Angela Lano

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volontari per lo sviluppo

Culture - I segreti della cura del corpo nel mondo arabo

L'arte della bellezza

Molto più attenti di noi all'igiene personale i popoli mediorientali conservano tradizioni millenarie. Come il rito dell'hammam, il bagno turco, dove hennah, argilla e piante aromatiche mescolate con sapienza, creano un'atmosfera miracolosa per il corpo e lo spirito.

di Angela Lano

Suad, vestita di bianco, se ne sta seduta su un'alta sedia, quasi un trono domestico approntato per la più grande celebrazione della sua vita, attesa con impazienza da anni. Sin dall'infanzia. Forse l'unica, irripetibile occasione che la sua cultura le offra per sentirsi protagonista: il matrimonio. Poi, ci sarà la nascita dei figli, maschi, a garantirle un'altra porzione di onore.
Tutt'intorno a lei, sciami di persone volteggiano festose al ritmo assordante di una melodia ininterrotta. Lunghi tavoli imbanditi di cibi, dolci e bevande vengono generosamente offerti a parenti, amici, vicini e passanti, in osservanza di quell'antico e tacito principio della sacralità di ogni forma di ospitalità. E' la terza sera di festeggiamenti che dureranno ancora diversi giorni. Precisamente sette. Sette giorni in cui la futura sposa prepara il suo corpo nei minimi particolari con abluzioni, lavaggi e complicati riti.

Pulizia e arte

Contrariamente a quanto si pensa in Occidente (dove ancora dilagano luoghi comuni tipo "gli arabi sono sporchi"), la cultura islamica ha sempre posto grandissima attenzione alla cura e all'igiene del corpo. La tradizione degli hammam, gli splendidi "bagni turchi" diffusi un po' ovunque, ne è una dimostrazione, e lo sono anche le numerose abluzioni previste dal Corano prima delle preghiere rituali. "L'essere umano entra in rapporto con il mondo attraverso la pelle, e come può una persona che ha i pori ostruiti sentire l'ambiente ed essere sensibile alle sue vibrazioni?" scrive Fatima Mernissi, famosa sociologa marocchina, ne "La terrazza proibita. Vita nell'harem".
Così, racconta Suad, (che è in Italia ormai da molti anni, ma il giorno del suo matrimonio lo ricorda come fosse ieri) il terzo giorno prima delle nozze l'ha trascorso a casa, secondo tradizione, tra le parenti tutte indaffarate attorno alla hennâya, la donna esperta nelle decorazioni del corpo a base di hennah. Quest'ultima, una polvere rossa ricavata da un fiore, è un elemento fondamentale per la cura del corpo, utilizzato nei momenti più importanti della vita di una persona, come il matrimonio appunto.

Il potere dell'hennah

Nella sera della hennah (leilat al -hennah), alla sposa vengono decorate mani e piedi con disegni a forme geometriche o floreali, e, per tutta la notte, se ne deve stare ferma con gli arti immobilizzati, finché le decorazioni non sono ben asciutte. Per accelerare il processo di essiccamento vengono anche usate fonti di calore, come i bracieri (kânûn). La hennah applicata sulle mani, con una formula di scongiuro, ha la funzione di proteggere dal malocchio: considerata dallo stesso profeta Muhammad "la regina di tutti i fiori, regina del paradiso", è popolare in tutto il mondo arabo, e, nell'immaginario, viene investita di un particolare potere propiziatorio, magico e protettivo (la baraka).

La cerimonia del bagno

Altro momento importante per tutte le spose è il rito della depilazione, a cui fa seguito la visita all'hammam. Quella mattina Suad vi si è recata con le donne di entrambe le famiglie. Com'è tradizione per i matrimoni, i suoi genitori avevano affittato l'intero edificio per la cerimonia del bagno: sua madre e le sue sorelle avevano disposto candele dovunque, portato dolci e bevande, e tutte le ospiti avevano ballato e cantato. Poi, una volta lavata, vestita e profumata, l'avevano fatta sedere al centro di una sala di riposo e, intorno a lei, avevano offerto del cibo alle parenti dello sposo. Uscita di lì, era andata dal parrucchiere insieme alle sorelle, alle zie e alla madre.
L'hammam o bagno turco, dagli inconfondibili tetti a cupola, si compone di tre stanze: quella tiepida (25-30°), o westya (tepidarium), dove le donne si lavano, preparano il corpo alla sudorazione, applicano la hennah o l'argilla; la calda (40°), o beit el-sakhin (calidarium), dove purificano la pelle con il vapore e i massaggi e si riposano. Infine, la stanza fredda, beit el-barid (frigidarium): qui si risciacquano il corpo e i capelli.

Un incontro di festa

Sin dall'antichità, l'hammam ha svolto un importante ruolo all'interno dell'organizzazione sociale delle città arabo-islamiche. Da secoli, infatti, costituisce un luogo di ritrovo (fra donne o fra uomini), di comunicazione e di scambio, d'affari. Rappresenta un momento privilegiato di relazione umana in una società, quella musulmana, che separa nettamente i due sessi. In particolare, alle donne offre un'occasione di evasione dalla routine familiare spesso opprimente. Lì si raccontano novità, pettegolezzi, notizie piccanti e segreti, gioie e dolori, rabbia e frustrazione. Nell'hammam la donna musulmana, libera dai lunghi abiti e dai veli, rivela se stessa alle altre compagne e si confida. Qui si svelano segreti e gelosia, antichi rancori e celate speranze, e le più anziane trasmettono i propri saperi alle più giovani. In quelle stanze umide e dense di vapori, le parole si mischiano alle risate, al rumore dell'acqua versata e ai suoni sordi dei secchi di metallo allineati davanti alle panche.
Liberata da ogni impurità, Suad ora siede nuovamente sul suo trono, in mezzo al cortile addobbato per la solennità. Ancora altre sere di festa la dividono dal suo sposo. Ancora un'altra piacevole giornata all'hammam, e poi, fino a tardi, un'altra lunga cena con la presenza della hannena, la donna che intona il tradizionale canto della sposa tramandato da generazioni, e con l'orchestra che strimpella musica moderna.
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La natura nel beauty-case

L'occorrente per un'accurata azione di pulizia e bellezza secondo la tradizione araba è piuttosto elaborato, ma interamente basato su prodotti naturali, spesso a noi sconosciuti. Innanzitutto sono necessari mastelli in legno pieni d'acqua, pettini, specchietti. Immancabile è l'hennah, cui si aggiunge il ghasûl (argilla), il sokkar (pastella a base di zucchero e limone usata per depilarsi) e il mhakka per peeling. Per la cura della pelle poi si usa il sabon al-baladi (sapone all'olio d'oliva), uova, datteri, miele, olio di mandorle e d'argan (bacche il cui nocciolo viene macinato per estrarne olio per capelli e pelli secche). Infine il kânûn, un piccolo braciere per preparare misture ed unguenti, ciotole con terre e tinture naturali a base di frutta, erbe e fiori...

A Torino un primo bagno turco tradizionale

Il fascino dell'hammam arriva in Italia

Un hammam in piena regola si può trovare anche in Italia, precisamente a Torino dove la cooperativa La Talea, costituita da donne immigrate, ha aperto un bagno turco femminile tradizionale all'interno del "Centro interculturale delle donne" (via Norberto Rosa, 13/a, tel. 011- 201727). Da molte regioni arrivano addirittura con i pullman pieni di donne curiose e affascinate da quest'iniziativa, ancora unica in Italia. La struttura si compone di un'ampia sala con divani e cuscini per il riposo e per la conversazione. L'arredamento è sobrio e orientaleggiante. Musica araba si diffonde nell'ambiente, mentre si sorseggia del tè aromatico. Si passa, poi, in una seconda stanza, una sorta di "calidarium", dove si sosta per un po' di tempo in un bagno a vapore. Qui le donne si aiutano a vicenda ad applicarsi la hennah e l'argilla. Estetiste e massaggiatrici orientali offrono le loro cure igieniche, estetiche e terapeutiche nell'antico spirito di rilassamento e di purificazione del corpo e dell'anima.
Nato come opportunità offerta alle donne immigrate per ritrovare le proprie tradizioni e abitudini, e alle italiane per scoprire e apprezzare usi e costumi di altre culture, l'hammam di Torino, in realtà, è accessibile prevalentemente alle seconde. La maggioranza delle donne arabe o africane residenti in Torino, infatti, difficilmente può permettersi di spendere almeno una quarantina di mila lire per una visita al bagno turco (l'ingresso costa 15000 lire, ma a questa cifra va aggiunta la spesa per il guanto per il peeling, per la hennah, per l'argilla e il sapone all'olio, per i trattamenti di bellezza...).
Sempre a proposito di hammam, è prevista tra breve l'apertura di una struttura per uomini, creata dall'associazione culturale Dar al-Hikma di Torino.
Ricordando la sua infanzia passata tra le nebbie del bagno turco, ove si recava accompagnando la madre, il grande scrittore marocchino Tahar Ben Jalloun così descrive, nel romanzo "Creatura di sabbia", quell'ambiente di sole donne: "Davano l'impressione di essere in un salotto dove parlare risultava indispensabile per la loro salute. Le parole e le frasi venivano fuori da ogni parte e, siccome il locale era chiuso e poco illuminato, quello che dicevano era come trattenuto dal vapore e restava sospeso sopra le loro teste. Vedevo le parole salire lentamente per andare a sbattere contro il soffitto umido. Lassù, come stracci di nuvola, si scioglievano al contatto con la pietra per ricadere in goccioline sulla mia faccia. (...) Mi dicevo allora che le parole avevano il gusto e il sapore della vita. E, per tutte quelle donne, la vita era alquanto ridotta, era fatta di poche cose: la cucina, i lavori di casa, l'attesa e una volta alla settimana, l'hammam".

(*) per saperne di più: "Introduzione all'Islam", Joseph Schacht, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino, 1995.
(**) "Cultura araba e società multietnica", a cura di Laura Operti, IRRSAE e Bollate Boringhieri, Torino, 1998.

Nigrizia

Mediterraneo / Occidente e mondo arabo                                                                 20/04/2005
Culture arabe, da secoli tra noi

Angela Lano

Le tradizioni arabe attraggono, e proprio in un periodo di tensioni e diffidenze fra mondo islamico e Occidente. Ma il fascino della cultura araba non è una novità, basti pensare a quanto importante sia stata per lo sviluppo del "vecchio continente".


Al sabato mattina si va al hammam con le amiche, poi si pranza al ristorante maghrebino nel quartiere più “multietnico” della città; a casa si indossano comode jallaba colorate; a metà pomeriggio si invitano i colleghi nei café arabi per offrire loro tè alla menta con pasticcini al miele e al sesamo; ci si tinge i capelli con la henna, un colorante naturale; si acquistano prodotti di bellezza e profumi dalle fragranze orientali; si affida l’ambientazione di case o locali ad architetti e ceramisti esperti in arti islamiche; nel vocabolario quotidiano si usano parole come ramadan, imam, hijab, salam, shari‘a, jihad e altre ancora.

Nelle librerie dominano i saggi sull’islam e sui paesi arabi, mentre nelle scuole molti insegnanti e studenti richiedono corsi di approfondimento sulla civiltà musulmana. L’attenzione è dunque forte e a vari livelli.

Ma forse sono proprio gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni - attacco alle Twin Towers, guerre in Afghanistan e in Iraq -, ad accendere curiosità e interessi su tematiche che spaziano dalle tradizioni popolari a quelle letterarie e filosofiche.

L’Europa, tuttavia, non è nuova alle “mode islamiche”. Infatti, molte delle nostre abitudini consolidate da generazioni (i colori che prediligiamo per i nostri abiti in estate o in inverno, le pratiche igieniche e di bellezza come, ad esempio, il taglio corto dei capelli per l’uomo, la depilazione per la donna), dei nostri cibi, delle discipline che studiamo (la chimica, la matematica, l’algebra, la filosofia greca, la medicina, la botanica, l’agronomia, l’astronomia, e così via), sono giunte fino a noi dal Medioevo attraverso la civiltà arabo-islamica.

«La contrapposizione tra mondo islamico e Occidente – spiega Michele Vallaro, docente di Lingua e letteratura araba presso l’Università di Torino – è storia recente, non antica: il vero scontro era tra gli imperi, non tra i popoli. E oggi, questi ultimi, sono accomunati da un passato di prestiti culturali, linguistici e scientifici, e di usanze.

 

Le abitudini quotidiane dell’Europa dall’VIII secolo in poi, per esempio, furono completamente rivoluzionate da un eclettico artista iracheno trasferitosi nella Spagna musulmana: Ziryab. Egli infatti introdusse l’uso della forchetta, l’ordine delle portate a tavola, creò mode nell’abbigliamento che si diffusero rapidamente divenendo patrimonio di tanti paesi». 

Anche gli studi filosofici hanno beneficiato dell’apporto islamico: i commentari in lingua araba di Averroè (Ibn Rushd) alle opere di Aristotele furono tradotti in latino e in ebraico ed esercitarono una grande influsso sul pensiero cristiano nell’Europa medioevale.

 

Le “influenze arabe” nella Divina Commedia di Dante Alighieri – la traduzione in latino del Libro della Scala di Maometto, cioè il racconto del viaggio ultraterreno del Profeta dell’islam - sono oggi ampiamente riconosciute. L’introduzione delle cifre arabe (notazione posizionale) e la risoluzione delle equazioni di 3° grado, si devono ai viaggi che Leonardo Fibonacci da Pisa, vissuto nel XII secolo, fece nel mondo arabo.

Dalla Spagna islamica, inoltre, arrivarono importanti innovazioni in materia urbanistica, come la creazione del sistema fognario, dei bagni pubblici o la costruzione di vie di comunicazione verso le grandi rotte commerciali; l’introduzione della “noria” in agricoltura, che facilitò l’irrigazione dei campi e la coltivazione di piante fino ad allora sconosciute, come la melanzana, il carciofo, l’asparago, il riso, la canna da zucchero, e così via.

La stessa lingua araba, nel Medioevo, era considerata lo strumento della comunicazione scientifica internazionale e veniva utilizzata sia dai musulmani sia dai cristiani e dagli ebrei che vivevano nei paesi sotto dominio islamico.

Come in una sorta di globalizzazione culturale ante litteram, dunque, le abitudini o le novità arabe e islamiche facevano tendenza e creavano mode, nonostante i conflitti e le paure da essi suscitate.

 

Africa novembre/dicembre 2006    Musulmani d’Italia
La comunità islamica nel nostro Paese è estremamente complessa e multiforme. Ignorare questa diversità non aiuta la comprensione. E la lettura di questo articolo è il miglior antidoto contro il pregiudizio e l’intolleranza - di Angela Lano

 

Da : Missione Consolata

«Il matrimonio? Meglio combinato!»

Pensi di trovare il fatidico «velo». Invece la maggioranza delle ragazze sono truccate e vestono all’occidentale. I fidanzati girano mano nella mano, cosa impensabile in altri paesi arabi. I problemi poi sono gli stessi dei giovani occidentali, innanzitutto il lavoro che non c’è. Dipinto di un Marocco che non t’aspetti.

Da Marrakech a Rabat, da Rabat a Tangeri. Sana’a viaggia con il padre, un imprenditore, sul treno che da Marrakech la sta portando a Rabat, dove abita. Ha diciassette anni e frequenterà l’ultima classe del liceo (che dura soltanto 3 anni, dopo i 9 della scuola dell’obbligo): è bellissima nel suo viso ovale dal profilo regolare e dai grandi occhi neri. Vestita con pantaloni aderenti, camicetta sbracciata, scollata e stretta, capelli sciolti, sandali da spiaggia con infradito, chiacchiera allegra con l’amica che li ha accompagnati nella settimana di vacanze nel caos della più famosa delle città marocchine. «Dopo le superiori farò l’università, la facoltà di lingue forse. In famiglia abbiamo studiato tutti».
«E il matrimonio?», domandiamo. Arrossisce, a dimostrazione che, nonostante la moda e i veloci cambiamenti, certi argomenti rimangono nella sfera del privato e del pudore: «Più in là». «Ma esistono ancora quelli combinati?», insistiamo. A questo punto interviene il padre, simpatico, cordiale, ma protettivo: «Certo, e sono una grande istituzione. Solo le madri conoscono bene i propri figli e possono capire quale partner è più indicato per il successo della vita comune. Mia figlia maggiore si è sposata con un matrimonio combinato: le due mamme si sono accordate nel presentare i due ragazzi, che si sono piaciuti e che, dopo qualche settimana, hanno deciso di sposarsi. È una bella coppia, felice».

Tangeri. Alcuni ragazzi sorseggiano bibite e tè alla menta seduti ai tavolini di un bar, in Avenue d’Espagne, a ridosso delle mura della caotica e affascinante medina. Sedie allineate una a fianco all’altra verso la strada, come è d’uso in Marocco, chiacchierano e ridono. Ciò che colpisce subito è l’abbigliamento: sono vestiti alla moda, in jeans e magliette firmate (Nike, Calvin Klein, Versace, Diesel, ecc.). Indossano cappellini da baseball e occhiali scuri molto fashion. Non appartengono a famiglie facoltose - frequenterebbero altre zone della città meno popolari di questa - ma, come molti della loro età, sono attenti alla moda, soprattutto occidentale, e investono i soldi di qualche lavoretto o dei regali in abiti o oggetti del consumismo made in Usa o in Europe. Non sembrano affatto diversi dai ragazzi delle nostre città italiane: oltre ai commenti divertiti o curiosi sui turisti che sfilano davanti a loro, i discorsi ruotano intorno a scuola, lavoro, divertimenti. Questo, almeno, per i più fortunati, coloro che non sono stati costretti a svolgere umili mansioni subito dopo o, in certe aree più arretrate, al posto delle scuole primarie.
Le ragazze, in giro, non sono da meno: magliette attillate che si fermano all’ombelico, jeans o gonnelloni a vita bassa, scarpe a punta e con tacchi alti, piercing, capelli colorati o con la piega appena uscita dal coiffeur, trucco marcato su occhi e labbra, aria sicura e provocante. Decollété, miniabiti e così via: nel bene e nel male, un altro mondo rispetto alle comunità islamiche d’Europa, che si dibattono su «velo sì, velo no» e sulla sua lunghezza. Non che da noi manchino le ragazze musulmane dall’abbigliamento moderno e sportivo. È solo che qui in Marocco sono la maggioranza!
Anche le abitudini musicali e il divertimento sono simili: dalla techno al rap, dal rock arabo alle «contaminazioni» musicali, dal raï ai cantanti più in voga negli Stati Uniti o in Europa e alla musica latino-americana, i maghrebini amano ballare e cantare, dai più piccoli ai più grandi, dalle città al deserto. I grandi centri urbani offrono discoteche e divertimenti d’ogni sorta destinati ai turisti e alla popolazione che può permetterseli. L’hashish è una presenza costante e diffusissima in quasi tutto il Marocco, ma anche le colle, che vengono sniffate quasi pubblicamente da bambini e adulti nei quartieri più poveri e degradati delle metropoli.
Per molti teenagers (e oltre) marocchini, certe tradizioni sono una noia da cui liberarsi al più presto. Anche nei rapporti di coppia sono un po’ più «disinibiti» di qualche tempo fa: vanno in giro a braccetto o mano nella mano, si guardano negli occhi con tenerezza, si abbracciano. Un gran bel balzo in avanti se paragonato a paesi come l’Egitto, dove i fidanzatini non s’azzardano neanche a sfiorarsi e camminano ben separati, e dove una coccola in pubblico può costare cara.
Nonostante il perdurare dei matrimoni combinati - sia all’interno del clan familiare sia nella cerchia di amici e conoscenti dei genitori -, i giovani stanno cercando con sempre più determinazione di acquisire libertà ormai garantite ai loro coetanei occidentali. Sono tante, infatti, le coppiette formatesi tra i banchi di scuola o all’università, o in discoteca o nelle compagnie di amici. E anche nelle chat-line, usatissime dai quindici-trentenni.

Ouarzazate. La città, a ridosso delle montagne dell’Alto Atlante e alle porte delle spettacolari valli del Drâa e di Dadès, è chiamata la «Hollywood del Deserto»: è infatti diventata un importante centro di produzione cinematografica. Nei suoi studios hanno girato molti colossal, tra cui il recente Alexander.
Hakim, 24 anni e una laurea in legge conseguita un paio di anni fa, lavora con il padre negli «Atlas corporation studios» come aiuto scenografo.
Look sportivo e aria simpatica, racconta delle difficoltà che un giovane marocchino, con un ottimo curriculum scolastico, incontra nell’inserimento professionale:
«I posti pubblici, molto ambiti, sono saturi. Siamo tantissimi, ormai, a possedere titoli di studio elevati, e il mercato del lavoro non offre grandi possibilità. Come in altri paesi del Mediterraneo, qui vale la regola delle amicizie influenti. Chi non trova l’occupazione giusta, quella per cui ha investito anni di studio, e soldi, si deprime. Tanti miei coetanei si trovano in questa situazione e sognano di andare lontano, in America o in Europa. Ma io non lo ritengo giusto: si deve lottare e vincere là dove si vive. Eppoi, lo stile di vita frenetico, stressato dell’Occidente non mi interessa. Comunque, mi ritengo fortunato: non esercito la professione di giurista, ma faccio un bellissimo mestiere, creativo e a contatto con registi, attori, persone di tutto il mondo. Guadagno bene e ho molto tempo libero a disposizione per gli amici, le letture e per girare il paese».

Hakim è fortunato. La vita dei ragazzi marocchini può cambiare radicalmente a seconda delle zone e, ovviamente, del livello economico e sociale di appartenenza: nei monti dell’Alto Atlante, nelle meravigliose oasi che si dischiudono dopo centinaia di chilometri di paesaggi aridi o desertici, i ragazzi sono più vincolati ad abbigliamenti e tradizioni locali e la povertà impone loro un ingresso precoce nel mondo del lavoro.
Tuttavia, se non ci si ferma all’apparente spensieratezza e cordialità che caratterizza il Paese, si scoprirà che la situazione sociale è complessa e dura. La disoccupazione imperversa su diplomati, laureati e incolti. Su tutti coloro che non abbiano risorse familiari o amicizie da spendere per trovare un buon posto di lavoro, magari governativo, o per aprire attività autonome. Sono tantissimi i giovani con ottimo curriculum scolastico o universitario che brancolano nel buio di un futuro senza prospettive che li relega in mestieri umili, manuali, mal pagati. Molti cadono nella depressione e nell’uso delle droghe o dell’alcool (acquistato clandestinamente). Prostituzione, spaccio e tratta degli esseri umani attraverso il mercato dei clandestini, costituiscono l’unica risorsa per gli strati più disperati, soprattutto lungo la costa mediterranea, e una grande ricchezza per i racket mafiosi, locali e internazionali.
Le riforme sociali stanno attraversando il paese, mutando realtà che sembravano eterne.
I giovani marocchini aspettano il loro turno.

                                                                                                                                                                                                             Di Angela Lano

Da: Missione Consolata

EJJP: cosìè e cosa fa

Nata ad Amsterdam nel 1992, la Ejjp (European Jews for a just peace, ebrei europei per una pace giusta), è una federazione di gruppi ebraici di vari paesi europei che si oppongono con azioni nonviolente all’occupazione dei Territori palestinesi. La fine di tale occupazione rappresenta, a loro avviso, la prima e più importante pre-condizione per la pace.
La Ejjp ha partecipato insieme alla popolazione palestinese di Bi’lin alle proteste contro il muro di separazione; ha organizzato la riunione del proprio comitato esecutivo durante la conferenza internazionale indetta per l’anniversario della lotta nonviolenta intrapresa dal villaggio; ha incontrato i membri del neoeletto parlamento palestinese, Hamas compresa, e ha aiutato la gente a ripiantare gli alberi di ulivo sradicati dagli israeliani.

La Dichiarazione di Amsterdam
«Noi, rappresentanti di 18 organizzazioni pacifiste ebraiche di 9 paesi europei, ci siamo riuniti per la Conferenza “Non dire che non lo sapevi” in Amsterdam, il 19 e il 20 settembre 2002, chiamati a discutere su: a) il governo israeliano deve cambiare la sua attuale politica e dar seguito alle proposte contenute nella presente dichiarazione; b) tutti i governi, Onu e l’Ue, devono esercitare pressioni sul governo israeliano affinché porti avanti tali proposte.
Crediamo che l’unica strada per uscire dall’attuale situazione sia attraverso un accordo basato sulla creazione di uno stato palestinese indipendente e vivibile e la garanzia di sicurezza per Israele e per la Palestina. Condanniamo tutte le forme di violenza contro i civili, da chiunque siano perpetrate.
Chiediamo: la fine dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e il riconoscimento dei confini del 4 giugno 1967; il ritiro totale di tutti gli insediamenti ebraici dai Territori occupati; Il riconoscimento del diritto di entrambi gli stati ad avere Gerusalemme come loro capitale; il riconoscimento da parte di Israele della sua parte di responsabilità nel problema dei profughi palestinesi. Rivolgiamo un appello alla comunità internazionale, specialmente all’Europa, affinché offra un sostegno politico ed economico».

Boicottaggio dell’occupazione
Durante l’incontro di Londra, nel settembre 2005, la Ejjp ha deciso di aggiungere alla sua dichiarazione di intenti le seguenti clausole: a) la Ejjp sostiene azioni nonviolente che hanno lo scopo di porre fine all’occupazione israeliana della terra palestinese e alla violazione delle leggi internazionali; b) la Ejjp richiama tutti gli stati ad assicurare che le loro relazioni con Israele siano in accordo con le leggi internazionali e con la Dichiarazione universale dei diritti umani.
«Per 38 anni nei Territori hanno avuto luogo confische di massa della terra, blocchi stradali, uccisioni extragiudiziarie, chiusure, coprifuochi, punizioni collettive. Il governo israeliano, attraverso gli anni di occupazione, si è sentito autorizzato a violare le leggi internazionali... Le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno fallito nel portare a compimento ogni concreta sanzione contro la violazione israeliana del diritto internazionale. La nostra azione di cittadini attraverso l’Europa è rivolta ai governi affinché smettano di usare due pesi e due misure e di assecondare Israele».

ISRAELE - Angela Lano
Maggio - 2006

 

Da: Missione Consolata

«Refusenik», obiettori in Israele


Ricercatore di fisica presso l’Università ebraica di Gerusalemme, 27 anni, Itai Ryb è un refusenik: militare che rifiuta di prestare servizio nei Territori occupati; per questo è finito più volte in prigione. Fa parte di Yesh G’vul (c’è un limite). Durante l’assedio alla basilica della Natività (2002), a Betlemme, era stato richiamato alle armi come riservista: il suo rifiuto gli è costato un mese di carcere.

Quanti refusenik ci sono attualmente in Israele?
Sono più di mille, tra soldati e ufficiali che rifiutano il servizio di leva e che hanno firmato la petizione che sta circolando via internet.

Come vi considerano i vostri connazionali?
Molti ci definiscono «traditori», antidemocratici. L’atmosfera generale è molto dura. Il sostegno ci arriva dagli accademici, alcuni intellettuali, persone di strada. Ma alcuni gruppi ortodossi sostengono che sia giusto uccidere i refusenik.

Ha ricevuto delle minacce?
Per lo più e-mail cattive. Durante le dimostrazioni capita che qualcuno venga picchiato o addirittura ucciso. Soprattutto fra coloro che svolgono attività di protezione dei contadini palestinesi durante la raccolta delle olive: vengono attaccati da coloni israeliani ultraortodossi.

Si considera un pacifista?
Nel movimento dei refusenik esistono tante tendenze. Non tutti sono pacifisti nel senso generale del termine. Spesso si tratta non tanto del rifiuto a servire nell’esercito, ma a far parte delle forze di occupazione nei territori arabi. È una forma di obiezione «selettiva». Personalmente mi considero un obiettore di coscienza alla politica di Sharon, basata su un progetto di «pulizia etnica» contro i palestinesi.

Qual è il ruolo dei refusenik e delle organizzazioni pacifiste israeliane nell’attuale scenario di conflitto?
Può essere cruciale la presa di coscienza di un numero sempre crescente di militari e riservisti: molti refusenik, infatti, arrivano dalle «prime linee», cioè da postazioni importantissime per l’esercito; l’acquisire consapevolezza del proprio ruolo e possibilità di opporsi al programma previsto da Sharon, potrà essere fondamentale per fermare l’escalation della guerra e dei massacri. Alla violenza e alle brutalità si può opporre un rifiuto. Da ambedue le parti. Ecco perché parte delle mie attività sociali e culturali sono destinate ai ragazzi palestinesi.

Quali sono i progetti in cui Yesh G’vul è impegnata?
Principalmente si tratta di azioni per «fermare la distruzione», come «protezione» o interposizione nei confronti dei palestinesi, ma anche attività di sensibilizzazione. Altri gruppi svolgono attività indirizzate alla «costruzione», come il sostegno ai soldati che si rifiutano di combattere, progetti educativi e culturali sia tra gli israeliani che tra i palestinesi, azioni specificamente nonviolente, petizioni, raccolta fondi da consegnare alle famiglie dei refusenik (senza stipendio per tutto il tempo della prigionia), sostegno psicologico e legale.

A quale figura si ispira. Chi è il suo eroe?
Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano rapito a Roma dal Mossad nel 1986, perché aveva denunciato la presenza di una base per la costruzione di armi nucleari nel deserto del Negev. Da 16 anni sta pagando con il carcere duro e l’isolamento quel suo atto di coraggio: aveva capito la responsabilità di ciò di cui era stato testimone e non si è mai tirato indietro.

Qual è la cosa più terribile per lei in Israele?
Che stia crescendo una generazione senza speranza e senza strumenti per un cambiamento costruttivo. I giovani pensano sia impossibile uscire dall’attuale situazione di guerra e di violenza. Per questo la soluzione deve giungere al più presto, altrimenti sarà impossibile modificare la loro mentalità.

E qual è la soluzione per lei?
Due stati dai confini labili, senza muri, dove palestinesi e israeliani possano spostarsi liberamente, vivere vicini, in pace e in amicizia.

ITALIA - Angela Lano
Maggio - 2006

 

da: Missione Consolata

«Tu non adorearai le pietre»

Mentre gli estremisti delle opposte fazioni continuano a confrontarsi e la diplomazia finge dialoghi che preludono più alla guerra che alla pace, numerosi movimenti e gruppi israeliani nonviolenti, dentro e fuori d’Israele-Palestina, si oppongono all’occupazione israeliana di terre palestinesi, difendono i diritti umani e lavorano concretamente alla costruzione di una pacifica convivenza fra i due popoli. Tali movimenti, purtroppo, raramente sono portati a conoscenza dell’opinione pubblica.

Paola Canarutto è un medico torinese, ma è anche la rappresentante per l’Italia dell’organizzazione del Ejjp (European Jews for a Just Peace). Ad aprile era tra i candidati alla Camera, all’interno di un partito che ha assunto posizioni coraggiose a favore del popolo palestinese e contro la politica di oppressione di Israele. E lei vi ha aderito anche per questo.
L’abbiamo incontrata subito dopo il suo viaggio di solidarietà con la popolazione palestinese di Bi’lin, a febbraio 2006.

Dottoressa Canarutto, quando è nata la Ejjp e perché?
La Ejjp, che rappresenta una sorta di «ombrello» di organizzazioni ebraiche contro l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, è stata creata ad Amsterdam, nel 2002, per iniziativa di tre anziane signore ebree olandesi, che fanno parte dell’associazione «Un’altra voce ebraica». In quell’occasione, hanno invitato nella capitale olandese rappresentanti di organismi ebraici europei ed è stata siglata la «Dichiarazione di Amsterdam».
L’obiettivo era quello di promuovere una pace tra Israele e la Palestina, che prevedesse il ritiro israeliano entro i confini del ‘67. Teniamo conto che questa riunione è avvenuta due anni dopo lo scoppio della «seconda intifada».

Un obiettivo coraggioso, tenuto conto del silenzio internazionale sui diritti palestinesi violati quotidianamente…
(Ride) Coraggioso... Quindi, noi esistiamo da allora. La Dichiarazione di Amsterdam è la base su cui altre associazioni possono dare la propria adesione.

Concretamente cosa fate?
Quest’anno, a febbraio, abbiamo organizzato un viaggio di solidarietà in Palestina, che vorremmo ripetere.
In Ejjp c’è un comitato esecutivo, formato da sette persone, che si riunisce periodicamente nei vari paesi europei. Questa volta abbiamo deciso di portare concretamente la nostra solidarietà agli abitanti di Bi’lin e alla loro lotta nonviolenta contro l’occupazione israeliana. Ci siamo riuniti il 17, dopo la manifestazione a sostegno della popolazione palestinese. Il 21 si è svolta una conferenza internazionale: hanno partecipato i movimenti pacifisti Gush Shalom (lett.: blocco della pace), Rabbis for Human Rights (rabbini per i diritti umani) e altri gruppi.

Come mai avete scelto di sostenere la popolazione di Bi’lin?
Perché loro portano avanti una lotta nonviolenta. Tuttavia, noi non ci permettiamo di dire che non vada bene anche quella armata contro l’occupante, perché questo è un diritto riconosciuto dalle dichiarazioni internazionali. La mia idea è che con la lotta armata, in questo caso specifico, non si ottiene nulla. Non significa che essa non sia utile in assoluto. Dobbiamo infatti ricordarci che la nostra resistenza è stata armata, dunque, lungi da me giudicare.
È necessario tenere in considerazione che i palestinesi sono soli e che l’effetto di tirare una pietra o di farsi saltare in aria in un autobus si ripercuote solo su di loro, al di là del giudizio morale che possiamo dare. L’unica possibilità concreta è quella di ricevere il sostegno dell’opinione pubblica internazionale. Quindi, abbracciare una battaglia nonviolenta.
Parliamoci chiaro, con la caduta del blocco sovietico, i palestinesi non hanno più sostegni. Sono stati abbandonati. Il risvolto pratico di quel poco di resistenza armata che riescono a organizzare è controproducente. È un boomerang.
In ogni caso, attaccare i civili non va bene: sia che ad organizzare attentati siano i movimenti islamici, sia che si tratti di quelli laici o di sinistra.
Inoltre, lo squilibrio delle forze è tale che non ottengono nulla: Israele li colpisce quattro volte tanto. Ha altri mezzi e i giornali stanno quasi tutti dalla sua parte.

Dunque, l’interlocutore palestinese è scelto in base alle modalità di lotta.
Sì, deve essere pacifica e nonviolenta, proprio per stimolare lo sviluppo di questa linea. Bi’lin resiste da mesi.

La popolazione locale come vi ha accolti?
Era felicissima. Anche quando siamo andati a piantare gli alberi di ulivo, che poi gli israeliani hanno sradicato quasi subito. Alla conferenza del 20-21 ci hanno addirittura offerto da mangiare e da dormire, tutto a spese del villaggio, su cui pesa una disoccupazione altissima. La riunione del nostro Comitato esecutivo è stata ospitata nella loro sala consiliare. Anche questo è significativo.

Non ci sono state diffidenze nei vostri confronti, dunque?
Assolutamente no. Nel linguaggio comune, i palestinesi identificano i soldati israeliani con gli ebrei, poi, nella pratica, sanno distinguere un aspetto dall’altro e son felici di riceverci. E questo non è scontato.

Quanti aderenti a Ejjp ci sono in Italia?
Pochi.

Come siete visti dalle comunità ebraiche?
Male, come dei traditori della patria. Ma io non sono più iscritta alla comunità già da tempo.

È praticante?
No. Dal ’98 sono fuori dalla comunità. Frequento quella di Agàpe, nelle valli pinerolesi, in provincia di Torino.
Ho studiato per sette anni nella scuola ebraica e ho capito che quello che mi avevano raccontato non corrisponde al vero. Dunque, mi sono sentita presa in giro.

Il suo legame con l’ebraismo è culturale soltanto?
Il legame è obbligatorio nel momento in cui ci si vuole dissociare dalle politiche israeliane. Si dice che quello è lo stato degli ebrei e così a me tocca prendere le distanze e dire: «Scusate, ma mi avete chiesto in cosa mi riconosco?».
Il problema n.1 è questa identificazione tra l’ebraismo e lo stato israeliano. Il problema n.2 è che chi condanna le pratiche israeliane contro la popolazione palestinese è accusato di essere antisemita. Dunque spetta a noi ebrei parlare, opporci a queste politiche.

Si tratta di una strumentalizzazione, perché il rispetto dell’ebraismo, come religione e cultura, non comporta automaticamente l’accettazione delle scelte dello stato israeliano. Ultimamente i due aspetti vengono associati...
Infatti. Perché, in realtà, la storia di quel luogo è molto semplice: il gruppo A ha deciso di espellere il gruppo B dal paese dove abitava per viverci lui. È accaduto nel 1947-48, nel 1967 e sta accadendo oggi. Però i sionisti nascondono l’evidenza dei fatti e della storia, prendendo come scusa e giustificazione la necessità dell’esistenza dello Stato degli ebrei.
Su questo discorso non c’è unanimità in Ejjp, ma ciò su cui siamo tutti d’accordo è che Israele deve ritirarsi dai confini del 1967. Certamente, la maggior parte del Comitato esecutivo è anti-sionista.

Qualcuno di voi è contrario all’esistenza dello Stato di Israele?
È contrario al sionismo, cioè a uno stato costituito su base religiosa, in cui gli appartenenti all’ebraismo abbiano più diritti degli altri.

Quale sarebbe, allora, la soluzione migliore?
Ci sono alcuni che sono favorevoli allo stato binazionale, e questa è una posizione rispettata; altri sostengono che debbano scegliere gli abitanti il tipo di stato da creare, basato però sull’idea del «un uomo, un voto».
Poi c’è l’opzione «due popoli e due stati». Una di queste soluzioni deve essere accolta: adesso la situazione è di apartheid, e non può essere condivisa. Così non è democratico.

La storia dei due popoli non è in contrasto: sono entrambe religioni abramitiche, con un lungo passato in comune...
Mi sono laureata in Lettere a ottobre e la mia tesi aveva come argomento il giudeo-cristianesimo in Transgiordania e Siria: gli ebrei che arrivano lì sono cugini dei palestinesi che buttano fuori ora. Tito, nel 70 d.C., non li aveva espulsi tutti: aveva mandato via i capi. Tant’è che il vangelo di Matteo è giudaico-cristiano ed è stato scritto nel 90, in Galilea; la Mishnà, sempre in Galilea, nel 200; il Talmud palestinese è del 400. Gli ebrei sono sempre stati lì e in parte si sono convertiti al cristianesimo, in parte all’islam, altri sono rimasti tali.
Questa vicenda è ancora più brutta di quella dei pellirossa: perché lì, coloro che i bianchi mettevano nelle riserve non erano i «propri cugini». Qui sì.

Però nessuno ha il coraggio di dire queste cose pubblicamente...
Si tenta di fare quello che si può. Cerchiamo di tessere relazioni con associazioni palestinesi. A Torino lavoriamo con il Comitato di solidarietà con il popolo palestinese. A Roma hanno fondato il gruppo Kidma, che organizza un cineforum dal titolo «Al cinema con il nemico».

Mi pare di capire che i vostri interlocutori palestinesi in Italia sono laici?
Certo. In Palestina, no. Il viaggio di febbraio era organizzato da un’associazione ebraica, la nostra, e non poteva avere un interlocutore solo: abbiamo incontrato il Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp), Fatah e Hamas.
Con Hamas, la simpatia reciproca è scarsa, perché noi siamo laici. Dopo di che, riconosciamo che le elezioni sono state democratiche, ci congratuliamo con la popolazione e ci auguriamo che Hamas continui su questa linea e che non imponga la shari‘a.

Per concludere, possiamo affermare che esiste una via non-sionista all’ebraismo?
Sì. Il sionismo ha fatto fallire anche uno dei principi dell’ebraismo, che è la non idolatria. La santificazione del muro del pianto, dei luoghi sacri ebraici, della tomba di Rachele, ecc. sono idolatria allo stato puro. Una delle raccomandazioni che gli ebrei si sono ripetuti per 2400 è: «Tu non adorerai le pietre». Ma guarda un po’, invece, cosa è successo!
a cura di Angela Lano*
*Da gennaio 2006 Angela Lano è responsabile del sito web www.infopal.it che si occupa di Palestina

da: Missione Consolata

Quando disobbedire

Continua il viaggio alla scoperta della pace e della non violenza nelle più grandi religioni del mondo. Per il cristianesimo, tra le innumerevoli figure più rappresentative, abbiamo scelto don Lorenzo Milani. Profeta controcorrente, di fronte alle violenze che si commettono in guerra, pronunciò una frase rivoluzionaria: «L’obbedienza ormai non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni». Incompreso e osteggiato in vita, a quasi 40 anni dalla scomparsa, la sua voce è più attuale che mai

Da secoli, millenni, Dio è strattonato (quasi avesse braccia da tirare) di qua e di là per avallare questa o quella guerra fratricida.
Per questo abominio inventato dall’avidità e dall’aggressività umane si sono trovate sempre giustificazioni «nobili», fino ad arrivare alla manipolazione semantica odierna: «guerra preventiva», «guerra umanitaria», «guerra tecnologica», peace keeping che camuffa il war keeping, «intervento chirurgico», e così via. L’ipocrisia si spreca e il sangue scorre a fiumi.
«Beati i miti, perché erediteranno la terra... Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Il Sermone della montagna di Gesù, riportato in Matteo 5, 1-12, non lascia spazio a interpretazioni: tra le beatitudini non si trova alcuna esaltazione della violenza o della guerra.
Ma c’è chi, di queste, ha fatto un mestiere: soldati, mercenari, body-guards, contractors della sicurezza privata in paesi con situazioni belliche, terroristi al soldo di quella o quell’altra organizzazione. E i cappellani militari.

