suo e della sua posizione. Ma cosa può averla spinta a
convertirsi all’islam prima, e ad insinuarsi all’interno di una
coppia già sposata, dopo?
«L’islam protegge le donne, non le lascia sole, anche in caso di
divorzio. Eppoi, in Occidente, quanti uomini mollano le mogli per altre
donne o le tradiscono di nascosto, e ciononostante si professano
monogami? Allora, non è meglio essere sinceri e fare tutto nella
legalità?».
La scelta radicale di Barbara può forse trovare una spiegazione nella
sua storia personale. Sembra infatti che, quando era piccola, suo padre
abbia abbandonato la famiglia per un’altra donna. Questo, secondo
Aisha-Barbara, egli fosse stato musulmano e, semplicemente, avesse
potuto prendere una seconda moglie.
In realtà, neanche nelle società islamiche le cose funzionano sempre
così: molte mogli vengono, infatti, facilmente ripudiate e messe per
strada insieme ai loro figli. E per loro questo significa miseria,
disperazione e, spesso, prostituzione.
MARYAM E NURA:
COL VELO, SERENE E FELICI
Arcevia delle Marche, fine agosto 1998, campeggio estivo dell’«Unione
delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia» (UCOII).
Tra le tante donne presenti spiccano alcune italiane convertite
all’islam, mogli di musulmani maghrebini o egiziani. Concordi
nell’esprimere una totale e «non condizionata» libertà nella scelta
religiosa da loro compiuta, hanno anche evidenziato un’adesione a
princìpi religiosi e sociali islamici che ben oltrepassano
l’ortodossia per sconfinare, come per molte altre persone ivi
presenti, in un integralismo di vedute e di prospettive. Non a caso,
infatti, tra i testi di lettura proposti dagli stand comparivano saggi
di Sayd Qutub, l’ideologo dei Fratelli Musulmani.
Dal rumoroso gruppo di signore sedute in circolo si fa avanti
un’italiana, Maryam, giovanissima e timida moglie di un ragazzo
tunisino, coinvolta dall’amica Nura a spiegare la sua conversione
all’islam e di indossare lo hijab. Tuttavia quest’ultima, toscana
ventinovenne, è più sicura di sé e più decisa a prendere la parola
al posto dell’altra: «Molti ci domandano se siamo state costrette a
convertirci sposando i nostri uomini. Ma come avremmo potuto fare una
scelta tanto importante, senza esserne sinceramente convinte? Per quanto
mi riguarda, già da tempo ero alla ricerca di un ideale morale,
spirituale. Il cristianesimo non dava alcuna risposta ai miei dubbi: così,
quando ho conosciuto mio marito e la sua religione, è stato come
trovare la soluzione alla mia ricerca, quella strada che avevo inseguito
per anni».
E lo hijab, il velo che ora indossa? «Io non do molta importanza
all’abbigliamento: mi sono avvicinata all’islam a partire da Dio ed
è per rispettare le sue regole che metto il velo. Nessuno mi ha
costretta a farlo».
Cos’ha significato l’islam nella sua storia personale? «Aver
trovato certezze, forza interiore, un senso nella mia esistenza. Ho
sconfitto paure che mi trascinavo dietro da anni, come quella della
morte. Grazie alla fede in Dio e alla speranza del paradiso, le ho
superate e riesco ad affrontare la vita quotidiana, i problemi che ne
derivano, le difficoltà, con più sicurezza. Mi sento serena. Felice».
PER SCELTA
O PER AMORE?
Le motivazioni alla base delle conversioni femminili sono molteplici e
ben s’adattano alle tendenze caratteriali e psicologiche di ognuna, al
loro background culturale e familiare, alle loro aspettative sociali e
interiori.
Fra le intervistate, molte hanno abbracciato l’islam a seguito di
matrimoni con uomini musulmani, anche se ciò non rappresenta un obbligo
della shari‘a. Si tratta spesso di scelte che, almeno inizialmente,
scaturiscono da coinvolgimenti sentimentali ed emotivi, per poi
radicarsi più profondamente nella loro vita. Scelte che coronano un
desiderio di rivestire un ruolo sociale e personale preciso, di essere
accettate completamente dal partner e dal suo ambiente. Di essere amate,
insomma.
Spesso, ma non sempre, sono donne semplici, di media cultura, prive di
personalità forti e di solide identità; alcune hanno alle spalle
trascorsi familiari dolorosi, separazioni dei genitori, padri
autoritari, fallimenti matrimoniali… Donne insicure e con una
precedente scarsa valorizzazione di sé, hanno ottenuto nell’islam
certezze e forza, ammirazione all’interno della comunità e rispetto.
Per alcune, invece, seguire questa via ha significato, al di là delle
spiegazioni psicologiche e sociali, «ritrovare» radici lontane, le
proprie, da portare alla luce realizzando, in questa esistenza, un «percorso»
già inscritto profondamente nella loro storia personale: una sorta di
destino o di «karma». E, quindi, il raggiungimento di una dimensione
di pienezza spirituale, di superamento di ansie e paure (non ultima
quella della morte) e la graduale scomparsa di una sensazione di vuoto e
insignificanza esistenziale.
Queste donne si sono dimostrate sicure, volitive, con idee chiare in
mente, fortemente motivate nella loro scelta. Persone a cui la
religione, anziché limitare gli orizzonti ha spalancato le porte della
vita stessa.
BOX 1
L’ISLAM ITALIANO
Si calcola che, in Italia, circa 50 mila (ma la cifra è probabilmente
sovrastimata) nostri connazionali abbiano abbracciato la religione
islamica. Attraverso la formalizzazione della shahada, la professione di
fede islamica, nei circa 250 luoghi di culto presenti sul territorio
vengono registrate diverse migliaia di conversioni ogni anno,
prevalentemente di uomini.
Ma chi sono le persone che, ad un certo punto della loro vita, si
convertono all’islam? In che realtà vanno a inserirsi? Proviamo a
scoprirlo.
Questo lavoro sull’islam in Italia si articolerà in quattro puntate:
1) le donne convertite (islam sunnita ortodosso); 2) gli uomini (islam
sunnita ortodosso); 3) le comunità islamiche in Italia e l’intesa con
lo stato (il «concordato»); 4) sciiti, sufi, baha’i.
Angela Lano
BOX 2
Glossario
LEGGE E PRECETTI
Fatwa: sentenza giuridica, parere autorevole fondato sulla legge
coranica ed emesso da un muftî (giudice).
Hadith (plurale: ahadith): i detti e i fatti del profeta, raccolti da
vari autori, il cui insieme forma la sunnah.
Hajj: pellegrinaggio. Costituisce uno dei 5 pilastri (arkan)
dell’islam: è dovere di ogni musulmano recarsi in pellegrinaggio alla
Mecca almeno una volta nel corso della propria vita.
Sufi: da sufi, lana: mistica islamica.
Shahada: da shahida, essere testimone, dare testimonianza: formula
dottrinale musulmana, per mezzo della quale si attesta che «non vi è
altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo inviato».
Shari‘a: la legge sacra islamica, che deriva dal corano, dalla sunnah
(la tradizione basata sull’esempio del profeta), dalla ijma’ (il
consenso dei dotti, gli ‘ulama’ o i fuqaha’) e dal principio
analogico, che comprende i precetti religiosi inerenti ogni aspetto
della vita del credente (norme relative al culto, leggi politico-sociali
e giuridiche). Il fiqh è la scienza della shari‘a.
PERSONE
Imam: guida del culto islamico (attenzione: non corrisponde affatto al
prete o al vescovo cattolico).
Muezzin: colui che invita alla preghiera.
Mujahid (m.), mujahidah (f.): da jihad, sforzo, lotta, guerra santa:
colui o colei che si sforzano, o che lottano, anche con le armi, sulla
via di Dio e contro gli infedeli.
Shaikh: uomo vecchio e degno di rispetto, capo, patriarca, titolo usato
per tutti i regnanti dell’area del Golfo Persico, membro di un ordine
religioso, maestro di una confraternita sufi.
ABBIGLIAMENTO
‘Abaya: manto nero che nasconde interamente il corpo femminile.
Burqu‘a: lungo velo nero femminile che lascia scoperti solo gli occhi.
Hijab: velo femminile islamico.
Jallabiyya: lungo abito unisex usato in vari paesi arabi.
Neqab: velo (di solito, nero) che copre completamente il volto della
donna.
0 - Angela Lano
Settembre - 2004
RELIGIONI STRUMENTO DI PACE
Sulla via di Allah (3)
Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam,
è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non
implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a
certe condizioni.
«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di
Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208);
«Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al
suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li
guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della
pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto:
“O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le
comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48);
«Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro
saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano
il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi
rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro
saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione
pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata
sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo»
e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è
tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come
in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il
complesso significato di jihad.
AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH
«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità
o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad
esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male
all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il
comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i
quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità
a combattere la tirannia e l’oppressione - il continuo adeguamento dei
mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità
etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche
all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano,
seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di
salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione
che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo,
ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa
di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah
non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li
incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione
è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa
moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono,
uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli
finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah.
Se poi smettono... ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché
mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli
uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da
questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione
verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada,
significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi,
battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare,
cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni
nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente
all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da
negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure»
dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere,
può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della
«rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere,
dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché
rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata
all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità
superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene
definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del
jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico:
lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di
resistenza alle aggressioni esterne che colpiscono la comunità. Si
leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e
il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo
gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che,
invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece
vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non
ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima
difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio,
naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10
comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate
vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non
uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor
iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi,
involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e
versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che
essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente,
apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente.
Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga
versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno
schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi
per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un
credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo.
Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato
atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad
uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro
che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare
la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello.
Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da
nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti
dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida
un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la
corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera.
E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta
l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti
di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede
in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al
proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile,
specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla
menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».
GIUSTIZIA E PERDONO
L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl
5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete
testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri
genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è
più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi
distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di
quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni
sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità
l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla
devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi
accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor
iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e
la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza,
ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve
ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta
all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili
innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è
una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di
tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah.
Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della
collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di
giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo
alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il
termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi
musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per
obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il
termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della
religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro
l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il
jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per
mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente
sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di
norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche
più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente
compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per
rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi,
l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia,
nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la
prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di
ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla
conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti
quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico.
Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il
Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato
differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento,
alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio.
Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo
intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a
conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione
di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione
di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda
la passività o una generica presa di distanza di fronte
all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci
insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per
lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non
violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo
contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi,
la propria famiglia e paese da attacchi esterni e lo sforzo morale per
rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio
estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa,
nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e
negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli
strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né
colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore - disse il
profeta - è dire una parola di condanna contro un governante
ingiusto”».
GUERRA SANTA
Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o
fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre
culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i
riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in
qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il
significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate
nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi
califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo
(quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste
guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e
saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i
mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli
arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo
all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione»,
quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione
alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni
giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti
della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo
sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla
vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e
molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati
da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo
con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare
delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione,
da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima
difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad
altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non
è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze
altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il
Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere - spiega Ramadan -,
quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste
pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace
è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci
insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto,
al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso
l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per
mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol
dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di
fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza.
Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma
ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il
lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e
non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà
di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale
dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte
dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini
di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa
resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro
identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale,
l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso
della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente
per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi
parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza
che si tratta»8.
MECCA E MEDINA
I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso,
fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere,
fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando
Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader
politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche
degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve
rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti
della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà
chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha
ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o
politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice
qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di
questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la
guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in
condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o
araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è
quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la
comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro
contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di
Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici
della comunità islamica (esternamente, politeisti della Mecca, ebrei,
cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte
esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la
guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna
precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi
versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una
violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel
contesto per non travolgerne il vero senso. Disgraziatamente oggi gli
uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si
impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione
ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale
dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il
Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della
predicazione, al contrario»11.
LA PACE
Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più
spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti
alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come
augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile
e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la
persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere
economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca,
ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non
si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua
predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il
vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il
monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa
concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un
certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una
violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la
medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto,
che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il
jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello
preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo
dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella
preislamica.
LIMITI NELL'USO DELL'HARB
Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate.
La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case,
campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione,
vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via
di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio
non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece
il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete
slealtà, deviando dal sentiero della rettitudine. Non mutilerete i
corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la
donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le
piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le
greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi.
Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla
missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non
cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la
cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure
contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è
una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani
dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani
del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente
perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di
lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».
TEORIA E PRATICA
Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi
di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi
e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e
ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di
difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti
indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di
massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di
migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di
produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante
interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta
completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui,
riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita
nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema
difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le
usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita,
bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.
Box 1
CHI SONO I MARTIRI?
Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati
mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso
presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al
Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono
uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati
uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne
accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono
stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal
loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor
III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza
«dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento
o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima
difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati
shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione»
alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché,
se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti
(vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta
contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere
la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo.
L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non
rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in
guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere
salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire
un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani - musulmani e non
musulmani - possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà.
È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più
la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma
positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è
oggi questo il nostro jihad»15.
0 - Angela Lano
Settembre - 2004
RELIGIONI STRUMENTO DI PACE
Sulla via di Allah (3)
Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam,
è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non
implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a
certe condizioni.
«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di
Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208);
«Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al
suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li
guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della
pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto:
“O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le
comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48);
«Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro
saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano
il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi
rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro
saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione
pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata
sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo»
e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è
tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come
in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il
complesso significato di jihad.
AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH
«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità
o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad
esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male
all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il
comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i
quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità
a combattere la tirannia e l’oppressione - il continuo adeguamento dei
mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità
etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche
all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano,
seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di
salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione
che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo,
ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa
di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah
non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li
incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione
è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa
moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono,
uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli
finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah.
Se poi smettono... ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché
mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli
uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da
questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione
verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada,
significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi,
battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare,
cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni
nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente
all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da
negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure»
dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere,
può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della
«rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere,
dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché
rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata
all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità
superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene
definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del
jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico:
lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di
resistenza alle aggressioni esterne che colpiscono la comunità. Si
leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e
il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo
gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che,
invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece
vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non
ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima
difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio,
naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10
comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate
vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non
uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor
iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi,
involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e
versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che
essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente,
apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente.
Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga
versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno
schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi
per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un
credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo.
Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato
atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad
uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro
che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare
la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello.
Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da
nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti
dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida
un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la
corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera.
E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta
l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti
di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede
in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al
proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile,
specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla
menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».
GIUSTIZIA E PERDONO
L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl
5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete
testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri
genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è
più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi
distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di
quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni
sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità
l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla
devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi
accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor
iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e
la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza,
ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve
ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta
all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili
innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è
una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di
tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah.
Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della
collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di
giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo
alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il
termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi
musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per
obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il
termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della
religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro
l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il
jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per
mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente
sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di
norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche
più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente
compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per
rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi,
l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia,
nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la
prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di
ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla
conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti
quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico.
Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il
Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato
differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento,
alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio.
Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo
intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a
conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione
di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione
di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda
la passività o una generica presa di distanza di fronte
all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci
insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per
lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non
violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo
contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi,
la propria famiglia e paese da attacchi esterni e lo sforzo morale per
rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio
estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa,
nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e
negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli
strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né
colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore - disse il
profeta - è dire una parola di condanna contro un governante
ingiusto”».
GUERRA SANTA
Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o
fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre
culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i
riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in
qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il
significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate
nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi
califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo
(quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste
guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e
saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i
mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli
arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo
all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione»,
quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione
alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni
giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti
della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo
sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla
vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e
molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati
da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo
con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare
delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione,
da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima
difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad
altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non
è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze
altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il
Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere - spiega Ramadan -,
quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste
pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace
è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci
insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto,
al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso
l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per
mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol
dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di
fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza.
Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma
ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il
lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e
non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà
di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale
dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte
dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini
di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa
resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro
identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale,
l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso
della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente
per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi
parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza
che si tratta»8.
MECCA E MEDINA
I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso,
fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere,
fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando
Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader
politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche
degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve
rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti
della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà
chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha
ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o
politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice
qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di
questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la
guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in
condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o
araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è
quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la
comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro
contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di
Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici
della comunità islamica (esternamente, politeisti della Mecca, ebrei,
cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte
esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la
guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna
precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi
versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una
violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel
contesto per non travolgerne il vero senso. Disgraziatamente oggi gli
uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si
impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione
ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale
dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il
Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della
predicazione, al contrario»11.
LA PACE
Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più
spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti
alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come
augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile
e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la
persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere
economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca,
ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non
si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua
predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il
vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il
monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa
concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un
certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una
violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la
medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto,
che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il
jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello
preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo
dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella
preislamica.
LIMITI NELL'USO DELL'HARB
Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate.
La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case,
campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione,
vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via
di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio
non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece
il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete
slealtà, deviando dal sentiero della rettitudine. Non mutilerete i
corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la
donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le
piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le
greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi.
Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla
missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non
cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la
cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure
contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è
una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani
dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani
del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente
perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di
lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».
TEORIA E PRATICA
Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi
di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi
e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e
ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di
difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti
indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di
massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di
migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di
produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante
interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta
completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui,
riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita
nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema
difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le
usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita,
bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.
Box 1
CHI SONO I MARTIRI?
Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati
mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso
presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al
Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono
uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati
uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne
accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono
stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal
loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor
III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza
«dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento
o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima
difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati
shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione»
alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché,
se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti
(vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta
contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere
la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo.
L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non
rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in
guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere
salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire
un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani - musulmani e non
musulmani - possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà.
È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più
la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma
positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è
oggi questo il nostro jihad»15.
0 - Angela Lano
Settembre - 2004

RELIGIONI STRUMENTO DI PACE
Sulla via di Allah (3)
Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam,
è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non
implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a
certe condizioni.
«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di
Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208);
«Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al
suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li
guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della
pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto:
“O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le
comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48);
«Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro
saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano
il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi
rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro
saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione
pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata
sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo»
e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è
tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come
in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il
complesso significato di jihad.
AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH
«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità
o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad
esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male
all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il
comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i
quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità
a combattere la tirannia e l’oppressione - il continuo adeguamento dei
mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità
etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche
all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano,
seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di
salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione
che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo,
ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa
di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah
non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li
incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione
è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa
moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono,
uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli
finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah.
Se poi smettono... ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché
mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli
uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da
questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione
verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada,
significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi,
battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare,
cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni
nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente
all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da
negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure»
dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere,
può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della
«rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere,
dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché
rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata
all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità
superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene
definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del
jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico:
lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di
resistenza alle aggressioni esterne che colpiscono la comunità. Si
leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e
il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo
gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che,
invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece
vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non
ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima
difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio,
naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10
comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate
vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non
uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor
iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi,
involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e
versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che
essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente,
apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente.
Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga
versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno
schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi
per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un
credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo.
Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato
atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad
uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro
che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare
la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello.
Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da
nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti
dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida
un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la
corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera.
E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta
l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti
di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede
in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al
proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile,
specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla
menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».
GIUSTIZIA E PERDONO
L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl
5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete
testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri
genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è
più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi
distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di
quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni
sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità
l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla
devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi
accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor
iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e
la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza,
ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve
ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta
all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili
innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è
una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di
tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah.
Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della
collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di
giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo
alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il
termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi
musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per
obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il
termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della
religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro
l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il
jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per
mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente
sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di
norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche
più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente
compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per
rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi,
l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia,
nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la
prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di
ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla
conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti
quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico.
Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il
Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato
differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento,
alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio.
Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo
intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a
conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione
di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione
di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda
la passività o una generica presa di distanza di fronte
all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci
insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per
lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non
violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo
contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi,
la propria famiglia e paese da attacchi esterni e lo sforzo morale per
rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio
estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa,
nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e
negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli
strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né
colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore - disse il
profeta - è dire una parola di condanna contro un governante
ingiusto”».
GUERRA SANTA
Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o
fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre
culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i
riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in
qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il
significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate
nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi
califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo
(quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste
guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e
saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i
mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli
arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo
all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione»,
quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione
alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni
giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti
della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo
sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla
vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e
molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati
da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo
con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare
delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione,
da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima
difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad
altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non
è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze
altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il
Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere - spiega Ramadan -,
quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste
pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace
è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci
insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto,
al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso
l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per
mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol
dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di
fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza.
Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma
ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il
lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e
non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà
di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale
dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte
dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini
di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa
resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro
identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale,
l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso
della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente
per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi
parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza
che si tratta»8.
MECCA E MEDINA
I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso,
fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere,
fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando
Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader
politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche
degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve
rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti
della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà
chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha
ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o
politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice
qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di
questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la
guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in
condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o
araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è
quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la
comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro
contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di
Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici
della comunità islamica (esternamente, politeisti della Mecca, ebrei,
cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte
esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la
guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna
precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi
versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una
violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel
contesto per non travolgerne il vero senso. Disgraziatamente oggi gli
uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si
impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione
ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale
dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il
Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della
predicazione, al contrario»11.
LA PACE
Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più
spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti
alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come
augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile
e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la
persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere
economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca,
ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non
si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua
predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il
vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il
monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa
concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un
certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una
violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la
medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto,
che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il
jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello
preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo
dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella
preislamica.
LIMITI NELL'USO DELL'HARB
Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate.
La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case,
campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione,
vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via
di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio
non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece
il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete
slealtà, deviando dal sentiero della rettitudine. Non mutilerete i
corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la
donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le
piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le
greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi.
Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla
missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non
cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la
cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure
contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è
una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani
dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani
del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente
perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di
lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».
TEORIA E PRATICA
Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi
di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi
e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e
ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di
difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti
indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di
massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di
migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di
produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante
interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta
completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui,
riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita
nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema
difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le
usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita,
bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.
Box 1
CHI SONO I MARTIRI?
Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati
mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso
presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al
Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono
uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati
uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne
accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono
stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal
loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor
III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza
«dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento
o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima
difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati
shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione»
alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché,
se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti
(vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta
contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere
la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo.
L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non
rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in
guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere
salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire
un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani - musulmani e non
musulmani - possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà.
È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più
la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma
positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è
oggi questo il nostro jihad»15.
0 - Angela Lano
Gennaio - 1999

ITALIA - I marciapiedi della discordia
Nei consultori familiari e negli ospedali torinesi
le pazienti extra-comunitarie sono sempre di più.
La maggioranza ha problemi seri. Portati dai paesi che hanno abbandonato
o «presi» sulle strade italiane.
Christine ha 25 anni, è in Italia dal ’95; vi è giunta al seguito di
un’amica, Kitty, nigeriana come lei, che le aveva proposto di aiutarla
nei suoi preparativi per il matrimonio. Avrebbe dovuto fermarsi a casa
sua, a Torino, per un paio di mesi, il periodo giusto per organizzare un
evento che, nella loro tradizione, assorbe molta energia. Christine
lascia il lavoro di impiegata a Benin City e arriva nel nostro paese.
Per alcune settimane è ospite della ricca amica e si gode felice la
vacanza.
Un giorno, però, Kitty la invita ad uscire con lei e la conduce in una
strada, il corso Regina Margherita. «Ecco, io lavoro qui. Faccio la
prostituta. Da domani sarà anche il tuo mestiere». Christine,
scioccata, le chiede perché non glielo avesse detto prima e si rifiuta
di cedere all’imposizione della sua falsa amica. Iniziano così
violenze e ricatti di ritorsione alla famiglia; infine, un rito woodoo
sancisce nel sangue il patto di sfruttamento e di paura. Sessanta
milioni da «restituire» attraverso un lavoro che inizia al mattino per
terminare a notte inoltrata: un viaggio da Torino alla provincia di
Cuneo, 30-50 mila lire a cliente, per tre mesi. Per sé non può tenere
neanche i soldi per il cibo: deve consegnarle tutto. Un inferno
domestico fatto di piatti e bottiglie scagliate contro di lei (e il suo
corpo ricoperto da cicatrici lo dimostra senza equivoci), fame e
umiliazioni, pericoli e insidie per la sua salute ed incolumità.
Finalmente, la fuga verso la libertà in casa di un amico, un cliente
gentile che la riempie di regali. Due anni di serenità e di fiducia
riacquistate; poi, all’improvviso, una mattina bussa alla porta la
mamam con due scagnozzi: volano insulti e minacce, per lei e il suo
fidanzato. Lui si spaventa e la manda via di casa. Così, terrorizzata,
delusa e disperata, è di nuovo sul marciapiede, fino alla comparsa dei
primi sintomi di una malattia terribile: l’Aids.
Ora Christine è ricoverata in ospedale, ha abbracciato la fede
cristiana attraverso un gruppo di religiosi che l’ha accolta e
assistita. Purtroppo il virus avanza, ma lei, forse, non ne è
cosciente. Tra lacrime e guizzi di un’antica e indistruttibile
allegria, ha raccontato la sua storia e così la conclude: «Ho smesso
di fare quella vita squallida e le maledizioni woodoo della mia ex mamam
non mi fanno più paura. Ora credo in Dio e in Gesù».
La storia di Christine è tristemente comune a molte donne africane e
albanesi. Molte, malate, si rivolgono ad ospedali e A.s.l. torinesi per
ricevere aiuto medico, ma anche un sostegno psicologico. Per tante
altre, invece, è l’aborto il motivo di ingresso nelle strutture
sanitarie.
Consultorio familiare di via Sospello n. 139, Borgo Vittoria, Torino:
nella sala d’attesa siedono alcune donne immigrate. Un’anziana
signora italiana le guarda con diffidenza borbottando ad alta voce.
Quando è il suo turno, senza ribattere, una di loro si alza e si dirige
in uno degli ambulatori.
Sono tante le pazienti straniere anche in questa circoscrizione, la V:
gli operatori parlano del 15% dell’utenza, formata, in prevalenza, da
egiziane, maghrebine, ma anche da nigeriane e di altre nazionalità. Non
tutte sono in regola, ma proprio per la natura stessa dei consultori,
che sono facilmente raggiungibili dal pubblico, sono gratuiti e
garantiscono l’anonimato (legge n. 405/75), possono accedervi senza
paure o rischi.
Tuttavia, l’ambiente «multietnico» di via Sospello non costituisce
un caso isolato. In molti quartieri torinesi, infatti, la presenza di
cittadini extra-europei è forte e ben visibile e viene a riflettersi
anche all’interno delle strutture pubbliche. Marocchini, peruviani,
cinesi, rumeni, filippini, egiziani, nigeriani, somali, albanesi,
ex-jugoslavi, senegalesi, tunisini… vanno a formare la numerosa
popolazione (si parla di qualche decina di migliaia) di nuovi utenti,
regolari e clandestini. L’azienda sanitaria torinese che ne ha
registrato la maggioranza dei ricoveri in Day Hospital e in degenza
ordinaria è di sicuro il Sant’Anna – Regina Margherita, dove i
pazienti extra-comunitari, donne e bambini (alcuni dei quali vittime di
guerra o colpiti da gravi malformazioni ad organi vitali) toccano punte
del 6-7-8%. In questa prospettiva, un lavoro molto importante viene
svolto dal mediatore socio-culturale, che facilita la comunicazione tra
medici e pazienti stranieri.
Un altro ospedale dove la presenza annua di utenti immigrati si aggira
intorno alle 400-500 unità è il Mauriziano; seguono poi il Martini
Nuovo di via Tofane, le Molinette, il San Giovanni Bosco, l’Amedeo di
Savoia, il San Giovanni Vecchio e il Maria Vittoria.
Gli interventi medici richiesti vanno dalle interruzioni di gravidanza
(7-800 su tutte le A.s.l. torinesi); ai parti (400 relativi a donne
straniere anche comunitarie, e circa 200 di sole cittadine
extra-comunitarie); all’asportazione e cura di tumori; al trattamento
di malattie sessualmente trasmissibili come l’Aids, di vari tipi di
patologie respiratorie e polmonari, di disturbi della personalità, di
psicosi, nevrosi, ansie…
Un esempio fra tutti: la A.s.l. 3 (Amedeo di Savoia, Maria Vittoria,
distretti di base e consultori a loro connessi) ha accolto circa 1.500
utenti immigrati.
Particolarmente importante è il ruolo svolto dai consultori familiari:
molte donne vi si rivolgono per chiedere aiuto e consiglio per le più
disparate ragioni medico-sanitarie, ma anche socio-assistenziali e
psicologiche. «Da noi arrivano madri all’ottavo mese di gravidanza,
immigrate dall’Africa o dal mondo arabo, che non hanno mai fatto un
esame di controllo» racconta Maryam, una mediatrice socioculturale
egiziana. «Altre hanno problemi con il partner e denunciano gravi
violenze domestiche; alcune donne arabe prenotano, tra mille remore e
tormenti, interruzioni di gravidanza assolutamente vietate dalla loro
cultura di appartenenza; altre ancora hanno problemi di solitudine e di
depressione, o paura di malattie che non conoscono; qualcuna richiede
una consulenza per convincere il marito a superare barriere culturali e
tradizionali che gli impediscono di far uso di profilattici».
«Capita anche che qualche ragazza albanese o nigeriana si rechi in
ospedale, perché non si sente bene e scopra da un momento all’altro
di essere affetta dall’Aids». Casi umani disperati che affiorano alla
superficie di un’ormai ampia fascia di popolazione immigrata, che non
è solo portatrice di criminalità, ma che è spesso vittima di abusi,
ingiustizie e sfruttamento.
Come Amina, la giovane donna maghrebina, incinta, che viveva in uno
squallido retrobottega, tra topi e scarafaggi, senz’acqua e senza
possibilità alcuna di arginare un’estesa infezione puerperale
all’apparato genitale: per quel locale malsano, indegno di un essere
umano, pagava 700 mila lire al mese al proprietario, un italiano.
LYDIA, SARAH E LE ALTRE
È un mercato in espansione. Negli ultimi anni il fenomeno della
prostituzione
extra-comunitaria si è allargato
dalle periferie delle grandi città alle strade
dei piccoli centri di provincia.
Cronaca (non commentata) di un viaggio
in treno da Torino a Rovereto.
Ore 17.59, stazione di Torino Porta Susa. Sono tante le nigeriane in
attesa del treno interregionale per Milano. Quando arriva, la
maggioranza sale su uno dei vagoni di testa. Si sistemano in gruppetti
di tre. Alcune, allungate le gambe, appoggiano subito la testa sulle
sacche nere. Altre estraggono cibo odoroso da sacchetti di plastica.
Passa il controllore che esamina con attenzione i loro biglietti. Alcune
mostrano l’abbonamento. Mentre fingo di leggere i giornali, sbircio ciò
che accade. Una di loro estrae dal beauty uno specchietto e inizia a
spalmarsi con cura una crema bianca sul viso. La dirimpettaia,
camicietta nera a lustrini fluorescenti, si passa un pennello sulle
palpebre. La terza, jeans attillati e felpa, si tinge le unghie delle
mani con un colore verde smeraldo. Il vagone sembra essersi trasformato
in una silenziosa «sala trucco». Allungo lo sguardo verso i sedili più
avanti. Un’altra nigeriana, lunghi capelli neri raccolti in treccine,
specchietto in mano, si trucca con attenzione ciglia e sopracciglia. La
sua vicina, scarpe con tacchi altissimi, si sta riposando con il viso
nascosto sotto la tenda del finestrino, ma è svegliata dal trillo del
telefonino che la compagna seduta a fianco tiene legato alla cintola dei
pantaloni. Alle 19 e 45 il treno entra nella stazione centrale di
Milano. Le nigeriane scendono velocemente e si disperdono. Io mi dirigo
verso un altro binario.
Ore 22.30, stazione di Rovereto, provincia di Trento. La stazione si
trova lungo la strada statale. La luna illumina la notte. Ci dirigiamo
verso sud, in direzione dell’incrocio per il lago di Garda. Saranno
meno di tre chilometri. Sulla destra c’è un distributore di benzina.
Accanto, un po’ in penombra, una nigeriana è in attesa. Procediamo
incrociando poche auto. A sinistra si trova un altro distributore. E
un’altra donna nera. Slanciata, indossa un abito molto corto,
nonostante la temperatura. Passiamo il ponte sul torrente Leno. Sulla
sinistra c’è una nuova pompa di benzina. E, accanto ad un lampione,
una ragazza di colore. Un semaforo e un incrocio. A destra, ancora un
distributore. E ancora una nigeriana. Poco oltre, l’ennesima pompa di
benzina. E l’ennesima ragazza (*). Sta confabulando al finestrino di
un’auto. Tra qualche centinaio di metri, io sarò a casa. Il
termometro segna 2 gradi centigradi.
Paolo Moiola
(*) Secondo recenti statistiche, in Italia lavorano circa 25.000
prostitute straniere. Di queste il 60% proviene dalla Nigeria, il 15%
dall’Albania, il 10% dalla ex Jugoslavia.
LAPIDAZIONE O FUSTIGAZIONE
Il corano e la sharia sono assolutamente ferrei in materia sessuale.
Sono vietati i rapporti pre ed extraconiugali (fornicazione) e la
prostituzione. Se il fornicatore è già stato sposato, almeno una
volta, con una donna musulmana, viene applicata la pena capitale tramite
lapidazione; se è ancora celibe, verrà condannato alla fustigazione
pubblica (100 frustate).
«Il rapporto sessuale illecito - zina, in lingua araba - è definito
come rapporto al di fuori del milk o della shubhat milk: il milk è il
diritto al rapporto sessuale che scaturisce dal matrimonio o dal
possesso di una schiava» (*).
Sura XVII, v. 32: «Non ti avvicinare alla fornicazione. È davvero cosa
turpe e un tristo sentiero». Sura XXIII, vv. 5-6-7 e sura LXX, v.
29-30: «(…) e che si mantengano casti, eccetto con le loro mogli e
con le schiave che possiedono – e in questo non sono biasimevoli -,
mentre coloro che desiderano altro sono i trasgressori». Sura XXXIII,
v. 30: «O mogli del Profeta, quella tra voi che si renderà colpevole
di una palese turpitudine, avrà un castigo raddoppiato due volte. Ciò
è facile per Allah». Sura V, v. 5: «(Vi sono inoltre lecite) le donne
credenti e caste, le donne caste di quelli cui fu data la Scrittura
prima di voi, versando il dono nuziale - sposandole, non come debosciati
libertini!». Sura IV, v. 15: «Se le vostre donne (nell’islam è
ammessa la poligamia, ndr) avranno commesso azioni infami (adulterio),
portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi
testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non
sopraggiunga la morte o Allah non apra loro una via d’uscita»; v. 24:
«(…) A parte ciò, vi è permesso cercare mogli utilizzando i vostri
beni in modo onesto e senza abbandonarvi al libertinaggio (…)»; v.
25: «E chi di voi non avesse i mezzi per sposare donne credenti libere,
scelga moglie tra le schiave nubili e credenti. Allah conosce meglio la
vostra fede, voi provenite gli uni dagli altri. Sposatele con il
consenso della loro gente, e versate la dote in modo conveniente; siano
donne rispettabili e non libertine o amanti(…)». Sura II, v. 235: «Non
sarete rimproverati se accennerete a una proposta di matrimonio, o se ne
coltiverete segretamente l’intenzione. Allah sa che ben presto vi
ricorderete di loro. Ma non proponete il libertinaggio; dite solo parole
oneste».
E, per concludere, sura XXIV – La Luce, v. 2-10: «Flagellate la
fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non
vi impietosite nell’applicazione della Religione di Allah, se credete
in Lui e nell’Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente
alla punizione (…)».
Un breve cenno merita il cosiddetto matrimonio temporaneo - mut’a -,
consentito apertamente dalla sola pratica sciita (duodecimana): esso è
previsto per circostanze particolari ove non si possa o non si voglia
celebrare un matrimonio a tutti gli effetti. Questa unione temporanea ha
lo scopo di poter «consumare» il rapporto sessuale senza infrangere la
legge islamica. Alla donna viene corrisposto un compenso.
Angela Lano
(*) Cfr. Joseph Schacht, Introduzione al diritto musulmano, Edizioni
della Fondazione Agnelli, Torino 1995, pag. 186
0 - Angela Lano
Marzo - 2001

ALBANIA - Altan ha gli occhi di miele
Almeno un milione allo scafista albanese, altre 300 mila lire al
taxista italiano e poi via verso le grandi
città della speranza. Molti sono i minori arrivati senza famiglia. I più
fragili sono facile preda della criminalità, sempre alla ricerca di
nuova «manodopera».
I più fortunati trovano una comunità di accoglienza, dove il
volontariato (cattolico o laico) svolge un lavoro
mai abbastanza valorizzato.
Altan ha 15 anni, è biondo e ha gli occhi color del miele. Il suo viso
di bambino sfugge allo sguardo dei «grandi». È arrivato un paio
d’anni fa dal nord dell’Albania. A bordo di un gommone, insieme a
tanti suoi connazionali, ha attraversato l’Adriatico ed è sbarcato
sulle coste pugliesi.
I suoi occhi esprimono ancora paura mentre descrive il viaggio: un vero
inferno, tra decine e decine di corpi che si aggrappano ai bordi dello
scafo, si legano, si stringono l’uno all’altro, per non cadere tra i
flutti. Donne, bimbi, neonati, vecchi e giovani, terrorizzati dalla
folle velocità con cui lo scafista conduce il veicolo tra le onde
gelide del mare. Spaventati da ciò che li aspetta: attraversare a nuoto
un lungo tratto d’acqua profonda e fredda, qualcuno da solo, altri con
figli piccoli tra le braccia; alcune donne agli ultimi mesi di
gravidanza, altre vecchie e senza forza. Gruppi umani accatastati come
bestie e come bestie gettati nell’acqua aperta non appena la guardia
costiera o i carabinieri appaiono all’orizzonte. Bimbi usati come
scudi o come ostaggi da uomini senza più emozioni.
Per questo viaggio allucinante, ogni persona ha pagato almeno un milione
di lire allo scafista.
Nel suo italiano appreso nei centri di formazione per stranieri, Altan
continua: «Raggiunta la costa a nuoto, si cammina per due o tre ore, a
piedi, per arrivare al punto stabilito per l’incontro con i tassisti
(generalmente italiani), che ci condurranno nelle varie città pugliesi».
A questi tassisti nostrani pagano circa 300 mila lire a testa. Una volta
giunti in prossimità di una stazione ferroviaria, salgono su treni
diretti verso le maggiori città italiane. Milano e Torino sono tra le
mete preferite.
D’estate invece si fermano nella provincia di Foggia, dove vengono
impiegati nei lavori agricoli. Con la somma guadagnata possono presto
saldare i debiti contratti con familiari e amici, che sono serviti loro
a pagare il viaggio.
Perché scelgono l’Italia? «Molti di noi, nel passato, si sono
diretti in Grecia. Adesso, però, non è più possibile entrarvi e
quindi non rimane che l’Italia, le cui frontiere costiere sono molto
più aperte e accessibili. La destinazione desiderata, comunque, rimane
la Gran Bretagna o il nord Europa».
Molti degli albanesi approdati nel nostro paese provengono da zone
rurali o montane dell’Albania. Aree molto depresse, dove il livello di
vita è bassissimo, la povertà economica e sociale molto forte.
La prima tappa della loro emigrazione (o emigrazione interna) consiste,
in genere, nel discendere dai villaggi di montagna verso le periferie
delle città più importanti - Tirana, Durazzo, Valona - e nel trovare
una misera collocazione in baracche senz’acqua, senza luce e senza
impianto fognario. Vivono per qualche tempo in tanti, membri di una
stessa famiglia allargata con numerosa prole. Vendono le poche bestie in
loro possesso e cercano di emigrare all’estero.
A questo punto inizia la seconda fase del percorso migratorio. Forse il
più doloroso e il più rischioso. Certamente quello su cui sono
investite enormi speranze.
Ma cosa succede ad uno dei tanti ragazzini albanesi emigrati, una volta
arrivato nelle grandi metropoli italiane? Ad esempio, a Torino?
«In genere, appena scesi dal treno, c’è qualche amico o parente che
ci aspetta e ci porta a casa sua. Chi però non conosce nessuno, se ne
sta in mezzo alla strada, al freddo, senza cibo, facile preda di bande
criminali».
Grazie ad un vero e proprio «passa-parola», molti minori arrivano
all’Ufficio stranieri, dove ricevono buoni mensa, buoni doccia, e in
certi casi una sistemazione in qualche comunità d’accoglienza.
Nel 2000 a Torino sono arrivati più di un centinaio di ragazzini
albanesi e, di questi, circa 40 dormono ancora all’aperto, in vagoni
ferroviari vuoti, nelle fabbriche, nei magazzini abbandonati, ecc.
Al mattino si alzano e vanno a fare colazione in via Nizza, dalle suore
della San Vincenzo; a pranzo sono invece al Cottolengo, dove li attende
la lunga fila per il pasto; per la cena si recheranno in via Le Chiuse.
Alcuni tra i più fortunati trovano ospitalità presso comunità,
parrocchie o associazioni: al Sermig; da don Matteo, nella parrocchia di
San Luca; all’Asai; dai camilliani; alla Caritas; alla Nuova Aurora.
Il freddo dell’inverno avrebbe probabilmente ucciso i 15 ragazzini
albanesi che avevano trovato un precario riparo alle fermate degli
autobus e negli ex ospedali psichiatrici, se qualcuno non li avesse
soccorsi. Il gelo li aveva sorpresi a Torino, città che, per loro,
significava lavoro e benessere.
Comunità «Nuova Aurora», via Vigone. La struttura, una vecchia casa
completamente restaurata, è accogliente e spaziosa, e i volontari del
gruppo vincenziano, ben organizzati e molto motivati.
Tra loro, Edison Doci, educatore e interprete albanese, in Italia da un
decennio, vive in un appartamento all’interno della struttura e si
occupa dei ragazzi a tempo pieno.
Dal ’98 i responsabili della comunità non solo ospitano minori
albanesi (che attualmente arrivano a 25), ma si spingono ben oltre
l’accoglienza: ne sono i tutori a tutti gli effetti, sia dal punto di
vista legale e sociale, che da quello affettivo e psicologico. Sono una
ventina di adulti, spesso padri e madri di famiglia, che hanno deciso di
prendersi carico di uno o più ragazzini e di seguirli, come si fa con i
propri figli, in tutti gli ambiti della vita, dallo studio, al lavoro,
al tempo libero, ai legami con la famiglia d’origine. Se ne curano
sino e oltre la maggiore età, finché questi trovano un lavoro stabile
e un’abitazione fuori della comunità dove vivono, e possono così
ricevere un permesso di soggiorno permanente.
Una strada diversa, innovativa, rispetto alle tradizionali comunità per
minori gestite da cooperative e seguite da personale educatore. Si
tratta di rivestire più che altro il ruolo del tutore-genitore, una
figura di cui i ragazzi immigrati senza famiglia hanno molto bisogno. E
che, a quanto pare, funziona sia per loro, sia per le istituzioni e le
forze dell’ordine: la tutela è infatti concessa in base alle
credenziali presentate da ogni volontario e alle garanzie educative e di
continuità - e di controllo - da loro fornite.
La vita di comunità, per questi adolescenti, è ritmata dalle ore di
lavoro presso fabbriche, cooperative, magazzini, dai corsi di
alfabetizzazione e di formazione professionale in idraulica, edilizia,
falegnameria, industria, ecc., dai tornei di calcetto e di calcio, dalle
discussioni di gruppo, dalla musica. Una quotidianità austera, se
confrontata con quella di migliaia di giovani torinesi loro coetanei, ma
certamente più dignitosa e serena di quella che si sono lasciati alle
spalle nei villaggi montani o nelle baraccopoli di Durazzo o Tirana.
Molti nostri nonni, ancora ragazzini, emigrarono in massa verso le
Americhe, con pochi stracci e una grande speranza nelle valige di
cartone.
Come quegli emigrati italiani rincorrevano il sogno di un lavoro
decoroso con cui mantenere se stessi e le famiglie lasciate in patria,
così oggi questi giovanetti in cerca di lavoro si dirigono su gommoni
infernali verso le terre della nuova America: un’Europa ricca,
conservatrice, smemorata e un po’ razzista.
OLTRE IL PASSATO
Nel grande magazzino della cooperativa torinese «Tenda Servizi», che
ha sede in via Pinerolo 50/B, ferve il lavoro: scatoloni, carrelli e
tavoli traboccano di giocattoli che vengono assemblati e confezionati da
giovani provenienti da tutto il mondo. Italiani, marocchini, albanesi,
cinesi, aivoriani, rumeni, ecc. lavorano, fianco a fianco, in quello che
pare un interessante progetto di recupero del disagio e di educazione
alla convivenza e alla solidarietà.
«Tenda Servizi», fondata nel ’94 da un gruppo di volontari, è una
cooperativa sociale che dà lavoro a una cinquantina di persone - di cui
12 extracomunitari -, e che ha saputo fondere qualità e competitività
dei servizi, imprenditorialità e dignità umana. «La centralità della
persona è per noi un’esigenza morale prima ancora di una strategia
aziendale. Infatti, non abbiamo cercato di creare semplicemente una
struttura che offrisse lavoro e che fosse concorrenziale sul mercato –
racconta il presidente, Bruno Ferragatta -. Abbiamo voluto soprattutto
stimolare le capacità professionali di ciascun dipendente, aiutandolo a
far emergere le proprie potenzialità. Ognuno di loro proviene da
situazioni o esperienze problematiche; si tratta, cioè, di persone
uscite dal mondo della droga, e spesso del carcere, della prostituzione,
dell’alcolismo, della violenza, del disagio psichico. Proprio per
questo, il nostro obiettivo è aiutarli a valorizzare la vita personale
e lavorativa, incoraggiandoli ad andare oltre il proprio passato e a
ritrovare fiducia in se stessi».
Reintegrazione sociale e psicologica, dunque, attraverso il lavoro, le
relazioni sociali, e la solidarietà: ogni dipendente partecipa,
mensilmente, attraverso una minima parte dello stipendio, alla
costituzione di un fondo di assistenza per i membri della cooperativa
che sono in difficoltà.
Un’altra attività della cooperativa, che impegna 12 ragazzi, è
quella della raccolta differenziata di indumenti usati, attraverso i 750
contenitori distribuiti su tutto il Piemonte. «Il potenziale di
raccolta su cui si basano le nostre stime – continua Bruno Ferragatta
– è di 7 chilogrammi di abiti all’anno, per ogni abitante, buttati
nei cassonetti. Il nostro obiettivo è di raccoglierne il 40 per cento
circa. In questo modo, preserviamo l’ambiente evitando che ingenti
quantità di materiali di rifiuto confluiscano nelle discariche;
offriamo un servizio ai cittadini, che possono così depositare i vecchi
indumenti in prossimità delle abitazioni; contribuiamo alla
realizzazione di progetti Unicef; creiamo nuovi posti di lavoro e diamo
la possibilità ad aziende specializzate di recuperare gli abiti usati
rigenerandone il materiale». Dopo lo smistamento nei centri di
raccolta, i vestiti ancora in buono stato sono destinati
all’esportazione, gli altri vengono trasformati in stracci, in matasse
di filo e in materie isolanti destinate alle automobili e alle
costruzioni.
Angela Lano
OSPITI DI SUOR PALMINA
Suor Palmina ci accoglie con un simpatico sorriso di benvenuto, lo
stesso, forse, con cui giornalmente apre le porte dei 13 alloggi (tutti
nello stesso condominio) che compongono la comunità e in cui vengono
ospitate famiglie con bambini gravemente malati.
Ha una grande forza interiore, questa piccola donna che ha dedicato la
vita ad alleviare angoscianti tragedie familiari offrendo il tepore
d’un focolare casalingo. Sulle pareti di una delle allegre camerette,
un’ampia cornice raccoglie foto di bimbi e adolescenti malati di
cancro, passati di lì. L’anno scorso ne sono arrivati, uno dopo
l’altro, oltre un centinaio, e più di 600 in 11 anni di attività.
Fondata nel 1989, l’associazione «Casa Amica» è nata da una
filiazione dell’«Associazione zonale accoglienza stranieri», creata,
nel 1985, da don Beppe Cerino e da altri sacerdoti e laici. Ora conta più
di cento soci e molti sostenitori. Sono la «mano» della Provvidenza,
quella su cui suor Palmina, suor Francesca e don Beppe fanno grande
affidamento per la loro missione di accoglienza e solidarietà.
Inizialmente, l’Associazione zonale si occupava di giovani studenti
stranieri: «L’immigrazione è molto cambiata negli ultimi 10 anni -
racconta suor Palmina -. A Torino arrivavano ragazzi soli, per studiare,
e, nel giro di qualche anno, ritornavano in patria. Ora chi emigra è
per cercare un lavoro e per fermarsi. Siamo passati, infatti,
all’ospitalità di intere famiglie, che vanno aiutate nella ricerca di
un’occupazione, di una casa. Attualmente, abbiamo sistemato una
quindicina di immigrati in case trovate dagli amici che gravitano
intorno all’associazione. Forniamo loro anche una borsa con alimenti».
«Casa Amica» accoglie, invece, nuclei familiari i cui figli sono
ricoverati nei vicini ospedali, soprattutto il «Regina Margherita». «Dieci
anni fa venimmo a sapere che proprio all’ospedale infantile - continua
la suora - una mamma, da tempo vicina al suo bimbo gravemente ammalato,
aveva dovuto passare ben 12 notti su una sedia a sdraio, perché
mancavano le strutture di accoglienza per i parenti dei malati.
Riflettemmo su ciò: come potevamo dirci fratelli se non avessimo fatto
qualcosa per quelle situazioni che ci toccavano da vicino? Così
iniziammo a darci da fare».
Ecco allora che negli alloggi, acquistati nel corso degli anni grazie
alla solidarietà di sostenitori e amici, trovano ospitalità persone
provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, costrette a fermarsi
a Torino anche per molto tempo, e per le quali i costi e la permanenza
in un albergo sarebbero improponibili, oltreché un’ulteriore fonte di
desolazione e di solitudine.
Ed è proprio per alleviare quel senso di impotenza, di lontananza dai
propri parenti e amici, che «Casa Amica» è nata e continua la sua
battaglia giornaliera contro gli ostacoli – primo fra tutti la
mancanza di soldi –, trovando la forza nella genuina fede in una
Provvidenza che giunge sempre, anche quando nessuno ci spera più.
«In questi anni di attività, abbiamo visto tante volte la disperazione
dipinta sui volti di padri e madri. Ma questo smarrimento spesso si
trasforma in fiducia e speranza, e in gratitudine, per aver trovato un
porto ospitale. Tuttavia, il lavoro è tanto e noi iniziamo ad
invecchiare: abbiamo bisogno di forze nuove. Speriamo che qualcuno
accolga il nostro appello».
Angela Lano

Furio Combo e la scuola materna
Scrive su «la Repubblica» del 13 aprile scorso l’on. Furio
Colombo, deputato al parlamento, giornalista e scrittore di successo: «Di
là dalla chiesa e dal fiume Dora c’è la scuola materna. Un avviso
comunica che cominceranno le lezioni di arabo. Pensi che la civiltà
cammina in fretta, e che i bambini faranno da tramite fra comunità che
non si conoscono. Ma c’è una seconda parte dell’annuncio. Dice:
“Solo per bambini arabi”. In due righe, la costituzione italiana
viene prima affermata (il diritto all’educazione anche per i nuovi
venuti) e poi negata (quel diritto non è per tutti)».
La scuola materna torinese di cui parla Furio Colombo è quella di via
Cecchi, in un quartiere a ridosso di Porta Palazzo, popolato da
immigrati (in modo particolare, d’origine africana e araba).
Conoscendo personalmente il circolo didattico, di cui la struttura per
l’infanzia in questione fa parte, come altamente motivato e coinvolto
a livello professionale nei confronti delle famiglie immigrate, ritengo
azzardata e ingiustificata l’accusa di «anticostituzionalità» mossa
dal noto giornalista e politico. Il corso di arabo era sì offerto a
un’utenza proveniente da paesi islamici, ma come semplice alternativa
all’ora di religione cattolica (proposta ai bambini italiani) e come
risposta ad una precisa richiesta di alcuni genitori musulmani, che
volevano dare ai propri figli la possibilità di recuperare la lingua
araba senza dover ricorrere alle scuole coraniche, di cui non
condividono strategie e finalità educative.