N el febbraio del 1965 fece scalpore la lettera scritta da un prete, don Lorenzo Milani (Firenze 1923-1967), quasi integralista nel suo costante e continuo riferirsi all’insegnamento del suo Maestro:
«Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi, però, avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente, anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre, se le giustificherete alla luce del vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se sono uomini che per le loro idee pagano di persona.
Certo, ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.
Art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli... Art. 52: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.
Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri, dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che, obbedendo, resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?
Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?
Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta a volta detto la verità in faccia ai vostri “superiori“, sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla...
Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo, condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?
Ma se ci dite che il rifiuto di difendere se stesso e i suoi, secondo l’esempio e il comandamento del Signore, è “estraneo al comandamento cristiano dell’amore” allora non sapete di che Spirito siete! Che lingua parlate? Come potremo intendervi, se usate le parole senza pesarle? Se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!
Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di giustizia, libertà, verità.
Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, la verità e l’errore, la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano»2.

Q uanto siano al di là del tempo cronologico e sempre attuali le parole e le azioni del priore di Barbiana, questa lettera lo dimostra in modo piuttosto evidente. Alcuni passaggi, in particolare, ci possono far riflettere sulla presenza dei nostri militari in Iraq, dove svolgono azioni di guerra (come ha rivelato il video girato dalla troupe di Rai News 24 a Nassiriya e recentemente mandato in onda), in palese violazione dell’art.11 della nostra Costituzione. E, a meno di non voler credere che lo «scontro di civiltà», costruito a tavolino dalle multinazionali del petrolio e della guerra, abbia esteso i confini dell’Italia fino al Medio Oriente, in un discutibile concetto di «patria globalizzata»: qui l’amor patrio e la sicurezza nazionale c’entrano per nulla.
Come un tempo, la Patria è una nozione che allarga e restringe i propri confini: nel primo caso, quando si tratta di dar giustificazioni etico-politiche a guerre inique e lesive del diritto altrui; nel secondo, quando rifiuta di accogliere popolazioni devastate da queste stesse guerre o dalla povertà creata da uno «stile di vita» che non si vuole mettere in discussione.


Don Milani e la pace

Una pace che affonda solide radici in quei vangeli che Lorenzo, rampollo di una famiglia di ebrei laici, borghesi e coltissimi, ha imparato ad amare fino a scegliere la strada della conversione (era stato battezzato a 10 anni, per risparmiargli le discriminazioni razziali fasciste), del sacerdozio e della dedizione agli ultimi.
Ce ne parla il professor Bruno Becchi, storico e presidente del Centro di Studi milaniani di Vicchio Mugello, nonché autore del saggio Lassù a Barbiana, ieri e oggi 3.
«A don Lorenzo erano particolarmente cari alcuni temi, da lui ritenuti di importanza fondamentale, e che si possono sintetizzare in tre sostantivi: la chiesa, la scuola, la pace. Si tratta di tre grandi questioni che hanno un minimo comune denominatore: l’uomo con le sue prospettive di vita presente e futura.
La riflessione sul tema della pace si concentra soprattutto nell’ultimo segmento della breve esistenza del priore di Barbiana. Al riguardo c’è subito da sottolineare un aspetto che nell’immediato non può non apparire singolare: don Milani usa pochissimo il termine “pace” e praticamente mai l’espressione “educazione alla pace”. Il vocabolo “educazione” ha nel suo etimo il significato di “aiutare l’individuo a crescere intellettualmente e moralmente” E se per “morale” noi intendiamo il presupposto che presiede al comportamento dell’uomo in relazione al concetto di bene e di male, è chiaro che di fronte al dilemma “guerra-pace” un’educazione degna di essere considerata tale non potrà che indurre a scegliere la seconda delle due opzioni. “Educare alla pace” è dunque una sorta di ripetizione, una tautologia, usando un termine del lessico filosofico.
Un altro aspetto da sottolineare, parlando di don Milani e la pace, è che questa non assuma mai in lui il carattere di un concetto astratto, bensì quello di un fine da perseguire. Pertanto lavorare per la pace significa per il priore di Barbiana adoperarsi per individuare gli strumenti, affinché si possano creare le condizioni per un mondo senza conflitti. E ciò partendo dalla piena consapevolezza - per utilizzare le parole di don Milani - che le guerre sono il frutto non solo degli ordini di qualche ufficiale paranoico, ma anche dell’obbedienza di chi quegli ordini accetta passivamente».

In un brano della Lettera ai giudici si legge: «A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Buona parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca». È un passaggio forte...
«Sì, è un passaggio forte, ma di importanza fondamentale. Infatti la Risposta ai cappellani militari e la Lettera ai giudici - i due scritti in cui più organicamente don Milani affronta il problema della pace - sono documenti non tanto sull’obiezione di coscienza, quanto sull’obbedienza e sulla responsabilità individuale. Io non posso uccidere una persona perché me l’ha ordinato qualcuno, sia esso anche un superiore, e pensare al tempo stesso di sottrarmi al peso della responsabilità.
Ci sono studi importanti sul rapporto tra obbedienza e responsabilità: penso al Fromm di Fuga dalla libertà o alla Arendt de La banalità del male, per citare due nomi fra gli studiosi più significativi che si sono occupati del tema.
Ma torniamo a don Milani, per dire che il richiamo costante al primato della coscienza e al principio della responsabilità individuale assume in lui uno spiccato valore pacifista. Prima di compiere qualunque atto di rilevanza morale l’individuo deve sempre interrogare la propria coscienza e, nel caso di un credente, tener conto della legge di Dio. Ma affinché il richiamo alla responsabilità individuale e alla coscienza non finisca per rimanere un’indicazione puramente astratta, la persona deve essere in grado di rispondere in concreto a tale richiamo. In termini milaniani, l’individuo deve essere sovrano nelle proprie scelte. Ed ecco il ruolo fondamentale rivestito dalla scuola, quale strumento privilegiato - per i poveri, esclusivo - di educazione. È infatti soprattutto grazie ad essa che si potrà sviluppare nell’individuo la capacità di compiere scelte consapevoli.
Pertanto di fronte al binomio “guerra-pace” una persona, cosciente del potenziale di sofferenza e morte di cui la prima dispone, non potrà che optare per il secondo corno del dilemma. Riuscire ad emancipare uomini e donne dalla condizione di sudditi e farli diventare realmente sovrani significa fare di loro dei convinti assertori di un mondo di pace».
Attualmente siamo in un contesto di guerre internazionali, definite umanitarie, di civiltà. È chiaro che non possiamo chiedere a don Lorenzo, morto nel 1967, che cosa pensi del conflitto in Iraq, ma qualche insegnamento possiamo desumerlo. Anche oggi ci sono i cappellani militari, e lo stesso Bush, che si definisce cristiano, ha dichiarato che questa guerra è nel nome di Dio...
«Premesso che non sarebbe storicamente corretto “far prendere posizione” su un problema specifico e attuale a una persona morta ormai quasi 40 anni fa, quindi in un contesto assai diverso, non possiamo non ricordare che don Milani sul problema della responsabilità in un contesto di guerra è stato di una chiarezza indiscutibile. Ha scritto nella Lettera ai giudici che chiunque contribuisca in qualche modo a un atto di guerra non potrà chiamarsi fuori rispetto alle responsabilità. A maggior ragione “il cristiano non potrà partecipare [ad un conflitto] nemmeno come cuciniere” perché anche in questo modo se ne farebbe promotore. Ma anche allargando il campo all’intero mondo cattolico, come non ricordare il capitolo 5° della costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano ii, significativamente intitolato “La promozione della pace e la comunità dei popoli”, o l’enciclica Pacem in terris di Giovanni xxiii. Questa, a mio avviso, mostra due importanti elementi: a) si rivolge non solo ai cristiani, ma “a tutti gli uomini di buona volontà”; b) afferma che “non esistono guerre giuste”. Non c’è dubbio che le tesi presenti nei documenti conciliari e in quello giovanneo siano ancor oggi di grande attualità».

Dunque, sembra di capire che, se i cattolici vogliono attenersi alle direttive emanate dalle encicliche papali, non possono che scegliere la pace e ripudiare la guerra.
«Certo. Storicamente dovremmo ricordare anche la definizione della prima guerra mondiale come “inutile strage” fatta da papa Benedetto xv. L’incompatibilità netta tra guerra e messaggio evangelico, ancor prima che nei documenti ecclesiastici, è presente ovviamente nelle scritture bibliche, sia vetero che neotestamentarie. Ma don Milani non si limita a questo, sostanzia le sue posizioni sul tema della pace anche di una componente civile, facendo esplicito riferimento naturalmente all’art. 11 della Costituzione italiana».

Sulla base di quanto fin qui sostenuto, verrebbe da aggiungere che l’Italia si trova in guerra contro l’Iraq nonostante la Costituzione lo vieti e, da paese che in più occasioni ha rivendicato le proprie radici cristiane, nonostante gli insegnamenti di Cristo e le encicliche papali.
«Direi di sì. Don Milani si spinse fino a proporre un nuovo e originale concetto di patria, in contrapposizione a quello storicamente consolidato, la cui difesa o velleità di espansione sono state fonte di inenarrabili sequele di lutti e sofferenze. Un concetto di natura trasversale, che pone confini tra diseredati e oppressi da una parte e privilegiati e oppressori dall’altra. Altro che principio di “esportazione della democrazia”».

Molti attualmente avvertono una sorta di involuzione rispetto ai decenni passati: gli stessi concetti di «patria» e di «eroe» sono stati rispolverati ad uso e consumo dei sostenitori delle «guerre umanitarie». Lei cosa ne pensa?
«Credo che si sia ritornati a un’idea di patria assai anacronistica rispetto alla visione di don Milani che, a 40 anni di distanza, mostra ancora tutta la sua lungimiranza».

Chi sono ora, secondo lei, gli eredi ideali di don Milani?
«Anche a questo riguardo, sarei molto cauto ad attribuire eredi a don Milani. Egli mi appare una figura che fuoriesce da qualunque catalogazione in ambiti più o meno ristretti. Molti sono coloro che, tra uomini di chiesa, di scuola, del mondo del lavoro, della società in genere, attraverso la lettura dei suoi scritti e lo studio del suo pensiero e della sua opera, hanno ricevuto qualcosa in eredità da don Lorenzo. A prescindere da “questioni di successione” o meno, se, proprio le devo fare qualche nome tra coloro che oggi si distinguono in molti campi che sono stati di interesse di don Milani, mi vengono in mente, così su due piedi, padre Alex Zanotelli, monsignor Luigi Bettazzi e il mio carissimo amico don Renzo Rossi, per 30 anni missionario nelle favelas del Brasile nel periodo della dittatura militare. In effetti, a guardarmi intorno, oggi, mi sembra di non vederne molte di persone carismatiche ed esemplari nel campo della politica o in quello sociale, spirituale o culturale in genere. Il panorama mi appare assai sconfortante, soprattutto ora che sono rimasto “orfano” del prof. Giorgio Spini, un maestro di storia, di fede, di vita. Parlando di panorama sconfortante, però, mi rendo conto di fare un torto a tutte quelle persone (sacerdoti, medici, insegnanti, gente comune), che in mezzo a inenarrabili difficoltà e grandissimi rischi hanno scelto di dedicarsi completamente agli altri in qualche landa sperduta del nostro pianeta. Persone alle quali, invece, va tutta la mia ammirazione».

ITALIA - Angela Lano
Marzo - 2006

 

 

 

TAV - inchiesta-Parola di geologo

TAV - approfondimento geologico
LA SOLA CERTEZZA È... L'INCERTEZZA

Francesi contro valsusini?
No, perché non si possono paragonare territori tanto diversi.
Sondaggi sicuri? Occorrerebbe perforare tutto il massiccio d’Ambin.
No, il Tav non supera l’esame di geologia. 


Nei tanti articoli giornalistici e nelle dichiarazioni di politici e amministratori regionali e nazionali si porta spesso l’esempio della Francia, come se i francesi fossero i buoni che accettano le grandi opere e di conseguenza il progresso. Il contrario delle popolazioni della Val Susa...
"I due territori sono molto diversi fra loro: anche solo la densità di popolazione è inconfrontabile. Inoltre, a livello di conformazione orografica i due versanti differiscono: la Valle di Susa è stretta, mentre la parte francese è costituita da valli più aperte. Un’opera del genere, da noi, ha un impatto ambientale e sociale di notevole entità. Non dimentichiamoci che la Valle di Susa è già densamente antropizzata, per ragioni storiche legate alla sua conformazione di “corridoio”: vi passano 2 strade statali, un’autostrada, una ferrovia, un elettrodotto (il potenziamento del quale è in corso di progetto)".

Affrontando il discorso della conformazione geologica dei massicci che il tracciato Tav dovrebbe attraversare, tecnici e politici parlano di “strati rocciosi diversi” e affermano che il tunnel potrebbe passare in quelli dove non vi sia presenza di amianto-uranio. Lei che ne pensa?
"Sarebbe possibile, se ci trovassimo in terreni sedimentari, ma le sequenze attraversate dalle gallerie non si presentano a strati, trattandosi di rocce metamorfiche. Come tali, sono piegate, fagliate e deformate più e più volte. Nel momento in cui si scava una galleria della lunghezza annunciata e nella complessa situazione del massiccio d’Ambin, non si sa che cosa si andrà a trovare. Il grado di incertezza, in terreni geologicamente così complessi, è sempre elevato. I dati preliminari saranno forniti dalla realizzazione delle gallerie di prova, ovvero dai sondaggi, eseguiti prima di procedere allo scavo principale, con il fine di conoscere la situazione geologica, strutturale, geotecnica, nonché di sicurezza. Ricordiamoci che i sondaggi vengono effettuati anche in situazioni geologiche “semplici”, ma sempre nell’ambito dello stretto necessario, visti i costi elevati che comportano. Ricordiamoci che le fibre di amianto non sono riconoscibili ad occhio nudo, per una banale questione di dimensioni (ovvero qualche millesimo di millimetro), così come non lo è la radioattività di un minerale... E ricordiamoci, ancora, una delle malattie storiche legate alla manipolazione di rocce cristalline (come appunto quelle tipiche del massiccio d’Ambin): la silicosi. Per quanto riguarda la tutela della popolazione, quindi, ritengo difficile che le tecniche di aspirazione esistenti, le evidenti necessità di contenere i costi economici e le “prassi” mediamente adottate nella gestione dei cantieri, riescano a garantire i requisiti di sicurezza. Per tutto questo, non è una questione di “strati rocciosi diversi”".

Tra le tecniche di sicurezza proposte compare quella di “bagnare la galleria” per non fare sollevare le eventuali polveri di amianto o uranio.
Ride e poi risponde: "E quindi di trasferire il problema da un’altra parte? Bagnare la roccia, secondo me, non ha senso: se si portano fibre di amianto in acqua, quando questa evapora, sono di nuovo libere".

Mi sembra di capire che, a suo avviso, non ci sono i pre-requisiti per un lavoro in sicurezza…
"Esatto".

Una risposta lapidaria…
"Non c’è scampo. Manca la fattibilità tecnica ed economica per procedere in sicurezza".

Ma come la mettiamo con tutte le rassicurazioni di cui ci parlano, di nuovo, politici ed esperti delle amministrazioni favorevoli all’opera?
"Non sono avvalorate da serie ricerche scientifiche. Nella geologia, il grado di incertezza è sempre molto alto, perché parliamo di profondità della terra, di “luoghi che non si vedono”. Riuscire a dare delle certezze in questa materia vuol dire raccontare per forza delle bugie. O si perfora tutto il massiccio d’Ambin per l’intero tracciato e si esegue un enorme numero di sondaggi, che eleverebbero i costi alle stelle (perché i carotaggi in rocce cristalline sono costosissimi) oppure si rimane con un grado di incertezza elevatissimo. È dunque più saggio ammettere che esiste questo altissimo livello di incertezza, piuttosto che dichiarare, non realisticamente, che la salute dei cittadini non verrà messa in pericolo".

Nonostante la grande quantità di articoli giornalistici sul problema Tav, di tutto ciò si parla ben poco. Come mai?
"Esiste una questione di ordine economico: quando un’opera si “deve” fare, si procede anche se comporta costi ambientali, sociali, umani, finanziari enormi. Le ragioni politiche ed economiche superano quelle della logica e della scienza. In Italia, a differenza della Francia, abbiamo un modo opposto di affrontare i progetti: la Francia ha una fase progettuale lunghissima e una di realizzazione molto breve; l’Italia, il contrario. Per riuscire a far passare questi progetti contro la volontà delle popolazioni locali (perché non vengono investiti sufficienti fondi negli studi e nelle ricerche sulle condizioni delle opere), il modo migliore è quello di negare i problemi o di presentarli come facilmente risolvibili. È l’unica strada per tacitare le opposizioni".

Quanto lei afferma è estremamente allarmante. Sembra di essere nelle mani di gente senza scrupoli…
"Credo che sia proprio così".

(intervista a cura di Angela Lano e Paolo Moiola)

ITALIA - Angela Lano
Gennaio - 2005

 

TAV - inchiesta
Un progetto da oggi al... 2018 (almeno) (2)


TAV - articolo 2

UNA MENZOGNA LUNGA 53 CHILOMETRI


Le popolazioni della Val di Susa sono il simbolo di coloro
che vogliono vivere nel rispetto dell’ecosistema.
Nonostante la militarizzazione del territorio,
il movimento No-Tav rimane pacifico, consapevole, preparato. E deciso.

di Angela Lano

È una corsa, sempre più folle, al mito del progresso e dello sviluppo a ogni costo. È una corsa che si scontra con le risorse della terra e con la vita degli esseri viventi. È questo il vero conflitto di civiltà: l’egoismo rapace e distruttivo dei signori delle multinazionali e delle opere faraoniche e l’ecosistema.
Incontriamo Mario Cavargna, biologo con un master in ingegneria ambientale e in valutazione d’impatto ambientale.
Che possibilità ci sono, ad oggi, di svolgere l'opera del Tav in sicurezza?
"Per quanto riguarda l’amianto, ad oggi il problema è assolutamente irrisolto. Lo studio dei tecnici di Ltf (Lyon Turin Ferroviaire) parla di 1 milione e 150 mila m3 di rocce che possono contenerne.
Tecnicamente, la loro proposta è stata: “Faremo dei mucchi da 500-1000 m3”, cioè cumuli grossi come una villetta. Poi ce lo diranno dove e come li porteranno via... Nelle pagine dei progetti relativi a questo tratto, non se ne parla. Addirittura, nella sintesi - che per la valutazione di impatto ambientale è il documento principe -, la parola amianto non viene più citata, probabilmente perché non sanno come fare. L’unica cosa che hanno saputo dire è: “Ma noi prenderemo precauzioni”, “Bagneremo”. Ma bagnare non significa eliminare l’amianto, significa soltanto che lo si fissa per terra. Ma quando l’acqua evapora, con il vento la polvere si risolleva. Altra precauzione: “Noi metteremo degli aspiratori nelle gallerie in modo che catturino la polvere. Poi deporremo tutto in sacchi”. È vero che rompendo la roccia si sollevano delle fibre, ma ciò accade anche quando, all’uscita dalla galleria, si scaricano i detriti, si fanno i mucchi, li si ricarica e li si tiene in stoccaggio. È un problema grave. Un progetto concreto non esiste: sarebbe necessario un capannone di 50 mila m2 che contenesse mucchi di 50-100 m3. Uno spazio abbastanza grande da accogliere l’equivalente di 2.000 villette. Non è semplice. E come li si copre? Con dei teli? Ma in questa valle, il vento, che soffia per metà dell’anno, li strapperebbe! Poi, comunque, questo materiale quando viene ripreso è nuovamente movimentato. Allora deve essere portato in qualche discarica. Ma dove? Quale? Non lo hanno mai detto".
Ma cosa dichiarano le valutazioni di impatto ambientale?
"Sono superficiali, non spiegano dove stoccheranno il materiale in modo definitivo. Lo “smarino”, contenendo rocce amiantifere frantumate, se viene collocato in posti esposti agli agenti atmosferici continuerà a liberare fibre. Non può stare all’aperto. Il danno mortale per la salute dell’uomo è conosciuto (si legga la prima puntata della nostra inchiesta)".
I giornali importanti non parlano di questi danni...
"È già tanto che parlino dell’amianto. Il fatto che si minimizzi o si sposti il problema significa che non si sa come gestirlo. Si cerca di dare l’illusione di avere tutto sotto controllo, perché la linea è quella di andare avanti con l’opera. Tecnici e politici si contraddicono a vicenda. Sono apprendisti stregoni che non hanno seguito bene il corso di magia".
Ma politici ed amministratori pubblici non dovrebbero avere a cuore gli interessi dei cittadini che rappresentano?
"Per favore... Quella del Tav è una “grande opera” con un giro di soldi immenso".

Spiega il teologo Leonardo Boff in Grido della terra, grido dei poveri: "Si è creato il mito dell’essere umano come eroe scopritore e colonizzatore, Prometeo indomabile, con le sue opere faraoniche. (...) Nell’atteggiamento di essere al di sopra delle cose e al di sopra di tutto risiede, a quanto pare, il meccanismo fondamentale della crisi attuale della nostra civiltà. Qual è la suprema ironia ai nostri giorni? Esattamente questa: la volontà di dominare su tutto sta facendo di noi dei dominati e assoggettati agli imperativi di una terra degradata. L’utopia di migliorare la condizione umana ha peggiorato la qualità della vita. Il sogno di una crescita illimitata ha prodotto il sottosviluppo dei due terzi dell’umanità; la voluttà di una utilizzazione ottimale delle risorse della Terra ha portato all’esaurimento dei sistemi vitali e alla disintegrazione dell’equilibrio ambientale".
(continua)

 

TAV - inchiesta
Un progetto da oggi al... 2018 (almeno) (1)


TAV- articolo 1

QUELLA FERROVIA «S’HA DA FARE»...


Una comunità lotta contro un’opera che distruggerà per sempre un’intera valle
e sconvolgerà la vita dei suoi abitanti. Un progetto dannoso (per la salute, l’ambiente, la vivibilità), inutile e costosissimo, eppure in tanti - anche tra i mezzi
d’informazione - lo sostengono.
Vincerà la volontà dei cittadini o l’arroganza del potere?

Il 31 ottobre 2005 verrà ricordato a lungo nella Valle di Susa come una storica giornata di lotta popolare in difesa del territorio e dei suoi abitanti. Alle 4 del mattino, come tanti Robin Hood, centinaia di valligiani con i loro sindaci si sono inerpicati tra i boschi del massiccio del Rocciamelone, nei pressi di Mompantero, per costruire barricate di sassi e tronchi ed impedire l’accesso ai terreni interessati dai lavori per la linea ad Alta velocità Torino-Lione, più nota come Tav.
Verso le 6, sono arrivate le forze dell’ordine, a centinaia, ma per ore sono state fermate dalla barriera umana creata da donne, bambini, giovani, vecchi partigiani, che cantavano "Bella ciao" e l’"Inno di Mameli". Una battaglia determinata ma pacifica tra le montagne della resistenza partigiana, a cui carabinieri e polizia, in tenuta antisommossa, protetti dagli scudi e dai caschi, ad un certo punto hanno risposto con le manganellate e le spinte. Qualcuno tra i manifestanti è anche finito all’ospedale, qualcun altro in caserma.
Quando, a sera, i "Robin Hood anti-Tav", ormai sicuri di aver vinto la prima battaglia, sono scesi dalle mulattiere, tra gli applausi e gli abbracci di chi era rimasto a valle, è arrivata la beffa: nuove forze dell’ordine hanno sostituito i colleghi ed occupato le postazioni. La delusione non ha però scalfito la determinazione della popolazione, che il giorno successivo, festa di Ognissanti, si è ritrovata a manifestare seguendo le regole delle resistenza pacifica nonviolenta. È stato un successo clamoroso di partecipazione, un momento appassionante, un’occasione per spiegare i perché di questa lotta ad oltranza.
Venaus, Val di Susa. Giugno 2005. Trentamila persone si sono ritrovate insieme per dire "no" alla ferrovia Torino-Lione. Dalla cittadina di Susa a Venaus, il lunghissimo corteo ha marciato per tre chilometri e mezzo nell’afa di una giornata di tarda primavera piemontese. Tante le famiglie con bambini piccoli nel passeggino o in bici, le associazioni ambientaliste, sindacali, culturali, i sacerdoti, i ragazzi, i sindaci della Valle, la Caritas provinciale.
Una risposta di massa, tranquilla, pacifica e molto determinata, a un progetto voluto da politici e gruppi industriali, che avrà, così sostengono scienziati, medici, economisti e amministratori locali, costi altissimi sia a livello economico sia di rischio ambientale e sanitario.
Una lotta coraggiosa, che va avanti da oltre quindici anni, ma che da un paio ha assunto una connotazione di "massa". Non un pugno di montanari anti-progresso e ignoranti, come sono stati definiti, ma un popolo consapevole, informato, che vuole vivere e continuare a far crescere i propri figli in una valle salubre, senza la paura di morire di mesotelioma pleurico causato dalle inalazioni delle invisibili fibre d’amianto, estratto dalle rocce perforate per i tunnel della Tav.
La grande novità e la ricchezza morale e culturale dell’opposizione all’Alta velocità valsusina è la creazione di un movimento trasversale alle ideologie politiche e ai partiti. Una democrazia partecipativa, dal "basso", dove tutti contano nello stesso modo, dove il dialogo e il confronto sono continui e le decisioni sono prese attraverso assemblee pubbliche.
I presidi, luoghi di vigilanza, discussione e incontro (trasformatisi, nei mesi, da "accampamenti" a vere e proprie casette, con cucine, frigoriferi, tavoli, ecc.), sono nati sulle aree interessate dai sondaggi: Borgone, Bruzolo, Venaus. Nei primi due sono previsti dei carotaggi per valutare l’impatto dell’opera sul terreno; a Venaus si tratta di un vero tunnel di servizio, lungo 9 km e largo 6 metri. Una truffa che, facendo passare per "sondaggio" geognostico quest’opera, ha potuto evitare l’esame della valutazione ambientale, ottenendo immediatamente il finanziamento europeo.
Il movimento ha dunque deciso di presidiare questi terreni, avvicendandosi nei turni, giorno e notte. Per tutta l’estate, centinaia e centinaia di persone si sono ritrovate a mangiare insieme – condividendo cibi e bevande -, a cantare, ballare, discutere, giocare, pregare. A Borgone, area che ospita il sito "Maometto", di notevole interesse archeologico, è stato costruito un altarino alla Madonna del Rocciamelone - da sempre la montagna sacra delle Valli di Susa - e in più occasioni sono stati organizzati momenti di preghiera multireligiosa.
L’aria di lotta civile pacifica, gandhiana nella forma e nei contenuti, che si respira, è entusiasmante per chiunque si avvicini: è un qualcosa di inconsueto, ormai, per il nostro paese, dove i più sono abituati ad accettare passivamente qualsiasi decisione (tranne quando si tratti di calcio!) che vada a detrimento del diritto, della qualità della vita e delle speranze future .
Televisioni, quotidiani, riviste ad alta tiratura e di "tendenza" stanno facendo opera di "disinformazione mediatica", rifiutando di evidenziare la voce di tecnici ed esperti che si oppongono al progetto, e quella degli abitanti. Sembra che in alcune redazioni, addirittura, transitino rappresentanti di partiti per suggerire le "dritte" ai giornalisti, a dire, cioè, cosa e come si deve rispondere.
Alla democrazia partecipativa, la politica ufficiale risponde con l’arroganza e con il muro dell’omertà. Come a sottolineare che le esigenze e le legittime richieste delle amministrazioni locali non sono da tenere in reale considerazione. Il "macro" che ancora una volta si scontra con il "micro". In Valle di Susa come nel Mugello, a Roma e Napoli come in Sicilia, in India come in Brasile.
"Non si può realizzare una grande infrastruttura come l’Alta velocità ferroviaria Torino-Lione ignorando il parere contrario di 40 enti locali e l’opposizione di tutta la popolazione locale - sottolineano al Wwf -. Così avviene in Piemonte come in Veneto e in Friuli, dove si vorrebbero aprire i cantieri per la realizzazione delle varie tratte della direttrice est-ovest del cosiddetto Corridoio 5 (con un costo stimato di circa 28 miliardi di euro)".
Il climatologo Luca Mercalli aggiunge: "Agli inizi del XXI secolo sarebbe più opportuno ragionare nei termini della "bassa velocità" e dell’"alta qualità". Il progetto dell’alta velocità ferroviaria necessita, infatti, di un consumo di materie prime, suolo, energia, sproporzionato rispetto al risparmio di pochi minuti sui tempi di percorrenza. Il vero progresso deve puntare sulle vie rinnovabili. È qui che scienza, economia e politica si devono alleare".
Nicoletta Dosio, insegnante di storia e rappresentante storica dei "comitati no Tav", sottolinea come l’opposizione popolare sia anche indirizzata contro un certo modello di sviluppo fondato sulla distruzione degli ambienti naturali e umani e su "grandi opere", inutili e nocive.
L’illusione della crescita infinita, dunque, che sfrutta le risorse naturali e umane, e che sta facendo soffocare di rifiuti, fumi, inquinamento, scarti industriali, il pianeta. E affama interi continenti. Reitera e amplia le ingiustizie sociali e politiche. E scatena rabbia e disperazione.Ma perché i valsusini si oppongono a questa "grande opera"? Perché temono gli effetti devastanti prodotti dalla movimentazione di rocce amiantifere, contenute in un grande massiccio geologico che si estende per diversi chilometri (e che unisce bassa Val Susa e Valli di Lanzo), le cui polveri, respirate (ed è impossibile non respirarle), provocano una forma tumorale che non dà scampo. "Sono determinata a far sì che i miei figli possano vivere in una valle non pericolosa - afferma Roberta, una giovane mamma di due bimbi piccoli -. Questa zona è già stata abbastanza devastata da autostrade e altre grandi strutture". "Le informazioni sanitarie che stanno circolando grazie a un documento firmato da 80 medici di base della Valsusa - le fa eco un’altra signora, Rossana, mentre spinge un passeggino -, sono davvero allarmanti: si parla di mesotelioma pleurico, che uccide in nove mesi, provocato dalle polveri di amianto, e di linfomi, causati dall’uranio. C’è poco da star tranquilli. Come mai i politici non sono interessati alla nostra salute e alla sopravvivenza in questi territori?".
Il 5 novembre una fiaccolata di 15 mila "sfaccendati" ha sfilato per le strade di Susa, in un silenzio composto e rispettoso, senza slogan e senza bandiere di partito. Sfaccendati, appunto, come sono stati definiti dal ministro Pietro Lunardi.
Lunardi, intervenendo a un convegno sull’Alta velocità nel mondo organizzato presso la Fiera Milano, aveva dichiarato: "Non ci impressionano le fiaccolate di gente che non sa come passare il tempo e che forse potrebbe investirlo in modo migliore". Il ministro (familiare degli azionisti di maggioranza della Rocksoil, importante società di geo-ingegneria per la progettazione di gallerie) non è stato l’unico a sparare bordate contro il popolo no-Tav: politici, imprenditori ed economisti si sono alternati in affermazioni dure sulla protesta popolare e l’opposizione all’Alta velocità.
In quegli stessi giorni di novembre vengono rinvenuti - come prevedibile! - un volantino inneggiante alle Br e un pacco bomba (confezionato per non dover esplodere) destinato ai Carabinieri. Quest’ultima notizia ha riempito spazi enormi su quotidiani e Tv, offuscando le attività di "resistenza civile passiva" delle popolazioni. Quale migliore pretesto che una bomba o il terrorismo per gettare ombre su un movimento distantissimo da vocazioni violente? In alcuni Tg, la lotta no-Tav è stata infatti astutamente accostata, attraverso commenti ed immagini, al pericolo del terrorismo e della sovversione. Un’operazione vergognosa, poco consona ad una democrazia.
Angela Lano
ITALIA - a cura di Angela Lano e Paolo Moiola
Gennaio - 2006

 

LA SOLA CERTEZZA È... L'INCERTEZZA

Francesi contro valsusini?
No, perché non si possono paragonare territori tanto diversi.
Sondaggi sicuri? Occorrerebbe perforare tutto il massiccio d’Ambin.
No, il Tav non supera l’esame di geologia. 


Nei tanti articoli giornalistici e nelle dichiarazioni di politici e amministratori regionali e nazionali si porta spesso l’esempio della Francia, come se i francesi fossero i buoni che accettano le grandi opere e di conseguenza il progresso. Il contrario delle popolazioni della Val Susa...
"I due territori sono molto diversi fra loro: anche solo la densità di popolazione è inconfrontabile. Inoltre, a livello di conformazione orografica i due versanti differiscono: la Valle di Susa è stretta, mentre la parte francese è costituita da valli più aperte. Un’opera del genere, da noi, ha un impatto ambientale e sociale di notevole entità. Non dimentichiamoci che la Valle di Susa è già densamente antropizzata, per ragioni storiche legate alla sua conformazione di “corridoio”: vi passano 2 strade statali, un’autostrada, una ferrovia, un elettrodotto (il potenziamento del quale è in corso di progetto)".

Affrontando il discorso della conformazione geologica dei massicci che il tracciato Tav dovrebbe attraversare, tecnici e politici parlano di “strati rocciosi diversi” e affermano che il tunnel potrebbe passare in quelli dove non vi sia presenza di amianto-uranio. Lei che ne pensa?
"Sarebbe possibile, se ci trovassimo in terreni sedimentari, ma le sequenze attraversate dalle gallerie non si presentano a strati, trattandosi di rocce metamorfiche. Come tali, sono piegate, fagliate e deformate più e più volte. Nel momento in cui si scava una galleria della lunghezza annunciata e nella complessa situazione del massiccio d’Ambin, non si sa che cosa si andrà a trovare. Il grado di incertezza, in terreni geologicamente così complessi, è sempre elevato. I dati preliminari saranno forniti dalla realizzazione delle gallerie di prova, ovvero dai sondaggi, eseguiti prima di procedere allo scavo principale, con il fine di conoscere la situazione geologica, strutturale, geotecnica, nonché di sicurezza. Ricordiamoci che i sondaggi vengono effettuati anche in situazioni geologiche “semplici”, ma sempre nell’ambito dello stretto necessario, visti i costi elevati che comportano. Ricordiamoci che le fibre di amianto non sono riconoscibili ad occhio nudo, per una banale questione di dimensioni (ovvero qualche millesimo di millimetro), così come non lo è la radioattività di un minerale... E ricordiamoci, ancora, una delle malattie storiche legate alla manipolazione di rocce cristalline (come appunto quelle tipiche del massiccio d’Ambin): la silicosi. Per quanto riguarda la tutela della popolazione, quindi, ritengo difficile che le tecniche di aspirazione esistenti, le evidenti necessità di contenere i costi economici e le “prassi” mediamente adottate nella gestione dei cantieri, riescano a garantire i requisiti di sicurezza. Per tutto questo, non è una questione di “strati rocciosi diversi”".

Tra le tecniche di sicurezza proposte compare quella di “bagnare la galleria” per non fare sollevare le eventuali polveri di amianto o uranio.
Ride e poi risponde: "E quindi di trasferire il problema da un’altra parte? Bagnare la roccia, secondo me, non ha senso: se si portano fibre di amianto in acqua, quando questa evapora, sono di nuovo libere".

Mi sembra di capire che, a suo avviso, non ci sono i pre-requisiti per un lavoro in sicurezza…
"Esatto".

Una risposta lapidaria…
"Non c’è scampo. Manca la fattibilità tecnica ed economica per procedere in sicurezza".

Ma come la mettiamo con tutte le rassicurazioni di cui ci parlano, di nuovo, politici ed esperti delle amministrazioni favorevoli all’opera?
"Non sono avvalorate da serie ricerche scientifiche. Nella geologia, il grado di incertezza è sempre molto alto, perché parliamo di profondità della terra, di “luoghi che non si vedono”. Riuscire a dare delle certezze in questa materia vuol dire raccontare per forza delle bugie. O si perfora tutto il massiccio d’Ambin per l’intero tracciato e si esegue un enorme numero di sondaggi, che eleverebbero i costi alle stelle (perché i carotaggi in rocce cristalline sono costosissimi) oppure si rimane con un grado di incertezza elevatissimo. È dunque più saggio ammettere che esiste questo altissimo livello di incertezza, piuttosto che dichiarare, non realisticamente, che la salute dei cittadini non verrà messa in pericolo".

Nonostante la grande quantità di articoli giornalistici sul problema Tav, di tutto ciò si parla ben poco. Come mai?
"Esiste una questione di ordine economico: quando un’opera si “deve” fare, si procede anche se comporta costi ambientali, sociali, umani, finanziari enormi. Le ragioni politiche ed economiche superano quelle della logica e della scienza. In Italia, a differenza della Francia, abbiamo un modo opposto di affrontare i progetti: la Francia ha una fase progettuale lunghissima e una di realizzazione molto breve; l’Italia, il contrario. Per riuscire a far passare questi progetti contro la volontà delle popolazioni locali (perché non vengono investiti sufficienti fondi negli studi e nelle ricerche sulle condizioni delle opere), il modo migliore è quello di negare i problemi o di presentarli come facilmente risolvibili. È l’unica strada per tacitare le opposizioni".

Quanto lei afferma è estremamente allarmante. Sembra di essere nelle mani di gente senza scrupoli…
"Credo che sia proprio così".

(intervista a cura di Angela Lano e Paolo Moiola)

ITALIA - Viaggio tra le comunità famiglia


COMUNITARIO È BELLO


Un numero crescente di famiglie vivono insieme, felici, con sobrietà e in spirito di solidarietà e condivisione: una risposta al bisogno di «umanità» e una sfida controcorrente all’individualismo, egoismo e mode consumistiche.

Alessandro e Simona, Alberto e Sandra, Antonio e Gabriella, Manfredo e Alessandra sono seduti nella grande cucina di uno degli appartamenti della «comunità-famiglia» Ruah, a La Loggia, nella seconda cintura torinese. Tutt’intorno corrono e giocano i loro figli.
Hanno acquistato una grande cascina e l’hanno ristrutturata con gusto ricavandone alloggi, separati da porte comunicanti, per ogni nucleo familiare.
Sono tutti sui 34-35 anni, cordiali, simpatici, colti: uno è laureato in Fisica, l’altra in Lingue straniere, un’altra in Legge, una fa la grafica pubblicitaria, l’altro l’imprenditore, ecc. E si sforzano di essere coerenti con i principi evangelici e le scelte comunitarie.
Stando insieme a loro si respira creatività e fraternità, uno stile di vita semplice e rivoluzionario allo stesso tempo. «Abbiamo acquistato la nostra cascina qualche anno fa - racconta Alessandro - in “proprietà indivisa”, cioè con la condivisione totale della casa, dunque anche dei debiti. Volevamo sentirci uniti nella povertà. Siamo quattro famiglie e una suora laica. Ognuno di noi lavora all’esterno, ma passiamo molta parte del tempo libero insieme: ci aiutiamo nella gestione dei figli, dell’orto e delle abitazioni, e ci ritroviamo alla sera per la preghiera. Tutti insieme partecipiamo alle spese.
Per i bambini, poi, è una ricchezza enorme. Alla base della nostra scelta c’è la fede: ci eravamo conosciuti agli incontri di Taizé e in parrocchia. È stata una “chiamata”: ci accomunava la voglia di aiutarci e di aprire la nostra vita a persone con problemi. Uno dei nostri obiettivi era quello di provare ad avvicinare gente che non sarebbe mai entrata in chiesa».
«Anche sul lavoro cerchiamo di portare concretamente la nostra testimonianza - continua Alberto - e il nostro impegno verso la famiglia e la comunità: la fedeltà al Cristo, alla propria moglie o marito e alle scelte di condivisione e solidarietà, sono aspetti fondamentali della nostra quotidianità. Importante è anche la sensibilizzazione su tematiche religiose, economiche e sociali. Cerchiamo di dimostrare concretamente che un altro modo di vivere è possibile. E rende felici».
Tra di loro hanno deciso di non farsi regali: i soldi vengono destinati a progetti di sviluppo.