La scuola aveva dunque accettato di intraprendere questo esperimento
coraggioso e pionieristico, magari con un tocco di superficialità –
garantire l’accesso alle lezioni ai soli bambini arabi e non a tutti
-, dettata più dall’inesperienza e dalla scarsezza dei mezzi a
disposizione (una sola insegnante per tanti bimbi), che dalla volontà
di trasgredire alle norme costituzionali.
Ecco, dunque, che diviene necessario aprire due parentesi: da una parte
siamo di fronte alla buona volontà e all’entusiasmo di insegnanti ed
operatori del settore scolastico, che, pur desiderando accogliere al
meglio i nuovi scolari (in numero sempre più crescente), spesso non
hanno la formazione necessaria a raggiungere senza incidenti di percorso
tale obiettivo; dall’altra, ci troviamo davanti a giornalisti e mezzi
d’informazione che, in materia di immigrazione, agiscono sull’onda
delle emozioni, della disinformazione, dell’ignoranza e della
superficialità. E tutto l’articolo dell’on. Colombo, apparso in
prima e quattordicesima pagina dell’importante quotidiano nazionale,
ne è una dimostrazione lampante.
Angela Lano

Musulmani in Italia
Questo è il titolo dell’interessante video curato e prodotto dal
Centro diocesano torinese di studi arabi e dalla Nova-T. Il lavoro è
stato presentato l’8 aprile scorso dallo scrittore e giornalista Furio
Colombo.
La presenza di cittadini provenienti da paesi musulmani è sempre più
visibile, in tutta la penisola italiana, sia attraverso moschee, negozi
e ristoranti etnici, centri culturali, ecc., sia negli ospedali, scuole,
mense pubbliche, fabbriche, mezzi di informazione, che devono ormai fare
i conti con festività religiose e altri aspetti della cultura islamica.
In che misura è dunque possibile convivere – si chiedono gli autori
del video - con l’islam e con i valori di cui è portatore? E ancora:
islam e Occidente potranno mai trovare una via di comunicazione non
conflittuale?
«L’Italia, a differenza degli Stati Uniti, è poco preparata ad
accogliere cittadini di altre culture – ha affermato Furio Colombo
–. Noi non possediamo la coscienza dell’appartenenza politica e
culturale alla nazione di cui siamo cittadini. Il rispetto dei principi
costituzionali non è così sentito come negli Usa, dove, proprio a
causa di questa forte identità nazionale, è stato possibile formare,
con tutti i pregi e i difetti, una società veramente multietnica. In
Italia si fa fatica ad accettare la diversità, proprio perché manca
questo senso di identità. D’altronde, negli Stati Uniti, nessun
Bouriqui Bouchta (il responsabile della Moschea di Porta Palazzo, ndr)
potrebbe azzardarsi ad affermare, come ha invece fatto durante
l’intervista registrata nel video, che la scuola italiana, laica,
dovrebbe insegnare ai suoi figli il corano e che il musulmano, che vive
in Italia, non possa accettare un ambiente anti-islamico».
Il video, curato da Tino Negri (del Centro Peirone) e da Sante Altizio
(della Nova-T), si compone di due parti: la prima, di contenuto
generale, introduce alla religione e alla cultura islamica; la seconda,
attraversa alcune città italiane alla scoperta delle numerose comunità
islamiche presenti.
Nel corso dell’opera, gli autori si interrogano su questioni di
estrema importanza per gli attuali rapporti tra le varie comunità
islamiche e lo Stato: «Perché molti cittadini di fede islamica
residenti in occidente, rifiutano l’integrazione? Perché in alcuni
paesi islamici sono vietati i culti di altre religioni? Perché non è
possibile trovare un interlocutore riconosciuto da tutte le comunità
musulmane italiane?».
Angela Lano
Per ulteriori informazioni:
«Nova-T»
Produzioni televisive dei Frati Cappuccini
via F. Bocca, 15 - Torino
tel. 011-8987098;
«Centro di studi arabi “Federico Peirone”»
via Barbaroux, 30 - Torino
tel. 011-5612261
- Angela Lano
Giugno - 2000

"Voglia di sicurezza"
Malika è sola e disperata. Risiede in Italia da 10 anni, con regolare
permesso di soggiorno, assunta con i libretti di lavoro presso una
cooperativa che si occupa di assistenza agli handicappati. Sposata con
un giovane tunisino, Malika ha una figlia di due anni e un altro appena
nato, è sola e disperata. Questa donna, energica, con un fluente
italiano, con nessuna voglia di tornare in Marocco, da alcuni mesi si
era ritrovata a far i conti con il parto che incombeva, con la figlia
piccola e con nessuno a cui lasciarla. Suo marito, che aveva richiesto
la regolarizzazione, è stato rispedito per direttissima in Tunisia,
perché nel ’92 aveva commesso un reato minore e risultava, agli atti,
«persona pericolosa» e non gradita. Tuttavia, al di là delle
motivazioni legali all’origine di tale espulsione, resta valido il
fatto che una famiglia di immigrati, con figli piccoli, sia stata
divisa. L’ultima legge sull’immigrazione, la Turco-Napolitano,
voluta dalle sinistre, per accontentare le destre e la «voglia di
sicurezza» degli italiani, non prevede concessioni, o attenuanti, nel
caso di nuclei familiari composti da soli stranieri.
Nella categoria degli «inespellibili» risultano infatti solo le donne
incinte, con figli fino al sesto mese di età, le persone coniugate e
conviventi con cittadini italiani; per gli altri non sono previste
agevolazioni, e il decreto di espulsione può essere comminato non solo
in caso di reato, ma anche in numerose altre situazioni di irregolarità
‘amministrativa’ e non penale, mancanza temporanea di lavoro,
mancata presentazione entro gli otto giorni lavorativi della domanda di
soggiorno, ecc.
Trasformarsi in clandestini, irregolari, è dunque molto facile, più di
quanto si pensi. E il dramma è che lo possono diventare padri di
famiglia che, al momento del rinnovo del permesso di soggiorno,
risultino senza lavoro (perché, magari, lo hanno appena perso).
Si tratta dei nuovi disperati – persone che hanno situazioni di
miseria o di guerra alle spalle – e qui finiscono con divenire vittime
di una legge che, seppur vuole essere strumento di «ordine» verso i
criminali, riesce spesso a colpire i più deboli. A ciò si aggiunge
che, da qualche anno, alcuni avvocati italiani (con pochi scrupoli)
hanno scoperto in tanti immigrati sprovveduti, confusi o semplicemente
«persi» tra le pastoie burocratiche italiane, l’Eldorado dei soldi
facili. Molti fra gli stranieri ancora irregolari che l’anno scorso
hanno presentato domanda di regolarizzazione, si sono appoggiati ad
avvocati per presentare le pratiche di soggiorno, di ricorso in caso di
rigetto, di ricongiungimento, o per eventuali carichi penali passati.
Taluni di questi legali chiedono fior di milioni promettendo loro tutele
che poi non arrivano.
Ancora una volta, dunque, capita che, in un’Italia che ha quasi paura
degli immigrati, o che li usa come capri espiatori per rimuovere altri
problemi, ad essere vittima dei raggiri siano spesso proprio loro, gli
extracomunitari che vogliono diventare cittadini regolari.
A.L.
Angela Lano
Giugno - 2000

La memoria corta degli italiani
«Balie italiane, colf immigrate»: questo è il titolo di
un’interessante mostra fotografica itinerante allestita dal Centro
interculturale del comune di Torino. Da alcuni anni esso ha avviato,
attraverso il Centro di documentazione permanente sull’emigrazione «Emigrare
e immigrare», una meritoria riflessione su tutte le tematiche legate ai
fenomeni emigratori e immigratori.
La mostra rappresenta una sorta di «finestra» sui recenti flussi
migratori verso l’Europa, ma anche sull’emigrazione italiana
all’estero (Stati Uniti, Belgio e Uruguay), realizzata attraverso
l’esposizione di pannelli con foto e didascalie che, a specchio,
ritraggono immagini di nostri connazionali ai primi decenni del
Novecento e degli attuali immigrati provenienti da ogni parte del mondo.
Volti che portano dipinta la stessa fatica, la stessa speranza e voglia
di costruire, ma che rappresentano momenti tra loro lontani decine e
decine d’anni. Colf immigrate, quelle che entrano nelle nostre case
benestanti, e balie italiane, quelle che, ancora bambine, lasciavano i
nostri villaggi di campagna, al nord come al sud, per recarsi
all’estero a guadagnare quei pochi soldi con cui mantenere se stesse e
la famiglia. E ancora, navi affollate di nostri bisnonni che, malnutriti
e malvestiti, lasciavano l’Italia nella speranza d’un avvenire
migliore; migranti nostrani che popolavano fatiscenti abitazioni negli
Stati Uniti; oppure bambini dai volti sporchi e tristi; lavoratori in
biote malsane.
Immagini dimenticate, memoria di un passato di duro lavoro, nonché di
sofferenze e umiliazioni, che ognuno di noi dovrebbe rispolverare
quando, tentato dall’intolleranza e dal pregiudizio, s’appresta a
inveire contro l’immigrato della porta accanto.
Tra gli altri laboratori, allestiti in alcune sale del Centro,
ricordiamo: «Porta aperta sul Maghreb», un’ambientazione
araba-beduina accoglie percorsi di conoscenza sul Maghreb nei suoi
aspetti geopolitici, culturali, religiosi e antropologici, utili anche a
fornire chiavi di lettura delle comunità islamiche immigrate; «I
diritti umani», un percorso di educazione alla legalità, alla
cittadinanza, alla lotta contro le discriminazioni; «Economia e
globalizzazione», gli squilibri nord-sud del mondo, la globalizzazione
e la possibilità di sviluppo sostenibile; «Le minoranze storiche a
Torino», la storia, le tradizioni e la cultura di comunità vicine, ma
spesso sconosciute: ebrei, rom e valdesi; «Viaggio nelle letterature
del mondo», un percorso tra le parole degli scrittori per scoprire
paesi e culture.
Attivo dal 1996 quale luogo di confronto e scambio culturale, il Centro
si pone l’obiettivo di valorizzare le realtà di gruppi e associazioni
presenti a Torino, attraverso la disponibilità di spazi per incontri,
l’accesso gratuito ai corsi di formazione, l’informazione sulle
iniziative, la rivista trimestrale «Identità/Differenza», e mediante
progetti tra vari soggetti istituzionali e non.
Inoltre, in collaborazione con altre realtà locali, organizza, ogni
anno, in autunno, la manifestazione «Identità e differenza» che, per
una quindicina di giorni, offre alla città la possibilità di
confrontarsi su tematiche interculturali.
Dal sito web del Comune di Torino si può accedere a uno spazio dedicato
all’intercultura, dove, oltre a una bibliografia e a un glossario
appositamente redatti, saranno disponibili approfondimenti su temi
legati alle problematiche sociali, al mondo della scuola, ai diritti
umani, all’economia, alle religioni, all’immigrazione, alla storia
delle minoranze, links con siti internazionali e un forum interattivo
per condividere osservazioni e domande.
A.L.
Per ulteriori informazioni:
Centro Interculturale del Comune di Torino
via Frattini, 11
Torino
Coordinatrice: dott.ssa Paola Giani
tel. 011.4429700
www.comune.torino.it/infocultura/intercultura
E-mail: centroic@comune.torino.it
- Angela Lano
Giugno - 2000

"Uno straniero non è mai felice"
Un architetto e una prostituta, entrambi «stranieri», ma con
risultati apparentemente opposti: il primo inserito nella società, la
seconda ai margini. Sono i protagonisti del romanzo di Younis Tawfik,
uno scrittore iracheno che da anni vive a Torino, città multietnica con
molti problemi.
Straniero come estraneo, diverso, sradicato: come immigrato. Una persona
dotata di un corpo dai tratti che talvolta differiscono da quelli a cui
siamo abituati, ma anche di un’anima, a volte piena di rabbia o di
malinconia. Straniero come portatore di una cultura «altra», non
sempre e necessariamente stridente con la nostra. Immigrato, ma non
sempre criminale, indesiderato occupante del territorio italiano, bensì
lavoratore disposto a svolgere quelle mansioni pesanti, pericolose e
spesso malpagate, che noi scartiamo ormai da qualche decennio.
Straniero, come il titolo del bellissimo libro dello scrittore iracheno,
ma naturalizzato torinese, Younis Tawfik (La straniera, Bompiani
Editore, lire 20.000), che in circa 200 pagine racconta, con disarmante
drammaticità, due spaccati di vita: quella del protagonista, un
architetto mediorientale, dalla carriera ben riuscita e inserito nella
società torinese, e quella di Amina, una sfortunata ragazza marocchina
piena di sogni e speranze, finita sul marciapiede. I due personaggi si
incontrano una notte, ed iniziano a narrare, in prima persona e in
alternanza, la propria storia, soffermandosi sui ricordi
dell’infanzia, della famiglia e della patria lontana.
L’amore presto s’insinua tra i due, tormentato e conflittuale come
le loro stesse esistenze, e li porta verso un tragico destino.
Younis Tawfik, come è nata in te l’idea di questo romanzo?
«Dal mio incontro casuale, in una birreria di Torino, con una
prostituta marocchina. Mi trovavo in compagnia di amici, così l’ho
invitata al nostro tavolo e lei, spontaneamente, mi ha raccontato la sua
storia, che è in parte simile a quella da me narrata nel libro.
Sentendola parlare, infatti, decisi di mettermi a scrivere. Passarono
tre anni, e un amico mi parlò di una ragazza marocchina che lavorava in
una macelleria, morta di tumore al cervello. Volevano raccogliere dei
soldi per mandare il corpo in patria. Ecco, allora, che decisi di
inserire e fondere con la storia di Amina, la prostituta, quella di
Mina, la macellaia, che, con la sua tragica fine, sarebbe divenuta
strumento di riscatto e redenzione per l’altra».
Il protagonista, l’architetto, rispecchia il prototipo
dell’immigrato colto, di successo, che ad un certo punto entra in
crisi. Ce ne puoi parlare?
«Lui rappresenta l’immigrato che vive in Italia da tanti anni e che
si sente completamente inserito nella società, o almeno così crede: è
colto, educato, sposato e separato, con un buon lavoro. Ha fatto di
tutto per farsi accettare da una società benestante e borghese come
quella torinese. Ad un certo punto, però, incontra Amina, la
prostituta, una ragazza ai margini: improvvisamente, la sua memoria
sopita, il suo senso d’identità perduto si risvegliano.
Ora riesce a provare nuovamente sensazioni, emozioni, che aveva rimosso.
Capisce che non era poi così “integrato”, e che l’integrazione
stessa non significa annullare, dimenticare le proprie radici. Con e
grazie ad Amina inizia il percorso a ritroso del recupero della memoria:
lei rappresenta la Shahrazade delle Mille e una notte, quel raccontare
storie l’una nell’altra, che l’aiutano a mantenersi in vita e a
far vivere. Attraverso di lei il protagonista riscopre colori, profumi,
desideri, ambienti che gli appartenevano, ma che aveva dimenticato.
Questa donna, tuttavia, diviene anche la terra traditrice, la prostituta
(la madre terra che lo ha costretto ad andarsene via). Quando la perde,
scopre il vuoto, capisce di essere un immigrato, quello straniero che
aveva dimenticato di essere».
Il romanzo si inserisce bene all’interno dello stile narrativo arabo:
prosa e poesia mescolate insieme, trama ad incastro (per intenderci, il
racconto nel racconto), uso abbondante della memoria. Tuttavia, è
un’opera italiana, scritta nella nostra lingua, che contiene
descrizioni e situazioni a noi familiari. Insomma, gli stranieri che tu
descrivi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
Possiamo dunque parlare già di letteratura araba in lingua italiana,
come avviene, ad esempio, per quella araba in lingua francese o inglese?
«Direi di sì. Ho usato la lingua italiana come strumento di
espressione: strumento che, più volte, mi è stato stretto, e che mi
rendeva prigioniero di un vocabolo in cui non riuscivo pienamente a
comunicare ciò che desideravo. Tuttavia volevo dimostrare che, in
Italia, gli intellettuali arabi possono considerarsi allo stesso livello
di quelli anglofoni o francofoni, anche perché ritengo che, quella
italiana, sia una bellissima lingua, che ben s’adatta a raccontare
storie nello stile narrativo arabo».
Perché hai deciso di raccontare agli italiani una storia di
immigrazione?
«Il mio obiettivo era quello di fornire uno strumento per capire la
psicologia degli immigrati, gente dotata di un corpo, una mente e un
cuore, che ride, soffre, piange o si dispera. Per me è una grande
soddisfazione sentir dire da un italiano: “Finalmente sono riuscito a
guardare uno straniero per quello che è: una persona come tutte le
altre, con il proprio bagaglio di sogni e speranze, di tragedie
quotidiane, ecc. Prima li consideravo poco più di ombre, senza identità,
senza peso, senza emozioni”. Già, essi sono anime in “trasferta”,
spesso loro malgrado, costrette dalla miseria, dalle guerre, dalle
persecuzioni a lasciare la propria famiglia, la propria terra, e a
vivere all’estero una vita difficile, a volte drammatica e densa di
solitudine e malinconia».
Quale messaggio vorresti comunicare agli italiani?
«Vorrei poter dire loro che non tutti gli immigrati sono criminali o
gente che ruba il lavoro, perché, nella maggior parte dei casi,
svolgono quelle mansioni che nessuno vuole più fare. Gli immigrati
costituiscono una ricchezza per l’Italia. Se viene data loro la
possibilità, sono in grado di contribuire alla nascita di una società
multietnica: si tratta di un processo mondiale che, in era di
globalizzazione, è divenuto ormai irreversibile.
Fino alla fine degli anni ’60 erano gli italiani ad emigrare nel nord
Europa o in America, ora sono loro ad accogliere gli stranieri.