«MICRO» CONTRO «MACRO»
Le comunità-famiglia sono in «contro-tendenza» rispetto all’individualismo e rappresentano un segnale di cambiamento radicale negli orientamenti esistenziali di un numero crescente di coppie e di single. È la scelta di un presente e di un futuro più umani e sostenibili, meno consumistici ed egoistici, lontani dai modelli trendy, quanto falsi e deprimenti, veicolati dalla pubblicità, dai salotti tv e dai reality show.
Elementi base dell’economia comunitaria sono la condivisione degli spazi abitativi, della terra da coltivare (dalla quale si ricavano alcuni prodotti naturali da portare in tavola), delle spese; la collaborazione nella cura e nell’educazione dei figli; la frugalità; la solidarietà; il rispetto della natura e, per molti, la preghiera. Una versione moderna e non autoritaria della vecchia famiglia patriarcale.
Scrive, infatti, Sara Omacini in Le comunità di famiglie1: «Nel passaggio dalla famiglia tradizionale a quella moderna e a quella postindustriale, la privatizzazione è stata caratterizzata dalla ricerca di un ambito di vita relativamente “chiuso” al mondo esterno, in cui promuovere o preservare un particolare stile di vita, prima di un ceto sociale, poi della singola famiglia... La famiglia patriarcale estesa era in grado di diffondere nel tessuto sociale capacità organizzativa, senso del dovere collettivo, abitudine alla collaborazione e alla solidarietà. Il familismo, invece, impedisce la costruzione di rapporti di fiducia trasparenti e inibisce altre forme di vita associativa... È ovvio che se la famiglia ha mantenuto pochi rapporti con il mondo esterno, nel bisogno non sa a chi rivolgersi e situazioni relativamente difficili s’ingigantiscono, perché la famiglia vive una forte solitudine».
Le «macrofamiglie», dunque, rispondono a esigenze di «unità», di ritorno al «comunitario», di accoglienza. Ma anche di sostegno concreto: i prezzi dei prodotti alimentari che sono saliti alle stelle, il potere d’acquisto degli stipendi ormai sempre più debole, la mobilità e l’instabilità del mercato del lavoro, l’ascesa senza limiti dei costi degli affitti, le bollette di gas, luce e telefono, un tempo considerati «servizi» ora diventati «beni di lusso», e così via, spesso rendono angosciante e precaria la vita dei nuclei familiari, che non hanno più ammortizzatori sociali né sponde a cui aggrapparsi.
«Insieme riusciamo ad abbattere le spese - raccontano, infatti, Michele, Vittoria e Luca della fraternità del Cisv, a Reaglie, nel torinese - e possiamo garantire la disponibilità a tempo pieno di uno di noi nelle attività della comunità».
La scelta di vivere insieme offre, dunque, quella tutela che lo stato italiano non garantisce più. Si tratta di una tendenza che va di pari passo con una realtà economica, sociale e culturale sempre più problematica. Un ritorno all’economia di villaggio, di sussistenza, di scambio. Il «micro» contro il «macro» della globalizzazione neoliberista che affama e amplia il divario tra il ricchissimo e il poverissimo e annulla, depauperandoli, i ceti medi.
«Ciò che stanno tentando di fare le comunità di famiglie è analogo a quanto fecero le comunità monastiche nel periodo della fine dell’impero romano. Potevano sembrare realtà marginali; eppure hanno elaborato e diffuso una nuova cultura, che ha inciso profondamente nella formazione dell’Europa. Oggi, quasi in silenzio e senza far notizia, sorgono ovunque movimenti di comunità di famiglie. Crescono a macchia d’olio e, pur con caratteristiche diverse, rispondono al bisogno di “umanità” che tutti avvertono»2.

DOVE E COME
Se ne possono incontrare in Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e altre regioni: alcune sono organizzate in reti, come quelle affiliate all’Associazione comunità famiglia (Acf), che hanno alle spalle una lunga storia di volontariato e di condivisione. Altre sono esperienze di piccoli gruppi. Parallelamente, alcune hanno una forte caratterizzazione ecologica, come la comunità creata da Giannozzo Pucci a Fiesole, che pubblica la rivista italiana L’Ecologist, dedicata ai temi ambientali, oppure come gli «ecovillaggi» (il «Villaggio verde», «Comunità degli Elfi» di Sambuca Pistoiese, «Upachi», «Anande», ecc.), spirituale e/o religiosa e radicale, cioè, di rifiuto di ogni strumento tecnologico e consumistico. E altre che si contraddistinguono per la pratica della nonviolenza, come le comunità de «L’Arca di Lanza del Vasto».
Complessivamente sono diverse centinaia: il livello culturale delle persone che vi fanno parte è alto, così come la consapevolezza e la sensibilità ai piccoli e grandi problemi che affliggono l’umanità vicina e lontana. L’età degli adulti oscilla tra i 30 e gli over 50.
Le residenze sono, in genere, vecchie cascine ristrutturate, abbazie sconsacrate, ville d’epoca e castelli concessi in comodato gratuito, condomini ribattezzati «solidali». Quasi sempre in mezzo al verde e all’aria pulita.
La loro scelta di convivenza non significa assenza di privacy: nella maggior parte dei casi, infatti, ogni nucleo familiare ha un proprio spazio privato e i momenti comunitari vengono rappresentati dai pasti, momenti di preghiera, incontri, spesa, lavoro agricolo e volontariato.
Non si tratta di un revival delle «comuni» degli anni ’60 e ’70, anche se, ad esempio, le «fraternità» del Cisv, un’organizzazione di volontariato di Torino, la comunità «Mambre» di Cuneo, quella di Villapizzone di Milano, il «Forteto» di Dicomano nel Mugello, sono nate proprio in quel periodo.

COLLANTE SPIRITUALE
La componente spirituale è sentita come un collante in molte esperienze comunitarie, perché ritenuta essenziale per il superamento di difficoltà e momenti di crisi: «Numerosi esperimenti di vita comune degli anni ’70 sono falliti - sottolineano le famiglie della comunità di Mambre, a Cuneo -, lasciando un senso di frustrazione e incompiutezza. Se alla base di determinate scelte c’è invece una forte fede e ideali ben radicati, anche gli ostacoli sono più facilmente superabili».
«La nostra realtà - spiegano Anna e Piero, della comunità “Nibai” di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano - è nata sulla scia di un’altra esperienza: una cooperativa di fraternità con comunità residenziale, che agiva sul territorio. I primi anni sono stati di sperimentazione su principi-base, come il desiderio di creare un ambiente concreto dove maturare un cammino di fede profonda, la solidarietà e l’apertura verso gli altri, l’accoglienza sul territorio. Seguiamo le linee guida della comunità storica di Villapizzone, quella di Bruno Volpi3. Ora siamo un’associazione di comunità-famiglie. I nostri pilastri sono l’accoglienza, la condivisione dei beni e la spiritualità. Ci basiamo su un’economia frugale: stiamo attenti a ciò che compriamo».
Stili di vita e di consumo, dunque, fondati su quell’essenzialità che, nella filosofia delle comunità-famiglia, contribuisce a una trasformazione «dal basso» dei sistemi economici e sociali. Questo è pure il messaggio che, dagli anni ’90, lancia il «Centro nuovo modello di sviluppo» di Vecchiano di Pisa, creato da Francesco Gesualdi, allievo di don Lorenzo Milani. Esso è nato proprio dalle scelte «radicali» di un gruppetto di famiglie che, dal 1985, vivono insieme in un grande cascinale toscano.
«Per quelle strane combinazioni della vita - racconta Gesualdi -, trovammo persone che avevano la nostra stessa visione del mondo. E decidemmo di creare una comunità di accoglienza. Erano gli anni ’70, un momento particolare della storia contemporanea (c’erano i movimenti hippy, le comuni), anche se noi non ci innamorammo del comunitario fine a se stesso, ma della possibilità di mettere a frutto i nostri progetti e i nostri sogni. Volevamo coinvolgere la famiglia come istituzione, spezzando il cliché per cui essa era un intralcio al lavoro di cambiamento sociale. Decidemmo dunque di vivere insieme in una casa sufficientemente grande, perché ogni nucleo familiare potesse avere i propri spazi privati e alcuni luoghi di condivisione comuni a tutti. Insomma, doveva essere un luogo dove potenziare il nostro impegno: la nostra, infatti, era una scelta politica nel senso più ampio del termine...
Il Centro è nato per ricercare e analizzare le cause profonde che generano emarginazione e impoverimento, per definire delle strategie di difesa dei diritti degli ultimi e ricercare nuove formule economiche in grado di garantire a tutti gli esseri umani la soddisfazione dei bisogni ma nel rispetto dell’ambiente.
Studiamo le cause del sottosviluppo e le traduciamo in un linguaggio accessibile a tutti, anche a chi non ha strumenti culturali adeguati»4.

MENSA «ALLARGATA»
La comunità del Forteto5, a Dicomano nel Mugello, è un’altra di quelle che resistono tenacemente dalla fine degli anni ’70. I suoi 33 soci fondatori ne sono ancora pienamente parte da quasi 30 anni, da quando, cioè, giovanotti pieni di sogni e ideali si buttarono in quest’esperienza di condivisione e lavoro. Insieme avevano anche dato vita a una cooperativa agricola, che ora è tra le più importanti del Mugello e distribuisce prodotti alimentari in tutta la Toscana.
Il nucleo originario, mano a mano, si è allargato, a seguito dei matrimoni, nascite, figli in adozione e affidamento: ora sono 100 persone e la loro mensa è davvero «allargata».
«Siamo rimasti in piedi fino a oggi - spiegano due dei fondatori, Luigi Goffredi e Luciano Barbagli - perché ci siamo trovati bene. Eravamo quasi tutti vecchi amici, cresciuti respirando l’aria di don Milani e di padre Balducci. Forte è stata anche l’impronta di Giorgio La Pira. Il filo conduttore che ci legava era la volontà di costruire relazioni che potessero continuare nel tempo e producessero accoglienza.
I primi 15 anni sono stati duri: i soldi erano pochi, ma il desiderio di lavorare era grande. Avevamo creato un’azienda agricola che ci permetteva di essere autosufficienti e di mantenere le nostre famiglie e i ragazzi che ci venivano affidati dai servizi sociali, e per i quali non volevamo assegni di mantenimento.
Il legame affettivo e ideale ci ha permesso di superare le difficoltà. La componente “fede” era relativa: i nostri pilastri erano l’amicizia, l’uguaglianza, gli ideali milaniani (che appassionano credenti e non credenti), e la nostra determinazione a metterli in pratica.
L’identità familiare di ogni singolo nucleo è sempre stata forte, seguita dal confronto comunitario. I nostri figli sono cresciuti insieme: la socializzazione è un’attività vitale per i ragazzi.
Ora siamo tantissimi: i nostri momenti di convivialità sono a pranzo e a cena. Alla sera ci ritroviamo per discutere, prendere insieme decisioni, proprio come facevamo agli inizi quando ci si riuniva per organizzare il lavoro dei campi o la raccolta dei prodotti. Da allora ci è rimasta questa buona abitudine».

Fondamentale, per tutte le comunità-famiglia, forse, è la convinzione che quello della condivisione sia un percorso necessario per il futuro di un’umanità solidale, interdipendente e corresponsabile.

BOX 1

Comunità Villapizzone, Milano

Fondata a Milano da Enrica e Bruno Volpi negli anni Settanta, è una grande cascina in cui vivono in «condominio solidale» una sessantina di persone e alcuni gesuiti. Tel 02-3925426 - comvillapizzone@tiscalinet.it

Fraternità Cisv, Torino.
Sono attive tre comunità: a Reaglie, Sassi, Albiano. I primi nuclei comunitari risalgono agli anni ’60. Tel 011-8981477
- www.cisv.org

Il Forteto, Dicomano nel Mugello, Firenze
È nato nel 1977 da un gruppo di 30 giovani influenzati dagli ideali di don Milani. Ora sono un centinaio di persone, tra adulti e ragazzi. Si occupano dell’accoglienza di minori e hanno un’avviata azienda agricola.
Tel 055-8448376 - www.ilforteto.it

Comunità Mambre, Busca, Cuneo
Nata nel 1977, si occupa di accoglienza, fede, animazione socio-culturale e della Scuola di pace. Tel 0171-943407 - mambre@lillinet.org

Comunità Ruah, La Loggia, Torino
Sono quattro famiglie che vivono in una grande cascina in campagna e condividono momenti di preghiera, semplicità nello stile di vita, accoglienza, solidarietà e serate di discussione. Tel. 011-9627372

Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano di Pisa
La comunità di famiglie fondata nel 1985 da Francesco Gesualdi, allievo di don Milani. Tel 050-826354
- www.cnms.it

Esiste inoltre una rete di circa 200 nuclei familiari sparsi tra Lombardia, Piemonte e Toscana in collegamento fra loro, che si riuniscono periodicamente: è l’Acf, l’associazione comunità famiglie. www.acf.org.
Rive è la rete che collega una cinquantina di villaggi ecologici presenti in Italia, tra cui la Comunità degli Elfi, Alcatraz e Damanhur.
Angela Lano

ISLAM - "Incontri" di civiltà

In tempo di tensioni e diffidenze tra mondo islamico e Occidente,
è bene ricordare i contributi della cultura araba dei secoli migliori al nostro sviluppo culturale e scientifico, per scongiurare un paventato «scontro di civiltà».

Chi non ha mai sentito parlare degli hammam, i bagni turchi dove passare qualche ora prendendosi cura del proprio corpo? Chi non si è mai tinto i capelli con la henna, un colorante naturale, o non ha mai acquistato prodotti di bellezza e profumi dalle fragranze orientali? O cucinato usando spezie, o arredato la propria casa con qualche pezzo di artigianato orientale? Chi non usa, qualche volta, durante le conversazioni con gli amici, termini come ramadan, imam, hijab, salam, shari‘a, jihad?
Ebbene, questo e altro ancora, ormai parte integrante della nostra quotidianità, si chiama «contaminazione o prestito culturale» e ci arriva dal mondo arabo-islamico. Proprio da quella realtà composita e vasta che, in questo periodo storico, a causa della manipolazione dei media e degli pseudo-esperti da salotto tv, incute paura a molti.
Eppure, nonostante gli sforzi di tanti «seminatori di discordia» e di sfrontata ignoranza, questo mondo continua a incuriosirci. Nelle librerie dominano i saggi sull’islam e sui paesi arabi, mentre nelle scuole molti insegnanti e studenti richiedono corsi di approfondimento sulla civiltà arabo-islamica.
L’attenzione è forte e a vari livelli. Ma forse sono proprio gli avvenimenti internazionali degli ultimi anni (attacco alle Twin Towers, guerre in Afghanistan e Iraq) ad accendere curiosità e interessi su tematiche che spaziano dalle tradizioni popolari a quelle letterarie e filosofiche.
L’Europa non è nuova alle «mode islamiche». Molte delle nostre abitudini consolidate da generazioni (colori preferiti per abiti estivi o invernali, pratiche igieniche e bellezza come taglio corto dei capelli per l’uomo e depilazione per la donna), dei nostri cibi, delle discipline che studiamo (chimica, matematica, algebra, filosofia greca, medicina, botanica, agronomia, astronomia...), sono giunte a noi dal medioevo attraverso la colta e raffinata civiltà arabo-islamica.
«La contrapposizione tra mondo islamico e Occidente - spiega Michele Vallaro, docente di Lingua e letteratura araba presso l’Università di Torino - è storia recente, non antica: il vero scontro era tra gli imperi, non tra i popoli. E oggi, questi ultimi sono accomunati da un passato di prestiti culturali, linguistici, scientifici e di usanze. Le abitudini quotidiane dell’Europa dall’viii secolo in poi, per esempio, furono completamente rivoluzionate da un eclettico artista iracheno, trasferitosi nella Spagna musulmana: Ziryab. Egli infatti introdusse l’uso della forchetta, l’ordine delle portate a tavola, creò mode nell’abbigliamento che si diffusero rapidamente divenendo patrimonio di tanti paesi».
L’occupazione araba della Spagna, durata 8 secoli, ha lasciato una grande eredità scientifica e culturale. Taluni storici considerano la Spagna islamica come il più importante centro culturale del mondo di quei tempi. L’attività intellettuale è il tratto dominante dell’élite andalusa: musica, poesia, giochi di spirito, amore per le scienze, per i libri e la pratica religiosa, avevano molto spazio.
Dai colti e raffinati arabi dell’Andalusia medioevale giungevano in Europa mode, innovazioni tecnologiche e scientifiche, opere letterarie. Anche gli studi filosofici hanno beneficiato dell’apporto islamico: i commentari in lingua araba di Averroè (Ibn Rushd) alle opere di Aristotele furono tradotti in latino e in ebraico ed esercitarono un grande influsso sul pensiero cristiano nell’Europa medioevale. Le «influenze arabe» nella Divina Commedia di Dante Alighieri sono oggi ampiamente riconosciute.
L’introduzione delle cifre arabe (notazione posizionale) e la risoluzione delle equazioni di 3° grado, si devono ai viaggi che Leonardo Fibonacci da Pisa, vissuto nel xii secolo, fece nel mondo arabo.
Agli arabi si devono anche importanti innovazioni in materia urbanistica, come la creazione del sistema fognario, bagni pubblici, costruzione di vie di comunicazione; l’introduzione della «noria» in agricoltura permise una miglior irrigazione dei campi e la coltivazione di piante come l’albicocco, melanzana, carciofo, asparago, riso, canna da zucchero, fino ad allora sconosciute.
La stessa lingua araba, nel medioevo, era considerata lo strumento della comunicazione scientifica internazionale. Essa era sinonimo di raffinatezza ed erudizione, e veniva utilizzata sia dai musulmani che dai cristiani ed ebrei che vivevano in paesi sotto dominio islamico.
Quanto alle moschee erano luoghi frequentati non solo per pregare, ma anche per riunioni e attività educative e culturali.
Vediamo alcuni ambiti specifici.

Filosofia

Durante il periodo della conquista araba in Spagna furono tradotti in arabo, per la prima volta, le opere dei filosofi greci: a seguito di questo grande lavoro si sviluppò un notevole interesse per la filosofia, nonostante l’avversione delle autorità religiose islamiche.
Tra le figure di spicco del mondo della cultura, Ibn Rushd, passato alla storia occidentale con il nome di Averroè, medico e filosofo arabo nella Cordova del xii secolo (1126-1198), esercitò un’enorme influenza sia sul pensiero cristiano e filosofico dell’Europa medievale sia su quello islamico, grazie alle traduzioni delle opere di Aristotele, a loro volta tradotte in latino e in ebraico.
La storia di Averroè è stata narrata nel film Il destino, del regista Youssef Chahine, premiata al Festival di Cannes nel 1997.
«Come aveva fatto per le altre discipline, anche in campo filosofico la civiltà islamica si era impegnata in una grandiosa opera di recupero: il crollo dell’impero romano aveva lasciato sussistere ben poco del pensiero classico e l’Occidente del primo medioevo conosceva appena i nomi dei grandi filosofi greci. In Oriente, al contrario, il movimento di traduzione dal greco all’arabo (per lo più per intermediario del siriaco) aveva salvaguardato un ingente patrimonio intellettuale, che era andato ad arricchire la cultura araba e a fornirle un ulteriore motivo di attrazione su quella europea.
In questo campo, tuttavia, a differenza di quanto era avvenuto per la cultura materiale o le varie scienze, i rapporti tra islam e Occidente dovevano creare molti problemi e difficoltà: il pensiero filosofico, infatti, era difficilmente separabile nel medioevo da quello religioso.
Tuttavia, se si vuole combattere un avversario, lo si deve, per quanto poco, conoscere; nasce così l’esigenza di studiare e approfondire le idee altrui: in questo modo, quasi inavvertitamente all’inizio, l’Europa incomincia poco a poco a rendersi conto di quanto possa ricavare dal pensiero musulmano. Il patrimonio più propriamente e originariamente islamico viene pur sempre rifiutato, è vero, ma non si deve ignorare ciò che in questo patrimonio è rappresentato dalla cultura greca rielaborata dai musulmani»1.
In questo modo si scoprono le figure degli studiosi e commentatori di quella filosofia: al-Kindi, al-Farabi, al-Ghazali, ibn Sina (Avicenna) e Ibn Rushd (Averroè). Gli ultimi due saranno collocati da Dante Alighieri tra gli «spiriti magni» del Limbo nella sua Commedia.

Scienze
In campo scientifico e tecnologico innumerevoli furono le innovazioni introdotte dagli studiosi arabi: matematica, astronomia, astrologia, medicina, agronomia, botanica e chimica furono oggetto di importanti «rivoluzioni». I testi prodotti influenzarono a lungo l’Europa, e giunsero a grandi come Copernico e Galileo.
Harun al-Rashid, califfo della dinastia degli abbasidi (786-813), si dedicò a portare la cultura nella sua corte e nelle città dell’impero arabo-islamico, che si estendeva dal Mediterraneo all’India. La sua opera fu poi proseguita dal figlio al-Mamun, che a Baghdad fondò un’accademia chiamata Bayt al-Hikma (Casa della saggezza), dove venivano tradotte le opere filosofiche e scientifiche greche e studiate materie come algebra, geometria e astronomia. Inoltre, a lui si deve la costruzione della prima grande biblioteca dopo quella dei tempi di Alessandria.
In questa stimolante e dotta epoca visse il grande matematico al-Khwarizmi, che fu tra gli studiosi della Casa della saggezza. Dal titolo del suo più importante e famoso lavoro, Hisab al-jabr w'al-muqabala, ci è giunta la parola «algebra»: fu il primo libro sull’argomento e venne tradotto tre secoli dopo, facendo conoscere all’Occidente la numerazione araba e lo zero. Da al-Khwarizmi deriva l’italiano «algoritmo».
Tra le altre figure di spicco ricordiamo ‘Abd al-Wafah (997), che sviluppò la trigonometria, la geometria della sfera e scoprì le variazioni del moto lunare; Omar Khayyam (1123), grande matematico (risolse le equazioni di 3° e 4° grado) e rinomato poeta; al-Battani, che quantificò la durata dell’anno solare e misurò la circonferenza della terra.
E ancora: Ibn al-Haytham (1039), pioniere dell’ottica: il suo Thesaurus opticus fu copiato da Ruggero Bacone, Leonardo da Vinci, Keplero e tanti altri; Gabir ibn Hayyan (813), figura di passaggio tra l’alchimia e la chimica; Abu Bakr al-Razi (935) classificò le sostanze chimiche nelle categorie minerali, animali e vegetali; al-Maghriti (1007) dimostrò il «principio di conservazione chimica della massa», di cui Lavoisier, molti secoli dopo, se ne aggiudicò il merito.
Il contributo scientifico dei musulmani si estese anche in campo botanico, zoologico, storico, archeologico, geografico, astronomico, artistico, architettonico, calligrafico, musicale, urbanistico, delle scienze naturali e sociali.

Biblioteche e amore per i libri
Dai cinesi i musulmani appresero la tecnica della fabbricazione della carta; poi la trasformarono in industria. Già nell’800 essa era molto diffusa nella comunicazione scritta e veniva utilizzata dai bottegai per avvolgere gli alimenti.
I libri venivano trascritti dai «copiatori» o warraqin: le loro edicole ante litteram erano sparse qua e là nelle città. Per ciò che concerne le librerie, a fine 800 Baghdad ne aveva oltre 100: le principali erano veri e propri centri culturali, frequentati dalle élite colte dell’epoca!
Quanto a biblioteche ne sorgevano tante: nel 1200, sempre a Baghdad, ce n’erano 36 pubbliche e altre private. Al Cairo, la Khinzana al-Kutub vantava oltre 1 milione e 600 mila manoscritti, quella di Cordova 40 mila, mentre la vaticana ne racchiudeva un migliaio. Insieme ai libri e biblioteche troviamo sistemi di classificazione e consultazione, enciclopedie, glossari, ecc.
A chi obietta che tutto ciò era patrimonio di una minoranza di ricchi intellettuali, ricordiamo che scuole e università erano invece molto diffuse. L’università al-Azhar del Cairo venne fondata nel 970: è la più vecchia del mondo.

Medicina
Con i musulmani la medicina raggiunse alti livelli e gli ospedali furono una realtà diffusa ovunque e accessibile a tutte le classi sociali. Il primo, destinato ai lebbrosi, venne edificato a Damasco nel 707: le «fatture» venivano pagate dal califfo. In seguito Baghdad arrivò a vantare una sessantina di nosocomi.
Tra i più grandi medici arabi ricordiamo ar-Razi (925), che istituì la specializzazione dell’ostetricia e diede la prima descrizione scientifica di vaiolo e morbillo; al-Zahrah (939), che compilò un trattato di chirurgia, divenuto famoso, in cui spiegava come effettuare varie operazioni e descriveva numerosi strumenti chirurgici. Egli si occupò anche di odontoiatria e di «estetica odontoiatrica», correggendo irregolarità dentali.
Ibn Sina (Avicenna 980-1037) è conosciuto in tutto il mondo grazie alle sue opere scientifiche: il Qanun fi at-Tibb (Canone di medicina) è il testo più noto e utilizzato fino al xvi secolo: sono illustrati 760 rimedi medico-farmacologici. Venne tradotto in latino da Gherardo da Cremona nel xii secolo e rappresentò per secoli la maggiore guida medica.
Ibn Nafis (1288) ebbe il merito di definire con precisione il meccanismo della circolazione sanguigna, ma nei manuali di medicina tale scoperta venne attribuita, nel 1628, all’inglese Harvey.
Agli arabi si deve, inoltre, la costruzione dei primi ospedali psichiatrici: quello del Cairo risale all’872. Anche in campo farmaceutico erano molto preparati. Inoltre, i sufi, i mistici dell’islam, erano molto ferrati nelle cure psichiatriche e psicologiche e si avvalevano di metodi «moderni».

Vita quotidiana
La vita quotidiana del bacino mediterraneo fu rivoluzionata da innovazioni e sperimentazioni in moltissimi ambiti. La società urbana fu strutturata in modo da rendere la vita di tutti i giorni più confortevole: nelle città gli arabo-islamici crearono il sistema fognario, migliorarono le condizioni igieniche, edificando bagni pubblici e hammam, questi ultimi oggi di nuovo molto noti nelle nostre città. Svilupparono le vie di comunicazione, grazie a grandi strade commerciali.
In tema di rapporti sociali, l’etichetta era molto apprezzata: a tavola si mangiava con le posate, introdotte dalla Spagna musulmana, e il cibo era tagliato a piccoli pezzi; aglio e cipolla non erano molto apprezzati, perché producevano odori sgradevoli e imbarazzanti; era considerato riprovevole portare le dita alla bocca per eliminare i residui di alimenti presenti nei denti.
La pulizia personale era molto accurata: ci si lavava quotidianamente facendo largo uso di profumi; gli uomini si radevano e le donne si depilavano. L’abbigliamento era ricercato e all’«ultima moda».

L’eclettico Ziryab
Un personaggio in particolare merita attenzione in fatto di novità: ‘Abul Hasan Ali ibn Nafi, popolarmente noto come Ziryab. Musicista, cantante, poeta, di origini irachene, ma residente in Spagna, fondò una scuola di musica, innovando l’arte musicale dell’epoca, inventò il liuto a 5 corde; introdusse l’uso del dentifricio, deodoranti per le ascelle, nuovi look per i capelli e la rasatura per gli uomini; diede vita a una sorta di istituti di bellezza, dove s’imparava l’arte dell’acconciatura, dell’estetica e della moda stagionale.
Ebbe un ruolo determinante anche nella diffusione tra gli andalusi del consumo di vino, che, a causa del grande successo popolare, venne dichiarato «lecito», nonostante la proibizione del Corano.
Nell’Andalusia musulmana come nella Sicilia fatimide, le abitudini arabo-islamiche si diffusero rapidamente. Vennero erette moschee, i cui minareti, successivamente, forse influenzarono architettonicamente i nostri campanili.
Quanto alle abitazioni, esse venivano costruite con criteri arabeggianti: ampi spazi, prevalente utilizzo del colore bianco, cortili e porticati interni dalle pareti rivestite di azulejos (piastrelle colorate di azzurro), abbelliti con fontane e piante.



«Nel 1919 un sacerdote spagnolo, Miguel Asín-Palacios, dotto islamista e docente all’Università di Madrid, pubblicò i risultati di una sua lunga ricerca: La escatologia musulmana en la Divina Comedia. In sintesi, lavorando su testi arabi fino ad allora quasi sconosciuti in Occidente, Asín-Palacios rilevò la somiglianza tra numerosi elementi simbolici presenti nella Commedia dantesca e certi racconti arabi sull’aldilà, in particolare quello del miraj, l’ascensione al cielo di Maometto. Arrivò addirittura ad affermare che lo spirito stesso della Commedia è di ispirazione musulmana»2.
«Nella tradizione culturale dei paesi islamici era particolarmente diffuso, in varie versioni, il Kitab al-Mi'rag, racconto del viaggio ultraterreno del profeta; diffusione testimoniata dalle numerose miniature persiane e turche su tale viaggio. Solo nel 1949 lo studioso italiano Enrico Cerulli pubblicava nella Biblioteca Apostolica Vaticana per la prima volta l’edizione nei testi francesi e latino del Libro della scala di Maometto, che alla corte del re Alfonso x il Savio fu dapprima tradotto in castigliano dal medico ebreo Abraham e in seguito ritradotto in francese e latino dal notaio senese Bonaventura (maggio del 1264). A Firenze la traduzione di Bonaventura giunse forse tramite Brunetto Latini, che era stato per un certo periodo ambasciatore alla corte di Alfonso x. Pare infatti che, recentemente, sia stato scoperto che il titolo si trovi menzionato in una lista di libri formanti la sua biblioteca.
La traduzione dal latino in italiano del Liber scalae Machomethi avvenne solo molto più tardi, alla fine del xx secolo, essendo sorto da noi un interesse alla cultura islamica, interesse suscitato dagli immigrati provenienti dai paesi di cultura e religione islamica»3.

note
1 - Da: Maometto in Europa, Ed. Mondadori 1982
2 - Da: www.airesis.net/IlGiardinoDeiMagi/Giardino% 201/
GiordanoBerti1.htm
3- Da: www.dismec.unige.it/testi/cosmo/poeta.htm
4 - Da: www.arab.it

Bibliografia
G. B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine, Paideia 1972
Maometto in Europa, Mondadori 1982
Europa islamica, Ist. geografico De Agostini, Cde 1991-2000
Il libro della Scala di Maometto, Se 1991
Avicenna, Il poema della Medicina, S. Zamorani editore 1996
Stefano Allievi, Islam italiano, Einaudi 2003


BOX 1

Scontro di civiltà
Intervista a Paolo Branca, docente di lingua araba alla cattolica di milano
- Angela Lano
Marzo - 2005

 

DOSSIER NUOVI ITALIANI
Alcuni dati dall'annuario della Caritas e bibliografia generale

Le religioni

• Gli immigrati sono:
- di fede cristiana per il 49,5%
- islamici per il 33%.
Le nazionalità

• Le nazionalità più rappresentate: Romania, Marocco, Albania, ciascuno con circa 230 /240 mila soggiornanti registrati.

• Al quarto posto balza l’Ucraina (113.000) e quinta è la Cina (100.000).

• Tra le 70 mila e 60 mila presenze oscillano Filippine, Polonia e Tunisia.

• Con 40 mila presenze: Stati Uniti, Senegal, India, Perù, Ecuador, Serbia, Egitto, Sri Lanka.

• In tutto, le nazionalità presenti in Italia sono 191.
Quanti sono

• Sono 2,6 milioni gli stranieri in Italia.

• La Lombardia è prima per numero di immigrati; Emilia Romagna la regione con più bambini stranieri.

• Sono 400 mila i minori, in aumento al ritmo di 60 mila l’anno: 35 mila nuovi nati e 25 mila ingressi.

• Ha connotati euro-mediterranei l’immigrazione in Italia.
Infatti, è europea quasi la metà degli immigrati in Italia:
- 47,9%, ma solo il 7% è costituito da cittadini comunitari,
- presenza africana: 23,5%
- presenza asiatica: 16,8%
- presenza americana: 11,5%.

Le rimesse

• L’immigrazione resta «la banca dei poveri»: nel 2003 le rimesse nei paesi di origine sono ammontate a 93 miliardi di dollari, cifra superiore agli investimenti delle aziende e agli aiuti governativi per lo sviluppo.

(fonte: Banca San Paolo)

Le scuole

• Nel 2003-2004 sono stati 282.683 gli alunni immigrati presenti nelle scuole italiane.

• Sono 50 mila in più rispetto all’anno precedente. Nel 2011-12 si pensa saranno circa 600 mila.

• Le città con il maggior numero di studenti immigrati sono Milano, Roma e Torino.

• Presenze di alunni stranieri nelle scuole:
Albania: 49.965
Marocco: 42.126
Romania: 27.627
Cina: 15.610
Ecuador: 10.674

• Scuole frequentate
(in percentuale):
- infanzia: 19,4
- primaria: 40,8
- medie: 23,9
- superiori: 15,9.
La percentuale di minori che frequentano le scuole superiori è ancora ridotta. Gli africani scelgono le scuole professionali; gli americani e gli europei non comunitari, le scuole tecniche.

• Nel 2003 si sono laureati 2.794 studenti stranieri.

Bibliografia
"Una scuola in comune", a cura di Graziella Giovannini e Luca Queirolo Palmas, edizioni Fondazione Agnelli, Torino 2002;
"La pelle giusta", Paola Tabet, edizioni Einaudi, Torino 1997;
"Seconde generazioni", a cura di Maurizio Ambrosini e Stefano Molina, edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 2004;
Dossier statistico Caritas, Roma 2004;
"La fatica di integrarsi", Maurizio Ambrosini, edizioni Il Mulino, Bologna 2001;
"Verso un'educazione interculturale", a cura di Laura Operti e Laura Cometti, edizioni Bollati Boringhieri, Torino 1992;
"Cultura araba e società multietnica", a cura di Laura Operti, Irrsae Piemonte-Bollati Boringhieri, Torino, 1998;
"Il sistema scolastico in prospettiva interculturale", Angelo Negrini, Emi editrice, Bologna 1998;
"Animo da guerriero", Daniela Palumbo, edizioni Paoline, Milano 1999;
"Khaleb, piccolo amico arabo", Daniela Palumbo, edizioni Paoline, Milano 1999;
"Lexico minimo - vocabolario interculturale illustrato", Emi editrice, Bologna;
"Voci di donna in un hammam", Angela Lano, Emi editrice, Bologna 2002;
"Dall'integrazione all'intercultura", Davide Rigallo e Simonetta Sulis, editrice L'Harmattan Italia, Torino 2003;
"Gli immigrati in Italia", Roberto Magni, Edizioni Lavoro, Roma 1995;
"La dignità dell'emigrare", a cura di Lucia Bianco e Carmine Lanni, Ega editrice, Torino 2000;
"Pantanella. Un canto lungo la strada", Mohsen Melliti, edizioni Lavoro, Roma, 1992;
"Islam e stato italiano", a cura di Elvio Arancio, Gabriele Mandel, Roberto Hamza Piccardo, edizioni Cerriglio, Torino 2003;
"I diritti di chi non ha diritti. Migrazioni di ieri e di oggi", a cura di Ada Lonni, Edizioni dell'Orso, Alessandria 1995;
"Sogni di realtà: Alma Lavoro. Percorsi di pari opportunità. Esperienze di inserimento lavorativo qualificato di donne immigrate", a cura dell'Associazione Alma Terra, Torino 2004;
"Neanche nei nostri sogni più folli: storia di un percorso di pari opportunità. Migranti impiegate in banca", a cura di Maria Viarengo e Ferzaneh Gavahi, Associazione Alma Terra, Torino 2004.

Fotografie
Tutte le fotografie di questo dossier sono di Michele D’Ottavio, eccetto quelle delle pagine 28 (archivio), 37 (Pagliassotti) e 40-41 (Pagliassotti).
- Angela Lano

DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Mi fermano... solo perché sono nero..."

L’Italia è il suo paese. Fin dalla nascita.
Tutto bene, quindi? Quasi...

John è un adolescente italo-africano. Non vuole raccontare esattamente da che paese proviene. Anzi, diciamo che gli dà fastidio che gli si domandi l’origine, quasi si mettesse in dubbio la sua attuale «italianità».
Parla in fretta, in un italiano perfetto e senza particolari inflessioni. Ha i capelli legati in una cascata di piccole treccine tenute ferme da elastici colorati, e un bel viso scuro con grandi occhi neri.
Orecchini piccoli al naso e ai lobi delle orecchie, jeans, maglietta e scarpe all’ultima moda, cammina in mezzo a un gruppetto di compagne di scuola, in un istituto per il turismo di Torino. Più che delle amiche sembrano le sue fan: per tutta la chiacchierata non smettono di girargli attorno.

Sei nato in Italia o ci sei arrivato da bambino?
«Qui, sono nato qui».
Quando?
«Sedici anni fa».
I tuoi di dove sono?
«Africa».
È un continente...
«Già, e grande anche... I miei fratelli, no».
No, cosa?
«Non sono nati qui: sono più grandi. Ma è la stessa cosa: quando cresci, vai a scuola in un paese, vai in oratorio, hai gli amici, esci, sei come tutti gli altri».
Uguale.
«Eh sì, è un nonsense parlarne, perché non mi sono mai nemmeno posto il problema, a dir il vero».
Mai avuto questioni con i compagni?
«Perché avrei dovuto? Sono nato in Italia e non riesco a immaginarmi, per il momento, in un altro posto. Magari un giorno mi piacerebbe andare all’estero a fare nuove esperienze, a lavorare. I miei studi sono rivolti a quello: a viaggiare. Almeno spero. Però l’Italia è il mio paese».
Quindi, tutto ok?
«Sì... il casino è quando mi fermano per i controlli».
Ti fermano?
«La polizia, per routine... magari bazzico ai Murazzi (lungo Po torinese, dove, oltre ai tanti locali alla moda e di divertimento giovanile, circolano droghe, ndr), ma non per farmi, no, quello non mi garba, ma per incontrare amici, andare a ballare... Insomma, mi fermano solo perché sono nero e dò l’impressione dell’immigrato».
Ti dà noia?
Si rabbuia un po’. «E come no? Certo. Mi sento mortificato. È come se mi si dicesse che non faccio parte di questo paese, che invece è il mio».
I tuoi che lavoro fanno?
«Papà è laureato in ingegneria ma ha messo su una ditta di import-export, ed è spesso giù».
Giù...
«In Africa».
Già, il continente senza stati...
Ride e prosegue. «La mamma una volta era maestra, ma ha aperto un negozio».
Vai d’accordo con loro?
«Li amo e li rispetto, ma litighiamo spesso: non vogliono che esca la sera, che vada in giro in certi quartieri. Hanno paura della droga, della delinquenza. Dicono che al loro paese non ce n’è come qua. Ma che ci posso fare? Rimanere bloccato in casa?».
Musulmani?
«Cristiani e praticanti, i miei. Beh, io sono andato in oratorio e negli scout fino alle medie».
Sei bravo a scuola?
«Media del sette e mezzo - otto. Mi piace studiare, leggere di tutto. E guardare Mtv».
Quali sono i tuoi sogni futuri? Viaggiare?
«Sì. Mettere su un’agenzia di viaggi, magari».
La propensione familiare per il business c’è, non dovrebbe esserti difficile. Mi sembri molto in gamba e simpatico.
«Grazie. I giornalisti invece fanno un sacco di domande...».
È una carriera che ti attira?
«Uhm, leggendo cosa scrivono degli immigrati in Italia, preferirei evitare». •

- Angela Lano

DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Sì, potrei sposare un'italiana"

Difficoltà linguistiche e culturali, lavori soltanto con connazionali: quella cinese è una comunità molto chiusa. Eppure i cinesi di seconda generazione stanno smarcandosi dalla tradizione. Lizao ne è un esempio.

Lizao lavora in un ristorante cinese di Avigliana, in provincia di Torino: serve ai tavoli e prende le ordinazioni dei clienti. Ciuffo colorato di biondo su un caschetto castano, faccia simpatica e italiano fluente, accetta volentieri di rispondere a qualche domanda sulla sua vita di immigrato di «seconda generazione». Mentre i suoi colleghi-parenti lo osservano con un'espressione di curiosità mista a perplessità, il ventunenne cinese di Zhejiang (regione tra Shanghai e Pechino) racconta di quanto gli piaccia vivere in Italia e di come abbia imparato una lingua «così difficile» come la nostra, a scuola, dieci anni fa.
«Sono arrivato in Italia con la mia famiglia, nel ’93. Avevo undici anni e sono stato inserito in quarta elementare. Non capivo nulla: i suoni dell'italiano erano così diversi da quelli del cinese! Alla fine qualcosa è scattato e ho iniziato a comunicare. Ricordo le insegnanti, bravissime e accoglienti. Hanno messo tutto il loro impegno nell'aiutarmi ad inserirmi bene in classe. Era una scuola di San Salvario (un quartiere multietnico di Torino, ndr)».

Dopo le scuole dell'obbligo ha continuato gli studi?
«Mi sono iscritto in prima superiore: istituto professionale di costume e moda. Andavo bene e mi piaceva studiare, ma ho dovuto smettere per iniziare a lavorare: avevo già un posto che mi aspettava. Un ristorante. Ma non mi sono fermato lì: ho cambiato sia locale sia città. Questo ristorante è di altri miei parenti».

Lavorate sempre tra di voi. Ma questo non vi aiuta ad integrarvi con la società italiana...
«È vero. Ma ci sono varie motivazioni alla base della nostra scelta. Prima di tutto, le difficoltà linguistiche. Lavorare tra di noi permette di comunicare senza problemi. Poi, non è facile che un imprenditore italiano ci offra un posto di lavoro: c'è ancora molta diffidenza nei nostri confronti, anche se siamo grandi lavoratori. Mio zio, ad esempio, è stato assunto in un'azienda italiana e il suo titolare è molto soddisfatto di lui».

Terzo?
«Appena qualcuno di noi riesce a mettere del denaro da parte, apre un nuovo ristorante e crea opportunità di lavoro per parenti e conoscenti. Dunque, è più facile trovare un'occupazione all'interno della nostra comunità di quanto non lo sia all'esterno. E così rimaniamo tutti “in famiglia”. In questo modo, ovviamente, non siamo stimolati ad imparare l’italiano».

Nei suoi progetti futuri è previsto un ritorno in Cina?
Spero di andarci nelle prossime vacanze: non ci sono più tornato da quando ero bambino. Ma a viverci, no. Sono passati troppi anni e io sono cresciuto qui.
Non credo che troverei più a mio agio: il mio paese è sicuramente cambiato rispetto a quando l’ho lasciato. Può darsi che, da vecchio, deciderò di farvi ritorno per essere seppellito lì, nella mia terra. Ora però penso di stare qui, a lavorare. L’Italia mi piace molto».

Questo significa che metterà su famiglia qui?
«Credo proprio di sì».

Con un’italiana o con una cinese?
«Non so: per me è uguale. Per i miei genitori no: sono all’antica e vorrebbero che sposassi una connazionale. Quando si presenterà il problema ci penserò». •

DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Non tornerei in Marocco"

La cultura di provenienza è una ricchezza enorme. Ma - spiegano le due ragazze islamiche - «il nostro paese ora è l’Italia».

Fatima e Sarah, due ragazze marocchine, sono sedute ai tavolini di un bar di un grande albergo che ospita il festival islamico di al-Aqsa, una ricorrenza annuale per raccogliere fondi da mandare a orfani e vedove in Palestina. Sorseggiano del caffè mentre sembrano immerse in una fitta conversazione.
Vivono in Italia da tanti anni: universitaria la prima, liceale la seconda, hijab intorno al capo, entrambe fanno parte del direttivo del Gmi, Giovani musulmani italiani.
Stanno discutendo di integrazione e di conflitti familiari. L’argomento è interessante ...

Fatima, come ti percepisci, italiana, marocchina, tutte e due le cose?
«Mi sento di appartenere sia a questa cultura sia alla mia. Sono cresciuta qui, tra i miei amici italiani. Mi sento alla pari con loro. Il primo giorno di frequenza all’università, i miei compagni mi hanno osservata con interesse ma senza diffidenza. Considerata la situazione internazionale, mi sarei aspettata un atteggiamento negativo. Invece è andato tutto bene e abbiamo fatto subito amicizia. Studiamo insieme in biblioteca o in aula. Amo questo paese ma non mi sembra una contraddizione indossare l’hijab, come richiede la mia religione. Credo che ciò che non si riesce a capire è che noi siamo italiani a tutti gli effetti: la cultura di provenienza è un’enorme ricchezza.
Noi giovani musulmani costituiamo un ponte tra le culture. Molti aspetti legati alle tradizioni di provenienza possono essere abbandonati, i principi della fede, no. Tutti noi siamo di fronte a una sperimentazione di un islam italiano.
Uso il velo dall’età della pubertà: è stata una scelta serena, i miei genitori non me l’hanno imposto. Nessuno può obbligare qualcun altro a usarlo. E non ritengo giusto giudicare chi, pur praticante, decide di non indossarlo».

E in famiglia, come vanno le relazioni tra le generazioni?
Sarah: «Esistono tanti tipi di famiglie, sia quelle legate alle tradizioni sia quelle che si oppongono se i figli vogliono seguirle, qui in Italia. Ci sono anche i giovani che non hanno ricevuto alcun approccio religioso. D’altro canto, si trovano anche genitori che addirittura vietano ciò che l’islam non vieta: la libertà di movimento e di relazione umana con altre persone. Per esempio, non lasciano uscire di casa le ragazze, le discriminano proibendo loro l’accesso allo studio. I miei genitori sono religiosi praticanti ma non tradizionalisti: mi lasciano uscire fino a tardi con le mie amiche, studiare e pensare al mio futuro. Quelli più tradizionalisti e duri sono in disaccordo con i figli e in casa ci sono gravi conflitti. Sono intransigenti e poi neanche sanno che fanno e dove vanno i ragazzi una volta usciti. Ci vuole fiducia e apertura mentale».
Fatima: «Abbiamo una doppia identità: a casa, in genere, si parla arabo, fuori, italiano. Pensiamo anche in italiano. Certe volte abbiamo paura che il nostro sentirci italiani possa offendere i nostri genitori, come se avessimo dimenticato le nostre radici e le nostre tradizioni».

Il mito del ritorno in patria dei padri è ancora condiviso dai figli, secondo voi?
Fatima: «I miei genitori sanno che io non tornerei in Marocco con loro, nonostante sia nei loro programmi. E lo accettano. Ma non è così per tutti i ragazzi: spesso si creano dei “giochi di ruolo”, due identità. In casa sono in un modo, fuori in un altro. E ciò porta a una situazione di disagio, anche a livello psicologico: si è scissi in due in contesti importanti per la propria vita. Non si è se stessi. Ecco, l’islam ci aiuta a trovare la strada e la serenità». •


- Angela Lano
Marzo - 2005

 

 

DOSSIER NUOVI ITALIANI
"Stiamo tornando indietro"

I problemi - spiega il sindacalista di origini iraniane - riguardano soprattutto gli immigrati da paesi islamici. Il domani? Dipende da...

Mohammed Reza Kiavar è un sindacalista di origini iraniane che dagli anni Settanta vive in Italia, dove era arrivato per frequentare la facoltà di architettura. È sposato con una giornalista torinese, ha una bimba di sette anni e lavora alla Cisl, dove si occupa delle tematiche dell’immigrazione.

Come stanno attualmente i figli dei nostri concittadini immigrati?
«Le seconde generazioni sono in crisi. Lo sono soprattutto quelle provenienti da paesi islamici. Non è per tutte così, ovviamente: dipende dalle famiglie e dal contesto culturale. Quando i genitori non hanno i mezzi adeguati per bilanciare l’educazione domestica con quella che i loro figli inevitabilmente ricevono fuori, esplodono i conflitti e le sofferenze. I ragazzi si ritrovano con una doppia identificazione culturale: hanno studiato qui e si sentono vicini alle esigenze dei loro compagni e amici, ma in famiglia si pretende che rispettino le tradizioni d’origine. Per i padri è forse l’unico strumento per farsi valere in un contesto che considerano privo di rispetto per le figure genitoriali. I maschi sono lasciati un po’ più liberi, ma è sulle femmine che avviene la pressione maggiore: devono vestire in un certo modo, hanno limitazioni nelle libertà, ecc. Spesso escono di casa con l’hijab e la jellaba, e una volta arrivate a scuola si levano via tutto per rimanere in jeans e magliette corte».

E i latinoamericani?
«Stanno molto meglio: le differenze culturali e religiose sono poche. Diciamo che vivono crisi diverse: accusano i loro genitori di essere un po’ arretrati rispetto ai mezzi della vita moderna e consumistica italiana, ma non ci sono conflitti laceranti tra scelte opposte e inconciliabili, come spesso accade per i musulmani.
Per gli immigrati dall’Est europeo non si può parlare ancora di seconda generazione, trattandosi di un’immigrazione molto recente. Comunque, i ragazzi provenienti da queste regioni sono quelli che si integrano più facilmente.
Possiamo in effetti dedurre che, dove agiscono religioni e culture molto diverse da quelle del paese ospite, allorché mancano gli strumenti o la volontà per ridurre le distanze, i conflitti familiari e sociali aumentano. Tra le famiglie islamiche chi, pur senza rinnegare la propria cultura, ha rinunciato ad alcune tradizioni che ostacolerebbero una buona integrazione, è riuscito a risparmiare ai propri figli tensioni, malessere e crisi di identità. Molto dipende dalla preparazione dei genitori e dalla loro disponibilità a ridiscutere abitudini secolari e consolidate».

Quali potranno essere le prospettive future?
«Se le seconde generazioni sono e saranno attraversate da crisi, la situazione migliorerà per le terze... sempre che i figli degli italiani di oggi non diventino razzisti e xenofobi domani. E dalle attuali premesse politiche, sociali e culturali, tutto fa pensare al peggio: siamo in piena regressione. Stiamo tornando indietro di anni e anni. E questo è molto preoccupante». •

- Angela Lano
Marzo - 2005

 

DOSSIER NUOVI ITALIANI
Tutti i colori del mondo

Sono cinesi, peruviani, rumeni, maghrebini, mediorientali, africani, filippini. Le aule italiane sono sempre più colorate. I problemi aumentano, ma anche le speranze per un futuro veramente multietnico e dunque più ricco.

Torino, quartiere San Paolo. Il vecchio borgo operaio è ora diventato un rione ad alta densità di immigrati inseriti nel mondo del lavoro. L’epoca è diversa e anche le speranze: allora la città era in pieno boom economico, ora è in espansione edilizia e recita un copione di falso benessere truccando la propria immagine con mille nuovi cantieri, spot e cartelli pubblicitari a cui nessuno più crede.
Il San Paolo era un quartiere proletario socialmente attivo, e tale è rimasto: i nuovi proletari sono adesso gli immigrati da un «meridione» ancora più a sud. Gente che sgobba dalla mattina alla sera e che vuole costruirsi un futuro migliore di quello lasciato in patria (ammesso che le strette e spesso inumane maglie della legge Bossi-Fini, glielo permettano).
Sono peruviani, rumeni, maghrebini, mediorientali, africani subsahariani, filippini, cinesi ecc. Molte le giovani coppie, con figli che frequentano le scuole del quartiere.

NELLA SCUOLA NASCE L’ITALIA MULTIETNICA
Elementare Santorre di Santarosa: 102 bambini stranieri su un totale di circa 600 in età fra i 6 e gli 11 anni. In ogni classe ci sono dai 5 ai 12 piccoli immigrati su una media di 24 alunni.
Una scuola pilota nell’ambito dell’intercultura, con un «collettivo di docenti» motivato e attento alle esigenze dei vecchi e nuovi alunni, che ha saputo trasformare l’emergenza scolastica quotidiana in un esperimento di inserimento ben riuscito.
Il primo programma di Integrazione linguistica e culturale degli alunni stranieri è nato nel 2000. Le insegnanti della scuola elementare si erano confrontate con i colleghi della media vicina e avevano compreso di avere gli stessi problemi di inserimento scolastico: ragazzini che arrivavano dai paesi d’origine a metà anno, senza alcuna competenza nella nostra lingua, con tradizioni e abitudini completamente diverse che davano adito a incomprensioni e a difficoltà relazionali.
Era nato così un «progetto in rete», finanziato dalla circoscrizione, che prevedeva la presenza di mediatori che lavoravano in entrambe le strutture.
Negli anni successivi il progetto è stato inserito all’interno dei finanziamenti statali («per scuole ad alto flusso di immigrati») e regionali («inserimento stranieri e prevenzione del disagio scolastico»).
Le difficoltà avvertite dalle maestre erano causate anche dalle differenze culturali che agivano nella quotidianità, dalla mancanza di conoscenza di usi e costumi dei paesi di provenienza dei giovani scolari e delle regole educative in cui erano cresciuti.
«L’esperienza è iniziata con i cinesi - racconta Fernanda Torsello, insegnante e responsabile del progetto interculturale di “Integrazione linguistica e culturale degli alunni stranieri” -. Erano i figli dei ristoratori. Poi, negli anni, sono arrivati i bambini arabi, latinoamericani, africani, e così via. Il primo boom è stato sei anni fa: avevamo parecchi maghrebini inseriti nelle prime classi».
«Alcuni mangiavano seduti per terra a gambe incrociate - aggiungono altre maestre -, com’erano abituati nelle loro case d’origine, dove i tavolini sono spesso bassi e ci si siede su cuscini o tappeti. Rifiutavano diversi cibi e c’era il problema di sostituire alcuni piatti con i pasti alternativi senza insaccati a base di maiale. Ora è più semplice, anche se le difficoltà continuano, soprattutto quando i bambini arrivano a metà anno scolastico e sono già grandicelli».
«Ricordo un bimbo russo che, quando mi avvicinavo, alzava le braccia in segno di difesa - aggiunge un’altra maestra -. Non riuscivo a comprendere quale fosse il problema, poi ho capito che a scuola, nel suo paese, lo picchiavano, e che ne era rimasto scioccato».
A fianco degli ostacoli nella comunicazione linguistico-culturale, il flusso continuo di arrivi e gli inserimenti ad anno scolastico già avviato costituiscono due fra le principali difficoltà che le scuole devono affrontare: le lezioni sono iniziate da tempo e le insegnanti devono trovare il modo per far recuperare ai nuovi scolari il percorso perduto, e contemporaneamente insegnar loro la lingua italiana. Le difficoltà sono facilmente intuibili. In particolare, i ragazzini cinesi e arabi manifestano i problemi maggiori: le loro lingue madri nulla hanno a che fare con le neolatine, e laddove un rumeno o un peruviano fa meno fatica a inserirsi, chi arriva dalla Cina, dal Maghreb o dal Medioriente, stenta di più. O meglio, necessita e richiede un maggior sforzo personale, la presenza di insegnanti di «sostegno» e di mediatori.
Un altro aspetto dolente, in certi casi, è quello delle relazioni tra insegnanti e genitori: i padri lavorano tutto il giorno e le mamme spesso non parlano italiano. Gli avvisi non vengono letti e i colloqui sono disertati. Anche se per alcune famiglie è vero proprio il contrario: la partecipazione è continua e positiva.
Il quadro generale è dunque complesso e, tra un taglio di finanziaria e l’altro, i fondi per le esigenze scolastiche sono sempre meno. Tuttavia, l’esperienza di questi anni di progetto, e l’impegno delle insegnanti, hanno dimostrato che, dopo i primi mesi di difficoltà, i piccoli immigrati si inseriscono bene e partecipano pienamente alle attività.
Una peculiarità della scuola Santorre di Santarosa rispetto ad altre, sia a Torino sia in altre città, è la scelta di avvalersi di mediatori linguistici italiani ma laureati nelle lingue straniere di appartenenza dei bambini: è loro convinzione, infatti, che l’integrazione passi attraverso la piena acquisizione degli strumenti linguistici e culturali del paese di residenza pur mantenendo legami con le proprie radici. In quest’ottica, «mediatore» significa «colui che media» tra la propria cultura e quella dei cittadini immigrati.
Per la mediazione di lingua araba, ad esempio, vengono usate sia le schede didattiche previste dai programmi ministeriali, con il supporto di altro materiale linguistico, sia il Lexico minimo, vocabolario interculturale illustrato, che si avvale di 320 cartoncini con altrettante parole scritte in arabo, traslitterate e tradotte in italiano e corredate da disegni. Uno strumento predisposto anche per altre lingue straniere e molto utile sia per acquisire termini in italiano sia per mantenerli o apprenderli in quella d’origine.

TRA SCUOLA E FAMIGLIA, TRA IDENTIFICAZIONE E TRADIZIONE
Se un ragazzino immigrato, ancora in età elementare, si trova a essere l’unico elemento straniero in una classe, è facile che possa tendere all’uniformazione, all’identificazione con il resto dei compagni e a provar disagio e vergogna per tutti quegli aspetti che possono contribuire a renderlo «diverso»: difficoltà linguistiche proprie o dei genitori, abbigliamento tradizionale o eccessiva religiosità.
Ne risulta una sorta di rifiuto per tutto ciò che rischia di separarlo dagli amici, dal gruppo di cui desidera, invece, fare parte.
Nel caso dei bimbi maghrebini, tale malessere talvolta è manifestato attraverso un’aggressività verbale indirizzata verso i compagni connazionali, e l’utilizzo in senso spregiativo di espressioni quali «marocchino» o «arabo».
Se in classe o nella scuola ci sono altri bambini stranieri - o della sua o di altre culture di appartenenza -, cercherà la solidarietà e l’amicizia con loro e poi, o contemporaneamente, l’integrazione con gli altri compagni.
Racconta Nasira, una giovane universitaria marocchina: «Ricordo come fosse ora il mio primo giorno di scuola: ero vestita di rosso, avevo i capelli raccolti sulla nuca. In classe c’erano altri stranieri: tre ragazzini sinti che mi hanno accolto con un bel saluto. (...) Ho sentito subito quella solidarietà come qualcosa di bello, di familiare. Ero una di loro. Siamo diventati amici subito ed è stato una sorta di rito di iniziazione: un’introduzione a un mondo per me totalmente sconosciuto».
I ragazzini di famiglia modesta, con una scarsa preparazione scolastica e culturale, con limitate competenze linguistiche, hanno una percezione di sé, e del proprio ambiente, piuttosto inferiore, e tendono quindi a identificarsi con la società occidentale, nella speranza di cambiare la propria condizione sociale.
L’atteggiamento muta significativamente, invece, per chi proviene da famiglie immigrate benestanti e colte: tenderà infatti ad accettare e a vivere con più serenità sia le tradizioni d’origine (in certi casi, tuttavia, già molto «occidentalizzate») sia quelle del paese di residenza.
È motivo di orgoglio, per i ragazzi e per le famiglie stesse, l’uso di un italiano corretto e fluente e la buona conoscenza della cultura italiana.

DUE VOLTE STRANIERI: NE' ITALIANI, NE' ALTRO
Frequente, tra i bambini, è dunque il desiderio di somigliare ai compagni. Una ragazzetta di quarta elementare arrivata tre anni fa dal Marocco, ha attraversato alcune fasi contrapposte: l’anno scorso aveva più volte manifestato il desiderio di «essere come le altre compagne», di «essere pienamente italiana» e «non voler essere araba». Abbigliamento, diario scolastico, gadget, tutto richiamava la moda infantile diffusa tra le amiche italiane. Anche la lingua araba standard che, appena giunta in Italia, riusciva a scrivere e a leggere abbastanza correttamente e con orgoglio, era finita nel dimenticatoio, rimossa, relegata nell’oblio. È bastato, tuttavia, un periodo di vacanze estive passate nella sua bella casa con giardino a Marrakech, dove poteva «giocare fuori fino a notte inoltrata», per risvegliare il suo senso di appartenenza: «Io sono marocchina - ha infatti affermato recentemente -, e voglio tornare in Marocco, perché lì è più bello di qui».
Un altro problema da non sottovalutare è infatti quello dello «sradicamento»: il sentirsi, cioè, né «italiani né immigrati», senza una buona e corretta conoscenza della lingua e delle tradizioni del paese in cui si vive e si cresce, senza più strumenti di comunicazione nella lingua d’origine e di decodificazione della cultura di appartenenza. Stranieri in terra d’immigrazione e in patria: forse una tra le esperienze più destabilizzanti che un bambino straniero possa provare.
In particolare, per i ragazzi arrivati in Italia alla fine dell’infanzia o all’inizio dell’adolescenza, da soli (cioè senza genitori ma affidati alle cure di fratelli o cugini più grandi), il problema dello sradicamento, della incapacità a comunicare con l’ambiente che li circonda è ancora più forte e ha un peso enorme sull’auto-percezione e sull’auto-stima. Essi tenderanno infatti a difendersi con una buona dose di ribellione e di aggressività, di diffidenza costante nei confronti degli adulti e dei compagni.
Quando trovano, tuttavia, un insegnante, un educatore disposto ad accoglierli e a seguirli nel loro percorso di inserimento scolastico e sociale, riescono a recuperare in fretta il divario linguistico e culturale e a riempire il vuoto che sentono attorno a sé.
Per i bambini cinesi sorgono problemi a più dimensioni: per via dello stretto legame linguistico e culturale con la famiglia e la comunità a cui appartengono, si crea in loro una situazione di confusione e di crisi d’identità. Come tutti i ragazzini, da un lato vorrebbero essere uguali ai compagni italiani, aver diritto alle stesse opportunità, dall’altro sentono la pressione sociale del proprio gruppo di appartenenza e si riconoscono nei valori e nelle tradizioni in cui sono cresciuti. Finiscono così per assumere una sorta di «identità costruita», cercando di adeguare le due culture, quella di appartenenza e quella di arrivo, spesso e volentieri senza alcun sostegno da parte dei genitori (sprovvisti dei mezzi culturali per aiutarli). Per ciò che riguarda la lingua, a casa usano il cinese perché i familiari non sono in grado di capire l’italiano, e a scuola si sforzano di apprendere quest’ultima.
La relazione tra la lingua e la cultura di partenza e quella di approdo è decisamente meno complessa per i latinoamericani e per i rumeni.
Julia è una studentessa di origine peruviana iscritta al terzo anno di un istituto tecnico superiore di Torino. È arrivata quando aveva 10 anni ed è stata inserita in quinta elementare. Racconta delle iniziali difficoltà di comunicazione ma anche dell’entusiasmo che l’ha portata ad apprendere abbastanza velocemente vocaboli, verbi e sintassi della nuova lingua.
Ora è una delle migliori della classe: studia volentieri e molto, è ben inserita e molto stimata da compagni e insegnanti. Per il forte senso di responsabilità e per la maturità che la distinguono, è diventata la referente per le attività di biblioteca e per altri laboratori.
La scuola è dunque un luogo privilegiato per monitorare il fenomeno dell’immigrazione minorile, sia regolare sia irregolare, e dei suoi cambiamenti.
Le sanatorie degli anni Novanta hanno portato ai ricongiungimenti familiari - mogli e figli dei lavoratori stranieri presenti sul territorio - e a nuovi immigrati: questo significa, tra l’altro, che la loro presenza nelle scuole per l’infanzia, nelle elementari e nelle medie inizia a compensare la scarsa natalità delle famiglie italiane. Per esempio, i nuclei familiari maghrebini, e spesso anche rumeni, hanno in media dai tre ai cinque - sei figli.

«SENTIRSI ITALIANI»:LE SECONDE GENERAZIONI
Come abbiamo visto, i ragazzi stranieri cresciuti in Italia tendono a «sentirsi italiani» a tutti gli effetti, soprattutto grazie alla scuola. Lo spiega bene don Fredo Olivero, responsabile dell’ufficio migranti della Caritas torinese: «La loro patria è questa: qui desiderano vivere e diventare adulti, studiare, laurearsi, trovare un posto di lavoro. Vogliono divertirsi, uscire con gli amici, e immaginano un futuro diverso da quello dei propri genitori. Questa nuova condizione e prospettiva crea, in non poche famiglie - non solo musulmane ma anche peruviane, cinesi, albanesi, ecc. -, frequenti conflitti e grandi tensioni. Qualcuno addirittura se ne va di casa».
Nelle associazioni di volontariato arrivano spesso ragazzi in rotta con le famiglie: sono campanelli di allarme di un disagio interiore e dell’incapacità degli adulti a relazionarsi con i figli che cambiano, che crescono, che incontrano nuove realtà, magari diverse o opposte rispetto a quelle a cui erano abituati da generazioni. I quartieri-ghetto delle grandi metropoli italiane possono costituire un rifugio per un malessere che colpisce giovani italiani e immigrati, e la prevenzione, attraverso l’accoglienza, l’educazione, l’ascolto, l’offerta di opportunità e speranze, rimane l’unico strumento vincente.
Secondo alcune proiezioni, tra il 2010 e il 2020, in Italia, le seconde generazioni raggiungeranno la cifra di un milione. Molti di loro, come già sta accadendo da alcuni anni, saranno nati qui e avranno frequentato le scuole insieme ai coetanei italiani «figli di italiani».
Come sostengono i ricercatori della Fondazione Agnelli, saranno persone non più classificabili come «immigrati» o come «stranieri», ma neppure come «italiani» tout court. Abbiamo iniziato a vederlo ora con i ragazzi arabi, latinoamericani, africani, ormai «naturalizzati», perché hanno visto la luce nei nostri ospedali o sono arrivati da piccoli.
Hanno accenti regionali marcati o nessuna inflessione dialettale, vanno alle feste delle comunità di appartenenza e a quelle di compleanno dei propri amici o compagni di classe, portano il foulard o i jeans a vita bassa, i pantaloni che arrivano fin sotto le scarpe e i maglioni con la scritta alla moda, si fanno le treccine fitte fitte o si colorano di henné le mani. Come la maggior parte degli adolescenti, parlano in fretta «mangiandosi» le finali di ogni frase, usano fraseologie gergali e parolacce, oppure, per distinguersi, ostentano una sintassi e un lessico impeccabili; scaricano musica dai computer e l’ascoltano con il portatile durante gli intervalli, si esaltano per divi della Tv o del cinema. Insomma, a scuola e per strada sono in quasi tutto uguali ai compagni «italiani da generazioni»...
Tranne che a casa: lì, infatti, molti rientrano negli «schemi familiari» previsti per loro. Quasi avessero una doppia esistenza o fossero costretti a vivere in una «schizofrenia» più o meno lucida e consapevole. Ciò accade, ovviamente, quando la famiglia è conservatrice ed estremamente tradizionalista, o non ha gli strumenti intellettuali per accettare nuovi stili di vita, e quando il comportamento «esterno» dei figli è radicalmente diverso da quello domestico. Esistono comunque tante «vie di mezzo» meno stridenti e traumatiche.

UN GIORNO IL PRIMATO, OGGI L’ABBANDONO
Quando proseguono gli studi alle superiori, i ragazzi immigrati sono spesso tra i più bravi della classe: s’impegnano, sono partecipi, si documentano. Quando emergono sono dei leader tra i compagni. Assimilano il meglio di due culture e fanno da «mediatori naturali». Come afferma Fredo Olivero, «quando le condizioni familiari e della società in cui vivono glielo permettono...».
Attualmente, invece, ci troviamo di fronte a numerose situazioni di abbandono scolastico subito dopo la terza media. Le motivazioni possono essere molteplici: la famiglia richiede al ragazzo/a di contribuire al bilancio domestico; i genitori sono rimasti in patria e lui/lei deve provvedere a mandare soldi per il mantenimento dei cari; mancanza di interesse per gli studi e scelta lavorativa; fallimento del percorso di inserimento scolastico, sociale e identitario - o perché il minore ha trovato un ambiente ostile e insegnanti poco preparati ad accoglierlo, o perché la famiglia non l’ha sostenuto e appoggiato -; ritorno al paese d’origine, e altro ancora.
Come l’esempio francese insegna, le seconde e le terze generazioni avranno ben chiaro in mente ciò che desiderano o rifiutano: saranno meno disponibili ad accettare i mestieri scartati dagli italiani - in genere umili e poco gratificanti -; si svilupperanno (già sta accadendo) conflitti familiari a causa delle differenze maturate; qualche tendenza ortodossa o, al contrario, estremamente liberale, si trasformerà in integralista; l’ottenimento della nazionalità sarà considerata una delle priorità. Insomma, avremo di fronte uno scenario in continuo movimento.
Sulle seconde generazioni, spiegano ancora i ricercatori della Fondazione Agnelli , «si gioca veramente l’integrazione e tutto dipenderà dalla capacità di accoglienza della società italiana».

I RUMENI, LA SORPRESA
Sono tanti, i rumeni e hanno battuto i maghrebini nel totale italiano delle presenze. In genere si integrano abbastanza bene e sono oggetto di minori pregiudizi, perché fisicamente «più simili agli italiani» dei loro concorrenti nelle statistiche sull’immigrazione: gli arabi marocchini, appunto.
Ma anche loro sono noti nelle cronache giornalistiche soprattutto per quella parte che delinque, che si prostituisce o che sfrutta i minori anche nel mercato del sesso.
La comunità dei rumeni in realtà è formata da due gruppi diversi: i cattolici, molto meglio assimilati, e gli ortodossi, molto meno. I primi sono qui da almeno due generazioni e i figli si sentono del tutto italiani, gli altri costituiscono un’immigrazione più recente.
Il grande afflusso è iniziato 10 anni fa circa, con adulti e minori che arrivavano qui in cerca di lavoro. Nei decenni precedenti si era trattato invece di migranti per matrimonio: giovani donne maritate a italiani maturi.
Chiediamo a Zamfira, mediatrice culturale, moglie di un italo-rumeno e madre di una ragazzina di seconda media, del tutto italiana, come vivono i suoi giovani connazionali. La sua risposta potrebbe adattarsi bene sia al caso dei cinesi sia a quello dei maghrebini.
«Sono scissi tra due identità: da una parte sono legati alle proprie tradizioni familiari e culturali, dall’altra vorrebbero essere come i loro coetanei, che imitano nel consumismo e nelle mode. C’è un senso di sradicamento che spesso prevale e tanti conflitti interiori e familiari. Non credo vivano bene, e sto parlando di chi è qui con la famiglia o almeno con dei parenti. La situazione per quelli soli è ben peggiore, ovviamente. Dobbiamo capire che in patria hanno lasciato una realtà di povertà e qui si trovano di fronte a tanti stimoli materiali ma ad altrettanta solitudine. Tra i compagni, nelle superiori, c’è un certo razzismo: loro sono figli di gente che, seppure spesso con una laurea in tasca, svolge lavori umili, che gli italiani non fanno più: assistenza a malati e anziani, mansioni nell’edilizia, nei mercati alimentari, nel settore delle pulizie. Mestieri di cui si vergognano, quando stanno in mezzo agli italiani, e di cui non parlano quando si ritrovano con i connazionali. Tra loro c’è un tacito sorvolare sull’argomento: tanto, quasi tutti i loro genitori sono impegnati nelle stesse modeste attività».
Viene da pensare che, forse, se sapessero che questi percorsi professionali e questa vergogna per gli umili impieghi dei propri cari erano molto diffusi fra i giovani italiani figli di immigrati dal Sud dell’Italia o dal Veneto o dalle campagne piemontesi, si sentirebbero meno frustrati. Forse sono le nuove generazioni nostrane ad aver dimenticato di essere, in molti casi, la discendenza di migranti poveri e senza mezzi culturali.
«In effetti, la situazione di molti immigrati è piuttosto simile a quella dei vostri, nel Novecento - riflette Zamfira -. I ragazzini rumeni spesso inventano realtà che non esistono: benessere, lavori ben pagati, soddisfazione. Raccontano che i genitori hanno una bella professione e che guadagnano tanti soldi: sono bugie che servono per coprire il loro disagio. Anche il fatto di abitare in due-tre famiglie in uno stesso appartamento non aiuta a risolvere i problemi.
Un’altra nota dolente è la prostituzione e la delinquenza minorile. Qualche giorno fa mi trovavo sul tram e ho assistito a una scena che mi ha angosciata molto: tre donne rumene, di cui una adolescente, stavano discutendo animatamente. Erano prostitute. La giovane si stava ribellando a quella che doveva essere sua madre, affermando di non voler fare più quel mestiere. La mamma e l’altra donna, forse la maman del giro, erano visibilmente in disaccordo con lei. Poi, a un certo punto, la ragazzina ha notato il pulsante per la prenotazione della fermata e, tutta contenta e stupita, ha iniziato a schiacciarlo ripetutamente, come in un gioco infantile. Ho capito che forse era arrivata da poco da qualche villaggio della Romania per fare la prostituta. Ma era rimasta una bambina dentro, come giusto». •

- Angela Lano
Marzo - 2005

 

DOSSIER NUOVI ITALIANI
Non eravamo tanto amati

Un tempo non lontano l’Italia era un paese di emigrazione. Fuori dei confini geografici, oggi vivono almeno 60 milioni di connazionali. Nel frattempo, siamo divenuti terra d’immigrazione. E in molti storcono il naso, alzano la voce, o sbattono la porta, non sapendo o fingendo di non sapere la nostra stessa storia.

Lo schermo della sala video di una scuola superiore di Torino proiettava due immagini in bianco e nero così simili da sembrare prese da una stessa fonte. Nella prima, una poverissima famigliola di migranti, composta da madre e tre figli, era ferma sul marciapiede di una stazione; per terra si vedeva una valigia sgualcita e legata con una corda; sulle spalle del figlio maggiore faceva capolino un sacco a righe; sguardi schiusi in un sorriso di speranza si perdevano dentro l’obiettivo del fotografo. Nella seconda, un altro gruppo di migranti appoggiati a transenne di contenimento aspettava il proprio turno, presumibilmente davanti a un ufficio immigrazione.
Perplessi i trenta ragazzi cercavano di dare un’identità nazionale alla mamma e ai suoi tre figli: «Sono degli zingari rom», proponeva uno; «No, sono marocchini», gli faceva eco un’altra; «Ma dai, sono albanesi!», incalzava un terzo; «Tunisini, sono tunisini», rispondeva il compagno dall’ultima fila; «A me sembrano iracheni», «Curdi?», insinuavano altri due.
«Italiani. Sono italiani. Nostri connazionali. Migranti di inizio Novecento» - spiegava infine l’insegnante -. «La seconda foto è invece recente e ritrae dei cittadini immigrati in Italia. Lo sapete vero che eravamo un paese di emigranti, gente povera che se andava via all’estero, nelle Americhe, in Francia, in Germania, per trovare un lavoro con cui mantenere la famiglia lasciata in patria?».

Già, siamo ex emigrati - i nostri connazionali nel mondo sono circa 60 milioni, un’altra Italia, dunque -, persone spesso abituate a svolgere professioni modeste, quelle che gli abitanti dei paesi che ci ospitavano non volevano più fare, o quelle che spettavano agli schiavi, successivamente liberati.
Abitavamo in tanti in uno stesso appartamento misero e sporco; quando ce lo permettevano e le nostre condizioni miglioravano, ci facevamo raggiungere da mogli, mariti, figli e genitori. Ricongiungevamo così le nostre famiglie spezzate, magari dopo anni di duro lavoro, e allora, con un po’ di benessere nelle tasche, ci compravamo il vestito bello con cui farci fotografare nella bottega del quartiere più carino della città e mandavamo la nostra immagine sorridente e decorosa ai nostri parenti rimasti al paese natio. Che gioia quando uno dei nostri figli si laureava in quel luogo straniero! La nostalgia di casa ci riempiva di gioia e di orgoglio: di senso finalmente offerto alla nostra struggente lontananza. Erano le radici che germogliavano in angoli del mondo a noi spesso ostili. I nostri sacrifici cominciavano a dare frutti e avrebbero assicurato una vita agiata alla nostra discendenza.
Non eravamo sempre amati, noi italiani all’estero: ci gridavano «mafiosi», «spaghetti» e «pizza». Dicevano che dovunque andassimo portavamo criminalità e malattie. Ma noi volevamo solo lavorare, migliorare quell’esistenza misera che avevamo lasciato nelle nostre campagne o nelle nostre valli, o nei rioni più poveri delle nostre città.
Ricordi, racconti, immagini. Memorie racchiuse in molte delle nostre famiglie. Ora dimenticate. Rimosse. Adesso ci sentiamo i padroni del mondo, o semplicemente «gli amici cari dei padroni del mondo». Dalle copertine di giornali e riviste, e dalle pagine di libercoli best-seller, spesso gridiamo il nostro «vade retro» ai nuovi immigrati, nostri fratelli odierni di sventure passate. Li descriviamo come «orde pronte a invaderci e a sporcarci le strade. A colonizzarci. A islamizzarci. A portarci ogni sorta di epidemie e di disastri». Il cavallo di Troia astutamente posto nelle terre dei discendenti degli antichi celti e romani. In realtà, capri espiatori delle politiche economiche e sociali di una classe dirigente senza etica e senso dello stato, che, servendosi del potere concesso dai mezzi di informazione, tuona semplice e stupida propaganda.

Certo, in questo bel paese spaccato in due tra nuove povertà e nuove ricchezze ostentate con sfacciataggine, in quest’Italia rimbalzata indietro di decenni in ogni campo, ma soprattutto in quello politico - culturale - economico, il momento storico non è dei più favorevoli per parlare di «incontro di civiltà» e di integrazione. Per raccontare delle seconde generazioni di immigrati: quelle che stanno crescendo a fianco dei nostri figli, che stanno arrivando a seguito dei ricongiungimenti familiari; che giungeranno o che nasceranno nei prossimi anni.
Il contesto non è dei migliori, forse per questo abbiamo voluto parlarvene attraverso le pagine di questo nostro dossier. Perché la memoria del passato è il miglior deterrente contro gli errori del presente e del futuro.
Angela Lano

  Angela Lano

ISRAELE-PALESTINA:
Fotogrammi di sofferenza


Due israeliani e un palestinese, tutti registi
con un unico pensiero:
documentare le sofferenze di due popoli divisi
da una guerra, un muro, un odio che pare infinito.

Yoav Shamir, Eyal Sivan e Michel Khleifi sono tre film-maker, tre uomini che hanno in comune una grande e bella terra: l’antica Palestina, ora divisa tra i Territori palestinesi e Israele. I primi due sono israeliani, il terzo palestinese.
Condividono anche un’altra passione: quella per il cinema di denuncia sociale e politica.
Le loro opere - «Checkpoint» di Shamir e «Route 181» di Khleifi e Sivan - sono due capolavori del cinema-documentario, vincitori di numerosi premi internazionali.

Yoav Shamir, regista isrealiano
Inquieto, un po’ timido, sempre attratto da nuovi stimoli suggeriti dall’ambiente e dall’epoca in cui viviamo, inglese fluente, Yoav Shamir, 33 anni, racconta la sua vita e il suo grande amore per il cinema, che, con Checkpoint, è diventato di «impegno politico e sociale».
Laurea in storia e filosofia all’Università di Tel Aviv, e master in cinematografia, il giovane cineasta entra con profondità emotiva nelle questioni esistenziali, sociali e politiche che costituiscono i temi dei suoi documentari.