Tuttavia, le leggi sull’immigrazione non giocano a favore degli
immigrati, e, nello stesso tempo, non aiutano lo stato a combattere la
criminalità. Quest’ultima sanatoria è servita solo per schedarli, e
i permessi di soggiorno tardano ad arrivare, creando grossi problemi a
chi un lavoro l’aveva trovato o potrebbe trovarlo.
Hanno espulso ingiustamente onesti padri di famiglia, che mantenevano
figli e genitori al loro paese, oppure hanno diviso famiglie
rimpatriando i genitori e mandando in affidamento i figli presso
famiglie italiane; da un altro canto, però, non riescono a liberarsi
dei grandi spacciatori, dei delinquenti o di chi si arricchisce con il
racket della prostituzione.
Paradossalmente, spacciatori, ladri e prostitute hanno i soldi necessari
per ottenere il permesso di soggiorno, altri onesti lavoratori no.
Quante prostitute sono state regolarizzate perché hanno pagato ditte
italiane o famiglie che hanno dichiarato fittiziamente di averle assunte
come operaie o come colf?».
Perché hai scelto la parola «straniera» come titolo del tuo romanzo?
«Perché l’altra, “extracomunitaria”, comunemente usata, è
spregiativa e discriminatoria. “Straniero” indica l’estraneità,
il disagio provocato dal vivere in un certo ambiente. Ed è quello che
io ho descritto: il disagio di esistere, l’essere un po’ estranei in
patria e stranieri in Italia».
0 - Angela Lano
Aprile - 2004

Il buddhismo impegnato
Continua il viaggio nel buddismo (Cfr M.C. dicembre
2003), attraverso l’incontro con due grandi«movimenti» impegnati
nella pace,nella nonviolenza
e nel sociale.
Seguirà nei prossimi mesi l’inchiesta su islam, cristianesimo,
ebraismo.
SOKA GAKKAI
SCUOLA DI PACE
«Q uando gli esseri viventi assistono alla fine di un kalpa1 e tutto
arde in un grande fuoco, questa, la mia terra, rimane salva e illesa,
costantemente popolata di dèi e di uomini.
Le sale e i palazzi nei suoi giardini e nei suoi boschi sono adornati di
gemme di varia natura.
Alberi preziosi sono carichi di fiori e di frutti e là gli esseri
viventi sono felici e a proprio agio.
Gli dèi suonano tamburi celesti creando un’incessante sinfonia di
suoni.
Boccioli di mandarava piovono dal cielo posandosi sul Budda e sulla
moltitudine.
La mia pura terra non viene distrutta, eppure gli uomini la vedono
consumarsi nel fuoco: ansia, paura e altre sofferenze predominano
ovunque» 2.
I l mondo sofferente è la «pura terra» del buddismo mahayana: la
felicità non è in un luogo lontano e futuro, ma qui e ora, mentre si
soffre, si lotta e si gioisce. Cioè, semplicemente, si vive. E tutti ne
sono degni: uomini e donne, grandi e piccini, deboli e potenti, e di
tutte le nazionalità. Il mondo intero, dunque. Tutti hanno la «buddità»
e possono farla emergere dal profondo della propria esistenza, dovunque
si trovino e in qualunque momento lo decidano, senza attendere momenti
migliori, altre vite o altri mondi. È una condizione innata,
permanente, ma… nascosta nelle profondità dell’essere. E va tirata
fuori.
Questo è il messaggio «rivoluzionario» del monaco giapponese vissuto
nel 1200: Nichiren Daishonin, un importante riformatore della corrente
buddista mahayana.
Sul Sutra del Loto, uno dei testi sacri tramandati dal Buddha Shakyamuni
(vedi M.C. dicembre 2003), il Daishonin incentrò la propria dottrina e
insegnamento, sia a livello pratico sia teorico, basato
sull’incoraggiamento, diretto a uomini e donne di ogni ceto sociale, a
far riemergere la «buddità», l’illuminazione, dalla propria vita e
a intraprendere così una rivoluzione umana, che porta anche a un
profondo cambiamento nella società.
«Nel secolo xi il Giappone fu percorso da una serie di guerre tra
monasteri che, diventati centri di potere economico, erano protetti da
monaci guerrieri (sohei).
Dall’anno Mille il buddismo cominciò a conoscere un periodo di
decadenza, mentre il paese era scosso da disastri di vario tipo; per
questo motivo si svilupparono correnti di riformatori: lo Zen (con le
due scuole di Soto e Rinzai), l’Amidismo e la scuola del monaco
Nichiren Daishonin.
Quest’ultimo merita una speciale rivalutazione, perché la sua opera
di riformatore (basata sul Sutra del Loto), molto decisa nelle
confutazioni dottrinali e assolutamente nonviolenta nella pratica, per
lungo tempo è stata giudicata, anche su importanti testi di storia del
buddismo, intollerante e violenta. Lo spirito che animava il Daishonin
era quello di restaurare il corretto insegnamento buddista, che si era
perso anche per il connubio dei monasteri con il potere
economico-politico»3.
A causa delle proprie idee, subì persecuzioni, esili, condanne.
Ciononostante continuò la predicazione insegnando la strada verso
l’illuminazione.
Nato in Giappone nel 1222, Nichiren aveva iniziato a studiare
giovanissimo, com’era tradizione, in un tempio, divenendo monaco. Nel
1253 aveva proclamato che l’unico modo per raggiungere
l’illuminazione e portare la pace nel paese era recitare il titolo del
Sutra del Loto (in sanscrito, Saddharma-pundarica sutra, in giapponese
Myo ho renge kyo) facendolo precedere dal titolo devozionale di Nam.
Questo mantra si può tradurre con «Mi dedico alla mistica legge del
Loto» (dove il Loto simboleggia la legge di «causa-effetto» presente
nell’universo).
Come pratica, era ed è prevista la recitazione di questo mantra, e di
due capitoli del Sutra: Hoben e Juryo. In Hoben «Shakyamuni afferma che
la buddità è accessibile a tutti gli esseri e che ci si arriva solo
con la fede (non con la conoscenza); in Juryo viene rivelato il Budda
originale, cioè l’essenza e la saggezza cui tutti i budda
partecipano.
Qual è la differenza tra un budda e una persona normale? Nessuna,
secondo il Daishonin: «Quando una persona è illusa - scrive Nichiren -
è chiamata comune mortale, ma una volta illuminata è chiamata Budda.
Anche uno specchio appannato brillerà come un gioiello se viene
lucidato. Una mente annebbiata dalle illusioni, derivate dall’oscurità
innata della vita, è come uno specchio appannato, che però, una volta
lucidato, diverrà chiaro e rifletterà l’illuminazione alla verità
immutabile. Risveglia in te una profonda fede e lucida il tuo specchio
notte e giorno. Come puoi lucidarlo? Solo recitando: Nam myo ho renge
kyo».
«Oggetto di culto» davanti a cui recitare sutra e mantra è il
gohonzon, «oggetto perfettamente dotato», il mandala che egli incise
nel 1279 «per osservare la propria mente».
L a Soka Gakkai (Società per la creazione di valore) è uno dei
movimenti del buddismo mahayana giapponese che si rifà alla scuola
Nichiren. Fu fondata nel 1930 dal pedagogo Tsunesaburo Makiguchi
(1871-1944), insegnante, direttore scolastico e saggista. Egli fu
perseguitato per i suoi modelli pedagogici, che si opponevano
all’autoritarismo della scuola giapponese e per la sua avversione alla
guerra. Morì in carcere nel 1944.
Oggi i membri della scuola da lui fondata sono presenti in tutto il
pianeta e ammontano a oltre 14 milioni (30 mila in Italia). Essi
provengono dalle più diverse esperienze esistenziali, culturali e
sociali.
L’attuale presidente della Soka Gakkai internazionale, lo scrittore e
pacifista giapponese Daisaku Ikeda, è promotore di messaggi di
nonviolenza, tolleranza e difesa dei diritti umani e sociali in tutto il
mondo.
Obiettivo di questo movimento è l’incoraggiamento a compiere la
propria auto-riforma interiore, vincere limiti e paure e raggiungere i
propri obiettivi nel pieno rispetto della dignità della vita e
dell’ambiente.
Caro alla Soka Gakkai è il principio di kosen rufu: atteggiamento di
compassione, tolleranza e lotta per i diritti dell’uomo e
dell’ecosistema e diffusione della pace a livello planetario. Una pace
che, prima di tutto, parte dal superamento dei conflitti interiori,
delle lacerazioni interne e si estende all’ambiente circostante.
Thich Nhat Hanh
sfida alla violenza
dei singoli e nazioni
«Q uando siamo arrabbiati, lo sappiamo, dovremmo evitare di reagire, in
particolare di fare o dire qualunque cosa. Non è saggio dire o fare
qualcosa quando sei in collera; è più urgente tornare a te stesso per
prenderti cura della tua rabbia.
La rabbia è un campo di energia, fa parte di noi, è un bambino che
soffre di cui dobbiamo prenderci cura. Il modo migliore di farlo è
generare un altro campo di energia che possa abbracciare la rabbia e
prendersene cura. Questo secondo campo è l’energia della presenza
mentale. È l’energia del Budda; ne possiamo disporre perché siamo
capaci di generarla con il respiro e la camminata consapevoli. “Il
Budda dentro di noi” non è un mero concetto, non è una teoria o una
nozione, è una realtà: noi tutti siamo capaci di generare l’energia
della presenza mentale.
Presenza mentale significa essere presenti, essere consapevoli di ciò
che sta accadendo» 4.
M onaco buddista-zen, vietnamita,Thich Nhat Hanh è famoso in tutto il
mondo per il coraggioso impegno contro le guerre, le violenze e ogni
forma di intolleranza religiosa, politica e culturale. Ha circa 80 anni,
ma ne dimostra molti di meno.
Pacifista instancabile, negli anni della guerra in Vietnam si è
adoperato senza sosta per la riconciliazione tra il nord e il sud del
paese; ha soccorso i boat people e ha presieduto la delegazione buddista
ai colloqui di pace di Parigi. E ancora oggi si schiera a favore
dell’umanità sofferente, senza distinzione di fedi, di nazionalità o
di ceto. Coraggiose sono le sue posizioni contro lo sfruttamento delle
risorse terrestri, degli esseri umani e contro ogni forma di conflitto.
Negli anni ’60, a causa dell’impegno contro la violenza che stava
colpendo la sua gente, è stato bandito sia dal governo non comunista
sia da quello comunista; dal 1966 vive in esilio in Francia, dove, agli
inizi degli anni ’80, ha fondato una piccola comunità. Qui insegna,
scrive, lavora la terra e opera in favore dei rifugiati di tutto il
mondo.
È molto attivo nel condurre training di «pienezza mentale» in Europa
e Nordamerica, in aiuto di veterani, bambini, psicoterapeuti, artisti e
migliaia di persone alla ricerca di pace interiore e planetaria.
Thich Nhat Hanh è monaco dall’età di sedici anni. È conosciuto in
molti paesi sia come scrittore (in Italia sono decine i libri pubblicati
da varie case editrici), relatore e, soprattutto, come leader religioso
di un movimento noto come buddismo impegnato, che unisce le tradizionali
pratiche di meditazione con la disobbedienza civile attiva nonviolenta.
Da questo movimento, a Saigon, è sorto il più importante centro di
studi buddisti: An Quang Pagoda.
Tra le sue tante iniziative ricordiamo la creazione di
un’organizzazione di raccolta fondi per la ricostruzione dei villaggi
vietnamiti distrutti; l’istituzione di una «Scuola giovanile per il
servizio sociale» e di un corpo di pace per buddisti che lavorano in
questo ambito; la pubblicazione di una rivista dedicata a tematiche
pacifiste. È inoltre molto attivo nell’incoraggiare i leaders
mondiali a usare lo strumento della nonviolenza nella risoluzione dei
conflitti.
Lasciando il Vietnam, Thich Nhat Hanh si era posto l’obiettivo di
diffondere il buddismo in tutto il mondo: nel 1966 si era recato negli
Stati Uniti e, durante discorsi in campus universitari, incontri con
politici e amministratori, aveva spiegato quale strada percorrere per
porre fine alla guerra con il Vietnam. L’anno seguente, il premio
nobel per la pace, Martin Luther King, lo aveva candidato per la stessa
onorificenza.
Il vecchio sogno di Thich Nhat Hanh, realizzare una comunità dove la
gente impegnata in opere di trasformazione sociale possa trovare momenti
di riposo e nutrimento spirituale, si è concretizzato nel Plum Village,
costruito nel cuore dei vigneti di Bordeaux, sud-ovest della Francia,
che ospita una trentina di monaci, suore e laici. Migliaia sono anche i
residenti transitori, uomini e donne, provenienti da tutto il mondo (e
delle più diverse nazionalità, religioni e culture) a cui il monaco
zen spiega come vivere in armonia e piena consapevolezza il momento
presente e come apprezzare la vita.
La sua filosofia non è limitata a strutture religiose preesistenti, ma
si rivolge al desiderio di pienezza e di calma interiori
dell’individuo.
«V orrei soffermarmi sulle “cinque facoltà”, così come vengono
insegnate e praticate nella tradizione buddista.
La prima è la fede. È una facoltà che abbiamo dentro di noi; e
sappiamo che la fede è molto importante. La fede è un’energia che ci
rende pienamente vivi. Prova a guardare negli occhi una persona senza
fede: non ha vita. Se invece quella persona è animata dall’energia
della fede, i suoi occhi scintillano; gliela leggi sul viso o nel
sorriso. Quindi non possiamo permetterci di non avere fede. È una forma
di energia, di potere.
Talvolta le “cinque facoltà” vengono presentate come cinque poteri.
La fede è un potere. Con il potere della fede diventi molto attivo, non
ti fermi davanti ad alcuna difficoltà o stanchezza, puoi far fronte a
qualsiasi avversità.
L’energia della fede porta alla seconda facoltà: la diligenza. Sei
attivo e hai in te energia e gioia. Ti piace... uscire e andare tra la
gente per aiutarla a trasformare la propria sofferenza e cominciare ad
assaporare la gioia del praticare. Ti piace innaffiare i semi positivi
della consapevolezza e lasciare inaridire quelli negativi.
Spinto dalla fede, diventi una persona attiva e, praticando con
diligenza, sviluppi dentro di te un altro tipo di energia chiamata
presenza mentale, che è la terza facoltà...
La presenza mentale ti aiuta a guardare alle meraviglie della vita come
fonte di nutrimento e guarigione. Ti aiuta anche ad abbracciare le tue
afflizioni e a trasformarle in gioia e libertà.
Secondo gli insegnamenti del Budda, la vita può essere vissuta solo nel
momento presente. Se sei distratto, se la tua mente non è lì con il
corpo, perdi il tuo appuntamento con la vita...
Se c’è presenza mentale, allora c’è anche un altro tipo di
energia, quella della concentrazione: la quarta facoltà... Quando vivi
con concentrazione entri in contatto profondo con il mondo che ti
circonda e inizi a comprenderne la profondità. Questa si chiama visione
profonda...
Questo genere di comprensione è chiamata visione profonda, ed è
l’ultima delle “cinque facoltà”. La visione profonda è frutto di
un’esperienza diretta... Se vivi con una persona e non sai molto di
lei, significa che non vivi con la realtà di quella persona, ma con il
concetto che tu hai di lei...
Sei passato attraverso la sofferenza, la felicità, il confronto diretto
con ciò che esiste, ed è su questo che si basa la tua fede. Nessuno te
la può portare via. Può solo continuare a crescere. Se alimenti questo
tipo di fede dentro di te, non diventerai mai un fanatico, perché la
tua fede è una fede vera e non l’aggrapparsi a un concetto»5.
I suoi scritti. Sono più di settantacinque, tra saggi, raccolte di
poesie e preghiere. Tra quelli pubblicati in Italia, ricordiamo il
bellissimo volume Spegni il fuoco della rabbia, edito negli oscar
Mondadori; Il segreto della pace. Trasformare la paura, conoscere la
libertà e La luce del Dharma. Dialogo tra cristianesimo e buddhismo,
sempre per la Mondadori; Insegnamenti sull’amore, per la Neri Pozza;
Il Buddha vivente, il Cristo vivente, Editrice Tea; Perché un futuro
sia possibile. Il Sutra per i discepoli laici del Buddha, Astrolabio;
Essere pace, Ubaldini. •
Note
(1) Un lunghissimo periodo di tempo.
(2) Capitolo «durata della vita del Tathagata, ne Il Sutra del Loto,
Milano 1998, e in «Felicità in questo mondo», ne Gli scritti di
Nichiren Daishonin, cap. 4.
(3) Da Buddismo, a cura di R. Minganti, Firenze 1996.
(4) Thich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia, Mondadori, Milano
2002, pag. 53.
(5) Thich Nhat Hanh, La luce del Dharma. Dialogo tra cristianesimo e
buddhismo, Milano, 2003, pagg. 61-63.
0 - Angela Lano
Dicembre - 2003

INCHIESTA - Religioni strumento di pace
In un’epoca di profonda oscurità, di guerre e di ingiustizie
globalmente diffuse e perpetrate dai potenti della terra a detrimento
delle popolazioni, dei singoli e di chiunque rappresenti, in qualche
modo, un «obiettivo sensibile» (perché ha la sfortuna di possedere
importanti risorse naturali o di essere strategicamente interessante),
la pace sembra una méta sempre più lontana e irraggiungibile.
Dittatori, imperatori vecchi e nuovi, terroristi, capi di stato
neoliberisti, semplici fedeli, aggressori e aggrediti, ognuno si arroga
il sacro diritto di parlare a nome del proprio Dio. Bush, con i vangeli
in mano, massacra iracheni e afghani con i suoi aerei da guerra; Bin
Laden addestra il suo esercito di terroristi salmodiando il corano;
Sharon, in nome del Jahwé biblico, fa pulizia etnica tra i
palestinesi…
Ma Dio che c’entra con tutto ciò? E i sacri testi?
Religioni e violenze, religioni e pace: da sempre le fedi religiose sono
state strumentalizzate a fini politici, economici, militari.