Yoav, su cosa concentra maggiormente la sua attenzione?
«Mi interessano i sentimenti, le emozioni della gente di cui parlo, israeliani, palestinesi o cubani (Cuba è stato il soggetto del mio primo documentario). Cerco di capire come certe situazioni condizionino i rapporti umani e l’esistenza di intere popolazioni, come nel caso del conflitto israelo-palestinese».
In un’intervista pubblicata l’anno scorso su Dox lei aveva dichiarato di non essere una persona politicamente impegnata, di non andare alle manifestazioni. È ancora vero?
«Ora che Checkpoint è uscito mi sono ritrovato, senza volerlo, politicamente coinvolto. Non ne posso fare a meno: è un film politico».
Il suo è un documentario completamente girato tra i 200 posti di blocco israeliani nei territori palestinesi. Denuncia la dura condizione di oppressione in cui vive la popolazione araba, ma anche il degrado umano e sociale dei giovani militari israeliani, costretti a obbedire a ordini di cui non comprendono la portata. È un’opera di notevole durezza, che non concede sconti. Perché, come israeliano, ha deciso di realizzarla?
«Volevo rendere visibile agli israeliani ciò che sta quotidianamente accadendo nei Territori palestinesi occupati, cosa ciò significhi per loro e per noi. Mi interessava far emergere le implicazioni psicologiche dell’occupazione.
Tra le difficoltà incontrate nella realizzazione di questo film c’è stata anche l’iniziale incomprensione dei miei genitori: provenendo da famiglie di militari, non riuscivano a comprenderlo, ad accettarlo. Ora è diverso: hanno finalmente imparato ad apprezzarlo».
Che cosa significa per gli israeliani far vivere un popolo sotto occupazione?
«È ciò che sta accadendo dal 1967: la nostra società è diventata più aggressiva, più brutale, al suo interno prima di tutto. In questi ultimi anni è stata pubblicata una ricerca che denuncia un aumento della violenza tra la popolazione israeliana. Violenza “civile”, dunque. C’è infatti una interconnessione tra la politica di occupazione e il peggioramento dei rapporti interpersonali nella nostra società: il primo aspetto inevitabilmente sta influenzando il secondo. Una società sana non può far finta che la violenza esterna non condizioni, in negativo, i comportamenti all’interno della società stessa. Questo vale anche per la popolazione palestinese, che è diventata molto militarizzata; anche i giochi tra bambini imitano situazioni di aggressività. Siamo di fronte a due popoli che si stanno auto-distruggendo».
In Checkpoint lo spettatore non assiste a scene di violenza fisica, ma è molto presente la violenza psicologica. Perché ha scelto di cogliere questo aspetto piuttosto che l’altro?
«È vero, c’è molta violenza mentale, psicologica. Ho focalizzato le mie riprese solo nei microcosmi dei checkpoint, e non su ciò che accade per le strade. Ho sostato per ore, per mesi, tra il 2001 e il 2003 ai posti di blocco, e ho registrato ciò che vedevo: al 99 per cento si è trattato di violenza psicologica. La violenza fisica è minima, nella maggior parte dei casi assistiamo a scene come quella del soldato che proibisce alla mamma di portare il figlio dal medico, dall’altra parte del checkpoint».
Lo spettatore non può non provare empatia nei confronti dei palestinesi: avverte il loro dolore, la rabbia per le ingiustizie subite. Il suo, dunque, è un film di parte?
«Ho cercato di cogliere differenti punti di vista: talvolta quello dei palestinesi, talvolta quello dei soldati israeliani. Ho cercato di fare un film in cui venisse ritratto come vittima non solo il palestinese, ma anche il giovane militare. E la complessità di una situazione in cui tutti soffrono».
Ma la sofferenza dei palestinesi emerge in modo più evidente...
«Certo, perché loro sono le vittime. Anche se la verità non è solo bianca o nera: anche i soldati ai posti di blocco possono essere considerati delle vittime a causa della difficile situazione in cui si trovano. Talvolta possono sembrare delle “marionette” che eseguono ordini provenienti dall’alto. Sono molto giovani e spesso con poca consapevolezza del proprio ruolo. Forse per questo il film viene proiettato anche nelle caserme israeliane...».
Qual è il suo obiettivo: farli riflettere e cambiare atteggiamento nei confronti della popolazione palestinese?
«Non so in realtà perché l’esercito abbia deciso di proiettare il mio documentario. Forse perché, quando fai il soldato ad un posto di blocco non hai la possibilità di vedere la situazione con obiettività, dall’esterno. Ecco, allora, che questo film può aiutare a fare un passo indietro e a guardare in modo più oggettivo.
Molti fra gli alti livelli dell’esercito non sanno ciò che avviene ai checkpoint: qualcuno l’ha scoperto recandovisi in incognita ed è rimasto attonito».
Come vede il futuro?
«Qualche volta sono ottimista, qualche altra pessimista. Dipende. Penso che la soluzione è così semplice. Il grande problema è la de-umanizzazione dell’altro, del nemico, che non viene più percepito come essere umano. La società palestinese è molto scolarizzata, evoluta. Credo ci possano essere tanti punti di contatto, di dialogo. Le ferite possono rimarginarsi anche se profonde.
Un’altra questione è: due stati per due popoli, o uno stato per due popoli? Personalmente preferirei la seconda ipotesi. Altrimenti sarebbe come creare un ghetto ebraico in territorio arabo. Israele potrebbe invece assimilarsi nell’area: il 60 per cento degli israeliani ha radici arabe, viene, cioè, dal Marocco, dall’Iraq, dallo Yemen, ecc. La maggior parte è cresciuta in questi ambienti misti, parla l’arabo. Gli altri, quelli che arrivano dall’Europa o dall’America, in maggioranza sono di sinistra. Dunque, la soluzione potrebbe essere molto più semplice di quanto si pensi».
Se è così semplice, perché non è stata ancora trovata?
«Molti ci provano. È che tanti israeliani vedono i paesi arabi come un’unica entità: l’idea del panarabismo è ancora molto presente in Israele e anche quella di essere una piccola nazione circondata da nemici. La gente non sa che tra uno stato arabo e l’altro ci possono essere differenze e addirittura conflittualità. L’altro problema è la mancanza di democrazia nelle società arabe. Gli israeliani dicono: “Noi siamo democratici, secolarizzati, non vogliamo trovarci a convivere con situazioni dove manca la libertà”. Un altro ostacolo è la crescente islamizzazione della società palestinese».
Se i palestinesi potessero lavorare e i ragazzi andare a scuola, forse la situazione cambierebbe.
«Certo. Ma siamo dentro un circolo vizioso. Basterebbe, tuttavia, risalire alla storia degli anni ’50 e ’60 per capire quante e quali responsabilità, e interessi, l’Occidente ha nei confronti del Medio Oriente, della cui situazione ora sembra essersi lavato le mani. Ha manipolato, colonizzato, creato strategie e alleanze. E ora parla di pace: ma chi ha acceso per primo il fiammifero in questa polveriera?».
Yoav ha un sogno: far in modo che non esistano più i checkpoint, che l’esercito israeliano lasci i territori palestinesi, che occupazione e guerra abbiano termine e che palestinesi e israeliani possano vivere in pace in un unico Stato.
«Ciò che mi dà più gioia è quando i sostenitori della destra israeliana raccontano che il mio film ha cambiato il loro modo di vedere il conflitto con i palestinesi. Questo è già un grande risultato».

MICHEL KHLEIFI, REGISTA PALESTINESE
Michel Khleifi è nato nel 1950 a Nazareth e nel 1971 si è trasferito a Bruxelles, dove ha studiato teatro all’Institut national supérieur des arts du spectacle (Insas). Attualmente insegna cinema all’Insas. I suoi film più famosi sono «Memorie fertili» (1980); «Nozze in Galilea» (1987), che ha ottenuto il premio della Critica internazionale al Festival di Cannes nel 1987; «L’Ordre du jour» (1993); «Conte de troi diamants» (1995); «Mariages mixtes en Terre sainte» (1996).
Capelli bianchi, faccia simpatica, è seduto al tavolino di un bar nei pressi di un cinema torinese ad osservare il via vai di giovani e adulti che entrano ed escono dalle sale dove è in corso una no-stop di film israeliani e palestinesi.

Signor Khleifi, come vede il futuro dei popoli israeliano e palestinese?
«Non posso dire come lo vedo, ma come lo sogno. La scelta migliore, ora, è tentare di umanizzare le due società in conflitto e creare le condizioni per la convivenza di due diverse “cittadinanze”. L’ideologia sionista purtroppo non riconosce questa possibilità. Solo se si cambia questa mentalità, si potrà trovare una soluzione avvicinando l’uno all’altro i due popoli.
È mai possibile essere trattati come delle bestie quando si viene fermati da un militare israeliano? Capita anche a me: sono invitato in tutte le università del mondo e quando arrivo in Israele, solo perché sono palestinese, vengo umiliato anche dal giovane soldatino israeliano appena arrivato dalla Russia. È una follia: fanno fatica a considerarci come delle persone. Siamo nullità.
Israele è una società automatizzata: hanno bisogno di parlare, di tirar fuori ciò che hanno dentro, di rielaborare».
Nei media occidentali quando si parla della Palestina la si associa spesso a Hamas.
«Hamas è lo specchio in cui si riflette il sionismo: il comportamento di quest’ultimo è causa di quello del primo. Se infatti io le rubo ciò che lei possiede, come reagirà? Mi ringrazierà o cercherà di riprendersi indietro ciò che le è stato tolto?
Il problema è che i sionisti sono arrivati in Palestina non con il desiderio di vivere in pace, ma con quello di imitare il colonialismo. Non hanno tenuto conto della popolazione palestinese. Hamas esiste, dunque, in quanto reazione a questa mentalità e a questa prassi distruttiva, lesiva dei diritti del popolo palestinese. Il problema, però, è come viene prodotta la violenza».
Route 181 è il frutto della collaborazione tra lei e l’israeliano Sivan. Come descrive questa relazione professionale e umana?
«Siamo amici e colleghi. Il nostro obiettivo era andare fino in fondo, nonostante gli ostacoli o le divergenze, e realizzare una grande opera. Non è stato facile lavorare in due e con esperienze diverse alle spalle. Abbiamo dovuto affrontare problemi durante le riprese, il montaggio, l’editing. Ma ce l’abbiamo fatta.
Il nostro film vuole essere uno strumento per parlare con le persone e per farle parlare. In genere, si sente solo la voce dei politici, mentre quella dei due popoli non viene mai ascoltata. Ma è proprio da loro che possono giungere soluzioni per una pacifica convivenza: è quello che abbiamo raccolto e registrato nel nostro viaggio-film».
Quali sono i suoi progetti cinematografici futuri?
«Tradurre ancora una volta in film la vita dei palestinesi».
Khleifi risponde velocemente a quest’ultima domanda e poi entra nel cinema, dove è atteso da un folto pubblico che ha appena assistito alla proiezione del suo film.

Box 1

La via della pace tra Palestina e Israele può passare anche dal cinema (documentari, film, cortometraggi politically committed). Dal lavoro corale, dall’amicizia e collaborazione di registi palestinesi e israeliani, da produzioni coraggiose che denunciano a un mondo occidentale sempre più sordo e cieco, imbonito dalle manipolazioni dei media, dei politici e dei grandi gruppi industriali, la tragedia di un popolo oppresso e quella del suo oppressore.
Raccontare le umiliazioni quotidiane subite dai palestinesi, la violenza che colpisce i bambini dei villaggi e dei campi profughi fin dentro le loro case - minando per sempre quel flebile accenno di fiducia e di protezione a cui ancora potevano auspicare - non è argomento che interessi i grandi giornali o le tv. Illustrare fin nei minimi dettagli l’effetto catastrofico di chi, fra i giovani palestinesi, si fa esplodere annientato da folle disperazione, quello sì, è tema che stuzzica e coinvolge.
Anche la critica nei confronti del governo israeliano per la sua politica nei confronti del popolo di Palestina, per noi occidentali è diventata un tabù: si è subito accusati di antisemitismo (come se semiti fossero solo gli ebrei e non anche tutti gli arabi!). Seppur una gran parte dei cittadini europei ritenga che il governo israeliano rappresenti la maggior minaccia per la sicurezza dell’umanità, governanti e leader di partito fanno fatica a raccogliere gli stimoli della gente comune e a prendere chiare posizioni di condanna nei confronti della disumana politica anti-palestinese di Tel Aviv. Perché, contrariamente a quanto sostiene certa propaganda e il recente libro della giornalista Fiamma Nirenstein (Gli antisemiti progressisti, Rizzoli 2004), denunciare Sharon e i suoi accoliti non significa essere antisemiti, bensì avere a cuore l’antica e ricca cultura ebraica.
Infatti, paradossalmente, i giudizi più duri contro la strategia di Sharon arrivano proprio dall’interno di Israele. Quasi a spiegare che malattia e cura sono compresenti in ogni realtà e che si può guarire dal dolore, ma attraverso il riconoscimento della dignità umana del proprio nemico, israeliano o palestinese che sia.


Box 2

ROUTE 181
Una strada di uomini e donne

Eyal Sivan, israeliano, e Michel Khleifi, palestinese, hanno dedicato oltre un anno alla realizzazione di un progetto cinematografico arduo e complesso che li ha portati a rivolgere uno «sguardo comune» sugli abitanti di Palestina-Israele. Nell’estate del 2002, di fronte a un quadro di violenza dilagante, i due vecchi amici si sono chiesti quale poteva essere il loro contributo di artisti impegnati per un cambiamento radicale della prospettiva del conflitto israelo-palestinese: «fare un cinema che faccia riflettere», si sono risposti, «e farlo insieme». Ecco, dunque, «Route 181 - Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele».
Scrive Nadia Nadotti nella presentazione del cofanetto di 4 Dvd: «L’espediente narrativo è semplice: sovrapponendo all’attuale carta geografica di Palestina-Israele, la mappa tracciata dalle Nazioni Unite nel novembre del 1947, con la linea di partizione che avrebbe dovuto dar vita a due Stati sovrani e indipendenti, Israele e Palestina, e che invece fece da detonatore a un conflitto che dura ancora oggi, i due autori individuano un itinerario obbligato. Percorreranno il paese da sud a nord, seguendo chilometro per chilometro quella virtuale linea di spartizione, affidando alla natura dei luoghi e al caso gli incontri di cui daranno conto nel film.
Mettendosi in strada con una troupe composta solo di un cameraman, un tecnico del suono e un autista, i due cineasti, per oltre due mesi, nella tarda primavera del 2002, si immergono in quello straordinario laboratorio umano, sociale, culturale, etnico, linguistico che è oggi Palestina-Israele. (...) Non vanno alla ricerca di amici e nemici, ma di uomini e donni comuni, con le loro storie e le loro piccole, parziali verità, i loro ricordi, le loro rimozioni, la loro - a volte miserabile, a volte luminosa - umanità. (...) Ciò che Khleifi e Sivan vogliono è liberare la parola, permettere a chi il caso mette loro davanti di ripercorrere senza sentirsi minacciato una storia che è insieme privata e pubblica, personale e collettiva. Convinti che all’origine di ogni guasto storico e politico ci sia l’incapacità di riconoscere all’Altro la sua complessa umanità e dunque i suoi traumi, le sue paure, persino i suoi fragili e talora aggressivi discorsi di copertura - per l’appunto, il diritto al racconto -, i due cineasti formano una sorta di collettivo e informale setting analitico in grado di contenere, attraverso un fiducioso atto di nominazione, l’odio, la paura, le proiezioni reciproche, i sensi di colpa, la coazione a ripetere, la speranza, il desiderio».
A.La.
Fonti:
• I 4 Dvd sono pubblicati dalle Edizioni Bollati Boringhieri, corso Vittorio Emanuele II, 86, Torino; tel. 011-5591711; info@bollatiboringhieri.it
Inoltre:
• Associazione Documè, via San Pio V 14/c - 10125 Torino; tel. 011.66.94.833;
docume@tin.it

ITALIA - Angela Lano
Febbraio - 2006

ISLAM
Le donne di Allah

Erano alla ricerca di un’identità e di un ruolo. Hanno trovato un universo ordinato, dove uomini e donne hanno uno spazio e compiti ben delimitati. I diritti negati o ristretti sono «compensati» dalla mancanza di confusione nei ruoli e dalla certezza delle regole islamiche. Le storie di Nadia, Aziza, Chiara, Barbara, Maryam, Nura. Senza dimenticare che «non è tutto oro ciò che luccica».

NADIA: EX-FEMMINISTA, EX-COMUNISTA

Nadia ha 40 anni. È un’insegnante d’italiano, ex femminista, ex comunista.
Ha incontrato l’islam attraverso Yassin, un giovane algerino immigrato in Italia cinque anni fa. Lui le ha parlato della sua terra, della sua religione, le ha prospettato un universo ordinato, piuttosto semplice, organizzato per scale di valori e ruoli ben determinati, dove la figura femminile e maschile ha una connotazione, uno spazio e dei compiti ben precisi. Un’identità, insomma, riconoscibile sia all’interno della famiglia, sia nella società (islamica, s’intende).
Nessun dubbio, dunque, nessuna confusione, niente più crisi esistenziali. Neanche quando lei, abituata per decenni a rivendicare i propri diritti di donna libera, se li è visti negare o restringere all’ambito delle mura domestiche e delle poche attività religiose.
Foulard beige e un lungo soprabito celeste la proteggono dagli sguardi maschili, che potrebbero ferirla nella sua dignità più profonda. «In questo modo - afferma con severa dolcezza - la donna è tutelata e non rischia di essere ridotta ad oggetto sessuale».
L’esperienza di Nadia non è singola: altre donne, anche molto giovani, sono attratte dall’islam. Confusione nei ruoli tra maschile e femminile, identità sessuali traballanti, vuoto ideologico e spirituale, profonde insicurezze personali e caratteriali, trovano per loro una risposta e una risoluzione. Per alcune, l’adesione all’islam è anche una sorta di reazione allo sfruttamen- to per fini commerciali che l’Occidente attua nei confronti dell’immagine femminile attraverso l’ambiguo e discutibile richiamo sessuale.

AZIZA: LA «PRINCIPESSA» TIMIDA

Aziza ha 26 anni. Ha iniziato ad interessarsi all’islam quando, verso i 15, ha conosciuto un gruppo di ragazzi maghrebini. Torinese d’adozione, proviene da una famiglia pugliese molto cattolica. Timida, un po’ impacciata, con lineamenti poco aggraziati dietro a un enorme paio di occhiali e a un hijab che le nasconde i capelli – peraltro già molto corti. Ha imparato l’arabo classico e il dialetto marocchino, ha letto molti testi islamici, ha visitato alcuni paesi arabi e ha fatto il pellegrinaggio sacro, lo hajj, alla Mecca.
«Indossare il velo è stata una mia scelta - sostiene - per essere più coerente e rispettare la shari ‘a, la legge islamica». Forte è il suo desiderio di adeguarsi al «gruppo», di corrispondere anche esteriormente alle «regole», di essere accolta e accettata all’interno della comunità islamica locale. Di compiacere forse il «padre», quella figura maschile che, nella sua storia personale, ha abbandonato la famiglia quando lei era ancora piccina.
Nella piccola moschea ricavata da un magazzino, al centro di Torino, dove lei si occupa dei bimbi immigrati e dei figli delle coppie miste educati secondo i precetti coranici, tutti la stimano e le vogliono bene. E come non volergliene con quell’aria mite e disponibile e con quella voce che pare uscire a fatica dalla sua gola avvolta nel foulard?
Ha trovato la sua identità, Aziza, che aveva perso durante un’adolescenza un po’ buia e solitaria. Ha scoperto il suo ruolo e un mezzo per superare i momenti di agitazione e tristezza.
«La mia famiglia non vedeva di buon grado questa mia scelta, avrebbe preferito sapermi come altre ragazze che si divertono, che frequentano le discoteche e si vestono in un certo modo. Anch’io esco, vado al ristorante o al cinema, ma tutto entro certi limiti. Non comprendo come molti giovani possano distruggere le loro vite con droghe, alcool, musica assordante, corse in autostrada a folle velocità…».
«Adesso mia madre e i miei fratelli hanno accettato e mi rispettano, come io ho sempre fatto con loro senza pretendere che seguissero le mie orme».
Eri cattolica praticante prima di convertirti all’islam? «Ritornare all’islam, vuoi dire? Sai, siamo tutti musulmani, alle origini, anche se molti hanno abbracciato altre fedi o non ne hanno neanche più una. Nella sura “al-Nasr” si legge che molta gente del Libro (gli ebrei e i cristiani, ndr) si convertiranno all’islam. Andavo a messa con mia madre, ma non ero a mio agio lì, in chiesa. Avvertivo una sensazione di vuoto interiore, di insoddisfazione, come se quella non fosse la mia strada. E, quando ho preso a frequentare gruppi di amici arabi e a leggere il corano, ho capito che quello era il mio posto».
I musulmani della tua comunità come ti considerano? «Come una di loro, un’italiana entrata nell’islam. Mi rispettano molto. Gli uomini addirittura esagerano: mi trattano come una principessa».
Sei felice? Sorride e risponde con un allegro «al-hamdu li-llah», «grazie a Dio», alla maniera araba.
Vuoto esistenziale da colmare, profondo richiamo verso una dimensione spirituale, ma anche motivazioni sentimentali sono alla base di un certo successo dell’islam fra le donne in tutta l’Europa.

CHIARA: SOLO CON IL PERMESSO DEL MARITO

Chiara, maestra di scuola nel cuneese, trent’anni, bionda e simpatica, due bellissimi figli piccoli, ha abbracciato l’islam per amore, anche se, assicura lei, suo marito, egiziano, non glielo aveva chiesto.
Perché l’ha fatto, allora? «Ero alla ricerca di qualcosa, a livello spirituale, che mi convincesse. Il cattolicesimo non mi aveva mai entusiasmato. Quando ho conosciuto mio marito ho iniziato a leggere il corano e gli ahadith; ho preso a frequentare la moschea e alcune donne arabe che mi hanno seguito nei miei studi. L’islam ha riempito il vuoto che sentivo dentro».
Ora lei si è totalmente adeguata allo stile di vita e alle idee del marito, dicono le sue colleghe, e a quelle della cultura a cui lui fa riferimento: non può uscire di casa senza il suo permesso e, quando lui è fuori per lavoro, deve andare con i bimbi dalla madre. In casa, a cena, c’è un andirivieni di amici a cui lei prepara continuamente cene…
Ma sembra felice, Chiara, nei suoi grandi occhi azzurri, mentre ci fa vedere come ha imparato bene ad eseguire alcune flessuose danze locali. Già, pare proprio una donna araba!

BARBARA-AISHA:
LA «SECONDA MOGLIE»


Carmagnola (Torino). Case di proprietà comunale. Prima di lasciarci salire nel suo appartamento, Aisha si accerta che non vi siano uomini nelle vicinanze. «Sa, in casa nostra pratichiamo la separazione tra i sessi, e quando ci sono degli uomini io mi ritiro in un’altra stanza» afferma con un sorriso che le illumina il giovane volto incorniciato dallo hijab.
Barbara Farina, 25 anni, è sposata con solo rito islamico ad un sociologo senegalese, ex-imam della moschea di Carmagnola, ed è madre di un bimbo di due anni.
Aisha-Barbara è una «mujahidat-Allah», cioè una «combattente per la guerra santa di Allah». Direttrice di un giornalino chiamato «al-Mujahidah», arrivato al suo terzo numero, raccoglie e pubblica opinioni giuridiche (fatwa), scritti e riflessioni sulla donna musulmana, sulla morale e sul retto comportamento islamico, per aiutare, afferma lei, le altre sorelle italiane nel cammino di fede.
Nel 1994 il suo nome e il suo viso fecero il giro dei mass-media italiani: portavoce di tutte le altre musulmane residenti nel nostro paese, era la prima a rivendicare il diritto di essere ritratta con il velo islamico sulla carta d’identità.
Ma che cosa dell’islam ha attratto lei, ragazza occidentale? «Il senso di giustizia sociale, il rispetto per valori come quello della famiglia e del ruolo della donna, che la cultura europea ha perso. Più leggevo il corano e più sentivo di appartenere a quel mondo, dove fede e pratica sono congiunte indissolubilmente».
Quando è avvenuta la sua conversione? «Ho incontrato l’islam nel 1993, a seguito di un corso di studi orientali all’Ismeo di Milano».
Religiosa praticante e convinta, sogna di andare a vivere in uno stato dove la shari‘a, la legge islamica, sia applicata in tutti gli ambiti dell’esistenza umana, dove ai ladri e ai disonesti vengano mozzate le mani e dove gli adulteri siano duramente puniti. Nell’attesa, indossa la jallabiyya, una lunga veste che le arriva sino ai piedi, si nasconde i capelli sotto lo hijab e, quando esce di casa, si copre il viso con il burqa, un velo nero integrale e il corpo con la abaya.
Corano alla mano, ad un certo punto Barbara- Aisha è entrata nella vita di un’altra coppia, quella di Abdelkader Fall Mamour, il ricercatore senegalese con cui ha contratto, nel 1995, matrimonio religioso, e di Patrizia Venturella, una giovane operaia della provincia torinese, ed è divenuta la «seconda moglie». Fino al momento in cui la «prima» consorte, esasperata, ridotta all’anoressia e all’indigenza, non è scappata portandosi dietro il proprio figlioletto.
Per lo stato italiano, dunque, suo marito era bigamo? «Per la nostra legge no. Un uomo, se può permetterselo, è autorizzato a contrarre matrimonio anche con quattro donne».
E lei è d’accordo con questo? «Sì, se serve per aiutare una donna vedova, con figli e in difficoltà; oppure per dare dei bambini ad un uomo la cui prima moglie è sterile o malata. La poligamia non è ammessa sempre e comunque. Non è un capriccio, bensì una necessità».
Allora, nel vostro caso si è trattato di una necessità? Quale? «Patrizia non era musulmana e mio marito voleva una moglie che potesse condividere con lui la fede, educare islamicamente i suoi figli… e lei non poteva assumersi questo compito. Si era, infatti, avvicinata alla religione e alla cultura di Abdelkader solo per compiacerlo, non perché veramente le interessasse questa realtà. Io fui invitata a casa loro proprio per “educare” Patrizia all’islam e unirla maggiormente a suo marito. Tuttavia, lui capì che io ero la donna giusta e così ci sposammo in moschea. Patrizia, inizialmente, sembrava d’accordo, ma poi decise di andarsene via con il bambino. Da lì a poco sporse denuncia per maltrattamenti».
Barbara parla con slancio, senza fermarsi un attimo. Pare molto sicura del fatto suo e della sua posizione. Ma cosa può averla spinta a convertirsi all’islam prima, e ad insinuarsi all’interno di una coppia già sposata, dopo?
«L’islam protegge le donne, non le lascia sole, anche in caso di divorzio. Eppoi, in Occidente, quanti uomini mollano le mogli per altre donne o le tradiscono di nascosto, e ciononostante si professano monogami? Allora, non è meglio essere sinceri e fare tutto nella legalità?».
La scelta radicale di Barbara può forse trovare una spiegazione nella sua storia personale. Sembra infatti che, quando era piccola, suo padre abbia abbandonato la famiglia per un’altra donna. Questo, secondo Aisha-Barbara, egli fosse stato musulmano e, semplicemente, avesse potuto prendere una seconda moglie.
In realtà, neanche nelle società islamiche le cose funzionano sempre così: molte mogli vengono, infatti, facilmente ripudiate e messe per strada insieme ai loro figli. E per loro questo significa miseria, disperazione e, spesso, prostituzione.

MARYAM E NURA:
COL VELO, SERENE E FELICI


Arcevia delle Marche, fine agosto 1998, campeggio estivo dell’«Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia» (UCOII). Tra le tante donne presenti spiccano alcune italiane convertite all’islam, mogli di musulmani maghrebini o egiziani. Concordi nell’esprimere una totale e «non condizionata» libertà nella scelta religiosa da loro compiuta, hanno anche evidenziato un’adesione a princìpi religiosi e sociali islamici che ben oltrepassano l’ortodossia per sconfinare, come per molte altre persone ivi presenti, in un integralismo di vedute e di prospettive. Non a caso, infatti, tra i testi di lettura proposti dagli stand comparivano saggi di Sayd Qutub, l’ideologo dei Fratelli Musulmani.
Dal rumoroso gruppo di signore sedute in circolo si fa avanti un’italiana, Maryam, giovanissima e timida moglie di un ragazzo tunisino, coinvolta dall’amica Nura a spiegare la sua conversione all’islam e di indossare lo hijab. Tuttavia quest’ultima, toscana ventinovenne, è più sicura di sé e più decisa a prendere la parola al posto dell’altra: «Molti ci domandano se siamo state costrette a convertirci sposando i nostri uomini. Ma come avremmo potuto fare una scelta tanto importante, senza esserne sinceramente convinte? Per quanto mi riguarda, già da tempo ero alla ricerca di un ideale morale, spirituale. Il cristianesimo non dava alcuna risposta ai miei dubbi: così, quando ho conosciuto mio marito e la sua religione, è stato come trovare la soluzione alla mia ricerca, quella strada che avevo inseguito per anni».
E lo hijab, il velo che ora indossa? «Io non do molta importanza all’abbigliamento: mi sono avvicinata all’islam a partire da Dio ed è per rispettare le sue regole che metto il velo. Nessuno mi ha costretta a farlo».
Cos’ha significato l’islam nella sua storia personale? «Aver trovato certezze, forza interiore, un senso nella mia esistenza. Ho sconfitto paure che mi trascinavo dietro da anni, come quella della morte. Grazie alla fede in Dio e alla speranza del paradiso, le ho superate e riesco ad affrontare la vita quotidiana, i problemi che ne derivano, le difficoltà, con più sicurezza. Mi sento serena. Felice».

PER SCELTA
O PER AMORE?


Le motivazioni alla base delle conversioni femminili sono molteplici e ben s’adattano alle tendenze caratteriali e psicologiche di ognuna, al loro background culturale e familiare, alle loro aspettative sociali e interiori.
Fra le intervistate, molte hanno abbracciato l’islam a seguito di matrimoni con uomini musulmani, anche se ciò non rappresenta un obbligo della shari‘a. Si tratta spesso di scelte che, almeno inizialmente, scaturiscono da coinvolgimenti sentimentali ed emotivi, per poi radicarsi più profondamente nella loro vita. Scelte che coronano un desiderio di rivestire un ruolo sociale e personale preciso, di essere accettate completamente dal partner e dal suo ambiente. Di essere amate, insomma.
Spesso, ma non sempre, sono donne semplici, di media cultura, prive di personalità forti e di solide identità; alcune hanno alle spalle trascorsi familiari dolorosi, separazioni dei genitori, padri autoritari, fallimenti matrimoniali… Donne insicure e con una precedente scarsa valorizzazione di sé, hanno ottenuto nell’islam certezze e forza, ammirazione all’interno della comunità e rispetto.
Per alcune, invece, seguire questa via ha significato, al di là delle spiegazioni psicologiche e sociali, «ritrovare» radici lontane, le proprie, da portare alla luce realizzando, in questa esistenza, un «percorso» già inscritto profondamente nella loro storia personale: una sorta di destino o di «karma». E, quindi, il raggiungimento di una dimensione di pienezza spirituale, di superamento di ansie e paure (non ultima quella della morte) e la graduale scomparsa di una sensazione di vuoto e insignificanza esistenziale.
Queste donne si sono dimostrate sicure, volitive, con idee chiare in mente, fortemente motivate nella loro scelta. Persone a cui la religione, anziché limitare gli orizzonti ha spalancato le porte della vita stessa.

BOX 1

L’ISLAM ITALIANO

Si calcola che, in Italia, circa 50 mila (ma la cifra è probabilmente sovrastimata) nostri connazionali abbiano abbracciato la religione islamica. Attraverso la formalizzazione della shahada, la professione di fede islamica, nei circa 250 luoghi di culto presenti sul territorio vengono registrate diverse migliaia di conversioni ogni anno, prevalentemente di uomini.
Ma chi sono le persone che, ad un certo punto della loro vita, si convertono all’islam? In che realtà vanno a inserirsi? Proviamo a scoprirlo.

Questo lavoro sull’islam in Italia si articolerà in quattro puntate: 1) le donne convertite (islam sunnita ortodosso); 2) gli uomini (islam sunnita ortodosso); 3) le comunità islamiche in Italia e l’intesa con lo stato (il «concordato»); 4) sciiti, sufi, baha’i.
Angela Lano

BOX 2

Glossario

LEGGE E PRECETTI

Fatwa: sentenza giuridica, parere autorevole fondato sulla legge coranica ed emesso da un muftî (giudice).

Hadith (plurale: ahadith): i detti e i fatti del profeta, raccolti da vari autori, il cui insieme forma la sunnah.

Hajj: pellegrinaggio. Costituisce uno dei 5 pilastri (arkan) dell’islam: è dovere di ogni musulmano recarsi in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nel corso della propria vita.

Sufi: da sufi, lana: mistica islamica.

Shahada: da shahida, essere testimone, dare testimonianza: formula dottrinale musulmana, per mezzo della quale si attesta che «non vi è altro dio se non Iddio e che Muhammad è il suo inviato».

Shari‘a: la legge sacra islamica, che deriva dal corano, dalla sunnah (la tradizione basata sull’esempio del profeta), dalla ijma’ (il consenso dei dotti, gli ‘ulama’ o i fuqaha’) e dal principio analogico, che comprende i precetti religiosi inerenti ogni aspetto della vita del credente (norme relative al culto, leggi politico-sociali e giuridiche). Il fiqh è la scienza della shari‘a.

PERSONE

Imam: guida del culto islamico (attenzione: non corrisponde affatto al prete o al vescovo cattolico).
Muezzin: colui che invita alla preghiera.

Mujahid (m.), mujahidah (f.): da jihad, sforzo, lotta, guerra santa: colui o colei che si sforzano, o che lottano, anche con le armi, sulla via di Dio e contro gli infedeli.

Shaikh: uomo vecchio e degno di rispetto, capo, patriarca, titolo usato per tutti i regnanti dell’area del Golfo Persico, membro di un ordine religioso, maestro di una confraternita sufi.

ABBIGLIAMENTO

‘Abaya: manto nero che nasconde interamente il corpo femminile.

Burqu‘a: lungo velo nero femminile che lascia scoperti solo gli occhi.

Hijab: velo femminile islamico.

Jallabiyya: lungo abito unisex usato in vari paesi arabi.

Neqab: velo (di solito, nero) che copre completamente il volto della donna.

0 - Angela Lano
Settembre - 2004

 

RELIGIONI STRUMENTO DI PACE
Sulla via di Allah (3)

Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam, è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a certe condizioni.

«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208); «Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto: “O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48); «Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo» e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il complesso significato di jihad.

AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH


«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità a combattere la tirannia e l’oppressione - il continuo adeguamento dei mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano, seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo, ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono... ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada, significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi, battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare, cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure» dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere, può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della «rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere, dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico: lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di resistenza alle aggressioni esterne che colpiscono la comunità. Si leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che, invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio, naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10 comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi, involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente, apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente. Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo. Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello. Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile, specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».

GIUSTIZIA E PERDONO

L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl 5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza, ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah. Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi, l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia, nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico. Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento, alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio. Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda la passività o una generica presa di distanza di fronte all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi, la propria famiglia e paese da attacchi esterni e lo sforzo morale per rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa, nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore - disse il profeta - è dire una parola di condanna contro un governante ingiusto”».

GUERRA SANTA

Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo (quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione», quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione, da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere - spiega Ramadan -, quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto, al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza. Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale, l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza che si tratta»8.

MECCA E MEDINA

I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso, fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere, fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici della comunità islamica (esternamente, politeisti della Mecca, ebrei, cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel contesto per non travolgerne il vero senso. Disgraziatamente oggi gli uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della predicazione, al contrario»11.

LA PACE

Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca, ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto, che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella preislamica.

LIMITI NELL'USO DELL'HARB

Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate. La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case, campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione, vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete slealtà, deviando dal sentiero della rettitudine. Non mutilerete i corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi. Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».

TEORIA E PRATICA

Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui, riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita, bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.

Box 1

CHI SONO I MARTIRI?

Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza «dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione» alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché, se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti (vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo. L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani - musulmani e non musulmani - possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà. È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è oggi questo il nostro jihad»15.

0 - Angela Lano
Settembre - 2004

RELIGIONI STRUMENTO DI PACE
Sulla via di Allah (3)

Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam, è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a certe condizioni.

«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208); «Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto: “O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48); «Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo» e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il complesso significato di jihad.

AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH


«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità a combattere la tirannia e l’oppressione - il continuo adeguamento dei mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano, seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo, ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono... ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada, significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi, battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare, cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure» dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere, può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della «rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere, dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico: lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di resistenza alle aggressioni esterne che colpiscono la comunità. Si leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che, invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio, naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10 comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi, involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente, apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente. Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo. Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello. Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile, specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».

GIUSTIZIA E PERDONO

L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl 5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza, ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah. Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi, l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia, nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico. Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento, alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio. Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda la passività o una generica presa di distanza di fronte all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi, la propria famiglia e paese da attacchi esterni e lo sforzo morale per rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa, nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore - disse il profeta - è dire una parola di condanna contro un governante ingiusto”».

GUERRA SANTA

Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo (quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione», quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione, da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere - spiega Ramadan -, quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto, al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza. Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale, l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza che si tratta»8.

MECCA E MEDINA

I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso, fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere, fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici della comunità islamica (esternamente, politeisti della Mecca, ebrei, cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel contesto per non travolgerne il vero senso. Disgraziatamente oggi gli uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della predicazione, al contrario»11.

LA PACE

Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca, ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto, che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella preislamica.

LIMITI NELL'USO DELL'HARB

Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate. La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case, campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione, vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete slealtà, deviando dal sentiero della rettitudine. Non mutilerete i corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi. Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».

TEORIA E PRATICA

Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui, riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita, bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.

Box 1

CHI SONO I MARTIRI?

Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza «dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione» alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché, se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti (vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo. L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani - musulmani e non musulmani - possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà. È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è oggi questo il nostro jihad»15.

0 - Angela Lano
Settembre - 2004

RELIGIONI STRUMENTO DI PACE
Sulla via di Allah (3)

Per capire gli elementi di pace e non violenza presenti nell’islam, è fondamentale comprendere il concetto del jihad (sforzo). Esso non implica la guerra, tanto meno la «guerra santa», ma non la esclude, a certe condizioni.

«O voi che credete! Entrate tutti nella Pace. Non seguite le tracce di Satana. In verità, egli è il vostro dichiarato nemico» (Corano xi,208); «Con essi Allah guida sulla via della salvezza quelli che tendono al suo compiacimento. Dalle tenebre li trae alla luce, per volontà sua li guida sulla retta via» (Cor v,16); «Allah chiama alla dimora della pace e guida chi egli vuole sulla retta via» (Cor x,25); «Fu detto: “O Noè, sbarca, sbarca con la nostra pace, e siate benedetti tu e le comunità (che discenderanno) da coloro che sono con te”» (Cor xi,48); «Colà la loro invocazione sarà: “Gloria a Te, Allah”; il loro saluto: “Pace”» (Cor x,10); «Coloro che invece credono e operano il bene li faremo entrare nei Giardini dove scorrono i ruscelli e vi rimarranno in perpetuo con il permesso del loro Signore. Colà il loro saluto sarà: Pace» (Cor xiv,23).
Non possiamo affermare tout-court che l’islam sia una religione pacifista o pacifica, ma neanche il contrario, che sia, cioè, basata sulla guerra, il qital o il harb (il jihad, in realtà, significa «sforzo» e non guerra).
Invero, il dibattito sulla natura violenta o nonviolenta dell’islam è tuttora in corso e coinvolge molti studiosi musulmani, in Oriente come in Occidente. E, in questo dibattito, fondamentale è affrontare il complesso significato di jihad.

AL JIHA FI SABILI-LLAH
SFORZO SULLA VIA DI ALLAH


«Il jihad si distingue in base all’orientamento (verso l’interiorità o verso l’esterno) e al metodo (violento o nonviolento). Il jihad esteriore può essere inteso come la lotta per eliminare il male all’interno della ummah (la comunità dei credenti, ndr); jihad è il comando di Allah onnipotente e gli insegnamenti del profeta Muhammad, i quali impongono al credente una continua verifica della propria idoneità a combattere la tirannia e l’oppressione - il continuo adeguamento dei mezzi all’obiettivo di realizzare la pace e inculcare la responsabilità etica»1.
Satha-Anand, docente presso la facoltà di scienze politiche all’università di Bangkok, in Thailandia, pacifista, musulmano, seguace di Gandhi, impegnato nella nonviolenza, analizza i concetti di salam, pace, e di jihad, sforzo, nel Corano giungendo alla convinzione che quest’ultimo significhi «lottare contro oppressione, dispotismo, ingiustizia nel nome degli oppressi, qualunque essi siano».
A sostegno della sua tesi cita le sure ii,190: «Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, che Allah non ama coloro che eccedono»; ii,191: «Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla santa moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti»; viii,39: «Combatteteli finché non ci sia più politeismo, e la religione sia tutta per Allah. Se poi smettono... ebbene, Allah osserva quello che fanno»; iv,75: «Perché mai non combattete per la causa di Allah e dei più deboli tra gli uomini, le donne e i bambini che dicono “Signore, facci uscire da questa città di gente iniqua”».
Inoltre Satha-Anand afferma che jihad indica uno «sforzo o tensione verso la giustizia e verità, che non necessariamente implica violenza»2.
La radice di jihad è jhd, che, nella prima forma verbale jahada, significa letteralmente «cercare, sforzarsi, tentare, impegnarsi, battersi, lottare, affaticarsi»; nella terza «sforzarsi, tentare, cercare, impegnarsi, lottare». Ma numerose sono le sue accezioni nell’islam e gli ambiti di utilizzo. Il primo è quello afferente all’individuo e alla sua natura più intima e profonda, composta da negatività e positività. Il contrasto contro le forze «oscure» dell’essere, quali la collera, avidità, animalità, violenza, potere, può essere inteso come jihad, sforzo sulla via del miglioramento, della «rivoluzione umana».
Tale jihad viene definito jihad an-nafs, «sforzo dell’essere, dell’anima». Esso è il cuore della spiritualità islamica perché rappresenta la lotta continua tra bene e male indirizzata all’autocontrollo, all’evoluzione verso livelli di spiritualità superiori e alla ricerca di Dio.
Un altro significato è quello dell’impegno bellico, che viene definito nei termini di al-qital. La logica che muove il principio del jihad an-nafs è qui applicata sul piano comunitario e socio-politico: lo sforzo contro la propria natura oscurata diventa lo sforzo di resistenza alle aggressioni esterne che colpiscono la comunità. Si leggano, al proposito, i già citati versetti della sura ii,190-1913 e il ii, 216: «Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che, invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva».
Scrive ‘Ali M. Scalabrin nel suo sito4: «Allah, nel Corano, non ammette la guerra per scopi politici, o altro che esuli dalla legittima difesa; in tutti gli altri casi viene considerato un omicidio, naturalmente, proibito, nell’Islam, come continuità dei 10 comandamenti della Torah. “Oh voi che credete, non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non uccidetevi da voi stessi. Allah è misericordioso verso di voi” (Cor iv,29).
“Il credente non deve uccidere il credente, se non per errore. Chi, involontariamente, uccide un credente, affranchi uno schiavo credente e versi alla famiglia (della vittima) il prezzo del sangue, a meno che essi non vi rinuncino caritatevolmente. Se il morto, seppur credente, apparteneva a gente vostra nemica venga affrancato uno schiavo credente. Se apparteneva a gente con la quale avete stipulato un patto, venga versato il prezzo del sangue alla sua famiglia e si affranchi uno schiavo credente. E chi non ne ha i mezzi, digiuni due mesi consecutivi per dimostrare il pentimento verso Allah. Chi uccide intenzionalmente un credente, avrà il compenso dell’inferno, dove rimarrà in perpetuo. Su di lui la collera e la maledizione di Allah e gli sarà preparato atroce castigo” (Cor iv,92-93). “La sua passione lo spinse ad uccidere il fratello (Caino e Abele). Lo uccise e divenne uno di coloro che si sono perduti. Poi Allah gli inviò un corvo che si mise a scavare la terra per mostrargli come nascondere il cadavere di suo fratello. Disse: Guai a me! Sono incapace di essere come questo corvo, sì da nascondere la spoglia di mio fratello? E così fu uno di quelli afflitti dai rimorsi.
Per questo abbiamo prescritto ai figli di Israele, che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I nostri Messaggeri sono venuti con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra” (Cor v,30-32). “A chi crede in Allah e nel giorno del giudizio è vietato procurare alcun male al proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile, specialmente con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi dalla menzogna” (Hadith profeta Muhammad)».