Ma esse sono, nella loro essenza più assoluta, uno strumento di pace e
di giustizia. Un mezzo di autoriforma e di miglioramento personale,
sociale e politico. Un mezzo… e non un fine.
Come trasformare l’odio in compassione e tolleranza, il veleno in
elisir? «Senza sottovalutare le reali distinzioni tra ciascuna
tradizione, penso si possa comunque affermare che tutte le religioni
hanno avuto origine da impulsi caratteristici dell’individuo – il
desiderio di comprendere qual è il posto dell’essere umano
nell’universo, affrontare i misteri della vita e della morte, il
desiderio di sperimentare gioia e dare significato all’inevitabilità
della sofferenza e della perdita. (…) Si creerà valore assoluto
quando ognuna di queste (religioni) si cimenterà in una “corsa alla
pace”, impegnandosi ad alleviare la sofferenza e a essere portatrice
di gioia. Oltre a rafforzare la pace, loro imperativo spirituale, le
religioni possono contribuire al benessere umano in altri modi –
attraverso la cultura, la ricerca della verità e le tradizioni di
studio ed educazione di cui sono portatrici. Sono profondamente convinto
che la religione esista per servire l’umanità; l’umanità non
esiste per servire la religione» (1).
Con questo numero inizieremo un viaggio alla scoperta della pace e della
nonviolenza nelle più grandi religioni del mondo: buddismo, ebraismo,
cristianesimo, islam.
I SEGUACI DI SIDDHARTAI
I concetti di nonviolenza e pace sono profondamente radicati nella
storia
del buddismo. Fin dal suo nascere esso
si è posto l’obiettivo dell’autoriforma interiore, un cambiamento
che però coinvolge
pienamente anche l’ambito sociale e politico.
In lingua pali, il termine pace si dice santi, in sanscrito, shanti. Con
queste parole s’intende la «pace interiore» e la totale assenza di
aggressività, di desiderio e della sofferenza che da esso viene
generata: il nirvana. «Nel buddismo e in altre religioni dell’India
l’accento principale è sugli aspetti individuali della pace, mentre
si considera che le sue conseguenze in ambito sociale derivino solo
dalla psicologia dell’individuo» (2). Odio, illusione e avidità sono
alla base delle azioni malvagie, della violenza, delle guerre: gli unici
rimedi che possano contrastare questi sentimenti distruttivi sono la
benevolenza, la generosità e la saggezza.
Uno degli elementi fondanti la dottrina propagata da Shakyamuni è il
principio delle «quattro nobili verità»: l’esistenza nel nostro
mondo è segnata dalla sofferenza; la sofferenza è generata dai
desideri; sradicando i desideri, l’essere umano può liberarsi dalla
sofferenza e raggiungere una condizione di pace e illuminazione
(nirvana); per arrivare a questo traguardo è necessario seguire una
disciplina. Essa viene definita anche «ottuplice sentiero», un insieme
di regole morali che incoraggiano a seguire una «retta visione», un «retto
pensiero», «rette parole», «rette azioni», un «retto modo di
vivere», «retti sforzi», «retta concentrazione» e «retta
meditazione». L’obiettivo di questa pratica è quello di «risvegliare
l’individuo alla vera essenza della realtà e aiutarlo a liberarsi
dall’ignoranza e dalla sofferenza».
Dunque, sviluppare pensieri, sentimenti positivi e benevolenti nei
confronti di se stessi e dell’umanità - quella che si incontra tutti
i giorni e quella lontana - rappresenta una delle pratiche della
nonviolenza buddista.
«Nel primo di una serie di esercizi chiamati “stati mentali” (brahma
vihara), la benevolenza è accompagnata dalla pratica della compassione
(karuna, “simpatia” verso coloro che soffrono), dalla gioia (mudita,
apprezzamento per la buona fortuna degli altri) e dall’equanimità (upekkha,
mantenere l’imparzialità nei momenti di guadagno e di perdita).
L’approccio buddista verso la nonviolenza, quindi, si fonda su una
sistematica “regolazione dell’atteggiamento”, dove gli stati
d’animo negativi e reattivi come l’odio, la brama e l’illusione
vengono trasformati in orientamenti sociali positivi attraverso l’autoesercizio
della meditazione» (3). Importantissima è la virtù, o la pratica,
della compassione: «Il Buddha indicò nella “Via di mezzo” il
cammino da seguire: non una vita dedita al piacere, ma neanche alla
privazione (Via di mezzo significa anche eliminare ogni forma di dualità,
ndr). (…) L’egoismo impedisce una visione chiara della vita: esso va
sconfitto con la saggezza, la pratica e facendo scaturire la
“compassione”.
Nell’Upasakasila-sutra si legge: “Se tu vedi esseri umani in
disarmonia cerca di creare armonia. Parla dei pregi altrui e mai dei
difetti. Coltiva buoni propositi anche verso il tuo nemico. Attieniti
alla compassione e considera tutte le creature come se fossero i tuoi
genitori”» (4).
Fondamentale, nella dottrina buddista, è il concetto di karma («azione
compiuta» (5), legge morale di causa-effetto), che è stata mutuata dal
pensiero induista da cui il buddismo si sviluppò, e del samsara, il
ciclo di reincarnazione che interessa esseri umani, animali, divinità e
demoni. «Secondo questo principio (del karma, ndr) tutte le azioni
morali compiute da una persona, sia buone sia cattive, producono nella
sua vita determinati effetti che non si manifestano necessariamente
nell’immediato ma possono richiedere un certo lasso di tempo. Secondo
la visione indiana, gli esseri viventi passano attraverso un ciclo
infinito di nascite e morti e gli effetti negativi di un’azione
malvagia compiuta in una vita possono essere differiti a un’esistenza
successiva, ma inevitabilmente si manifesteranno, prima o poi. Ne segue
che solo sforzandosi di compiere azioni positive nell’esistenza
presente si possono evitare sofferenze ancora maggiori nelle vite future»
(6). Ricompensa e punizione sono dunque individuali, ogni persona riceve
come mercede ciò che ha seminato. E questo dovrebbe rappresentare un
deterrente nei confronti di comportamenti malvagi o scorretti e un
incoraggiamento verso quelli eticamente e moralmente corretti.
Ma non ci sono solo il karma e il samsara a guidare verso la
nonviolenza. Importante è anche il concetto di «origine dipendente»,
l’interdipendenza, cioè, di tutte le azioni e di tutti gli esseri
viventi nel ciclo di nascita e morte, e la relazione causale tra
ignoranza e sofferenza. La natura dei fenomeni, delle cose che permeano
l’universo, si basa sui legami causali che li uniscono tra loro. Come
a dire, nulla è per caso e a se stante. Questo significa che
l’universo intero è permeato da una ricchezza, da un potenziale
immenso, in continuo sviluppo e mutamento e pronto a manifestarsi. In
questo sta l’intuizione illuminante del Buddha Shakyamuni (7). E la
metafora della rete di Indra - una trama di gioielli dove le facce di
ciascuno rispecchiano quelle di tutti gli altri - ben esprime il
concetto dell’interdipendenza tra tutti gli esseri viventi.
Tutto ciò non rappresenta solo il tessuto di una concezione teorica «psico-cosmica»
ma ha profonde conseguenze etico-morali sulle relazioni tra gli esseri
umani e tra questi e l’ambiente. Implica rispetto, assoluto, di ogni
espressione di vita, pena una pesante retribuzione karmica.
Ulteriori insegnamenti di pace e nonviolenza si svilupparono insieme
alla corrente mahayana (si veda il box), dove un ruolo fondamentale
viene rappresentato dalle figure dei bodhisattva (sattva, essere, bodhi,
buddità). «Nel buddismo delle prime generazioni scopo fondamentale
della pratica religiosa era raggiungere lo stato di arhat (“essere
perfetto”), ovvero colui che “non ha più nulla da apprendere” ed
è libero dal ciclo delle rinascite negli stati inferiori
dell’esistenza. Ma anche per raggiungere questa condizione si riteneva
che occorresse un impegno instancabile per molte esistenze. Il buddismo
mahayana, invece, indirizzò immediatamente i suoi seguaci, uomini e
donne, verso il supremo stadio di illuminazione, lo stato di buddità.
In questo processo di crescita spirituale sarebbero stati di grande
aiuto i cosiddetti bodhisattva, esseri dotati di immensa compassione
che, oltre a coltivare la propria illuminazione, si sforzavano di
aiutare gli altri a fare lo stesso. (…) Nei testi mahayana, come il
Sutra del Loto, i bodhisattva sono rappresentati in numero illimitato,
capaci di vedere e di aver cura di ognuno, sempre pronti a soccorrere
senza esitazione coloro che si appellano a loro con fede sincera» (8).
Santi buddisti o saggi, i bodhisattva hanno in comune una determinazione
che è anche una solenne promessa: aspettare di entrare nel nirvana (9)
e rimanere nel samsara il tempo di salvare gli esseri umani dal male e
portarli verso l’illuminazione.
«Questo è il mio pensiero costante. Come posso fare in modo che tutti
gli esseri viventi possano conquistare l’accesso alla più alta Via e
raggiungere rapidamente la buddità», questa è la preoccupazione
fondamentale, di cui si fa cenno nel capitolo juryo del Sutra del Loto,
del Buddha e di tutti coloro che a questo stato di illuminazione
vogliono accedere. Questo Sutra (saddharma-pundarika-sutra, in
sanscrito) è considerato da molti studiosi il testo sacro più
importante della corrente mahayana. Esso contiene una raccolta di
metafore e di racconti o eventi che fanno riferimento ad un mondo di
dimensioni amplissime, che rispecchia, in un certo senso, la cosmologia
indiana tradizionale. Si pensava infatti che tale mondo fosse formato da
quattro continenti collocati attorno ad una montagna mastodontica, il
monte Sumero. Oltre al nostro ce ne sarebbero molti altri, abitati da
Buddha. Peculiarità di quello abitato dalle creature viventi «comuni»
è l’esistenza di sei regni: inferno, avidità e desiderio incessante,
animalità, violenza o dominio sugli altri (i cosiddetti cattivi
sentieri); umanità, divinità o estasi. A questi ultimi il buddismo
mahayana aggiunge i «nobili mondi», rappresentanti l’esistenza
illuminata: quello popolato dagli «ascoltatori della voce» o studiosi
delle dottrine del buddismo; i «pratyekabuddha», coloro, cioè, «che
raggiungono l’illuminazione da soli» e che hanno compreso la verità
fondamentale della vita ma che non si preoccupano di insegnarla agli
altri. Il nono mondo, o stato, è quello dei bodhisattva, caratterizzato
dalla compassione verso tutti gli esseri viventi: l’individuo si
dedica alla felicità altrui scegliendo di seguire la via della
perfezione, e dunque l’ingresso nella buddità, attraverso lo sforzo
di liberare le persone dalla sofferenza.
L’ultimo stadio è quello della buddità: saggezza, compassione,
perfetto io eterno e totale purezza di vita ne sono le caratteristiche.
Esso rappresenta una condizione ideale a cui tutti gli esseri,
attraverso la pratica buddista, possono mirare di accedere, poiché fa
parte del loro infinito potenziale. Ecco dunque la grande rivoluzione
del buddismo mahayana contenuta nel Sutra del Loto (10): tutti
possiedono intrinsecamente la natura di buddità e dunque possono
raggiungere l’illuminazione; il Buddha non vive in un luogo
particolare e non ha una natura soprannaturale; la vita, nella sua
essenza più profonda, esiste incessantemente attraverso passato,
presente e futuro; non esistono categorie di esseri viventi che non
possono raggiungere la buddità, neanche le persone più malvagie.
Bellissimo è, al riguardo, il capitolo «Devadatta»: qui si comprende
che, come il cattivo Devadatta, reo di crimini terribili, o la giovane
figlia del re dei naga, ovvero i draghi, anche le persone più cattive
possono ambire alla salvezza, e che bene e male non sono due eterni
opposti la cui sopravvivenza dell’uno escluda quella dell’altro, ma
due facce della stessa medaglia - luce e tenebre -, continuamente in
lotta fra di loro.
Attraverso le sue dottrine rivoluzionarie, il Sutra del Loto ci rivela
che l’illuminazione travalica le distinzioni di sesso, specie, spazio,
tempo e i limiti posti dalla mente umana, e con la sua promessa di
liberare tutte le persone, soprattutto quelle collocate al fondo della
scala sociale, anticipa, in un certo senso, l’odierna concezione dei
diritti umani.
(prima parte, continua)
- Angela Lano
Maggio - 2002
DOSSIER: mutilazioni genitali femminili
Circa
130 milioni di donne, soprattutto nel sud del mondo, sono sottoposte a
scioccanti mutilazioni: l’operazione si pratica su bambine in tenera
età. Un atto contro i diritti dell’integrità della persona. Una sua
manipolazione. E la denuncia è doverosa.
Persone
in corpo e anima
«Tra
le più gravi violazioni dei diritti dei minori, segnalate da un
rapporto dell’Unicef del 1994 (elaborato in collaborazione con
l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unesco), vi sono le
mutilazioni genitali femminili, già denunciate nel 1989 dalla
Convenzione dell’Onu sui diritti dei bambini».
Lo
scrisse su Missioni Consolata, nell’aprile 1996, la ricercatrice Anna
Bono.
La piaga
riguardava allora 80 milioni di donne, mentre oggi ne investe 130
milioni. Il dato al rialzo è dovuto a maggiori informazioni acquisite
negli ultimi anni: informazioni non facili, trattandosi di un tabù.
Nel
giugno 1996 il Tribunale di Washington riconosceva che l’escissione,
ad esempio, è una persecuzione: quindi motivo sufficiente per concedere
asilo alle donne che lo richiedono.
In
Italia le mutilazioni femminili sono vietate,in base all’articolo 5
del Codice civile e agli articoli 582 e 583 del Codice penale.
Missioni
Consolata ritorna sul tema con un dossier, perché ritiene che la sua
conoscenza sia fondamentale per debellare la piaga. È una violazione
dei diritti umani.
Secondo
la teologia morale cristiana, «l’uomo è unità»: di qui
l’importanza anche del corpo-soggetto. La persona si apre al mondo
attraverso il corpo. Ma, se l’individuo è corpo, è pure vero che non
si identifica con esso. «Il soggetto umano è il proprio corpo e
tuttavia più del proprio corpo» (Tullio Goffi, Problemi e prospettive
di teologia morale, Queriniana, Brescia, 1976, p. 335).
In nome
di una presunta supremazia (complici tradizioni culturali discutibili),
l’uomo può trattare i suoi simili da oggetto. A farne le spese sono
spesso le donne. Donne ferite, nel corpo e nella mente, anche attraverso
le mutilazioni genitali. Una gravissima manipolazione.
Non
l’unica oggi.
Francesco
Bernardi
Storie
drammatiche sulla propria pelle
E
non sei più come prima
«Io
urlavo come un animale al macello... Non permetterò mai che le mie figlie
possano subire un torto simile» (Aisha). «Sono stata cucita con spine senza
anestesia. La ferita mi bruciava» (Basma). «Ci hanno dato dei regali: ma con
quello che abbiamo patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo»
(Fatima).
«Ci
sono esperienze nella vita che non si possono dimenticare: una di queste è
stata la mia infibulazione. Nel nostro villaggio c’era una donna specializzata
in questo genere di operazioni, che le praticava senza anestesia e con utensili
artigianali (coltelli da cucina, rasoi, forbici)».
Prende
fiato Aisha, una bella ragazza somala di 30 anni, mentre inizia il suo racconto
percorrendo, a ritroso nella memoria, i ricordi di un evento traumatico. «Avevo
otto anni - continua -, stavo giocando a pallone con alcune amiche e cuginette,
in mezzo alla strada, davanti alla casa di mia nonna. All’improvviso arrivò
correndo mia sorella, Zahra, che disse: “Vieni, dài, stiamo per essere
infibulate...”. Era felice. Ci avevano detto che era un grande evento e che,
per l’occasione, avrebbero ucciso un pollo e ci avrebbero offerto dei dolci.
Quindi mi alzai e, felice, corsi via con lei. Entrammo in una casa poco
distante, dove abitava una vecchia levatrice. Toccò per prima a mia sorella, di
un anno più grande di me. La donna, con l’aiuto di mia madre e mia nonna,
fece stendere la sorella su una stuoia. Io rimasi nella stanza a fianco, seduta
per terra, silenziosa, come paralizzata. La sentii urlare. Il suo dolore mi
sembrava atroce: mi entrava nelle orecchie e mi impediva di respirare. Ero
terrorizzata. Una violenta ribellione si impossessò di me. Feci per fuggire.
Non
capivo bene che cosa stesse accadendo, ma certamente, regali o no, non volevo
soffrire. “Non voglio più essere cucita” gridai con quanto fiato avevo in
gola. Ma la nonna mi afferrò stretta e, aiutata da una vicina, mi adagiò su un
materasso. Poi si sedette dietro di me e mi tenne aperte le gambe, come in una
morsa. La vecchia ostetrica aveva terminato il lavoro di ricucitura. Mia sorella
ora se ne stava quieta, come un animale ferito, senza forze e senza volontà,
sulla stuoia ancora insanguinata.
Era
il mio turno. Sentivo crescere la disperazione e la rabbia. In ginocchio, di
fronte a me, la vecchia mi guardava sicura e severa. Con un esperto colpo di
coltello mi tagliò la clitoride e le piccole labbra, senza anestesia. Allora
non si usava ancora; ora sì, in ospedale, dove l’infibulazione è praticata
dai medici.
Furono
minuti indescrivibili: il coltello grondava sangue, mentre io urlavo come un
animale al macello; non capivo perché mi stessero facendo quel male. Mia madre
e mia nonna mi rassicuravano dicendo che stavo per diventare una donna, che
avremmo festeggiato tutti insieme l’evento, che erano orgogliose di me, della
sorella e che, qualche anno dopo, avrei potuto sposarmi e fare dei bambini.
“Sposarmi?