GIUSTIZIA E PERDONO

L’islam si è sviluppato da un bisogno radicato di giustizia, ‘adl 5: «Oh voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi ad Allah, fosse anche contro voi stessi, i vostri genitori o i vostri parenti, si tratti di ricchi o di poveri! Allah è più vicino (di voi) agli uni e agli altri.
Non abbandonatevi alle passioni, sì che possiate essere giusti. Se vi distruggerete o vi disinteresserete, ebbene Allah è ben informato di quello che fate» (Cor iv,135); «Oh voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia. Non vi spinga all’iniquità l’odio per un certo popolo. Siate equi: l’equità è consona alla devozione» (Cor v,8); «Chi commette una mancanza o un peccato e poi accusa un innocente, si macchia di calunnia e di un peccato evidente» (Cor iv,112); «In verità Allah ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti. Ha proibito la dissolutezza, ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate» (Cor xvi, 90).
Si è inoltre indirizzato, sin dall’inizio, verso la lotta all’oppressione, all’ingiustizia, alla tirannide dei potenti.
Sottolinea ancora Scalabrin: «L’islam proibisce l’attacco di civili innocenti. L’islam è religione di giustizia, di perdono. L’islam è una religione che garantisce la libertà del credo e della fede di tutti. Amare il prossimo tuo come te stesso per la causa di Allah».
Il jihad fi sabili-llah è lo sforzo, l’impegno sulla via di Allah. Secondo la shari’a (legge islamica), si tratta di un obbligo della collettività della comunità musulmana (nell’espressione araba di giurisprudenza islamica: fard kifaya, è sufficiente che siano solo alcuni membri della comunità a compiere jihad)».
Su un’analoga linea interpretativa si colloca Tariq Ramadan6: «Il termine jihad è uno dei più abusati e meno compresi dagli stessi musulmani. Molti di essi non resistono alla tentazione di usarlo per obiettivi politici propri, mentre molti non musulmani misinterpretano il termine per ignoranza o per screditare l’islam e i musulmani.
In realtà, è stato ben specificato dai più eminenti studiosi della religione che il jihad rappresenta un mezzo di difesa contro l’aggressione e non è mai sinonimo di “attacco offensivo”. Il jihad non è uno strumento di guerra contro innocenti, né un mezzo per mostrare i muscoli o tiranneggiare i deboli e gli oppressi.
La parola jihad significa, piuttosto, “sforzo” e più precisamente sforzo interiore, lotta per raggiungere un determinato obiettivo, di norma spirituale. Il termine, nella sua accezione più vasta, ma anche più semplicistica, indica uno sforzo serio e sincero che il credente compie in una duplice direzione, quella personale e quella sociale, per rimuovere il male, l’indolenza e l’egoismo da se stessi, l’ingiustizia e l’oppressione dalla società. La giustizia, nell’ottica islamica, non si raggiunge attraverso la violenza o la prevaricazione, ma attraverso lo sforzo interiore e personale di ciascuno, con mezzi leciti e istruttivi che possano spingere alla conoscenza, alla perfezione, per quanto è possibile a esseri imperfetti quali gli uomini. Lo sforzo è, dunque, sociale, economico e politico. Jihad significa lavorare molto per realizzare ciò che è giusto: il Corano lo nomina 33 volte, e ogni volta esso ha un significato differente, ora riferito a un concetto come la fede, ora al pentimento, alle azioni buone, all’emigrazione per la causa di Dio. Nell’accezione più vera e completa, il jihad rappresenta lo sforzo intimo e personale che ogni credente deve compiere per riuscire a conformare il proprio comportamento alla volontà di Dio».
Il jihad non è una guerra, dunque, ma può diventarlo se la situazione di pericolo lo richiede. Continua Ramadan: «L’islam è una religione di pace, ma ciò non vuol dire che accetti l’oppressione, o che chieda la passività o una generica presa di distanza di fronte all’ingiustizia. L’azione è importantissima, ma l’islam ci insegna a fare il possibile per eliminare tensioni e conflitti, e per lottare contro il male e l’oppressione attraverso mezzi pacifici e non violenti fino a quando sia possibile. Il termine jihad, in questo contesto, indica anche lo sforzo materiale teso a difendere se stessi, la propria famiglia e paese da attacchi esterni e lo sforzo morale per rafforzare il proprio carattere ed essere pronti anche al sacrificio estremo pur di raggiungere quell’obiettivo. La guerra è permessa, nell’islam, ma solo quando i mezzi pacifici, quali dialogo, trattati e negoziati siano falliti: essa deve essere evitata con tutti gli strumenti possibili. Il suo scopo non è convertire con la forza, né colonizzare o rubare terre e risorse altrui. “Il migliore - disse il profeta - è dire una parola di condanna contro un governante ingiusto”».

GUERRA SANTA

Quando si parla di jihad, in Occidente, è facile equivocare o fraintendere, o forse leggere, adattare i «significanti» di altre culture con i propri «significati» e tradizioni storiche, con i riferimenti alla civiltà di appartenenza. Così il jihad viene, in qualche modo, assimilato alle crociate, alla «guerra santa».
Nel mondo occidentale ci è stato presentato questo termine secondo il significato completamente diverso e negativo di «guerra santa».
Le ragioni di questa manipolazione del vero significato vanno ricercate nella storia. Le numerose guerre di conquista territoriale dei primi califfi arabi post-islamici che arrivarono a espandere il dominio arabo (quindi musulmano) fino alla Spagna e il parallelo ipotetico fra queste guerre e le crociate dello stato-chiesa, nella contesa fra cristiani e saraceni della città benedetta di Gerusalemme hanno indotto i mass-media occidentali a tradurre il termine jihad, molto usato dagli arabi per reclamare giustizia, con guerra santa.
Tale interpretazione ha fatto e fa, tuttora, molto comodo all’informazione occidentale per parlare di «guerra di religione», quando si parla negativamente dell’islam, associando tale affermazione alla presunta arretratezza mentale (a sentir loro) dei paesi islamici.
Non si esclude, comunque, che possano esistere, in talune applicazioni giuridiche dell’islam di alcuni stati, significati diversi e contorti della stessa parola jihad, ma la ricerca e lo studio informativo sull’interpretazione della parola di Dio contenuta nel Corano e sulla vita di Muhammad ci hanno dato segni inequivocabili sui reali e molteplici significati della parola jihad 7.
I primi anni di vita della comunità islamica sono stati contrassegnati da persecuzioni a cui i musulmani hanno risposto in modo passivo. Solo con la loro «emigrazione» a Medina, con il proseguire e aumentare delle ostilità nei loro confronti, essi riceveranno l’autorizzazione, da parte di Dio, a difendersi. Ma a determinate condizioni: legittima difesa, situazione di oppressione, violazione della proprietà, aiuto ad altri che vivono in analoghe situazioni.
Il jihad, dunque, rappresenta una forma di resistenza. Ai musulmani non è consentito infatti fare la guerra per impadronirsi delle ricchezze altrui, di territori o del potere. O per far opera di proselitismo: il Corano afferma che «non c’è costrizione nella religione».
«Se nel corso della storia ciò è potuto accadere - spiega Ramadan -, quelli sono stati dei casi ma non la regola, e ad ogni modo, queste pratiche erano in contraddizione con gli insegnamenti islamici. La Pace è uno dei nomi di Dio e anche del paradiso. Tuttavia, l’islam ci insegna a non essere naif: gli esseri umani sono inclini al conflitto, al punto che l’equilibrio del mondo sembra passare attraverso l’equilibrio delle forze: “Se Iddio non respingesse gli uni per mezzo degli altri” la terra sarebbe perversa, spiega il Corano. Vuol dire che bisogna restare vigili e sapere che gli uomini sono capaci di fare il peggio, se nulla si oppone alla loro volontà di potenza. Nell’avversità, il Corano ci incoraggia a rivaleggiare in bontà, ma ci intima di non confondere la pace e la bontà con la rinuncia e il lassismo di fronte all’ingiustizia. Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza resistenza agli oscuri disegni della volontà di potenza e di potere. Di fronte all’invasione culturale dell’Occidente e al famoso “scontro” di civiltà, la maggior parte dei movimenti islamici non risponde con le armi e non pensa in termini di guerra armata. Per loro c’è ovviamente il jihad, ma questa resistenza passa attraverso la promozione dei loro valori, della loro identità, attraverso l’educazione, l’impegno sociale, l’iniziativa economica. Nel cuore delle nazioni soffocate dal peso della dittatura e del sottosviluppo, resistono lottando continuamente per il pluralismo, la libertà d’espressione e la solidarietà. Essi parlano veramente di jihad ed è proprio di questo sforzo e resistenza che si tratta»8.

MECCA E MEDINA

I riferimenti alla «guerra», cioè al harb (da haraba, essere furioso, fare la guerra, combattere), al qital (qatala, uccidere, combattere, fare la guerra) si ritrovano nel sopracitato periodo medinese9, quando Muhammad, capo di un gruppo o comunità, assume il compito di leader politico e non solo più religioso, e deve pertanto occuparsi anche degli aspetti temporali, organizzativi.
Scriveva Edgar Weber10 nel 1990: «La comunità di Medina deve rispondere a bisogni ben precisi mentre la lotta contro i politeisti della Mecca si fa sempre più decisiva. Il vocabolo che tradurrà chiaramente questa lotta è il verbo qatala. La lotta che il profeta ha ingaggiato contro i suoi detrattori, siano essi ebrei e cristiani o politeisti e abiuri, è presente ben 170 volte nel Corano nella radice qtl (uccidere), sia in forma verbale sia nominale. Dall’esame di questi versetti si impone una prima conclusione: Muhammad predica la guerra santa non astrattamente, come una verità assoluta, ma in condizioni particolari determinate sia dall’opposizione della Mecca o araba, sia dagli ebrei di Medina. La violenza raccomandata dal Corano è quindi occasionale e relativa».
Mecca e Medina segnano due periodi storici essenziali anche per la comprensione del significato dei termini jihad, harb, qital e della loro contestualizzazione storico-politica, contrassegnata dal passaggio di Muhammad da capo spirituale a politico e dalla lotta contro i nemici della comunità islamica (esternamente, politeisti della Mecca, ebrei, cristiani; internamente, ipocriti, rinnegati). Quindi, da una forte esigenza di autodifesa.
«La rivelazione coranica, dunque, ingiunge ai credenti di fare la guerra e uccidere, ma, non lo si ripeterà mai abbastanza, bisogna precisare il contesto e le circostanze che hanno motivato questi versetti. Infatti, presi isolatamente, essi possono apparire di una violenza scioccante. È dovere dei commentatori ricollocarli nel contesto per non travolgerne il vero senso. Disgraziatamente oggi gli uomini di religione non hanno questa preoccupazione, ma si impadroniscono dei versetti coranici per giustificare un’azione ispirata più dall’ideologia che dalla dimensione spirituale dell’islam secondo il pensiero del profeta. Se si legge bene il Corano, il jihad non appariva affatto nel primo periodo della predicazione, al contrario»11.

LA PACE

Il periodo meccano, infatti, era contrassegnato da una visione più spirituale, meno operativa e politica dell’islam. Qui i riferimenti alla «pace», salam, sono molti: essa viene citata 25 volte, come augurio, invocazione, speranza, promessa.
Ma è anche vero che la piccola comunità non era ancora così visibile e pericolosa per il mantenimento dello status quo da scatenare la persecuzione dell’oligarchia meccana, detentrice di un vasto potere economico e politico.
«Possiamo notare invece che se l’islam primitivo, quello della Mecca, ignora la guerra e il ricorso alla violenza, è perché il profeta non si è ancora realmente confrontato con gli abitanti della Mecca. La sua predicazione monoteista non rappresenta ancora un pericolo per il vecchio ordinamento sociale. È a partire dal momento in cui il monoteismo diviene una visione sociale che l’opposizione si fa concreta. Predicare il monoteismo in un ambiente politeista era, in un certo senso, rivoluzionario. Muhammad diventava così vittima di una violenta opposizione alla quale egli credeva bene di rispondere con la medesima violenza, restando in tal modo fedele alla legge del deserto, che tutti i beduini ben conoscevano sotto la forma della razzia. Il jihad infatti non può essere totalmente separato dal suo modello preislamico: la razzia»12.
Dunque il jihad non costituisce una novità all’interno dello sviluppo dell’islam, bensì è un prestito dell’epoca precedente, quella preislamica.

LIMITI NELL'USO DELL'HARB

Violenza e guerra, per un musulmano, devono essere eticamente orientate. La violenza indiscriminata che colpisce bambini, donne, vecchi, case, campi, luoghi atti alla produzione di risorse vitali per una nazione, vendetta, stupro, ecc. sono vietate dal Corano: «Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, che Dio non ama gli eccessivi» (xi,190).
In occasione di una spedizione militare, il primo califfo Abu Bakr, fece il seguente discorso, riportato in Sahib Muslim: «Non commetterete slealtà, deviando dal sentiero della rettitudine. Non mutilerete i corpi di coloro che avrete ucciso. Non ucciderete il fanciullo, né la donna, né un anziano. Non danneggerete la vegetazione, né brucerete le piante, specialmente quelle che producono frutti. Non sgozzerete le greggi del nemico: risparmiatele perché siano cibo per voi stessi. Quando incontrerete persone che hanno consacrato la loro vita alla missione monastica, passate oltre e non turbatele». E ancora: «Dio non cerca vendetta, nemmeno contro gli idolatri che adorano molti dei, la cui colpa è molto grave. Egli non permette la mutilazione neppure contro la manifesta infedeltà. Non praticare la mutilazione, perché è una pena molto grave. Dio ha preservato l’islam e i musulmani dall’odio e dall’ira incontrollata. Ricordati che caddero nelle mani del messaggero di Dio quei nemici che l’avevano rabbiosamente perseguitato, cacciandolo dalla sua casa e portando la guerra contro di lui, ma egli non permise che fossero inflitte loro mutilazioni».

TEORIA E PRATICA

Vediamo bene quale distanza corra tra quanto qui prescritto e la prassi di gruppi terroristici che hanno deviato, come sostengono molti studiosi e ulama (eruditi) dall’islam, per creare una via meramente politica e ideologica che strumentalizza la religione per propri fini. Guerra di difesa, quindi, e non di offesa, contro oppressione e ingiustizia.
Alla luce di ciò, non solo il terrorismo, dirottamenti, bombardamenti indiscriminati, ma anche l’uso delle armi nucleari o di sterminio di massa sono contrarie all’islam, perché consentono l’uccisione di migliaia di persone innocenti, la distruzione di case, campi, mezzi di produzione e sostentamento.
‘Ali Scalabrin afferma: «C’è anche un’interessante interpretazione su un hadith (discorso) del profeta, il quale vieta completamente l’uso del fuoco come arma contro le genti, secondo cui, riportato ai giorni nostri, ogni arma da fuoco sarebbe proibita nell’islam. Ciò probabilmente è vero, ma basare oggi un sistema difensivo senza armi da fuoco, contro dei nemici che sicuramente le usano è praticamente impossibile.
Sono quindi permessi estremi rimedi nel tentativo di salvarsi la vita, bene estremamente prezioso che Dio ci ha donato»13.

Box 1

CHI SONO I MARTIRI?

Chi è il muhajid, colui che si sforza sulla via di Dio?
«Coloro che partecipano alla lotta sulla via di Allah sono chiamati mujahidin: in vita hanno un’ottima considerazione e vengono spesso presi come esempio; nell’altra vita saranno tra i più vicini al Signore. E non possono essere considerati “morti”, quando vengono uccisi in battaglia. E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, che, invece, sono vivi e non ve ne accorgerete» (Cor II,154). «Non considerate morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti di quello che Allah, per sua grazia, concede» (Cor III,169-170)14.
Ma la condizione è che questi musulmani abbiano opposto una resistenza «dignitosa» ad attacchi ingiusti, e che siano «morti in combattimento o dando la loro vita per colpire i loro persecutori per sola legittima difesa e senza eccedere». Solo costoro hanno diritto ad essere chiamati shuhùd, testimoni o martiri nell’islam. L’azione di «ribellione» alla persecuzione deve essere halal, lecita agli occhi di Dio, perché, se ritenuta haram, proibita, come l’uccisione di persone innocenti (vecchi, donne, bambini), o l’aver scatenato una reazione violenta contro un pericolo o una persecuzione non vera, è destinata a ricevere la punizione di Dio e non il compenso.
Sottolinea al riguardo Ramadan: «Il jihad non è terrorismo. L’aggressione verso civili innocenti è illecita nell’islam e non rappresenta jihad ma fasad, un’azione proibita e grave. Anche in guerra, i non-combattenti e gli innocenti hanno il diritto di essere salvaguardati nella vita, onore e proprietà. L’islam vuole stabilire un ordine mondiale in cui tutti gli esseri umani - musulmani e non musulmani - possano vivere con giustizia e pace, armonia e buona volontà. È nostro preciso dovere, come musulmani, sforzarci di comprendere di più la nostra religione, per poterla trasmettere agli altri in forma positiva. Nel contesto delle società occidentali in cui viviamo, è oggi questo il nostro jihad»15.

0 - Angela Lano
Gennaio - 1999

 

ITALIA - I marciapiedi della discordia

Nei consultori familiari e negli ospedali torinesi
le pazienti extra-comunitarie sono sempre di più.
La maggioranza ha problemi seri. Portati dai paesi che hanno abbandonato o «presi» sulle strade italiane.


Christine ha 25 anni, è in Italia dal ’95; vi è giunta al seguito di un’amica, Kitty, nigeriana come lei, che le aveva proposto di aiutarla nei suoi preparativi per il matrimonio. Avrebbe dovuto fermarsi a casa sua, a Torino, per un paio di mesi, il periodo giusto per organizzare un evento che, nella loro tradizione, assorbe molta energia. Christine lascia il lavoro di impiegata a Benin City e arriva nel nostro paese. Per alcune settimane è ospite della ricca amica e si gode felice la vacanza.
Un giorno, però, Kitty la invita ad uscire con lei e la conduce in una strada, il corso Regina Margherita. «Ecco, io lavoro qui. Faccio la prostituta. Da domani sarà anche il tuo mestiere». Christine, scioccata, le chiede perché non glielo avesse detto prima e si rifiuta di cedere all’imposizione della sua falsa amica. Iniziano così violenze e ricatti di ritorsione alla famiglia; infine, un rito woodoo sancisce nel sangue il patto di sfruttamento e di paura. Sessanta milioni da «restituire» attraverso un lavoro che inizia al mattino per terminare a notte inoltrata: un viaggio da Torino alla provincia di Cuneo, 30-50 mila lire a cliente, per tre mesi. Per sé non può tenere neanche i soldi per il cibo: deve consegnarle tutto. Un inferno domestico fatto di piatti e bottiglie scagliate contro di lei (e il suo corpo ricoperto da cicatrici lo dimostra senza equivoci), fame e umiliazioni, pericoli e insidie per la sua salute ed incolumità. Finalmente, la fuga verso la libertà in casa di un amico, un cliente gentile che la riempie di regali. Due anni di serenità e di fiducia riacquistate; poi, all’improvviso, una mattina bussa alla porta la mamam con due scagnozzi: volano insulti e minacce, per lei e il suo fidanzato. Lui si spaventa e la manda via di casa. Così, terrorizzata, delusa e disperata, è di nuovo sul marciapiede, fino alla comparsa dei primi sintomi di una malattia terribile: l’Aids.
Ora Christine è ricoverata in ospedale, ha abbracciato la fede cristiana attraverso un gruppo di religiosi che l’ha accolta e assistita. Purtroppo il virus avanza, ma lei, forse, non ne è cosciente. Tra lacrime e guizzi di un’antica e indistruttibile allegria, ha raccontato la sua storia e così la conclude: «Ho smesso di fare quella vita squallida e le maledizioni woodoo della mia ex mamam non mi fanno più paura. Ora credo in Dio e in Gesù».
La storia di Christine è tristemente comune a molte donne africane e albanesi. Molte, malate, si rivolgono ad ospedali e A.s.l. torinesi per ricevere aiuto medico, ma anche un sostegno psicologico. Per tante altre, invece, è l’aborto il motivo di ingresso nelle strutture sanitarie.

Consultorio familiare di via Sospello n. 139, Borgo Vittoria, Torino: nella sala d’attesa siedono alcune donne immigrate. Un’anziana signora italiana le guarda con diffidenza borbottando ad alta voce.
Quando è il suo turno, senza ribattere, una di loro si alza e si dirige in uno degli ambulatori.
Sono tante le pazienti straniere anche in questa circoscrizione, la V: gli operatori parlano del 15% dell’utenza, formata, in prevalenza, da egiziane, maghrebine, ma anche da nigeriane e di altre nazionalità. Non tutte sono in regola, ma proprio per la natura stessa dei consultori, che sono facilmente raggiungibili dal pubblico, sono gratuiti e garantiscono l’anonimato (legge n. 405/75), possono accedervi senza paure o rischi.
Tuttavia, l’ambiente «multietnico» di via Sospello non costituisce un caso isolato. In molti quartieri torinesi, infatti, la presenza di cittadini extra-europei è forte e ben visibile e viene a riflettersi anche all’interno delle strutture pubbliche. Marocchini, peruviani, cinesi, rumeni, filippini, egiziani, nigeriani, somali, albanesi, ex-jugoslavi, senegalesi, tunisini… vanno a formare la numerosa popolazione (si parla di qualche decina di migliaia) di nuovi utenti, regolari e clandestini. L’azienda sanitaria torinese che ne ha registrato la maggioranza dei ricoveri in Day Hospital e in degenza ordinaria è di sicuro il Sant’Anna – Regina Margherita, dove i pazienti extra-comunitari, donne e bambini (alcuni dei quali vittime di guerra o colpiti da gravi malformazioni ad organi vitali) toccano punte del 6-7-8%. In questa prospettiva, un lavoro molto importante viene svolto dal mediatore socio-culturale, che facilita la comunicazione tra medici e pazienti stranieri.
Un altro ospedale dove la presenza annua di utenti immigrati si aggira intorno alle 400-500 unità è il Mauriziano; seguono poi il Martini Nuovo di via Tofane, le Molinette, il San Giovanni Bosco, l’Amedeo di Savoia, il San Giovanni Vecchio e il Maria Vittoria.
Gli interventi medici richiesti vanno dalle interruzioni di gravidanza (7-800 su tutte le A.s.l. torinesi); ai parti (400 relativi a donne straniere anche comunitarie, e circa 200 di sole cittadine extra-comunitarie); all’asportazione e cura di tumori; al trattamento di malattie sessualmente trasmissibili come l’Aids, di vari tipi di patologie respiratorie e polmonari, di disturbi della personalità, di psicosi, nevrosi, ansie…
Un esempio fra tutti: la A.s.l. 3 (Amedeo di Savoia, Maria Vittoria, distretti di base e consultori a loro connessi) ha accolto circa 1.500 utenti immigrati.
Particolarmente importante è il ruolo svolto dai consultori familiari: molte donne vi si rivolgono per chiedere aiuto e consiglio per le più disparate ragioni medico-sanitarie, ma anche socio-assistenziali e psicologiche. «Da noi arrivano madri all’ottavo mese di gravidanza, immigrate dall’Africa o dal mondo arabo, che non hanno mai fatto un esame di controllo» racconta Maryam, una mediatrice socioculturale egiziana. «Altre hanno problemi con il partner e denunciano gravi violenze domestiche; alcune donne arabe prenotano, tra mille remore e tormenti, interruzioni di gravidanza assolutamente vietate dalla loro cultura di appartenenza; altre ancora hanno problemi di solitudine e di depressione, o paura di malattie che non conoscono; qualcuna richiede una consulenza per convincere il marito a superare barriere culturali e tradizionali che gli impediscono di far uso di profilattici».
«Capita anche che qualche ragazza albanese o nigeriana si rechi in ospedale, perché non si sente bene e scopra da un momento all’altro di essere affetta dall’Aids». Casi umani disperati che affiorano alla superficie di un’ormai ampia fascia di popolazione immigrata, che non è solo portatrice di criminalità, ma che è spesso vittima di abusi, ingiustizie e sfruttamento.
Come Amina, la giovane donna maghrebina, incinta, che viveva in uno squallido retrobottega, tra topi e scarafaggi, senz’acqua e senza possibilità alcuna di arginare un’estesa infezione puerperale all’apparato genitale: per quel locale malsano, indegno di un essere umano, pagava 700 mila lire al mese al proprietario, un italiano.

LYDIA, SARAH E LE ALTRE

È un mercato in espansione. Negli ultimi anni il fenomeno della prostituzione
extra-comunitaria si è allargato
dalle periferie delle grandi città alle strade
dei piccoli centri di provincia.
Cronaca (non commentata) di un viaggio
in treno da Torino a Rovereto.


Ore 17.59, stazione di Torino Porta Susa. Sono tante le nigeriane in attesa del treno interregionale per Milano. Quando arriva, la maggioranza sale su uno dei vagoni di testa. Si sistemano in gruppetti di tre. Alcune, allungate le gambe, appoggiano subito la testa sulle sacche nere. Altre estraggono cibo odoroso da sacchetti di plastica. Passa il controllore che esamina con attenzione i loro biglietti. Alcune mostrano l’abbonamento. Mentre fingo di leggere i giornali, sbircio ciò che accade. Una di loro estrae dal beauty uno specchietto e inizia a spalmarsi con cura una crema bianca sul viso. La dirimpettaia, camicietta nera a lustrini fluorescenti, si passa un pennello sulle palpebre. La terza, jeans attillati e felpa, si tinge le unghie delle mani con un colore verde smeraldo. Il vagone sembra essersi trasformato in una silenziosa «sala trucco». Allungo lo sguardo verso i sedili più avanti. Un’altra nigeriana, lunghi capelli neri raccolti in treccine, specchietto in mano, si trucca con attenzione ciglia e sopracciglia. La sua vicina, scarpe con tacchi altissimi, si sta riposando con il viso nascosto sotto la tenda del finestrino, ma è svegliata dal trillo del telefonino che la compagna seduta a fianco tiene legato alla cintola dei pantaloni. Alle 19 e 45 il treno entra nella stazione centrale di Milano. Le nigeriane scendono velocemente e si disperdono. Io mi dirigo verso un altro binario.

Ore 22.30, stazione di Rovereto, provincia di Trento. La stazione si trova lungo la strada statale. La luna illumina la notte. Ci dirigiamo verso sud, in direzione dell’incrocio per il lago di Garda. Saranno meno di tre chilometri. Sulla destra c’è un distributore di benzina. Accanto, un po’ in penombra, una nigeriana è in attesa. Procediamo incrociando poche auto. A sinistra si trova un altro distributore. E un’altra donna nera. Slanciata, indossa un abito molto corto, nonostante la temperatura. Passiamo il ponte sul torrente Leno. Sulla sinistra c’è una nuova pompa di benzina. E, accanto ad un lampione, una ragazza di colore. Un semaforo e un incrocio. A destra, ancora un distributore. E ancora una nigeriana. Poco oltre, l’ennesima pompa di benzina. E l’ennesima ragazza (*). Sta confabulando al finestrino di un’auto. Tra qualche centinaio di metri, io sarò a casa. Il termometro segna 2 gradi centigradi.
Paolo Moiola

(*) Secondo recenti statistiche, in Italia lavorano circa 25.000 prostitute straniere. Di queste il 60% proviene dalla Nigeria, il 15% dall’Albania, il 10% dalla ex Jugoslavia.

LAPIDAZIONE O FUSTIGAZIONE

Il corano e la sharia sono assolutamente ferrei in materia sessuale. Sono vietati i rapporti pre ed extraconiugali (fornicazione) e la prostituzione. Se il fornicatore è già stato sposato, almeno una volta, con una donna musulmana, viene applicata la pena capitale tramite lapidazione; se è ancora celibe, verrà condannato alla fustigazione pubblica (100 frustate).
«Il rapporto sessuale illecito - zina, in lingua araba - è definito come rapporto al di fuori del milk o della shubhat milk: il milk è il diritto al rapporto sessuale che scaturisce dal matrimonio o dal possesso di una schiava» (*).
Sura XVII, v. 32: «Non ti avvicinare alla fornicazione. È davvero cosa turpe e un tristo sentiero». Sura XXIII, vv. 5-6-7 e sura LXX, v. 29-30: «(…) e che si mantengano casti, eccetto con le loro mogli e con le schiave che possiedono – e in questo non sono biasimevoli -, mentre coloro che desiderano altro sono i trasgressori». Sura XXXIII, v. 30: «O mogli del Profeta, quella tra voi che si renderà colpevole di una palese turpitudine, avrà un castigo raddoppiato due volte. Ciò è facile per Allah». Sura V, v. 5: «(Vi sono inoltre lecite) le donne credenti e caste, le donne caste di quelli cui fu data la Scrittura prima di voi, versando il dono nuziale - sposandole, non come debosciati libertini!». Sura IV, v. 15: «Se le vostre donne (nell’islam è ammessa la poligamia, ndr) avranno commesso azioni infami (adulterio), portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah non apra loro una via d’uscita»; v. 24: «(…) A parte ciò, vi è permesso cercare mogli utilizzando i vostri beni in modo onesto e senza abbandonarvi al libertinaggio (…)»; v. 25: «E chi di voi non avesse i mezzi per sposare donne credenti libere, scelga moglie tra le schiave nubili e credenti. Allah conosce meglio la vostra fede, voi provenite gli uni dagli altri. Sposatele con il consenso della loro gente, e versate la dote in modo conveniente; siano donne rispettabili e non libertine o amanti(…)». Sura II, v. 235: «Non sarete rimproverati se accennerete a una proposta di matrimonio, o se ne coltiverete segretamente l’intenzione. Allah sa che ben presto vi ricorderete di loro. Ma non proponete il libertinaggio; dite solo parole oneste».
E, per concludere, sura XXIV – La Luce, v. 2-10: «Flagellate la fornicatrice e il fornicatore, ciascuno con cento colpi di frusta e non vi impietosite nell’applicazione della Religione di Allah, se credete in Lui e nell’Ultimo Giorno, e che un gruppo di credenti sia presente alla punizione (…)».
Un breve cenno merita il cosiddetto matrimonio temporaneo - mut’a -, consentito apertamente dalla sola pratica sciita (duodecimana): esso è previsto per circostanze particolari ove non si possa o non si voglia celebrare un matrimonio a tutti gli effetti. Questa unione temporanea ha lo scopo di poter «consumare» il rapporto sessuale senza infrangere la legge islamica. Alla donna viene corrisposto un compenso.
Angela Lano

(*) Cfr. Joseph Schacht, Introduzione al diritto musulmano, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1995, pag. 186
0 - Angela Lano
Marzo - 2001

 

ALBANIA - Altan ha gli occhi di miele

Almeno un milione allo scafista albanese, altre 300 mila lire al taxista italiano e poi via verso le grandi
città della speranza. Molti sono i minori arrivati senza famiglia. I più fragili sono facile preda della criminalità, sempre alla ricerca di nuova «manodopera».
I più fortunati trovano una comunità di accoglienza, dove il volontariato (cattolico o laico) svolge un lavoro
mai abbastanza valorizzato.


Altan ha 15 anni, è biondo e ha gli occhi color del miele. Il suo viso di bambino sfugge allo sguardo dei «grandi». È arrivato un paio d’anni fa dal nord dell’Albania. A bordo di un gommone, insieme a tanti suoi connazionali, ha attraversato l’Adriatico ed è sbarcato sulle coste pugliesi.
I suoi occhi esprimono ancora paura mentre descrive il viaggio: un vero inferno, tra decine e decine di corpi che si aggrappano ai bordi dello scafo, si legano, si stringono l’uno all’altro, per non cadere tra i flutti. Donne, bimbi, neonati, vecchi e giovani, terrorizzati dalla folle velocità con cui lo scafista conduce il veicolo tra le onde gelide del mare. Spaventati da ciò che li aspetta: attraversare a nuoto un lungo tratto d’acqua profonda e fredda, qualcuno da solo, altri con figli piccoli tra le braccia; alcune donne agli ultimi mesi di gravidanza, altre vecchie e senza forza. Gruppi umani accatastati come bestie e come bestie gettati nell’acqua aperta non appena la guardia costiera o i carabinieri appaiono all’orizzonte. Bimbi usati come scudi o come ostaggi da uomini senza più emozioni.
Per questo viaggio allucinante, ogni persona ha pagato almeno un milione di lire allo scafista.
Nel suo italiano appreso nei centri di formazione per stranieri, Altan continua: «Raggiunta la costa a nuoto, si cammina per due o tre ore, a piedi, per arrivare al punto stabilito per l’incontro con i tassisti (generalmente italiani), che ci condurranno nelle varie città pugliesi».
A questi tassisti nostrani pagano circa 300 mila lire a testa. Una volta giunti in prossimità di una stazione ferroviaria, salgono su treni diretti verso le maggiori città italiane. Milano e Torino sono tra le mete preferite.
D’estate invece si fermano nella provincia di Foggia, dove vengono impiegati nei lavori agricoli. Con la somma guadagnata possono presto saldare i debiti contratti con familiari e amici, che sono serviti loro a pagare il viaggio.

Perché scelgono l’Italia? «Molti di noi, nel passato, si sono diretti in Grecia. Adesso, però, non è più possibile entrarvi e quindi non rimane che l’Italia, le cui frontiere costiere sono molto più aperte e accessibili. La destinazione desiderata, comunque, rimane la Gran Bretagna o il nord Europa».
Molti degli albanesi approdati nel nostro paese provengono da zone rurali o montane dell’Albania. Aree molto depresse, dove il livello di vita è bassissimo, la povertà economica e sociale molto forte.
La prima tappa della loro emigrazione (o emigrazione interna) consiste, in genere, nel discendere dai villaggi di montagna verso le periferie delle città più importanti - Tirana, Durazzo, Valona - e nel trovare una misera collocazione in baracche senz’acqua, senza luce e senza impianto fognario. Vivono per qualche tempo in tanti, membri di una stessa famiglia allargata con numerosa prole. Vendono le poche bestie in loro possesso e cercano di emigrare all’estero.
A questo punto inizia la seconda fase del percorso migratorio. Forse il più doloroso e il più rischioso. Certamente quello su cui sono investite enormi speranze.
Ma cosa succede ad uno dei tanti ragazzini albanesi emigrati, una volta arrivato nelle grandi metropoli italiane? Ad esempio, a Torino?
«In genere, appena scesi dal treno, c’è qualche amico o parente che ci aspetta e ci porta a casa sua. Chi però non conosce nessuno, se ne sta in mezzo alla strada, al freddo, senza cibo, facile preda di bande criminali».
Grazie ad un vero e proprio «passa-parola», molti minori arrivano all’Ufficio stranieri, dove ricevono buoni mensa, buoni doccia, e in certi casi una sistemazione in qualche comunità d’accoglienza.
Nel 2000 a Torino sono arrivati più di un centinaio di ragazzini albanesi e, di questi, circa 40 dormono ancora all’aperto, in vagoni ferroviari vuoti, nelle fabbriche, nei magazzini abbandonati, ecc.
Al mattino si alzano e vanno a fare colazione in via Nizza, dalle suore della San Vincenzo; a pranzo sono invece al Cottolengo, dove li attende la lunga fila per il pasto; per la cena si recheranno in via Le Chiuse. Alcuni tra i più fortunati trovano ospitalità presso comunità, parrocchie o associazioni: al Sermig; da don Matteo, nella parrocchia di San Luca; all’Asai; dai camilliani; alla Caritas; alla Nuova Aurora.
Il freddo dell’inverno avrebbe probabilmente ucciso i 15 ragazzini albanesi che avevano trovato un precario riparo alle fermate degli autobus e negli ex ospedali psichiatrici, se qualcuno non li avesse soccorsi. Il gelo li aveva sorpresi a Torino, città che, per loro, significava lavoro e benessere.

Comunità «Nuova Aurora», via Vigone. La struttura, una vecchia casa completamente restaurata, è accogliente e spaziosa, e i volontari del gruppo vincenziano, ben organizzati e molto motivati.
Tra loro, Edison Doci, educatore e interprete albanese, in Italia da un decennio, vive in un appartamento all’interno della struttura e si occupa dei ragazzi a tempo pieno.
Dal ’98 i responsabili della comunità non solo ospitano minori albanesi (che attualmente arrivano a 25), ma si spingono ben oltre l’accoglienza: ne sono i tutori a tutti gli effetti, sia dal punto di vista legale e sociale, che da quello affettivo e psicologico. Sono una ventina di adulti, spesso padri e madri di famiglia, che hanno deciso di prendersi carico di uno o più ragazzini e di seguirli, come si fa con i propri figli, in tutti gli ambiti della vita, dallo studio, al lavoro, al tempo libero, ai legami con la famiglia d’origine. Se ne curano sino e oltre la maggiore età, finché questi trovano un lavoro stabile e un’abitazione fuori della comunità dove vivono, e possono così ricevere un permesso di soggiorno permanente.
Una strada diversa, innovativa, rispetto alle tradizionali comunità per minori gestite da cooperative e seguite da personale educatore. Si tratta di rivestire più che altro il ruolo del tutore-genitore, una figura di cui i ragazzi immigrati senza famiglia hanno molto bisogno. E che, a quanto pare, funziona sia per loro, sia per le istituzioni e le forze dell’ordine: la tutela è infatti concessa in base alle credenziali presentate da ogni volontario e alle garanzie educative e di continuità - e di controllo - da loro fornite.
La vita di comunità, per questi adolescenti, è ritmata dalle ore di lavoro presso fabbriche, cooperative, magazzini, dai corsi di alfabetizzazione e di formazione professionale in idraulica, edilizia, falegnameria, industria, ecc., dai tornei di calcetto e di calcio, dalle discussioni di gruppo, dalla musica. Una quotidianità austera, se confrontata con quella di migliaia di giovani torinesi loro coetanei, ma certamente più dignitosa e serena di quella che si sono lasciati alle spalle nei villaggi montani o nelle baraccopoli di Durazzo o Tirana.

Molti nostri nonni, ancora ragazzini, emigrarono in massa verso le Americhe, con pochi stracci e una grande speranza nelle valige di cartone.
Come quegli emigrati italiani rincorrevano il sogno di un lavoro decoroso con cui mantenere se stessi e le famiglie lasciate in patria, così oggi questi giovanetti in cerca di lavoro si dirigono su gommoni infernali verso le terre della nuova America: un’Europa ricca, conservatrice, smemorata e un po’ razzista.

OLTRE IL PASSATO

Nel grande magazzino della cooperativa torinese «Tenda Servizi», che ha sede in via Pinerolo 50/B, ferve il lavoro: scatoloni, carrelli e tavoli traboccano di giocattoli che vengono assemblati e confezionati da giovani provenienti da tutto il mondo. Italiani, marocchini, albanesi, cinesi, aivoriani, rumeni, ecc. lavorano, fianco a fianco, in quello che pare un interessante progetto di recupero del disagio e di educazione alla convivenza e alla solidarietà.
«Tenda Servizi», fondata nel ’94 da un gruppo di volontari, è una cooperativa sociale che dà lavoro a una cinquantina di persone - di cui 12 extracomunitari -, e che ha saputo fondere qualità e competitività dei servizi, imprenditorialità e dignità umana. «La centralità della persona è per noi un’esigenza morale prima ancora di una strategia aziendale. Infatti, non abbiamo cercato di creare semplicemente una struttura che offrisse lavoro e che fosse concorrenziale sul mercato – racconta il presidente, Bruno Ferragatta -. Abbiamo voluto soprattutto stimolare le capacità professionali di ciascun dipendente, aiutandolo a far emergere le proprie potenzialità. Ognuno di loro proviene da situazioni o esperienze problematiche; si tratta, cioè, di persone uscite dal mondo della droga, e spesso del carcere, della prostituzione, dell’alcolismo, della violenza, del disagio psichico. Proprio per questo, il nostro obiettivo è aiutarli a valorizzare la vita personale e lavorativa, incoraggiandoli ad andare oltre il proprio passato e a ritrovare fiducia in se stessi».
Reintegrazione sociale e psicologica, dunque, attraverso il lavoro, le relazioni sociali, e la solidarietà: ogni dipendente partecipa, mensilmente, attraverso una minima parte dello stipendio, alla costituzione di un fondo di assistenza per i membri della cooperativa che sono in difficoltà.

Un’altra attività della cooperativa, che impegna 12 ragazzi, è quella della raccolta differenziata di indumenti usati, attraverso i 750 contenitori distribuiti su tutto il Piemonte. «Il potenziale di raccolta su cui si basano le nostre stime – continua Bruno Ferragatta – è di 7 chilogrammi di abiti all’anno, per ogni abitante, buttati nei cassonetti. Il nostro obiettivo è di raccoglierne il 40 per cento circa. In questo modo, preserviamo l’ambiente evitando che ingenti quantità di materiali di rifiuto confluiscano nelle discariche; offriamo un servizio ai cittadini, che possono così depositare i vecchi indumenti in prossimità delle abitazioni; contribuiamo alla realizzazione di progetti Unicef; creiamo nuovi posti di lavoro e diamo la possibilità ad aziende specializzate di recuperare gli abiti usati rigenerandone il materiale». Dopo lo smistamento nei centri di raccolta, i vestiti ancora in buono stato sono destinati all’esportazione, gli altri vengono trasformati in stracci, in matasse di filo e in materie isolanti destinate alle automobili e alle costruzioni.
Angela Lano

OSPITI DI SUOR PALMINA

Suor Palmina ci accoglie con un simpatico sorriso di benvenuto, lo stesso, forse, con cui giornalmente apre le porte dei 13 alloggi (tutti nello stesso condominio) che compongono la comunità e in cui vengono ospitate famiglie con bambini gravemente malati.
Ha una grande forza interiore, questa piccola donna che ha dedicato la vita ad alleviare angoscianti tragedie familiari offrendo il tepore d’un focolare casalingo. Sulle pareti di una delle allegre camerette, un’ampia cornice raccoglie foto di bimbi e adolescenti malati di cancro, passati di lì. L’anno scorso ne sono arrivati, uno dopo l’altro, oltre un centinaio, e più di 600 in 11 anni di attività.
Fondata nel 1989, l’associazione «Casa Amica» è nata da una filiazione dell’«Associazione zonale accoglienza stranieri», creata, nel 1985, da don Beppe Cerino e da altri sacerdoti e laici. Ora conta più di cento soci e molti sostenitori. Sono la «mano» della Provvidenza, quella su cui suor Palmina, suor Francesca e don Beppe fanno grande affidamento per la loro missione di accoglienza e solidarietà.
Inizialmente, l’Associazione zonale si occupava di giovani studenti stranieri: «L’immigrazione è molto cambiata negli ultimi 10 anni - racconta suor Palmina -. A Torino arrivavano ragazzi soli, per studiare, e, nel giro di qualche anno, ritornavano in patria. Ora chi emigra è per cercare un lavoro e per fermarsi. Siamo passati, infatti, all’ospitalità di intere famiglie, che vanno aiutate nella ricerca di un’occupazione, di una casa. Attualmente, abbiamo sistemato una quindicina di immigrati in case trovate dagli amici che gravitano intorno all’associazione. Forniamo loro anche una borsa con alimenti».

«Casa Amica» accoglie, invece, nuclei familiari i cui figli sono ricoverati nei vicini ospedali, soprattutto il «Regina Margherita». «Dieci anni fa venimmo a sapere che proprio all’ospedale infantile - continua la suora - una mamma, da tempo vicina al suo bimbo gravemente ammalato, aveva dovuto passare ben 12 notti su una sedia a sdraio, perché mancavano le strutture di accoglienza per i parenti dei malati. Riflettemmo su ciò: come potevamo dirci fratelli se non avessimo fatto qualcosa per quelle situazioni che ci toccavano da vicino? Così iniziammo a darci da fare».
Ecco allora che negli alloggi, acquistati nel corso degli anni grazie alla solidarietà di sostenitori e amici, trovano ospitalità persone provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, costrette a fermarsi a Torino anche per molto tempo, e per le quali i costi e la permanenza in un albergo sarebbero improponibili, oltreché un’ulteriore fonte di desolazione e di solitudine.
Ed è proprio per alleviare quel senso di impotenza, di lontananza dai propri parenti e amici, che «Casa Amica» è nata e continua la sua battaglia giornaliera contro gli ostacoli – primo fra tutti la mancanza di soldi –, trovando la forza nella genuina fede in una Provvidenza che giunge sempre, anche quando nessuno ci spera più.
«In questi anni di attività, abbiamo visto tante volte la disperazione dipinta sui volti di padri e madri. Ma questo smarrimento spesso si trasforma in fiducia e speranza, e in gratitudine, per aver trovato un porto ospitale. Tuttavia, il lavoro è tanto e noi iniziamo ad invecchiare: abbiamo bisogno di forze nuove. Speriamo che qualcuno accolga il nostro appello».
Angela Lano

Furio Combo e la scuola materna

Scrive su «la Repubblica» del 13 aprile scorso l’on. Furio Colombo, deputato al parlamento, giornalista e scrittore di successo: «Di là dalla chiesa e dal fiume Dora c’è la scuola materna. Un avviso comunica che cominceranno le lezioni di arabo. Pensi che la civiltà cammina in fretta, e che i bambini faranno da tramite fra comunità che non si conoscono. Ma c’è una seconda parte dell’annuncio. Dice: “Solo per bambini arabi”. In due righe, la costituzione italiana viene prima affermata (il diritto all’educazione anche per i nuovi venuti) e poi negata (quel diritto non è per tutti)».
La scuola materna torinese di cui parla Furio Colombo è quella di via Cecchi, in un quartiere a ridosso di Porta Palazzo, popolato da immigrati (in modo particolare, d’origine africana e araba). Conoscendo personalmente il circolo didattico, di cui la struttura per l’infanzia in questione fa parte, come altamente motivato e coinvolto a livello professionale nei confronti delle famiglie immigrate, ritengo azzardata e ingiustificata l’accusa di «anticostituzionalità» mossa dal noto giornalista e politico. Il corso di arabo era sì offerto a un’utenza proveniente da paesi islamici, ma come semplice alternativa all’ora di religione cattolica (proposta ai bambini italiani) e come risposta ad una precisa richiesta di alcuni genitori musulmani, che volevano dare ai propri figli la possibilità di recuperare la lingua araba senza dover ricorrere alle scuole coraniche, di cui non condividono strategie e finalità educative.
La scuola aveva dunque accettato di intraprendere questo esperimento coraggioso e pionieristico, magari con un tocco di superficialità – garantire l’accesso alle lezioni ai soli bambini arabi e non a tutti -, dettata più dall’inesperienza e dalla scarsezza dei mezzi a disposizione (una sola insegnante per tanti bimbi), che dalla volontà di trasgredire alle norme costituzionali.
Ecco, dunque, che diviene necessario aprire due parentesi: da una parte siamo di fronte alla buona volontà e all’entusiasmo di insegnanti ed operatori del settore scolastico, che, pur desiderando accogliere al meglio i nuovi scolari (in numero sempre più crescente), spesso non hanno la formazione necessaria a raggiungere senza incidenti di percorso tale obiettivo; dall’altra, ci troviamo davanti a giornalisti e mezzi d’informazione che, in materia di immigrazione, agiscono sull’onda delle emozioni, della disinformazione, dell’ignoranza e della superficialità. E tutto l’articolo dell’on. Colombo, apparso in prima e quattordicesima pagina dell’importante quotidiano nazionale, ne è una dimostrazione lampante.
Angela Lano

Musulmani in Italia

Questo è il titolo dell’interessante video curato e prodotto dal Centro diocesano torinese di studi arabi e dalla Nova-T. Il lavoro è stato presentato l’8 aprile scorso dallo scrittore e giornalista Furio Colombo.
La presenza di cittadini provenienti da paesi musulmani è sempre più visibile, in tutta la penisola italiana, sia attraverso moschee, negozi e ristoranti etnici, centri culturali, ecc., sia negli ospedali, scuole, mense pubbliche, fabbriche, mezzi di informazione, che devono ormai fare i conti con festività religiose e altri aspetti della cultura islamica.
In che misura è dunque possibile convivere – si chiedono gli autori del video - con l’islam e con i valori di cui è portatore? E ancora: islam e Occidente potranno mai trovare una via di comunicazione non conflittuale?
«L’Italia, a differenza degli Stati Uniti, è poco preparata ad accogliere cittadini di altre culture – ha affermato Furio Colombo –. Noi non possediamo la coscienza dell’appartenenza politica e culturale alla nazione di cui siamo cittadini. Il rispetto dei principi costituzionali non è così sentito come negli Usa, dove, proprio a causa di questa forte identità nazionale, è stato possibile formare, con tutti i pregi e i difetti, una società veramente multietnica. In Italia si fa fatica ad accettare la diversità, proprio perché manca questo senso di identità. D’altronde, negli Stati Uniti, nessun Bouriqui Bouchta (il responsabile della Moschea di Porta Palazzo, ndr) potrebbe azzardarsi ad affermare, come ha invece fatto durante l’intervista registrata nel video, che la scuola italiana, laica, dovrebbe insegnare ai suoi figli il corano e che il musulmano, che vive in Italia, non possa accettare un ambiente anti-islamico».
Il video, curato da Tino Negri (del Centro Peirone) e da Sante Altizio (della Nova-T), si compone di due parti: la prima, di contenuto generale, introduce alla religione e alla cultura islamica; la seconda, attraversa alcune città italiane alla scoperta delle numerose comunità islamiche presenti.
Nel corso dell’opera, gli autori si interrogano su questioni di estrema importanza per gli attuali rapporti tra le varie comunità islamiche e lo Stato: «Perché molti cittadini di fede islamica residenti in occidente, rifiutano l’integrazione? Perché in alcuni paesi islamici sono vietati i culti di altre religioni? Perché non è possibile trovare un interlocutore riconosciuto da tutte le comunità musulmane italiane?».
Angela Lano

Per ulteriori informazioni:
«Nova-T»
Produzioni televisive dei Frati Cappuccini
via F. Bocca, 15 - Torino
tel. 011-8987098;
«Centro di studi arabi “Federico Peirone”»
via Barbaroux, 30 - Torino
tel. 011-5612261

- Angela Lano
Giugno - 2000

 

"Voglia di sicurezza"

Malika è sola e disperata. Risiede in Italia da 10 anni, con regolare permesso di soggiorno, assunta con i libretti di lavoro presso una cooperativa che si occupa di assistenza agli handicappati. Sposata con un giovane tunisino, Malika ha una figlia di due anni e un altro appena nato, è sola e disperata. Questa donna, energica, con un fluente italiano, con nessuna voglia di tornare in Marocco, da alcuni mesi si era ritrovata a far i conti con il parto che incombeva, con la figlia piccola e con nessuno a cui lasciarla. Suo marito, che aveva richiesto la regolarizzazione, è stato rispedito per direttissima in Tunisia, perché nel ’92 aveva commesso un reato minore e risultava, agli atti, «persona pericolosa» e non gradita. Tuttavia, al di là delle motivazioni legali all’origine di tale espulsione, resta valido il fatto che una famiglia di immigrati, con figli piccoli, sia stata divisa. L’ultima legge sull’immigrazione, la Turco-Napolitano, voluta dalle sinistre, per accontentare le destre e la «voglia di sicurezza» degli italiani, non prevede concessioni, o attenuanti, nel caso di nuclei familiari composti da soli stranieri.
Nella categoria degli «inespellibili» risultano infatti solo le donne incinte, con figli fino al sesto mese di età, le persone coniugate e conviventi con cittadini italiani; per gli altri non sono previste agevolazioni, e il decreto di espulsione può essere comminato non solo in caso di reato, ma anche in numerose altre situazioni di irregolarità ‘amministrativa’ e non penale, mancanza temporanea di lavoro, mancata presentazione entro gli otto giorni lavorativi della domanda di soggiorno, ecc.

Trasformarsi in clandestini, irregolari, è dunque molto facile, più di quanto si pensi. E il dramma è che lo possono diventare padri di famiglia che, al momento del rinnovo del permesso di soggiorno, risultino senza lavoro (perché, magari, lo hanno appena perso).
Si tratta dei nuovi disperati – persone che hanno situazioni di miseria o di guerra alle spalle – e qui finiscono con divenire vittime di una legge che, seppur vuole essere strumento di «ordine» verso i criminali, riesce spesso a colpire i più deboli. A ciò si aggiunge che, da qualche anno, alcuni avvocati italiani (con pochi scrupoli) hanno scoperto in tanti immigrati sprovveduti, confusi o semplicemente «persi» tra le pastoie burocratiche italiane, l’Eldorado dei soldi facili. Molti fra gli stranieri ancora irregolari che l’anno scorso hanno presentato domanda di regolarizzazione, si sono appoggiati ad avvocati per presentare le pratiche di soggiorno, di ricorso in caso di rigetto, di ricongiungimento, o per eventuali carichi penali passati. Taluni di questi legali chiedono fior di milioni promettendo loro tutele che poi non arrivano.
Ancora una volta, dunque, capita che, in un’Italia che ha quasi paura degli immigrati, o che li usa come capri espiatori per rimuovere altri problemi, ad essere vittima dei raggiri siano spesso proprio loro, gli extracomunitari che vogliono diventare cittadini regolari.
A.L.


Angela Lano
Giugno - 2000

 

La memoria corta degli italiani

«Balie italiane, colf immigrate»: questo è il titolo di un’interessante mostra fotografica itinerante allestita dal Centro interculturale del comune di Torino. Da alcuni anni esso ha avviato, attraverso il Centro di documentazione permanente sull’emigrazione «Emigrare e immigrare», una meritoria riflessione su tutte le tematiche legate ai fenomeni emigratori e immigratori.
La mostra rappresenta una sorta di «finestra» sui recenti flussi migratori verso l’Europa, ma anche sull’emigrazione italiana all’estero (Stati Uniti, Belgio e Uruguay), realizzata attraverso l’esposizione di pannelli con foto e didascalie che, a specchio, ritraggono immagini di nostri connazionali ai primi decenni del Novecento e degli attuali immigrati provenienti da ogni parte del mondo. Volti che portano dipinta la stessa fatica, la stessa speranza e voglia di costruire, ma che rappresentano momenti tra loro lontani decine e decine d’anni. Colf immigrate, quelle che entrano nelle nostre case benestanti, e balie italiane, quelle che, ancora bambine, lasciavano i nostri villaggi di campagna, al nord come al sud, per recarsi all’estero a guadagnare quei pochi soldi con cui mantenere se stesse e la famiglia. E ancora, navi affollate di nostri bisnonni che, malnutriti e malvestiti, lasciavano l’Italia nella speranza d’un avvenire migliore; migranti nostrani che popolavano fatiscenti abitazioni negli Stati Uniti; oppure bambini dai volti sporchi e tristi; lavoratori in biote malsane.
Immagini dimenticate, memoria di un passato di duro lavoro, nonché di sofferenze e umiliazioni, che ognuno di noi dovrebbe rispolverare quando, tentato dall’intolleranza e dal pregiudizio, s’appresta a inveire contro l’immigrato della porta accanto.

Tra gli altri laboratori, allestiti in alcune sale del Centro, ricordiamo: «Porta aperta sul Maghreb», un’ambientazione araba-beduina accoglie percorsi di conoscenza sul Maghreb nei suoi aspetti geopolitici, culturali, religiosi e antropologici, utili anche a fornire chiavi di lettura delle comunità islamiche immigrate; «I diritti umani», un percorso di educazione alla legalità, alla cittadinanza, alla lotta contro le discriminazioni; «Economia e globalizzazione», gli squilibri nord-sud del mondo, la globalizzazione e la possibilità di sviluppo sostenibile; «Le minoranze storiche a Torino», la storia, le tradizioni e la cultura di comunità vicine, ma spesso sconosciute: ebrei, rom e valdesi; «Viaggio nelle letterature del mondo», un percorso tra le parole degli scrittori per scoprire paesi e culture.
Attivo dal 1996 quale luogo di confronto e scambio culturale, il Centro si pone l’obiettivo di valorizzare le realtà di gruppi e associazioni presenti a Torino, attraverso la disponibilità di spazi per incontri, l’accesso gratuito ai corsi di formazione, l’informazione sulle iniziative, la rivista trimestrale «Identità/Differenza», e mediante progetti tra vari soggetti istituzionali e non.
Inoltre, in collaborazione con altre realtà locali, organizza, ogni anno, in autunno, la manifestazione «Identità e differenza» che, per una quindicina di giorni, offre alla città la possibilità di confrontarsi su tematiche interculturali.

Dal sito web del Comune di Torino si può accedere a uno spazio dedicato all’intercultura, dove, oltre a una bibliografia e a un glossario appositamente redatti, saranno disponibili approfondimenti su temi legati alle problematiche sociali, al mondo della scuola, ai diritti umani, all’economia, alle religioni, all’immigrazione, alla storia delle minoranze, links con siti internazionali e un forum interattivo per condividere osservazioni e domande.

A.L.

Per ulteriori informazioni:
Centro Interculturale del Comune di Torino
via Frattini, 11
Torino
Coordinatrice: dott.ssa Paola Giani
tel. 011.4429700
www.comune.torino.it/infocultura/intercultura
E-mail: centroic@comune.torino.it

- Angela Lano
Giugno - 2000

"Uno straniero non è mai felice"

Un architetto e una prostituta, entrambi «stranieri», ma con risultati apparentemente opposti: il primo inserito nella società, la seconda ai margini. Sono i protagonisti del romanzo di Younis Tawfik, uno scrittore iracheno che da anni vive a Torino, città multietnica con molti problemi.

Straniero come estraneo, diverso, sradicato: come immigrato. Una persona dotata di un corpo dai tratti che talvolta differiscono da quelli a cui siamo abituati, ma anche di un’anima, a volte piena di rabbia o di malinconia. Straniero come portatore di una cultura «altra», non sempre e necessariamente stridente con la nostra. Immigrato, ma non sempre criminale, indesiderato occupante del territorio italiano, bensì lavoratore disposto a svolgere quelle mansioni pesanti, pericolose e spesso malpagate, che noi scartiamo ormai da qualche decennio.
Straniero, come il titolo del bellissimo libro dello scrittore iracheno, ma naturalizzato torinese, Younis Tawfik (La straniera, Bompiani Editore, lire 20.000), che in circa 200 pagine racconta, con disarmante drammaticità, due spaccati di vita: quella del protagonista, un architetto mediorientale, dalla carriera ben riuscita e inserito nella società torinese, e quella di Amina, una sfortunata ragazza marocchina piena di sogni e speranze, finita sul marciapiede. I due personaggi si incontrano una notte, ed iniziano a narrare, in prima persona e in alternanza, la propria storia, soffermandosi sui ricordi dell’infanzia, della famiglia e della patria lontana.
L’amore presto s’insinua tra i due, tormentato e conflittuale come le loro stesse esistenze, e li porta verso un tragico destino.

Younis Tawfik, come è nata in te l’idea di questo romanzo?
«Dal mio incontro casuale, in una birreria di Torino, con una prostituta marocchina. Mi trovavo in compagnia di amici, così l’ho invitata al nostro tavolo e lei, spontaneamente, mi ha raccontato la sua storia, che è in parte simile a quella da me narrata nel libro. Sentendola parlare, infatti, decisi di mettermi a scrivere. Passarono tre anni, e un amico mi parlò di una ragazza marocchina che lavorava in una macelleria, morta di tumore al cervello. Volevano raccogliere dei soldi per mandare il corpo in patria. Ecco, allora, che decisi di inserire e fondere con la storia di Amina, la prostituta, quella di Mina, la macellaia, che, con la sua tragica fine, sarebbe divenuta strumento di riscatto e redenzione per l’altra».
Il protagonista, l’architetto, rispecchia il prototipo dell’immigrato colto, di successo, che ad un certo punto entra in crisi. Ce ne puoi parlare?
«Lui rappresenta l’immigrato che vive in Italia da tanti anni e che si sente completamente inserito nella società, o almeno così crede: è colto, educato, sposato e separato, con un buon lavoro. Ha fatto di tutto per farsi accettare da una società benestante e borghese come quella torinese. Ad un certo punto, però, incontra Amina, la prostituta, una ragazza ai margini: improvvisamente, la sua memoria sopita, il suo senso d’identità perduto si risvegliano.
Ora riesce a provare nuovamente sensazioni, emozioni, che aveva rimosso. Capisce che non era poi così “integrato”, e che l’integrazione stessa non significa annullare, dimenticare le proprie radici. Con e grazie ad Amina inizia il percorso a ritroso del recupero della memoria: lei rappresenta la Shahrazade delle Mille e una notte, quel raccontare storie l’una nell’altra, che l’aiutano a mantenersi in vita e a far vivere. Attraverso di lei il protagonista riscopre colori, profumi, desideri, ambienti che gli appartenevano, ma che aveva dimenticato. Questa donna, tuttavia, diviene anche la terra traditrice, la prostituta (la madre terra che lo ha costretto ad andarsene via). Quando la perde, scopre il vuoto, capisce di essere un immigrato, quello straniero che aveva dimenticato di essere».
Il romanzo si inserisce bene all’interno dello stile narrativo arabo: prosa e poesia mescolate insieme, trama ad incastro (per intenderci, il racconto nel racconto), uso abbondante della memoria. Tuttavia, è un’opera italiana, scritta nella nostra lingua, che contiene descrizioni e situazioni a noi familiari. Insomma, gli stranieri che tu descrivi li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
Possiamo dunque parlare già di letteratura araba in lingua italiana, come avviene, ad esempio, per quella araba in lingua francese o inglese?
«Direi di sì. Ho usato la lingua italiana come strumento di espressione: strumento che, più volte, mi è stato stretto, e che mi rendeva prigioniero di un vocabolo in cui non riuscivo pienamente a comunicare ciò che desideravo. Tuttavia volevo dimostrare che, in Italia, gli intellettuali arabi possono considerarsi allo stesso livello di quelli anglofoni o francofoni, anche perché ritengo che, quella italiana, sia una bellissima lingua, che ben s’adatta a raccontare storie nello stile narrativo arabo».
Perché hai deciso di raccontare agli italiani una storia di immigrazione?
«Il mio obiettivo era quello di fornire uno strumento per capire la psicologia degli immigrati, gente dotata di un corpo, una mente e un cuore, che ride, soffre, piange o si dispera. Per me è una grande soddisfazione sentir dire da un italiano: “Finalmente sono riuscito a guardare uno straniero per quello che è: una persona come tutte le altre, con il proprio bagaglio di sogni e speranze, di tragedie quotidiane, ecc. Prima li consideravo poco più di ombre, senza identità, senza peso, senza emozioni”. Già, essi sono anime in “trasferta”, spesso loro malgrado, costrette dalla miseria, dalle guerre, dalle persecuzioni a lasciare la propria famiglia, la propria terra, e a vivere all’estero una vita difficile, a volte drammatica e densa di solitudine e malinconia».
Quale messaggio vorresti comunicare agli italiani?
«Vorrei poter dire loro che non tutti gli immigrati sono criminali o gente che ruba il lavoro, perché, nella maggior parte dei casi, svolgono quelle mansioni che nessuno vuole più fare. Gli immigrati costituiscono una ricchezza per l’Italia. Se viene data loro la possibilità, sono in grado di contribuire alla nascita di una società multietnica: si tratta di un processo mondiale che, in era di globalizzazione, è divenuto ormai irreversibile.
Fino alla fine degli anni ’60 erano gli italiani ad emigrare nel nord Europa o in America, ora sono loro ad accogliere gli stranieri. Tuttavia, le leggi sull’immigrazione non giocano a favore degli immigrati, e, nello stesso tempo, non aiutano lo stato a combattere la criminalità. Quest’ultima sanatoria è servita solo per schedarli, e i permessi di soggiorno tardano ad arrivare, creando grossi problemi a chi un lavoro l’aveva trovato o potrebbe trovarlo.
Hanno espulso ingiustamente onesti padri di famiglia, che mantenevano figli e genitori al loro paese, oppure hanno diviso famiglie rimpatriando i genitori e mandando in affidamento i figli presso famiglie italiane; da un altro canto, però, non riescono a liberarsi dei grandi spacciatori, dei delinquenti o di chi si arricchisce con il racket della prostituzione.
Paradossalmente, spacciatori, ladri e prostitute hanno i soldi necessari per ottenere il permesso di soggiorno, altri onesti lavoratori no. Quante prostitute sono state regolarizzate perché hanno pagato ditte italiane o famiglie che hanno dichiarato fittiziamente di averle assunte come operaie o come colf?».
Perché hai scelto la parola «straniera» come titolo del tuo romanzo?
«Perché l’altra, “extracomunitaria”, comunemente usata, è spregiativa e discriminatoria. “Straniero” indica l’estraneità, il disagio provocato dal vivere in un certo ambiente. Ed è quello che io ho descritto: il disagio di esistere, l’essere un po’ estranei in patria e stranieri in Italia».

0 - Angela Lano
Aprile - 2004

 

Il buddhismo impegnato

Continua il viaggio nel buddismo (Cfr M.C. dicembre
2003), attraverso l’incontro con due grandi«movimenti» impegnati
nella pace,nella nonviolenza
e nel sociale.
Seguirà nei prossimi mesi l’inchiesta su islam, cristianesimo, ebraismo.


SOKA GAKKAI
SCUOLA DI PACE

«Q uando gli esseri viventi assistono alla fine di un kalpa1 e tutto arde in un grande fuoco, questa, la mia terra, rimane salva e illesa, costantemente popolata di dèi e di uomini.
Le sale e i palazzi nei suoi giardini e nei suoi boschi sono adornati di gemme di varia natura.
Alberi preziosi sono carichi di fiori e di frutti e là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio.
Gli dèi suonano tamburi celesti creando un’incessante sinfonia di suoni.
Boccioli di mandarava piovono dal cielo posandosi sul Budda e sulla moltitudine.
La mia pura terra non viene distrutta, eppure gli uomini la vedono consumarsi nel fuoco: ansia, paura e altre sofferenze predominano ovunque» 2.


I l mondo sofferente è la «pura terra» del buddismo mahayana: la felicità non è in un luogo lontano e futuro, ma qui e ora, mentre si soffre, si lotta e si gioisce. Cioè, semplicemente, si vive. E tutti ne sono degni: uomini e donne, grandi e piccini, deboli e potenti, e di tutte le nazionalità. Il mondo intero, dunque. Tutti hanno la «buddità» e possono farla emergere dal profondo della propria esistenza, dovunque si trovino e in qualunque momento lo decidano, senza attendere momenti migliori, altre vite o altri mondi. È una condizione innata, permanente, ma… nascosta nelle profondità dell’essere. E va tirata fuori.
Questo è il messaggio «rivoluzionario» del monaco giapponese vissuto nel 1200: Nichiren Daishonin, un importante riformatore della corrente buddista mahayana.
Sul Sutra del Loto, uno dei testi sacri tramandati dal Buddha Shakyamuni (vedi M.C. dicembre 2003), il Daishonin incentrò la propria dottrina e insegnamento, sia a livello pratico sia teorico, basato sull’incoraggiamento, diretto a uomini e donne di ogni ceto sociale, a far riemergere la «buddità», l’illuminazione, dalla propria vita e a intraprendere così una rivoluzione umana, che porta anche a un profondo cambiamento nella società.
«Nel secolo xi il Giappone fu percorso da una serie di guerre tra monasteri che, diventati centri di potere economico, erano protetti da monaci guerrieri (sohei).
Dall’anno Mille il buddismo cominciò a conoscere un periodo di decadenza, mentre il paese era scosso da disastri di vario tipo; per questo motivo si svilupparono correnti di riformatori: lo Zen (con le due scuole di Soto e Rinzai), l’Amidismo e la scuola del monaco Nichiren Daishonin.
Quest’ultimo merita una speciale rivalutazione, perché la sua opera di riformatore (basata sul Sutra del Loto), molto decisa nelle confutazioni dottrinali e assolutamente nonviolenta nella pratica, per lungo tempo è stata giudicata, anche su importanti testi di storia del buddismo, intollerante e violenta. Lo spirito che animava il Daishonin era quello di restaurare il corretto insegnamento buddista, che si era perso anche per il connubio dei monasteri con il potere economico-politico»3.
A causa delle proprie idee, subì persecuzioni, esili, condanne. Ciononostante continuò la predicazione insegnando la strada verso l’illuminazione.
Nato in Giappone nel 1222, Nichiren aveva iniziato a studiare giovanissimo, com’era tradizione, in un tempio, divenendo monaco. Nel 1253 aveva proclamato che l’unico modo per raggiungere l’illuminazione e portare la pace nel paese era recitare il titolo del Sutra del Loto (in sanscrito, Saddharma-pundarica sutra, in giapponese Myo ho renge kyo) facendolo precedere dal titolo devozionale di Nam. Questo mantra si può tradurre con «Mi dedico alla mistica legge del Loto» (dove il Loto simboleggia la legge di «causa-effetto» presente nell’universo).
Come pratica, era ed è prevista la recitazione di questo mantra, e di due capitoli del Sutra: Hoben e Juryo. In Hoben «Shakyamuni afferma che la buddità è accessibile a tutti gli esseri e che ci si arriva solo con la fede (non con la conoscenza); in Juryo viene rivelato il Budda originale, cioè l’essenza e la saggezza cui tutti i budda partecipano.
Qual è la differenza tra un budda e una persona normale? Nessuna, secondo il Daishonin: «Quando una persona è illusa - scrive Nichiren - è chiamata comune mortale, ma una volta illuminata è chiamata Budda. Anche uno specchio appannato brillerà come un gioiello se viene lucidato. Una mente annebbiata dalle illusioni, derivate dall’oscurità innata della vita, è come uno specchio appannato, che però, una volta lucidato, diverrà chiaro e rifletterà l’illuminazione alla verità immutabile. Risveglia in te una profonda fede e lucida il tuo specchio notte e giorno. Come puoi lucidarlo? Solo recitando: Nam myo ho renge kyo».
«Oggetto di culto» davanti a cui recitare sutra e mantra è il gohonzon, «oggetto perfettamente dotato», il mandala che egli incise nel 1279 «per osservare la propria mente».


L a Soka Gakkai (Società per la creazione di valore) è uno dei movimenti del buddismo mahayana giapponese che si rifà alla scuola Nichiren. Fu fondata nel 1930 dal pedagogo Tsunesaburo Makiguchi (1871-1944), insegnante, direttore scolastico e saggista. Egli fu perseguitato per i suoi modelli pedagogici, che si opponevano all’autoritarismo della scuola giapponese e per la sua avversione alla guerra. Morì in carcere nel 1944.
Oggi i membri della scuola da lui fondata sono presenti in tutto il pianeta e ammontano a oltre 14 milioni (30 mila in Italia). Essi provengono dalle più diverse esperienze esistenziali, culturali e sociali.
L’attuale presidente della Soka Gakkai internazionale, lo scrittore e pacifista giapponese Daisaku Ikeda, è promotore di messaggi di nonviolenza, tolleranza e difesa dei diritti umani e sociali in tutto il mondo.
Obiettivo di questo movimento è l’incoraggiamento a compiere la propria auto-riforma interiore, vincere limiti e paure e raggiungere i propri obiettivi nel pieno rispetto della dignità della vita e dell’ambiente.
Caro alla Soka Gakkai è il principio di kosen rufu: atteggiamento di compassione, tolleranza e lotta per i diritti dell’uomo e dell’ecosistema e diffusione della pace a livello planetario. Una pace che, prima di tutto, parte dal superamento dei conflitti interiori, delle lacerazioni interne e si estende all’ambiente circostante.


Thich Nhat Hanh
sfida alla violenza
dei singoli e nazioni

«Q uando siamo arrabbiati, lo sappiamo, dovremmo evitare di reagire, in particolare di fare o dire qualunque cosa. Non è saggio dire o fare qualcosa quando sei in collera; è più urgente tornare a te stesso per prenderti cura della tua rabbia.
La rabbia è un campo di energia, fa parte di noi, è un bambino che soffre di cui dobbiamo prenderci cura. Il modo migliore di farlo è generare un altro campo di energia che possa abbracciare la rabbia e prendersene cura. Questo secondo campo è l’energia della presenza mentale. È l’energia del Budda; ne possiamo disporre perché siamo capaci di generarla con il respiro e la camminata consapevoli. “Il Budda dentro di noi” non è un mero concetto, non è una teoria o una nozione, è una realtà: noi tutti siamo capaci di generare l’energia della presenza mentale.
Presenza mentale significa essere presenti, essere consapevoli di ciò che sta accadendo» 4.


M onaco buddista-zen, vietnamita,Thich Nhat Hanh è famoso in tutto il mondo per il coraggioso impegno contro le guerre, le violenze e ogni forma di intolleranza religiosa, politica e culturale. Ha circa 80 anni, ma ne dimostra molti di meno.
Pacifista instancabile, negli anni della guerra in Vietnam si è adoperato senza sosta per la riconciliazione tra il nord e il sud del paese; ha soccorso i boat people e ha presieduto la delegazione buddista ai colloqui di pace di Parigi. E ancora oggi si schiera a favore dell’umanità sofferente, senza distinzione di fedi, di nazionalità o di ceto. Coraggiose sono le sue posizioni contro lo sfruttamento delle risorse terrestri, degli esseri umani e contro ogni forma di conflitto.
Negli anni ’60, a causa dell’impegno contro la violenza che stava colpendo la sua gente, è stato bandito sia dal governo non comunista sia da quello comunista; dal 1966 vive in esilio in Francia, dove, agli inizi degli anni ’80, ha fondato una piccola comunità. Qui insegna, scrive, lavora la terra e opera in favore dei rifugiati di tutto il mondo.
È molto attivo nel condurre training di «pienezza mentale» in Europa e Nordamerica, in aiuto di veterani, bambini, psicoterapeuti, artisti e migliaia di persone alla ricerca di pace interiore e planetaria.
Thich Nhat Hanh è monaco dall’età di sedici anni. È conosciuto in molti paesi sia come scrittore (in Italia sono decine i libri pubblicati da varie case editrici), relatore e, soprattutto, come leader religioso di un movimento noto come buddismo impegnato, che unisce le tradizionali pratiche di meditazione con la disobbedienza civile attiva nonviolenta. Da questo movimento, a Saigon, è sorto il più importante centro di studi buddisti: An Quang Pagoda.
Tra le sue tante iniziative ricordiamo la creazione di un’organizzazione di raccolta fondi per la ricostruzione dei villaggi vietnamiti distrutti; l’istituzione di una «Scuola giovanile per il servizio sociale» e di un corpo di pace per buddisti che lavorano in questo ambito; la pubblicazione di una rivista dedicata a tematiche pacifiste. È inoltre molto attivo nell’incoraggiare i leaders mondiali a usare lo strumento della nonviolenza nella risoluzione dei conflitti.
Lasciando il Vietnam, Thich Nhat Hanh si era posto l’obiettivo di diffondere il buddismo in tutto il mondo: nel 1966 si era recato negli Stati Uniti e, durante discorsi in campus universitari, incontri con politici e amministratori, aveva spiegato quale strada percorrere per porre fine alla guerra con il Vietnam. L’anno seguente, il premio nobel per la pace, Martin Luther King, lo aveva candidato per la stessa onorificenza.
Il vecchio sogno di Thich Nhat Hanh, realizzare una comunità dove la gente impegnata in opere di trasformazione sociale possa trovare momenti di riposo e nutrimento spirituale, si è concretizzato nel Plum Village, costruito nel cuore dei vigneti di Bordeaux, sud-ovest della Francia, che ospita una trentina di monaci, suore e laici. Migliaia sono anche i residenti transitori, uomini e donne, provenienti da tutto il mondo (e delle più diverse nazionalità, religioni e culture) a cui il monaco zen spiega come vivere in armonia e piena consapevolezza il momento presente e come apprezzare la vita.
La sua filosofia non è limitata a strutture religiose preesistenti, ma si rivolge al desiderio di pienezza e di calma interiori dell’individuo.


«V orrei soffermarmi sulle “cinque facoltà”, così come vengono insegnate e praticate nella tradizione buddista.
La prima è la fede. È una facoltà che abbiamo dentro di noi; e sappiamo che la fede è molto importante. La fede è un’energia che ci rende pienamente vivi. Prova a guardare negli occhi una persona senza fede: non ha vita. Se invece quella persona è animata dall’energia della fede, i suoi occhi scintillano; gliela leggi sul viso o nel sorriso. Quindi non possiamo permetterci di non avere fede. È una forma di energia, di potere.
Talvolta le “cinque facoltà” vengono presentate come cinque poteri. La fede è un potere. Con il potere della fede diventi molto attivo, non ti fermi davanti ad alcuna difficoltà o stanchezza, puoi far fronte a qualsiasi avversità.
L’energia della fede porta alla seconda facoltà: la diligenza. Sei attivo e hai in te energia e gioia. Ti piace... uscire e andare tra la gente per aiutarla a trasformare la propria sofferenza e cominciare ad assaporare la gioia del praticare. Ti piace innaffiare i semi positivi della consapevolezza e lasciare inaridire quelli negativi.
Spinto dalla fede, diventi una persona attiva e, praticando con diligenza, sviluppi dentro di te un altro tipo di energia chiamata presenza mentale, che è la terza facoltà...
La presenza mentale ti aiuta a guardare alle meraviglie della vita come fonte di nutrimento e guarigione. Ti aiuta anche ad abbracciare le tue afflizioni e a trasformarle in gioia e libertà.
Secondo gli insegnamenti del Budda, la vita può essere vissuta solo nel momento presente. Se sei distratto, se la tua mente non è lì con il corpo, perdi il tuo appuntamento con la vita...
Se c’è presenza mentale, allora c’è anche un altro tipo di energia, quella della concentrazione: la quarta facoltà... Quando vivi con concentrazione entri in contatto profondo con il mondo che ti circonda e inizi a comprenderne la profondità. Questa si chiama visione profonda...
Questo genere di comprensione è chiamata visione profonda, ed è l’ultima delle “cinque facoltà”. La visione profonda è frutto di un’esperienza diretta... Se vivi con una persona e non sai molto di lei, significa che non vivi con la realtà di quella persona, ma con il concetto che tu hai di lei...
Sei passato attraverso la sofferenza, la felicità, il confronto diretto con ciò che esiste, ed è su questo che si basa la tua fede. Nessuno te la può portare via. Può solo continuare a crescere. Se alimenti questo tipo di fede dentro di te, non diventerai mai un fanatico, perché la tua fede è una fede vera e non l’aggrapparsi a un concetto»5.


I suoi scritti. Sono più di settantacinque, tra saggi, raccolte di poesie e preghiere. Tra quelli pubblicati in Italia, ricordiamo il bellissimo volume Spegni il fuoco della rabbia, edito negli oscar Mondadori; Il segreto della pace. Trasformare la paura, conoscere la libertà e La luce del Dharma. Dialogo tra cristianesimo e buddhismo, sempre per la Mondadori; Insegnamenti sull’amore, per la Neri Pozza; Il Buddha vivente, il Cristo vivente, Editrice Tea; Perché un futuro sia possibile. Il Sutra per i discepoli laici del Buddha, Astrolabio; Essere pace, Ubaldini. •

Note

(1) Un lunghissimo periodo di tempo.
(2) Capitolo «durata della vita del Tathagata, ne Il Sutra del Loto, Milano 1998, e in «Felicità in questo mondo», ne Gli scritti di Nichiren Daishonin, cap. 4.
(3) Da Buddismo, a cura di R. Minganti, Firenze 1996.
(4) Thich Nhat Hanh, Spegni il fuoco della rabbia, Mondadori, Milano 2002, pag. 53.
(5) Thich Nhat Hanh, La luce del Dharma. Dialogo tra cristianesimo e buddhismo, Milano, 2003, pagg. 61-63.