Fare figli?” domandavo a me stessa mentre mi tagliavano, e pensavo ai giochi
lasciati per strada... Mi cucirono con ago e filo, lasciando un’apertura
sottile per far defluire l’urina e il sangue mestruale. Poi mi lavarono e
disinfettarono con erbe e unguenti. Infine mi legarono le gambe strette tra loro
e mi portarono a casa della nonna, insieme a mia sorella, dove rimanemmo
immobili, distese su stuoie, per due settimane. “La ferita si deve rimarginare
bene – ci spiegarono -; altrimenti, quando partorirete, si lacererà”.
In
quei giorni arrivarono familiari, parenti e amici a congratularsi con noi.
Portarono dolci e doni, ma a me non interessava nulla: ero mortificata e
scioccata. Mia sorella sembrava invece gradire tutte quelle attenzioni; si
sentiva importante. Io ero piena di rabbia: “Mai - mi ripetevo - permetterò
che le mie figlie possano subire un torto simile”.
Pochi
anni dopo, fui data in moglie ad un uomo molto più vecchio di me... La notte
delle nozze avrei voluto morire. Provai un dolore atroce. Per il marito, invece,
fu un grande onore, una prova di virilità, avere rapporti con una sposa così
cucita. È anche una sicurezza sulla sua fedeltà: con chi altri potrebbe mai
tradirlo?
Rimasi
incinta. Andai in ospedale a Mogadiscio. Là mi aprirono per farmi partorire, e
mi ricucirono. Avevo 14 anni e avevo appena terminato le scuole. All’età di
18 arrivai in Italia con mia sorella...».
Da
12 anni Aisha vive in Piemonte con delle connazionali e si prende cura della
figlia. Il marito è in America a lavorare.
A
Mogadiscio ha frequentato, finché ha potuto, scuole italiane, come la
maggioranza delle sue coetanee benestanti, e in Italia si è laureata in
medicina, mentre lavorava come assistente domiciliare per anziani. La sua
attività più importante è quella di sensibilizzare le sue connazionali,
giovani mamme e ragazze, contro la pratica delle mutilazioni genitali, affinché
quelle giovani vite non debbano patire torture atroci in nome della tradizione e
del controllo dell’uomo sulla donna.
«Sono
stata circoncisa a sei anni con altre due bambine» racconta Basma, una somala
di circa 40 anni, che vive a Roma da parecchio tempo. «Dopo, è stata
organizzata una festa e mi hanno regalato caramelle e dolci... Tre giorni prima
della cerimonia, invitano tutti. Già al mattino presto arrivano i vicini e i
parenti stretti per vedere. Portano regali.
Una
donna grossa mi bloccava tra le sue gambe, mentre mi bendavano gli occhi con un
foulard nuovo. Mi hanno operato senza anestesia (sono solo 20 anni che hanno
iniziato ad usarla, ad operare su tavoli e a chiamare un’ostetrica). Sono
stata cucita con le spine. La ferita mi bruciava. Mia madre mi ha lavata con
acqua calda. Dopo aver scavato una buca per terra e deposto della carbonella con
delle erbe che producevano fumo, mi hanno fatta appoggiare sopra per
disinfettare e seccare la cucitura, che è diventata scura. Ho contratto
un’infezione, perché mi sfregavo la ferita: sono stata male per un mese,
avevo la febbre...».
Nonostante
il ricordo ancora vivo della sofferenza causatale da tale pratica, Basma si
dichiara pronta per lo stesso intervento: sua figlia è stata infibulata e
vorrebbe che anche le nipoti seguissero la tradizione.
Per
Fatima l’esperienza non è da ripetersi. «Sono stata circoncisa a sette anni,
insieme ad una sorella di nove. Altro che festa! Quel giorno ho subìto uno
shock che non dimenticherò più. Sono stata operata senza anestesia, senza
niente. Ho sofferto moltissimo. Eravamo sette bambine da sei a nove anni;
c’erano le figlie dei vicini di casa, nel tempo di chiusura delle scuole. Le
donne si erano dette: “Facciamo ciò che dobbiamo fare, perché le ragazze
sono ormai grandi”.
Hanno
chiamato una donna anziana e siamo state operate in una casa vicina. La prima ad
essere sottoposta ai ferri è stata la più piccola, mentre noi guardavamo
terrorizzate, in lacrime. La mamma era fuggita, perché non voleva sentire i
nostri pianti.
Mi
hanno deposta nuda su un tavolo grande, mentre tre donne mi tenevano legate mani
e piedi. Non ho visto con che cosa mi hanno tagliata, se con un coltello o una
forbice (si nascondono gli strumenti, perché la pratica incomincia ad essere
criticata). Mi hanno asportato la clitoride e le piccole labbra. Poi sono stata
cucita con filo, perché eravamo in città, e non con spine, come avviene in
campagna. Il dolore è durato ben sette giorni. Sono rimasta con le gambe legate
(dalla vita fin sotto le ginocchia) per due settimane. Non si può mangiare...
Io sono riuscita a fare pipì, mentre a mia sorella (che non l’ha fatta per
tre giorni) si è gonfiata la pancia. Ha sofferto di più, perché era più
grande.
Mamma
e papà, una volta guarite, ci hanno dato dei regali: ma con ciò che abbiamo
patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo a consolarci! Per fortuna non
sono sorte infezioni, perché papà ci portava tintura di iodio e antibiotici.
Prima
dell’operazione correvo, giocavo a pallone, ma dopo non l’ho più fatto. Mia
madre mi diceva sempre: “Attenta, ora sei diventata grande, ti strappi!”.
Non
ero più libera. Non era più come prima. Mi hanno lasciato un buco
strettissimo. Prima del contatto con l’uomo, le mestruazioni erano molto
dolorose. I primi rapporti sessuali mi hanno fatto schifo. Poi è andata un
po’ meglio».
Il
parere medico sulle mutilazioni
Igiene?
C’è ben altro!
«L’infibulazione
è un rapporto tra schiava
e padrone,
dove, in accordo a schemi primitivi,
si dona tutto e
si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono nulla»
(dott. Mascherpa). «È
un rito iniziatico: la donna rimane un oggetto e, nello stesso tempo, viene
allontanata da lei ogni tentazione» (dott. Bracco).
E le
conseguenze sono clamorose.
Abbiamo
interpellato il dottor Franco Mascherpa, medico presso la clinica ginecologica
universitaria di Torino, a suo tempo impegnato in Somalia, sulle mutilazioni
genitali femminili.
Dottore,
cosa s’intende per mutilazione sessuale femminile?
«Attualmente
sono circa 130 milioni le donne che hanno subìto pratiche di mutilazione
sessuale. Sono interventi laceranti, che si effettuano sui genitali esterni
delle bambine prepubere.
Sono
possibili tre tipi di operazione. La più diffusa è quella sudanese o faraonica
(infibulazione), che risulta la più mutilante e dà origine a tanti problemi
medici e psicologici. Essa consiste nell’asportazione della clitoride e delle
piccole labbra, nella cruentazione (con incisioni verticali, scarnificare) della
parte interna delle grandi labbra, della parte mediana della vulva e nella
cucitura delle labbra. Le tecniche di sutura sono diverse: nelle zone rurali si
possono usare spine di acacia, tenute insieme da fili di cotone.
La
clitoridectomia (escissione) è meno diffusa: prevede l’asportazione della
clitoride e della parte superiore delle piccole labbra. La ferita non viene mai
suturata, bensì tamponata con erbe. Le bambine vengono fasciate con le gambe
strette.
La
sunnah (circoncisione), diffusa nei paesi arabi, ma anche in Somalia) è una
pratica meno cruenta della clitoridectomia: comporta minori conseguenze
permanenti sul piano fisico. Consiste, nei casi più radicali, nella
asportazione di una parte della clitoride. Nelle varianti minori vengono
prodotte piccole ferite superficiali nella regione paraclitoridea. Lo scopo di
tale pratica è di produrre una fuoriuscita di sangue. Solitamente viene
utilizzato un coltello rituale, oppure una lametta da barba. Vengono anche
impiegate sostanze anestetiche.
Dopo
l’intervento, le gambe delle bambine vengono saldamente legate con fasce
all’altezza delle caviglie, delle ginocchia e delle cosce, e mantenute in
questa posizione per dieci giorni, durante i quali seguono una particolare
dieta. Talvolta cospargono la ferita con una sostanza a base di incenso e mirra,
che ritengono svolga un’azione antisettica e cicatrizzante.
Un
altro aspetto del fenomeno è la reinfibulazione post partum. Una missionaria mi
raccontò che, in Somalia, la praticavano alle donne che avevano appena
partorito per evitare tensioni familiari».
Come
sono considerate le donne non circoncise?
«In
Somalia le donne non circoncise sono ritenute orfane, meticce e fanno di
mestiere le prostitute: questo perché perdono dignità, valore sociale ed
economico; non sono più sposabili e hanno perciò poche speranze di
sopravvivenza. In un paese povero come la Somalia, infatti, le poche risorse
sono legate alla presenza di un uomo. Le donne, se non c’è un maschio a
fianco che abbia qualche attività commerciale, da sole non possono
sopravvivere. Per la stessa ragione vogliono essere sempre incinte: il marito,
che ha mogli sparse qua e là, è più propenso ad andarle a trovare spesso e
portare loro da mangiare. Se la donna è sterile, rischia di non ricevere mezzi
di sussistenza».
In
Occidente consideriamo affascinanti le somale: la loro bellezza, la fierezza e
la sensualità del portamento sembrano giustificare tale considerazione. Ma come
vivono il rapporto con il proprio corpo?
«In
Somalia, come ginecologo e sessuologo, ho cercato di capire come le donne si
rapportavano alla propria sessualità: l’unica risposta che ne ho dedotto è
che essa ha una pura funzione riproduttiva. La loro grande sensualità non è
genitale, perché da quegli organi ricavano solo molto dolore. Dal punto di
vista ginecologico, hanno sempre mal di pancia e problemi vari. Per loro il
benessere non è vivere bene la sessualità nel matrimonio, bensì avere un
marito che le mantenga.
Le
bambine di soli cinque anni, che sanno di essere infibulate, aspettano con ansia
il momento di passaggio all’età adulta. Se una ragazzina grandicella non ha
ancora subìto tale operazione, viene emarginata dal gruppo di amiche.
Il
corpo della somala è un corpo doloroso. Infatti i racconti sui primi rapporti
sessuali sono agghiaccianti, traumatici: lei si presenta a lui “cucita”.
Sono poche le mogli che, d’accordo con il marito, si fanno scucire. In genere
lui vuole constatare di persona che lei sia chiusa. La regola è quella del
grano di mais: se passa un grano è ben cucita. Da quel foro fuoriescono urine e
mestruazioni, ma con gran ristagno di liquidi.
Al
momento della penetrazione sorgono i problemi: la cucitura deve essere aperta o
con il pene o un oggetto qualsiasi (un coltello, una lametta, la parte superiore
di una lattina di coca-cola).
L’atto
sessuale, più che un rapporto intimo, è un gesto di valorizzazione sociale
delle velleità maschili: io, uomo, la posso penetrare anche se è
difficilissimo. È una prova, mentre alla donna è richiesta una superverginità.
Spesso questa ha il primo rapporto in modo strumentale, non naturale: vetri,
coltelli, forbici, frammenti di latta che lacerano le suture. Una donna facile
da avere è vista come una prostituta, con sospetto. Una donna non infibulata può
essere ripudiata immediatamente. Se il marito non riesce a deflorare la moglie,
può sempre dire di aver sposato una donna ben cucita, quindi di grande moralità.
In
Somalia si porta ad estreme conseguenze questo aspetto antropologico: “io sono
così preziosa che sono inaccessibile; però quando mi conquisti mi dai
tutto”. È un rapporto tra schiava e padrone, in cui, in accordo a schemi
primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero.
Esse non valgono nulla.
Se
l’orgasmo femminile è seducente per l’uomo in un contesto occidentale, è
superfluo, negativo, privo di interesse in società maschiliste e sadiche.
“Perché una donna mi deve sedurre? Faccio io quello che voglio di lei.”
Innamoramento, amore non esistono. La donna è un mezzo attraverso il quale
l’uomo realizza la propria discendenza.
Comunque,
a livello sessuale, donna e uomo hanno strategie diverse: la prima deve essere
prudente, poiché ne può conseguire una gravidanza; il secondo invece cerca di
sedurre più donne possibile, perché la poligamia è la forma di famiglia più
diffusa nel mondo (come numero di culture, non di persone). In Occidente si
espleta attraverso numerosi rapporti extraconiugali, che coinvolgono l’80%
delle persone».
Ci
sono donne somale che chiedono di essere deinfibulate perché sono fidanzate ad
italiani?
«Dove
sono? Si sposano solo tra loro. Da me arrivano donne con complicazioni
mediche... Un somalo non sposerebbe mai una connazionale, anche se infibulata,
arrivata qui molto tempo fa, perché pensa che abbia ormai assunto la mentalità
occidentale. Tutte le donne che hanno avuto “contaminazioni” con
l’Occidente non si sposano più».
Tutte
le giovani somale in Italia sono qui sapendo che perdono la possibilità di
trovare marito?
«Se
non trovano subito un fidanzato somalo, con il passare del tempo perdono la
propria accettabilità sessuale».
Abbiamo
brevemente intervistato anche il ginecologo Roberto Bracco.
Dottore,
in certi contesti culturali l’infibulazione è considerata un’usanza
igienica, che rende più bello e pulito il corpo della donna. Cosa ne pensa?
«L’infibulazione
non è una pratica igienica. In tutti i casi che ci sono capitati, quando
abbiamo riaperto la ferita, abbiamo trovato l’assenza totale di igiene.
L’urina e il sangue mestruale ristagnano all’interno della cucitura».
Come
intervenite?
«Introduciamo
una pinza a becco e tagliamo i punti. In certi casi è necessario operare con
anestesia totale».
Come
definire allora l’infibulazione?
«Un
intervento mutilante che, dal punto di vista sanitario, non ha nulla di
igienico. È un rito iniziatico: l’asportazione della parte erettile della
donna. La clitoride, infatti, ha la stessa struttura anatomica dei corpi
cavernosi del pene; rappresenta il centro del piacere sessuale femminile, che
viene così ad essere mutilato. Se in un rapporto di coppia si toglie alla donna
la parte di piacere, essa rimane un oggetto e, nello stesso tempo, viene
allontanata da lei ogni tentazione. Il controllo dell’uomo è così veramente
efficace.
La
circoncisione femminile, praticata alle donne egiziane, è invece più blanda e
permette loro di avere una vita sessuale normale.
Nei
casi estremi si può intervenire chirurgicamente con una plastica delle piccole
labbra».
La
pratica delle mutilazioni genitali femminili può comportare delle complicazioni
mediche immediate e a lungo termine.
Nell’immediato:
shock post-operatorio, infezione locale, setticemia, tetano, emorragia, lesioni
delle vie urinarie e della regione perianale, ritenzione di urina e infezioni
urinarie...
A
lungo termine: proliferazione fibrosa del tessuto, cisti e ascessi, malattia
infiammatoria pelvica, ritenzione di sangue nella vagina e cavità uterina,
defibulazione cruenta al momento della deflorazione e del parto, parto distocico,
fistole vagino-vescicali e rettali post partum, rapporti sessuali difficoltosi e
dolorosi, infezioni uro-genitali ricorrenti...
Né
mancano ripercussioni psicologiche: paura e angoscia infantile, lacerazione in
infanzia/età adulta, senso di inevitabilità del proprio destino, senso di
inferiorità sociale, morale e spirituale della condizione femminile, disturbi
della sfera sessuale, restringimento di interessi e perdita di intraprendenza,
senso di offesa alla propria integrità psico-fisica, caduta di autostima,
malattie mentali (nevrosi cenestopatica, stati depressivo-reattivi).
I
dati riportati sono stati desunti dalla ricerca della professoressa Silvana
Borgognini Tarli, docente di antropologia all’università di Pisa, e della
dottoressa Elisabetta Marini, ricercatrice in scienze antropologiche, pubblicata
dalla rivista «Sapere», maggio-giugno 1994.
Altre
dichiarazioni e precisazioni
Tra
dovere
e vergogna
Alia:
sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno l’infibulazione e se la
ripeterei sulle mie figlie... Mariam: l’unico suo significato è quello di
controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna; è una forma di
maschilismo cui dobbiamo opporci...Giovanna: i seni, i glutei e altre parti del
corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante forme di
tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o di tenersi il
marito?
Alle
donne somale dà spesso fastidio l’interesse dell’Occidente verso l’infibulazione:
sentono una ingerenza nella loro vita, nelle loro tradizioni, nei loro corpi.
Alia,
studentessa somala, dichiara: «Noi non andiamo a sindacare sulle abitudini
sociali, sessuali o estetiche delle donne europee. Sono fatti loro, come la
tradizione dell’infibulazione è affare nostro. Sono stufa di sentirmi
chiedere se approvo o meno questa usanza e se la ripeterei sulle mie figlie.
L’Occidente non può sempre esportare i suoi valori e il suo modello di vita
agli altri paesi. Credo che ogni popolo vada lasciato libero di scegliere il suo
modello di sviluppo e di seguire le proprie tradizioni, senza per questo essere
accusato di barbarie o di inciviltà».
Di
opinione differente si dimostra Mariam, mediatrice culturale presso uno
sportello sociosanitario di Torino: «Sono contraria alla pratica delle
mutilazioni genitali, anche se l’ho subìta e non me ne vergogno, come invece
accade ad alcune mie connazionali. È parte della nostra cultura e non c’è da
vergognarsene. Anche sul termine “mutilazioni” non sono d’accordo. Si può
condividere o meno l’uso di tale pratica, ma non credo che si tratti di una
mutilazione. Certo, i danni causati sono molti. Da noi infatti arrivano donne
infibulate, che hanno sviluppato seri problemi clinici e hanno timore di essere
visitate, ma anche madri che chiedono consigli sulla scelta di fare infibulare
(o circoncidere) le proprie figlie.
In
Somalia tutte le bambine sono sottoposte a tale intervento. Vengono preparate
dalle madri ad accettare ciò che dovranno subire come un momento importante
nella loro vita: è un “rito di passaggio” che si manifesta anche attraverso
la festa, i regali e l’aspetto gratificante del riconoscimento pubblico. Le
mamme chiedono alle figlie di non esternare dolore e pianto, perché altrimenti
disonorano la famiglia: infatti la parte coinvolta del corpo è
“vergognosa”, e non può essere menzionata. Il dolore, dunque, va nascosto,
segregato, represso.
Alcuni
fanno ricoverare le proprie figlie in ospedale, affinché l’operazione sia
eseguita in modo corretto e igienico; altri si rivolgono a “mammane”, che
tagliano senza anestesia e in condizioni sanitarie pessime. In entrambi i casi,
tuttavia, la ferita rimane: nel corpo e nella mente. Ed è difficile da
rimarginare. Crescendo sorgono grossi problemi ginecologici, che si manifestano
soprattutto durante i rapporti matrimoniali, la gravidanza e le mestruazioni. Le
donne, qui in Italia, hanno paura di farsi visitare: temono di essere scucite. A
Firenze opera un medico somalo, che con il laser deinfibula coloro che glielo
richiedono.
Prima
della notte di nozze, qualche donna accetta di farsi scucire per evitare
lacerazioni e sofferenze eccessive; ma la maggioranza rifiuta tale pratica,
temendo il giudizio negativo del marito. Si dice che venga a mancare la
sensibilità femminile durante il rapporto sessuale; non è vero. Ad essere
asportata è solo la parte superiore della clitoride. Io ritengo, comunque, che
noi donne abbiamo il dovere di ribellarci a questa pratica. Dobbiamo dire
“no”. Dobbiamo porre fine a tale cultura.
Prima
della guerra civile, il presidente Siad Barre (1) aveva promosso una campagna
contro l’infibulazione, ma con il conflitto tutto è andato perso...
Le
donne somale in Europa, ad esempio, si pongono il problema se fare tagliare o
meno le proprie bambine e pensano: “Adesso siamo qui e tutto va bene. Ma, se
torniamo nel nostro paese, cosa accadrà alle nostre figlie? Verranno prese in
giro dai coetanei, additate come prostitute e non troveranno mai marito“.
A
Torino le donne somale sono oltre un migliaio, e sono poche quelle che si
rifiutano di ricorrere all’infibulazione. È sentita come un retaggio
culturale da mantenere.
Io
non l’accetto. Che senso ha? Perché mai è necessaria? Nel passato era forse
usata come una sorta di “cintura di castità”... L’unico suo significato
è quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna. È una forma
di maschilismo cui dobbiamo opporci».
Abbiamo
avuto pure l’occasione d’incontrare Giovanna Zaldini, di origine somala,
vicepresidente dell’Associazione torinese Alma Terra.
Ci
sono famiglie, in Italia, che richiedono di infibulare le proprie figlie?
«A
Torino non sono mai state registrate, finora, richieste di infibulazione/circoncisione.
Chi
ha scelto di emigrare in Italia ha pure scelto di mettere in discussione le
proprie origini e tradizioni, diversamente da chi è stato costretto a lasciare
il proprio paese a causa della guerra. Questa seconda tipologia di persone si
sente più sradicata e non è in grado di operare scelte contro la propria
cultura e tradizione... In ogni caso, se in Italia vi è stata richiesta di
infibulazione, non troverà risposta da parte dei medici.
Il
problema più evidente è quello delle conseguenze sulla salute delle donne già
infibulate. A livello sanitario nazionale, permane ancora una grande
impreparazione nell’affrontare casi di pazienti infibulate e nel prestare loro
soccorso e cure adeguate. Quando, ad esempio, in ospedale arrivano delle
partorienti infibulate nessuno pensa di scucirle prima del parto. Il personale
sanitario ricorre automaticamente al taglio cesareo.
Inoltre
le donne giovani non si sottopongono a visita ginecologica per paura del dolore,
ma anche perché si vergognano e non si sentono capite dai medici. Qualcuna ha
raccontato di avere provato molto disagio, perché si sentiva studiata,
osservata.
Anche
per questa ragione va posta molta enfasi sulle nefaste conseguenze cliniche di
tale pratica e sulle ragioni che spingono certi poteri ad infibulare le proprie
donne; così facendo, sottopongono queste ultime ad umiliazioni e mortificazioni
ulteriori.
In
Occidente si parla di “mutilazioni” sessuali. Già! Ma i seni, i glutei e
altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante
forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o di
tenersi il marito? Altrimenti se ne cercherebbe una più giovane, più bella o
più “nuova”...
Il
comune denominatore tra “noi” e “voi” resta sempre la sottomissione al
desiderio maschile. Abbiamo tutte subìto un lavaggio del cervello. Siamo
dipendenti dagli uomini, in un modo o nell’altro, a livello sociale,
economico, psicologico.
Per
una donna somala non essere infibulata significa non trovare marito; per una
occidentale non possedere un bel seno vuol dire non essere neanche guardata. Per
la paura di non trovare un uomo che le sposasse, nel mio paese erano le bambine
stesse a chiedere alle mamme più liberali di essere cucite.
In
Somalia, durante il 1986-90, è stata portata avanti una campagna di
sensibilizzazione contro l’infibulazione, che non ha inciso molto. Tuttavia,
la massiccia emigrazione porterà per forza al confronto con altre culture e al
cambiamento di mentalità nei confronti di questa pratica.
Se
si supera l’età più a rischio, che va fino a 12-13 anni, le ragazze saranno
fuori pericolo e le mamme avranno un alibi per evitare loro l’intervento.
Presso
gruppi somali, residenti all’estero da lungo tempo, si è visto come il
fenomeno dell’infibulazione si stia trasformando in un’azione puramente
simbolica, iniziatica (pungere la clitoride in modo che fuoriesca del sangue),
finalizzata alla purificazione».
...
Come dire: l’incontro fra culture diverse può essere liberatorio.
1)
Siad Barre, presidente-dittatore, fu al potere in Somalia dal 1969 al 1991.
Mutilazioni
sessuali femminili nel mondo
Sono
circa 130 milioni le donne che, nel mondo, hanno subìto mutilazioni sessuali:
circoncisione (clitoridectomia), escissione, infibulazione.
La
circoncisione consiste nella rimozione del prepuzio della clitoride; tale
pratica, nei paesi arabi che la eseguono, è chiamata anche «sunnah».
L’escissione
prevede la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle piccole labbra
(interamente o in parte), ma lascia intatte le grandi labbra e il resto della
vulva.
L’infibulazione
è la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle piccole e grandi labbra, la
sutura delle due estremità della vulva (viene lasciata una piccola apertura per
permettere al flusso dell’urina e del sangue mestruale di scorrere).
Queste
pratiche mutilatorie sono largamente diffuse in Africa, Asia, Mondo Arabo,
America Latina ed Europa.
n
Africa: nella costa occidentale, dal Camerun alla Mauritania, nelle zone
centrali e nel Ciad, nel nord dell’Egitto, in Kenya e Tanzania (circoncisione
ed escissione), in Mali, Sudan, Somalia, Etiopia e nel nord della Nigeria (infibulazione).
n
Asia: Filippine, Malesia, Pakistan e Indonesia (tra i gruppi musulmani).
n
Mondo Arabo: Emirati Arabi Uniti, Yemen del sud, Bahrain, Oman.
n
America Latina: la circoncisione femminile è praticata in Brasile, in Messico e
Perù (presso gruppi di origine africana).
n
Europa: a causa della numerosa presenza di immigrati provenienti dai sopracitati
paesi, il fenomeno delle mutilazioni genitali, dall’antichità dov’era
sepolto, è ritornato alla luce e interessa una vasta fascia di donne e bambine
straniere. Una nuova tendenza, al riguardo, è stata introdotta da ricchi
africani che portano le loro figlie in Europa per sottoporle a circoncisione,
sotto anestesia e in condizioni igienico-sanitarie migliori di quelle presenti
nei loro paesi.
(cfr.
«The circumcision of women. Strategy for eradication», Zed Books ltd, London).
E
il nostro paese?
L’
Italia è interessata al fenomeno, insieme al resto dell’Europa, anche se non
è possibile risalire a dati certi e reali: certamente esistono casi (forse
qualche centinaio), dal 1992 ad oggi, di bambine, figlie di immigrati, che hanno
subìto mutilazioni sessuali nel nostro paese o in patria. Quando i genitori non
decidono di accompagnarle al paese d’origine, le piccole vengono operate qui,
in cliniche private o in case, dove medici italo-somali o personale paramedico
eseguono l’intervento.
Per
un’infibulazione la famiglia giunge a pagare oltre 1.000 euro. L’età delle
bambine si aggira tra 5 e 12 anni.
Molto
più alto è, invece, il numero di donne straniere, residenti in Italia, che
sono state sottoposte, anni addietro e nel paese d’origine, a circoncisione o
infibulazione.
Oggi
qui, in terra di immigrazione, manifestano varie patologie, fisiche o mentali, o
semplicemente profondo disagio psicologico.
Infibulazione:
è possibile cambiare?
Di
questa pratica, delle sue origini, motivazioni e degli strumenti per sradicarla
totalmente dall’uso comune in molte aree dell’Africa, si è occupato il
seminario internazionale «Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di
relazioni tra uomini e donne», organizzato nel giugno scorso a Torino, presso
il Centro internazionale di formazione, dall’Aidos (Associazione italiana
donne per lo sviluppo). Numerosi gli interventi di esperte africane (giuriste,
psicologhe, medici, sociologhe e antropologhe), da anni impegnate in prima fila
nella lotta contro il fenomeno.
«ll
nostro intento è quello di promuovere scambi di informazioni e conoscenze fra
le associazioni africane ed occidentali - ha detto Cristiana Scoppa, dell’Aidos
e una delle organizzatrici del corso - e di fornire strumenti formativi e
didattici per facilitare l’opera di prevenzione nei villaggi e nelle città
dell’Africa.
Cerchiamo
di aiutare a sviluppare una consapevolezza sulle motivazioni personali, non solo
sociali e tradizionali, alla base del radicamento di tale pratica. È solo
prendendo coscienza di sé, del proprio ruolo di donna, del proprio valore e dei
modelli familiari di appartenenza (centrati sul controllo della donna da parte
del clan familiare maschile) che è possibile apportare un cambiamento a
tradizioni antiche e radicate.
Un
altro aspetto altrettanto importante è quello dell’informazione nell’ambito
sanitario: medici e infermieri, infatti, sempre più spesso in Italia e a
Torino, si trovano di fronte a donne infibulate o escisse, in procinto di
partorire, ed è impensabile che possano operare alla rimozione della sutura al
momento delle doglie. Bisogna intervenire prima, altrimenti si creano
lacerazioni o complicazioni gravi e tanto disagio, sia per le pazienti sia per i
medici».
Il prezzo ... della sposa
Le
mutilazioni genitali femminili (mgf) hanno radici lontane e ancora oscure.
Qualcuno le fa risalire ai faraoni di Egitto (circoncisione faraonica), altri
all’antica Roma (in-fibulare, chiudere con fibbia: è l’usanza di applicare
ai genitali esterni maschili o femminili fermagli o anelli per evitare i
rapporti sessuali).
Molti
sono gli studi sull’argomento, a livello sia antropologico-sociologico sia
medico-scientifico, che tuttavia non hanno scalfito il silenzio e il disagio che
gravitano attorno a questo diffusissimo fenomeno.
Scrive
Carla Pasquinelli nella ricerca «Antropologia delle mutilazioni dei genitali
femminili», curata dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo):
«Dietro questo silenzio ci sono molte cose: c’è un mondo di donne chiuso su
se stesso, un mondo di interni, sospeso tra l’attesa e il timore di togliare
via una parte del corpo delle proprie bambine nel corso di cerimonie di cui per
secoli le madri sono state le grandi registe, e c’è un mondo esterno, un
mondo di uomini che si mantiene estraneo e distante, e che però su questo
disciplinamento dei corpi femminili ha fondato le proprie strategie di potere. A
tenere insieme e dare coerenza a questi due mondi così distanti tra loro c’è
una pratica cruenta, che stringe in una morsa tutta la fascia dell’Africa
subsahariana, e che costituisce l’espressione simbolica di un complesso
sistema economico e sociale di strategie matrimoniali diffuso in maniera
capillare in tutta l’area.
Si
tratta di un meccanismo di dominio fondato sul prezzo della sposa, cioè sul
compenso che la famiglia del futuro marito versa alla famiglia della futura
moglie in cambio di una donna illibata, il che vuol dire circoncisa (escissa o
infibulata che sia), pronta a rispedirla al mittente e a riprendersi il compenso
versato... se la donna non è operata come si deve. Il valore di una sposa
dipende infatti dalla sua verginità e le mgf sono una forma di protezione che
inibisce nella donna desideri e tentazioni di rapporti prematrimoniali, ma che
soprattutto la preserva e la difende da violenze e stupri».
Fra
tanta incertezza circa l’origine del fenomeno delle mutilazioni genitali
domina una certezza: l’islam non ha nulla a che vedere con la diffusione in
territorio africano di questa antica pratica ad esso antecedente.
Scrive
ancora Carla Pasquinelli: «L’attribuzione che spesso viene fatta
all’islam... è probabilmente dovuta alla facilità con cui si è saputo
adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale.
La
sua penetrazione, infatti, è stata resa possibile dalla presenza nelle culture
africane di alcuni elementi (come le strutture patrilineari e la concezione di
Dio fondata su un forte senso di dipendenza), che ne hanno favorito
l’accettazione, permettendogli di radicarsi nel tessuto tradizionale molto più
di quanto non siano riuscite a fare le varie chiese cristiane che si sono
impegnate alcuni secoli più tardi nell’evangelizzazione del continente
africano...
Questo
diverso atteggiamento della religione islamica e di quella cristiana si riflette
anche nella percentuale di donne sottoposte alla mutilazione dei genitali nei
due contesti. Le cifre parlano chiaro: mentre in area cristiana (dove predomina
la clitoridectomia) le percentuali oscillano tra il 20 e il 50, in area islamica
(in particolare nel Corno d’Africa, dove l’infibulazione è di rigore) si
toccano punte che vanno dall’80 al 100%.
Con
il tempo l’identificazione dell’islam con la tradizione indigena non ha
fatto che rafforzarsi, a tal punto che è stato il maggior responsabile della
diffusione delle mutilazioni genitali femminili fuori dell’Africa,
esportandole tra l’altro in Indonesia e Malesia».
Bibliografia
-
The circumcision of women, a strategy for eradication (a cura di Olayinka
Koso-Thomas), Zed Books Ltd, London
-
Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili, una ricerca in Italia (a
cura di Carla Pasquinelli), Aidos
-
Special needs of ritually circumcised women patients (a cura di Hanny
Lightfoot-Klein - Evelyn Shaw), in «Jognn, principles & practice»
-
Figlie d’Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia
(a cura di Pia Grassivaro Gallo), Editrice L’Harmattan Italia, 1998
-
Nous protégeons nos petites filles (a cura de la «Prefecture d’Ile-de-France»)
-
Il corpo offeso, in «Sapere», 1994
-
The sexual esperience and marital adjustment of genitally circumcised and
infibulated females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in «The
Journal of sex research», 1989
-
L’histoire de Fatoumata (a cura di «Campagne pour l’éradication des
mutilations génitales féminines»)
-
Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini e
donne, diritti umani e salute (convegno), Torino, luglio 2001, OIL
-
Figlie d’Africa mutilate, anche in Italia (convegno), Torino, febbraio 1999
-
Infibulazione tra diritti umani e identità culturale (a cura del CSA, Centro
Piemontese di Studi Africani, Associazione Frantz Fanon, Istituto Avogadro),
Torino 1998
-
Pharaonic circumcision of females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein),
in «Medicine and Law», 1983
-
Observation ethnopsychiatrique de l’infibulation des femmes en Somalie (a cura
di Michel Erlich) in «Terrain Ethnologique»
-
La lunga marcia delle donne contro l’infibulazione, in «Tam Tam», 1995
-
Waris Dirie, Fiore del deserto. Storia di una donna, Garzanti Editore, 2000
-
L'excision hors la loi (a cura di Karine Sidibe), in «Le Temps de l'Afrique
noire», novembre 1996
-
La salute delle donne e le mutilazioni sessuali: un problema della società
multietnica (a cura di Elisabetta Cirillo), in «Politica del Diritto», marzo
1992

0 - Angela Lano
Maggio - 2003 |
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ISLAM E MEDIA tra spettacolo e terrore psicologico
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IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
«In Italia ci sono centinaia di migliaia di musulmani a rischio, migliaia
di combattenti del “jihad” (guerra santa) in sonno, pronti a
scatenarsi...». A chi serve tale offensiva antislamica? Il giornalismo -
rileva il barone von Clausewitz - è la continuazione della politica con
altri mezzi.
«SONO DEVOTO DI BIN LADEN...»
Martedì 25 febbraio, ore 21, gli occhi severi e castigatori di shaikh Abd
el-Qader Fall Mamour fissano il pubblico italiano attraverso le telecamere
della trasmissione «Ballarò », mentre la sua voce proclama: «Sono un
devoto di Osama bin Laden. Lo ammiro...». Tutt’intorno è silenzio e
attesa fremente di nuove rivelazioni. «Mamme degli alpini, se l’Italia
colpirà l’Iraq, dovrete tremare per i vostri figli. Soldati del jihad
(guerra santa) in Europa sono pronti a vendicare la morte dei loro
fratelli. Bisognerà accertare le responsabilità dei militari italiani:
se avremo la certezza che questi hanno ammazzato innocenti in Iraq, allora
i mujaheddin (combattenti per l’islam) residenti in Europa verranno a
colpire obiettivi in Italia. Ci saranno attentati».
Fall Mamour parla in prima persona, per sottolineare la sua relazione
diretta con il terrorismo islamico, e il suo essere a conoscenza di
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