 

0 - Angela Lano
Dicembre - 2003

 

 

INCHIESTA - Religioni strumento di pace

In un’epoca di profonda oscurità, di guerre e di ingiustizie globalmente diffuse e perpetrate dai potenti della terra a detrimento delle popolazioni, dei singoli e di chiunque rappresenti, in qualche modo, un «obiettivo sensibile» (perché ha la sfortuna di possedere importanti risorse naturali o di essere strategicamente interessante), la pace sembra una méta sempre più lontana e irraggiungibile.
Dittatori, imperatori vecchi e nuovi, terroristi, capi di stato neoliberisti, semplici fedeli, aggressori e aggrediti, ognuno si arroga il sacro diritto di parlare a nome del proprio Dio. Bush, con i vangeli in mano, massacra iracheni e afghani con i suoi aerei da guerra; Bin Laden addestra il suo esercito di terroristi salmodiando il corano; Sharon, in nome del Jahwé biblico, fa pulizia etnica tra i palestinesi…
Ma Dio che c’entra con tutto ciò? E i sacri testi?
Religioni e violenze, religioni e pace: da sempre le fedi religiose sono state strumentalizzate a fini politici, economici, militari.
Ma esse sono, nella loro essenza più assoluta, uno strumento di pace e di giustizia. Un mezzo di autoriforma e di miglioramento personale, sociale e politico. Un mezzo… e non un fine.
Come trasformare l’odio in compassione e tolleranza, il veleno in elisir? «Senza sottovalutare le reali distinzioni tra ciascuna tradizione, penso si possa comunque affermare che tutte le religioni hanno avuto origine da impulsi caratteristici dell’individuo – il desiderio di comprendere qual è il posto dell’essere umano nell’universo, affrontare i misteri della vita e della morte, il desiderio di sperimentare gioia e dare significato all’inevitabilità della sofferenza e della perdita. (…) Si creerà valore assoluto quando ognuna di queste (religioni) si cimenterà in una “corsa alla pace”, impegnandosi ad alleviare la sofferenza e a essere portatrice di gioia. Oltre a rafforzare la pace, loro imperativo spirituale, le religioni possono contribuire al benessere umano in altri modi – attraverso la cultura, la ricerca della verità e le tradizioni di studio ed educazione di cui sono portatrici. Sono profondamente convinto che la religione esista per servire l’umanità; l’umanità non esiste per servire la religione» (1).
Con questo numero inizieremo un viaggio alla scoperta della pace e della nonviolenza nelle più grandi religioni del mondo: buddismo, ebraismo, cristianesimo, islam.




I SEGUACI DI SIDDHARTAI

I concetti di nonviolenza e pace sono profondamente radicati nella storia
del buddismo. Fin dal suo nascere esso
si è posto l’obiettivo dell’autoriforma interiore, un cambiamento che però coinvolge
pienamente anche l’ambito sociale e politico.

In lingua pali, il termine pace si dice santi, in sanscrito, shanti. Con queste parole s’intende la «pace interiore» e la totale assenza di aggressività, di desiderio e della sofferenza che da esso viene generata: il nirvana. «Nel buddismo e in altre religioni dell’India l’accento principale è sugli aspetti individuali della pace, mentre si considera che le sue conseguenze in ambito sociale derivino solo dalla psicologia dell’individuo» (2). Odio, illusione e avidità sono alla base delle azioni malvagie, della violenza, delle guerre: gli unici rimedi che possano contrastare questi sentimenti distruttivi sono la benevolenza, la generosità e la saggezza.

Uno degli elementi fondanti la dottrina propagata da Shakyamuni è il principio delle «quattro nobili verità»: l’esistenza nel nostro mondo è segnata dalla sofferenza; la sofferenza è generata dai desideri; sradicando i desideri, l’essere umano può liberarsi dalla sofferenza e raggiungere una condizione di pace e illuminazione (nirvana); per arrivare a questo traguardo è necessario seguire una disciplina. Essa viene definita anche «ottuplice sentiero», un insieme di regole morali che incoraggiano a seguire una «retta visione», un «retto pensiero», «rette parole», «rette azioni», un «retto modo di vivere», «retti sforzi», «retta concentrazione» e «retta meditazione». L’obiettivo di questa pratica è quello di «risvegliare l’individuo alla vera essenza della realtà e aiutarlo a liberarsi dall’ignoranza e dalla sofferenza».

Dunque, sviluppare pensieri, sentimenti positivi e benevolenti nei confronti di se stessi e dell’umanità - quella che si incontra tutti i giorni e quella lontana - rappresenta una delle pratiche della nonviolenza buddista.

«Nel primo di una serie di esercizi chiamati “stati mentali” (brahma vihara), la benevolenza è accompagnata dalla pratica della compassione (karuna, “simpatia” verso coloro che soffrono), dalla gioia (mudita, apprezzamento per la buona fortuna degli altri) e dall’equanimità (upekkha, mantenere l’imparzialità nei momenti di guadagno e di perdita).
L’approccio buddista verso la nonviolenza, quindi, si fonda su una sistematica “regolazione dell’atteggiamento”, dove gli stati d’animo negativi e reattivi come l’odio, la brama e l’illusione vengono trasformati in orientamenti sociali positivi attraverso l’autoesercizio della meditazione» (3). Importantissima è la virtù, o la pratica, della compassione: «Il Buddha indicò nella “Via di mezzo” il cammino da seguire: non una vita dedita al piacere, ma neanche alla privazione (Via di mezzo significa anche eliminare ogni forma di dualità, ndr). (…) L’egoismo impedisce una visione chiara della vita: esso va sconfitto con la saggezza, la pratica e facendo scaturire la “compassione”.
Nell’Upasakasila-sutra si legge: “Se tu vedi esseri umani in disarmonia cerca di creare armonia. Parla dei pregi altrui e mai dei difetti. Coltiva buoni propositi anche verso il tuo nemico. Attieniti alla compassione e considera tutte le creature come se fossero i tuoi genitori”» (4).

Fondamentale, nella dottrina buddista, è il concetto di karma («azione compiuta» (5), legge morale di causa-effetto), che è stata mutuata dal pensiero induista da cui il buddismo si sviluppò, e del samsara, il ciclo di reincarnazione che interessa esseri umani, animali, divinità e demoni. «Secondo questo principio (del karma, ndr) tutte le azioni morali compiute da una persona, sia buone sia cattive, producono nella sua vita determinati effetti che non si manifestano necessariamente nell’immediato ma possono richiedere un certo lasso di tempo. Secondo la visione indiana, gli esseri viventi passano attraverso un ciclo infinito di nascite e morti e gli effetti negativi di un’azione malvagia compiuta in una vita possono essere differiti a un’esistenza successiva, ma inevitabilmente si manifesteranno, prima o poi. Ne segue che solo sforzandosi di compiere azioni positive nell’esistenza presente si possono evitare sofferenze ancora maggiori nelle vite future» (6). Ricompensa e punizione sono dunque individuali, ogni persona riceve come mercede ciò che ha seminato. E questo dovrebbe rappresentare un deterrente nei confronti di comportamenti malvagi o scorretti e un incoraggiamento verso quelli eticamente e moralmente corretti.

Ma non ci sono solo il karma e il samsara a guidare verso la nonviolenza. Importante è anche il concetto di «origine dipendente», l’interdipendenza, cioè, di tutte le azioni e di tutti gli esseri viventi nel ciclo di nascita e morte, e la relazione causale tra ignoranza e sofferenza. La natura dei fenomeni, delle cose che permeano l’universo, si basa sui legami causali che li uniscono tra loro. Come a dire, nulla è per caso e a se stante. Questo significa che l’universo intero è permeato da una ricchezza, da un potenziale immenso, in continuo sviluppo e mutamento e pronto a manifestarsi. In questo sta l’intuizione illuminante del Buddha Shakyamuni (7). E la metafora della rete di Indra - una trama di gioielli dove le facce di ciascuno rispecchiano quelle di tutti gli altri - ben esprime il concetto dell’interdipendenza tra tutti gli esseri viventi.
Tutto ciò non rappresenta solo il tessuto di una concezione teorica «psico-cosmica» ma ha profonde conseguenze etico-morali sulle relazioni tra gli esseri umani e tra questi e l’ambiente. Implica rispetto, assoluto, di ogni espressione di vita, pena una pesante retribuzione karmica.

Ulteriori insegnamenti di pace e nonviolenza si svilupparono insieme alla corrente mahayana (si veda il box), dove un ruolo fondamentale viene rappresentato dalle figure dei bodhisattva (sattva, essere, bodhi, buddità). «Nel buddismo delle prime generazioni scopo fondamentale della pratica religiosa era raggiungere lo stato di arhat (“essere perfetto”), ovvero colui che “non ha più nulla da apprendere” ed è libero dal ciclo delle rinascite negli stati inferiori dell’esistenza. Ma anche per raggiungere questa condizione si riteneva che occorresse un impegno instancabile per molte esistenze. Il buddismo mahayana, invece, indirizzò immediatamente i suoi seguaci, uomini e donne, verso il supremo stadio di illuminazione, lo stato di buddità. In questo processo di crescita spirituale sarebbero stati di grande aiuto i cosiddetti bodhisattva, esseri dotati di immensa compassione che, oltre a coltivare la propria illuminazione, si sforzavano di aiutare gli altri a fare lo stesso. (…) Nei testi mahayana, come il Sutra del Loto, i bodhisattva sono rappresentati in numero illimitato, capaci di vedere e di aver cura di ognuno, sempre pronti a soccorrere senza esitazione coloro che si appellano a loro con fede sincera» (8).

Santi buddisti o saggi, i bodhisattva hanno in comune una determinazione che è anche una solenne promessa: aspettare di entrare nel nirvana (9) e rimanere nel samsara il tempo di salvare gli esseri umani dal male e portarli verso l’illuminazione.
«Questo è il mio pensiero costante. Come posso fare in modo che tutti gli esseri viventi possano conquistare l’accesso alla più alta Via e raggiungere rapidamente la buddità», questa è la preoccupazione fondamentale, di cui si fa cenno nel capitolo juryo del Sutra del Loto, del Buddha e di tutti coloro che a questo stato di illuminazione vogliono accedere. Questo Sutra (saddharma-pundarika-sutra, in sanscrito) è considerato da molti studiosi il testo sacro più importante della corrente mahayana. Esso contiene una raccolta di metafore e di racconti o eventi che fanno riferimento ad un mondo di dimensioni amplissime, che rispecchia, in un certo senso, la cosmologia indiana tradizionale. Si pensava infatti che tale mondo fosse formato da quattro continenti collocati attorno ad una montagna mastodontica, il monte Sumero. Oltre al nostro ce ne sarebbero molti altri, abitati da Buddha. Peculiarità di quello abitato dalle creature viventi «comuni» è l’esistenza di sei regni: inferno, avidità e desiderio incessante, animalità, violenza o dominio sugli altri (i cosiddetti cattivi sentieri); umanità, divinità o estasi. A questi ultimi il buddismo mahayana aggiunge i «nobili mondi», rappresentanti l’esistenza illuminata: quello popolato dagli «ascoltatori della voce» o studiosi delle dottrine del buddismo; i «pratyekabuddha», coloro, cioè, «che raggiungono l’illuminazione da soli» e che hanno compreso la verità fondamentale della vita ma che non si preoccupano di insegnarla agli altri. Il nono mondo, o stato, è quello dei bodhisattva, caratterizzato dalla compassione verso tutti gli esseri viventi: l’individuo si dedica alla felicità altrui scegliendo di seguire la via della perfezione, e dunque l’ingresso nella buddità, attraverso lo sforzo di liberare le persone dalla sofferenza.

L’ultimo stadio è quello della buddità: saggezza, compassione, perfetto io eterno e totale purezza di vita ne sono le caratteristiche. Esso rappresenta una condizione ideale a cui tutti gli esseri, attraverso la pratica buddista, possono mirare di accedere, poiché fa parte del loro infinito potenziale. Ecco dunque la grande rivoluzione del buddismo mahayana contenuta nel Sutra del Loto (10): tutti possiedono intrinsecamente la natura di buddità e dunque possono raggiungere l’illuminazione; il Buddha non vive in un luogo particolare e non ha una natura soprannaturale; la vita, nella sua essenza più profonda, esiste incessantemente attraverso passato, presente e futuro; non esistono categorie di esseri viventi che non possono raggiungere la buddità, neanche le persone più malvagie. Bellissimo è, al riguardo, il capitolo «Devadatta»: qui si comprende che, come il cattivo Devadatta, reo di crimini terribili, o la giovane figlia del re dei naga, ovvero i draghi, anche le persone più cattive possono ambire alla salvezza, e che bene e male non sono due eterni opposti la cui sopravvivenza dell’uno escluda quella dell’altro, ma due facce della stessa medaglia - luce e tenebre -, continuamente in lotta fra di loro.

Attraverso le sue dottrine rivoluzionarie, il Sutra del Loto ci rivela che l’illuminazione travalica le distinzioni di sesso, specie, spazio, tempo e i limiti posti dalla mente umana, e con la sua promessa di liberare tutte le persone, soprattutto quelle collocate al fondo della scala sociale, anticipa, in un certo senso, l’odierna concezione dei diritti umani.

(prima parte, continua)

 

- Angela Lano
Maggio - 2002

 

DOSSIER: mutilazioni genitali femminili

Circa 130 milioni di donne, soprattutto nel sud del mondo, sono sottoposte a scioccanti mutilazioni: l’operazione si pratica su bambine in tenera età. Un atto contro i diritti dell’integrità della persona. Una sua manipolazione. E la denuncia è doverosa.

 Persone in corpo e anima

 «Tra le più gravi violazioni dei diritti dei minori, segnalate da un rapporto dell’Unicef del 1994 (elaborato in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Unesco), vi sono le mutilazioni genitali femminili, già denunciate nel 1989 dalla Convenzione dell’Onu sui diritti dei bambini».

Lo scrisse su Missioni Consolata, nell’aprile 1996, la ricercatrice Anna Bono.

La piaga riguardava allora 80 milioni di donne, mentre oggi ne investe 130 milioni. Il dato al rialzo è dovuto a maggiori informazioni acquisite negli ultimi anni: informazioni non facili, trattandosi di un tabù.

Nel giugno 1996 il Tribunale di Washington riconosceva che l’escissione, ad esempio, è una persecuzione: quindi motivo sufficiente per concedere asilo alle donne che lo richiedono.

In Italia le mutilazioni femminili sono vietate,in base all’articolo 5 del Codice civile e agli articoli 582 e 583 del Codice penale.

Missioni Consolata ritorna sul tema con un dossier, perché ritiene che la sua conoscenza sia fondamentale per debellare la piaga. È una violazione dei diritti umani.

Secondo la teologia morale cristiana, «l’uomo è unità»: di qui l’importanza anche del corpo-soggetto. La persona si apre al mondo attraverso il corpo. Ma, se l’individuo è corpo, è pure vero che non si identifica con esso. «Il soggetto umano è il proprio corpo e tuttavia più del proprio corpo» (Tullio Goffi, Problemi e prospettive di teologia morale, Queriniana, Brescia, 1976, p. 335).

In nome di una presunta supremazia (complici tradizioni culturali discutibili), l’uomo può trattare i suoi simili da oggetto. A farne le spese sono spesso le donne. Donne ferite, nel corpo e nella mente, anche attraverso le mutilazioni genitali. Una gravissima manipolazione.

Non l’unica oggi.

Francesco Bernardi

Storie drammatiche sulla propria pelle

 E non sei più come prima

 «Io urlavo come un animale al macello... Non permetterò mai che le mie figlie possano subire un torto simile» (Aisha). «Sono stata cucita con spine senza anestesia. La ferita mi bruciava» (Basma). «Ci hanno dato dei regali: ma con quello che abbiamo patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo» (Fatima).

 «Ci sono esperienze nella vita che non si possono dimenticare: una di queste è stata la mia infibulazione. Nel nostro villaggio c’era una donna specializzata in questo genere di operazioni, che le praticava senza anestesia e con utensili artigianali (coltelli da cucina, rasoi, forbici)».

Prende fiato Aisha, una bella ragazza somala di 30 anni, mentre inizia il suo racconto percorrendo, a ritroso nella memoria, i ricordi di un evento traumatico. «Avevo otto anni - continua -, stavo giocando a pallone con alcune amiche e cuginette, in mezzo alla strada, davanti alla casa di mia nonna. All’improvviso arrivò correndo mia sorella, Zahra, che disse: “Vieni, dài, stiamo per essere infibulate...”. Era felice. Ci avevano detto che era un grande evento e che, per l’occasione, avrebbero ucciso un pollo e ci avrebbero offerto dei dolci. Quindi mi alzai e, felice, corsi via con lei. Entrammo in una casa poco distante, dove abitava una vecchia levatrice. Toccò per prima a mia sorella, di un anno più grande di me. La donna, con l’aiuto di mia madre e mia nonna, fece stendere la sorella su una stuoia. Io rimasi nella stanza a fianco, seduta per terra, silenziosa, come paralizzata. La sentii urlare. Il suo dolore mi sembrava atroce: mi entrava nelle orecchie e mi impediva di respirare. Ero terrorizzata. Una violenta ribellione si impossessò di me. Feci per fuggire.

Non capivo bene che cosa stesse accadendo, ma certamente, regali o no, non volevo soffrire. “Non voglio più essere cucita” gridai con quanto fiato avevo in gola. Ma la nonna mi afferrò stretta e, aiutata da una vicina, mi adagiò su un materasso. Poi si sedette dietro di me e mi tenne aperte le gambe, come in una morsa. La vecchia ostetrica aveva terminato il lavoro di ricucitura. Mia sorella ora se ne stava quieta, come un animale ferito, senza forze e senza volontà, sulla stuoia ancora insanguinata.

Era il mio turno. Sentivo crescere la disperazione e la rabbia. In ginocchio, di fronte a me, la vecchia mi guardava sicura e severa. Con un esperto colpo di coltello mi tagliò la clitoride e le piccole labbra, senza anestesia. Allora non si usava ancora; ora sì, in ospedale, dove l’infibulazione è praticata dai medici.

Furono minuti indescrivibili: il coltello grondava sangue, mentre io urlavo come un animale al macello; non capivo perché mi stessero facendo quel male. Mia madre e mia nonna mi rassicuravano dicendo che stavo per diventare una donna, che avremmo festeggiato tutti insieme l’evento, che erano orgogliose di me, della sorella e che, qualche anno dopo, avrei potuto sposarmi e fare dei bambini.

“Sposarmi? Fare figli?” domandavo a me stessa mentre mi tagliavano, e pensavo ai giochi lasciati per strada... Mi cucirono con ago e filo, lasciando un’apertura sottile per far defluire l’urina e il sangue mestruale. Poi mi lavarono e disinfettarono con erbe e unguenti. Infine mi legarono le gambe strette tra loro e mi portarono a casa della nonna, insieme a mia sorella, dove rimanemmo immobili, distese su stuoie, per due settimane. “La ferita si deve rimarginare bene – ci spiegarono -; altrimenti, quando partorirete, si lacererà”.

In quei giorni arrivarono familiari, parenti e amici a congratularsi con noi. Portarono dolci e doni, ma a me non interessava nulla: ero mortificata e scioccata. Mia sorella sembrava invece gradire tutte quelle attenzioni; si sentiva importante. Io ero piena di rabbia: “Mai - mi ripetevo - permetterò che le mie figlie possano subire un torto simile”.

Pochi anni dopo, fui data in moglie ad un uomo molto più vecchio di me... La notte delle nozze avrei voluto morire. Provai un dolore atroce. Per il marito, invece, fu un grande onore, una prova di virilità, avere rapporti con una sposa così cucita. È anche una sicurezza sulla sua fedeltà: con chi altri potrebbe mai tradirlo?

Rimasi incinta. Andai in ospedale a Mogadiscio. Là mi aprirono per farmi partorire, e mi ricucirono. Avevo 14 anni e avevo appena terminato le scuole. All’età di 18 arrivai in Italia con mia sorella...».

Da 12 anni Aisha vive in Piemonte con delle connazionali e si prende cura della figlia. Il marito è in America a lavorare.

A Mogadiscio ha frequentato, finché ha potuto, scuole italiane, come la maggioranza delle sue coetanee benestanti, e in Italia si è laureata in medicina, mentre lavorava come assistente domiciliare per anziani. La sua attività più importante è quella di sensibilizzare le sue connazionali, giovani mamme e ragazze, contro la pratica delle mutilazioni genitali, affinché quelle giovani vite non debbano patire torture atroci in nome della tradizione e del controllo dell’uomo sulla donna.

  «Sono stata circoncisa a sei anni con altre due bambine» racconta Basma, una somala di circa 40 anni, che vive a Roma da parecchio tempo. «Dopo, è stata organizzata una festa e mi hanno regalato caramelle e dolci... Tre giorni prima della cerimonia, invitano tutti. Già al mattino presto arrivano i vicini e i parenti stretti per vedere. Portano regali.

Una donna grossa mi bloccava tra le sue gambe, mentre mi bendavano gli occhi con un foulard nuovo. Mi hanno operato senza anestesia (sono solo 20 anni che hanno iniziato ad usarla, ad operare su tavoli e a chiamare un’ostetrica). Sono stata cucita con le spine. La ferita mi bruciava. Mia madre mi ha lavata con acqua calda. Dopo aver scavato una buca per terra e deposto della carbonella con delle erbe che producevano fumo, mi hanno fatta appoggiare sopra per disinfettare e seccare la cucitura, che è diventata scura. Ho contratto un’infezione, perché mi sfregavo la ferita: sono stata male per un mese, avevo la febbre...».

Nonostante il ricordo ancora vivo della sofferenza causatale da tale pratica, Basma si dichiara pronta per lo stesso intervento: sua figlia è stata infibulata e vorrebbe che anche le nipoti seguissero la tradizione.

  Per Fatima l’esperienza non è da ripetersi. «Sono stata circoncisa a sette anni, insieme ad una sorella di nove. Altro che festa! Quel giorno ho subìto uno shock che non dimenticherò più. Sono stata operata senza anestesia, senza niente. Ho sofferto moltissimo. Eravamo sette bambine da sei a nove anni; c’erano le figlie dei vicini di casa, nel tempo di chiusura delle scuole. Le donne si erano dette: “Facciamo ciò che dobbiamo fare, perché le ragazze sono ormai grandi”.

Hanno chiamato una donna anziana e siamo state operate in una casa vicina. La prima ad essere sottoposta ai ferri è stata la più piccola, mentre noi guardavamo terrorizzate, in lacrime. La mamma era fuggita, perché non voleva sentire i nostri pianti.

Mi hanno deposta nuda su un tavolo grande, mentre tre donne mi tenevano legate mani e piedi. Non ho visto con che cosa mi hanno tagliata, se con un coltello o una forbice (si nascondono gli strumenti, perché la pratica incomincia ad essere criticata). Mi hanno asportato la clitoride e le piccole labbra. Poi sono stata cucita con filo, perché eravamo in città, e non con spine, come avviene in campagna. Il dolore è durato ben sette giorni. Sono rimasta con le gambe legate (dalla vita fin sotto le ginocchia) per due settimane. Non si può mangiare... Io sono riuscita a fare pipì, mentre a mia sorella (che non l’ha fatta per tre giorni) si è gonfiata la pancia. Ha sofferto di più, perché era più grande.

Mamma e papà, una volta guarite, ci hanno dato dei regali: ma con ciò che abbiamo patito non sarebbe bastato tutto l’oro del mondo a consolarci! Per fortuna non sono sorte infezioni, perché papà ci portava tintura di iodio e antibiotici.

Prima dell’operazione correvo, giocavo a pallone, ma dopo non l’ho più fatto. Mia madre mi diceva sempre: “Attenta, ora sei diventata grande, ti strappi!”.

Non ero più libera. Non era più come prima. Mi hanno lasciato un buco strettissimo. Prima del contatto con l’uomo, le mestruazioni erano molto dolorose. I primi rapporti sessuali mi hanno fatto schifo. Poi è andata un po’ meglio».

 

Il parere medico sulle mutilazioni

 Igiene? C’è ben altro!

 «L’infibulazione è un rapporto tra schiava e padrone, dove, in accordo a schemi primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono nulla» (dott. Mascherpa). «È un rito iniziatico: la donna rimane un oggetto e, nello stesso tempo, viene allontanata da lei ogni tentazione» (dott. Bracco). E le conseguenze sono clamorose.

 Abbiamo interpellato il dottor Franco Mascherpa, medico presso la clinica ginecologica universitaria di Torino, a suo tempo impegnato in Somalia, sulle mutilazioni genitali femminili.

Dottore, cosa s’intende per mutilazione sessuale femminile?

«Attualmente sono circa 130 milioni le donne che hanno subìto pratiche di mutilazione sessuale. Sono interventi laceranti, che si effettuano sui genitali esterni delle bambine prepubere.

Sono possibili tre tipi di operazione. La più diffusa è quella sudanese o faraonica (infibulazione), che risulta la più mutilante e dà origine a tanti problemi medici e psicologici. Essa consiste nell’asportazione della clitoride e delle piccole labbra, nella cruentazione (con incisioni verticali, scarnificare) della parte interna delle grandi labbra, della parte mediana della vulva e nella cucitura delle labbra. Le tecniche di sutura sono diverse: nelle zone rurali si possono usare spine di acacia, tenute insieme da fili di cotone.

La clitoridectomia (escissione) è meno diffusa: prevede l’asportazione della clitoride e della parte superiore delle piccole labbra. La ferita non viene mai suturata, bensì tamponata con erbe. Le bambine vengono fasciate con le gambe strette.

La sunnah (circoncisione), diffusa nei paesi arabi, ma anche in Somalia) è una pratica meno cruenta della clitoridectomia: comporta minori conseguenze permanenti sul piano fisico. Consiste, nei casi più radicali, nella asportazione di una parte della clitoride. Nelle varianti minori vengono prodotte piccole ferite superficiali nella regione paraclitoridea. Lo scopo di tale pratica è di produrre una fuoriuscita di sangue. Solitamente viene utilizzato un coltello rituale, oppure una lametta da barba. Vengono anche impiegate sostanze anestetiche.

Dopo l’intervento, le gambe delle bambine vengono saldamente legate con fasce all’altezza delle caviglie, delle ginocchia e delle cosce, e mantenute in questa posizione per dieci giorni, durante i quali seguono una particolare dieta. Talvolta cospargono la ferita con una sostanza a base di incenso e mirra, che ritengono svolga un’azione antisettica e cicatrizzante.

Un altro aspetto del fenomeno è la reinfibulazione post partum. Una missionaria mi raccontò che, in Somalia, la praticavano alle donne che avevano appena partorito per evitare tensioni familiari».

Come sono considerate le donne non circoncise?

«In Somalia le donne non circoncise sono ritenute orfane, meticce e fanno di mestiere le prostitute: questo perché perdono dignità, valore sociale ed economico; non sono più sposabili e hanno perciò poche speranze di sopravvivenza. In un paese povero come la Somalia, infatti, le poche risorse sono legate alla presenza di un uomo. Le donne, se non c’è un maschio a fianco che abbia qualche attività commerciale, da sole non possono sopravvivere. Per la stessa ragione vogliono essere sempre incinte: il marito, che ha mogli sparse qua e là, è più propenso ad andarle a trovare spesso e portare loro da mangiare. Se la donna è sterile, rischia di non ricevere mezzi di sussistenza».

In Occidente consideriamo affascinanti le somale: la loro bellezza, la fierezza e la sensualità del portamento sembrano giustificare tale considerazione. Ma come vivono il rapporto con il proprio corpo?

«In Somalia, come ginecologo e sessuologo, ho cercato di capire come le donne si rapportavano alla propria sessualità: l’unica risposta che ne ho dedotto è che essa ha una pura funzione riproduttiva. La loro grande sensualità non è genitale, perché da quegli organi ricavano solo molto dolore. Dal punto di vista ginecologico, hanno sempre mal di pancia e problemi vari. Per loro il benessere non è vivere bene la sessualità nel matrimonio, bensì avere un marito che le mantenga.

Le bambine di soli cinque anni, che sanno di essere infibulate, aspettano con ansia il momento di passaggio all’età adulta. Se una ragazzina grandicella non ha ancora subìto tale operazione, viene emarginata dal gruppo di amiche.

Il corpo della somala è un corpo doloroso. Infatti i racconti sui primi rapporti sessuali sono agghiaccianti, traumatici: lei si presenta a lui “cucita”. Sono poche le mogli che, d’accordo con il marito, si fanno scucire. In genere lui vuole constatare di persona che lei sia chiusa. La regola è quella del grano di mais: se passa un grano è ben cucita. Da quel foro fuoriescono urine e mestruazioni, ma con gran ristagno di liquidi.

Al momento della penetrazione sorgono i problemi: la cucitura deve essere aperta o con il pene o un oggetto qualsiasi (un coltello, una lametta, la parte superiore di una lattina di coca-cola).

L’atto sessuale, più che un rapporto intimo, è un gesto di valorizzazione sociale delle velleità maschili: io, uomo, la posso penetrare anche se è difficilissimo. È una prova, mentre alla donna è richiesta una superverginità. Spesso questa ha il primo rapporto in modo strumentale, non naturale: vetri, coltelli, forbici, frammenti di latta che lacerano le suture. Una donna facile da avere è vista come una prostituta, con sospetto. Una donna non infibulata può essere ripudiata immediatamente. Se il marito non riesce a deflorare la moglie, può sempre dire di aver sposato una donna ben cucita, quindi di grande moralità.

In Somalia si porta ad estreme conseguenze questo aspetto antropologico: “io sono così preziosa che sono inaccessibile; però quando mi conquisti mi dai tutto”. È un rapporto tra schiava e padrone, in cui, in accordo a schemi primitivi, si dona tutto e si riceve tutto. Il rispetto per le donne è zero. Esse non valgono nulla.

Se l’orgasmo femminile è seducente per l’uomo in un contesto occidentale, è superfluo, negativo, privo di interesse in società maschiliste e sadiche. “Perché una donna mi deve sedurre? Faccio io quello che voglio di lei.” Innamoramento, amore non esistono. La donna è un mezzo attraverso il quale l’uomo realizza la propria discendenza.

Comunque, a livello sessuale, donna e uomo hanno strategie diverse: la prima deve essere prudente, poiché ne può conseguire una gravidanza; il secondo invece cerca di sedurre più donne possibile, perché la poligamia è la forma di famiglia più diffusa nel mondo (come numero di culture, non di persone). In Occidente si espleta attraverso numerosi rapporti extraconiugali, che coinvolgono l’80% delle persone».

Ci sono donne somale che chiedono di essere deinfibulate perché sono fidanzate ad italiani?

«Dove sono? Si sposano solo tra loro. Da me arrivano donne con complicazioni mediche... Un somalo non sposerebbe mai una connazionale, anche se infibulata, arrivata qui molto tempo fa, perché pensa che abbia ormai assunto la mentalità occidentale. Tutte le donne che hanno avuto “contaminazioni” con l’Occidente non si sposano più».

Tutte le giovani somale in Italia sono qui sapendo che perdono la possibilità di trovare marito?

«Se non trovano subito un fidanzato somalo, con il passare del tempo perdono la propria accettabilità sessuale».

 

 Abbiamo brevemente intervistato anche il ginecologo Roberto Bracco.

Dottore, in certi contesti culturali l’infibulazione è considerata un’usanza igienica, che rende più bello e pulito il corpo della donna. Cosa ne pensa?

«L’infibulazione non è una pratica igienica. In tutti i casi che ci sono capitati, quando abbiamo riaperto la ferita, abbiamo trovato l’assenza totale di igiene. L’urina e il sangue mestruale ristagnano all’interno della cucitura».

Come intervenite?

«Introduciamo una pinza a becco e tagliamo i punti. In certi casi è necessario operare con anestesia totale».

Come definire allora l’infibulazione?

«Un intervento mutilante che, dal punto di vista sanitario, non ha nulla di igienico. È un rito iniziatico: l’asportazione della parte erettile della donna. La clitoride, infatti, ha la stessa struttura anatomica dei corpi cavernosi del pene; rappresenta il centro del piacere sessuale femminile, che viene così ad essere mutilato. Se in un rapporto di coppia si toglie alla donna la parte di piacere, essa rimane un oggetto e, nello stesso tempo, viene allontanata da lei ogni tentazione. Il controllo dell’uomo è così veramente efficace.

La circoncisione femminile, praticata alle donne egiziane, è invece più blanda e permette loro di avere una vita sessuale normale.

Nei casi estremi si può intervenire chirurgicamente con una plastica delle piccole labbra».

 

La pratica delle mutilazioni genitali femminili può comportare delle complicazioni mediche immediate e a lungo termine.

Nell’immediato: shock post-operatorio, infezione locale, setticemia, tetano, emorragia, lesioni delle vie urinarie e della regione perianale, ritenzione di urina e infezioni urinarie...

A lungo termine: proliferazione fibrosa del tessuto, cisti e ascessi, malattia infiammatoria pelvica, ritenzione di sangue nella vagina e cavità uterina, defibulazione cruenta al momento della deflorazione e del parto, parto distocico, fistole vagino-vescicali e rettali post partum, rapporti sessuali difficoltosi e dolorosi, infezioni uro-genitali ricorrenti...

Né mancano ripercussioni psicologiche: paura e angoscia infantile, lacerazione in infanzia/età adulta, senso di inevitabilità del proprio destino, senso di inferiorità sociale, morale e spirituale della condizione femminile, disturbi della sfera sessuale, restringimento di interessi e perdita di intraprendenza, senso di offesa alla propria integrità psico-fisica, caduta di autostima, malattie mentali (nevrosi cenestopatica, stati depressivo-reattivi).

 

I dati riportati sono stati desunti dalla ricerca della professoressa Silvana Borgognini Tarli, docente di antropologia all’università di Pisa, e della dottoressa Elisabetta Marini, ricercatrice in scienze antropologiche, pubblicata dalla rivista «Sapere», maggio-giugno 1994.

 

 

Altre dichiarazioni e precisazioni

 Tra dovere e vergogna

 

Alia: sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno l’infibulazione e se la ripeterei sulle mie figlie... Mariam: l’unico suo significato è quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna; è una forma di maschilismo cui dobbiamo opporci...Giovanna: i seni, i glutei e altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o di tenersi il marito?

 

Alle donne somale dà spesso fastidio l’interesse dell’Occidente verso l’infibulazione: sentono una ingerenza nella loro vita, nelle loro tradizioni, nei loro corpi.

Alia, studentessa somala, dichiara: «Noi non andiamo a sindacare sulle abitudini sociali, sessuali o estetiche delle donne europee. Sono fatti loro, come la tradizione dell’infibulazione è affare nostro. Sono stufa di sentirmi chiedere se approvo o meno questa usanza e se la ripeterei sulle mie figlie. L’Occidente non può sempre esportare i suoi valori e il suo modello di vita agli altri paesi. Credo che ogni popolo vada lasciato libero di scegliere il suo modello di sviluppo e di seguire le proprie tradizioni, senza per questo essere accusato di barbarie o di inciviltà».

Di opinione differente si dimostra Mariam, mediatrice culturale presso uno sportello sociosanitario di Torino: «Sono contraria alla pratica delle mutilazioni genitali, anche se l’ho subìta e non me ne vergogno, come invece accade ad alcune mie connazionali. È parte della nostra cultura e non c’è da vergognarsene. Anche sul termine “mutilazioni” non sono d’accordo. Si può condividere o meno l’uso di tale pratica, ma non credo che si tratti di una mutilazione. Certo, i danni causati sono molti. Da noi infatti arrivano donne infibulate, che hanno sviluppato seri problemi clinici e hanno timore di essere visitate, ma anche madri che chiedono consigli sulla scelta di fare infibulare (o circoncidere) le proprie figlie.

In Somalia tutte le bambine sono sottoposte a tale intervento. Vengono preparate dalle madri ad accettare ciò che dovranno subire come un momento importante nella loro vita: è un “rito di passaggio” che si manifesta anche attraverso la festa, i regali e l’aspetto gratificante del riconoscimento pubblico. Le mamme chiedono alle figlie di non esternare dolore e pianto, perché altrimenti disonorano la famiglia: infatti la parte coinvolta del corpo è “vergognosa”, e non può essere menzionata. Il dolore, dunque, va nascosto, segregato, represso.

Alcuni fanno ricoverare le proprie figlie in ospedale, affinché l’operazione sia eseguita in modo corretto e igienico; altri si rivolgono a “mammane”, che tagliano senza anestesia e in condizioni sanitarie pessime. In entrambi i casi, tuttavia, la ferita rimane: nel corpo e nella mente. Ed è difficile da rimarginare. Crescendo sorgono grossi problemi ginecologici, che si manifestano soprattutto durante i rapporti matrimoniali, la gravidanza e le mestruazioni. Le donne, qui in Italia, hanno paura di farsi visitare: temono di essere scucite. A Firenze opera un medico somalo, che con il laser deinfibula coloro che glielo richiedono.

Prima della notte di nozze, qualche donna accetta di farsi scucire per evitare lacerazioni e sofferenze eccessive; ma la maggioranza rifiuta tale pratica, temendo il giudizio negativo del marito. Si dice che venga a mancare la sensibilità femminile durante il rapporto sessuale; non è vero. Ad essere asportata è solo la parte superiore della clitoride. Io ritengo, comunque, che noi donne abbiamo il dovere di ribellarci a questa pratica. Dobbiamo dire “no”. Dobbiamo porre fine a tale cultura.

Prima della guerra civile, il presidente Siad Barre (1) aveva promosso una campagna contro l’infibulazione, ma con il conflitto tutto è andato perso...

Le donne somale in Europa, ad esempio, si pongono il problema se fare tagliare o meno le proprie bambine e pensano: “Adesso siamo qui e tutto va bene. Ma, se torniamo nel nostro paese, cosa accadrà alle nostre figlie? Verranno prese in giro dai coetanei, additate come prostitute e non troveranno mai marito“.

A Torino le donne somale sono oltre un migliaio, e sono poche quelle che si rifiutano di ricorrere all’infibulazione. È sentita come un retaggio culturale da mantenere.

Io non l’accetto. Che senso ha? Perché mai è necessaria? Nel passato era forse usata come una sorta di “cintura di castità”... L’unico suo significato è quello di controllo, di potere da parte dell’uomo sulla donna. È una forma di maschilismo cui dobbiamo opporci».

 

 Abbiamo avuto pure l’occasione d’incontrare Giovanna Zaldini, di origine somala, vicepresidente dell’Associazione torinese Alma Terra.

Ci sono famiglie, in Italia, che richiedono di infibulare le proprie figlie?

«A Torino non sono mai state registrate, finora, richieste di infibulazione/circoncisione.

Chi ha scelto di emigrare in Italia ha pure scelto di mettere in discussione le proprie origini e tradizioni, diversamente da chi è stato costretto a lasciare il proprio paese a causa della guerra. Questa seconda tipologia di persone si sente più sradicata e non è in grado di operare scelte contro la propria cultura e tradizione... In ogni caso, se in Italia vi è stata richiesta di infibulazione, non troverà risposta da parte dei medici.

Il problema più evidente è quello delle conseguenze sulla salute delle donne già infibulate. A livello sanitario nazionale, permane ancora una grande impreparazione nell’affrontare casi di pazienti infibulate e nel prestare loro soccorso e cure adeguate. Quando, ad esempio, in ospedale arrivano delle partorienti infibulate nessuno pensa di scucirle prima del parto. Il personale sanitario ricorre automaticamente al taglio cesareo.

Inoltre le donne giovani non si sottopongono a visita ginecologica per paura del dolore, ma anche perché si vergognano e non si sentono capite dai medici. Qualcuna ha raccontato di avere provato molto disagio, perché si sentiva studiata, osservata.

Anche per questa ragione va posta molta enfasi sulle nefaste conseguenze cliniche di tale pratica e sulle ragioni che spingono certi poteri ad infibulare le proprie donne; così facendo, sottopongono queste ultime ad umiliazioni e mortificazioni ulteriori.

In Occidente si parla di “mutilazioni” sessuali. Già! Ma i seni, i glutei e altre parti del corpo sottoposte a chirurgia estetica non sono forse altrettante forme di tortura a cui la donna si sottopone pur di piacere al maschio o di tenersi il marito? Altrimenti se ne cercherebbe una più giovane, più bella o più “nuova”...

Il comune denominatore tra “noi” e “voi” resta sempre la sottomissione al desiderio maschile. Abbiamo tutte subìto un lavaggio del cervello. Siamo dipendenti dagli uomini, in un modo o nell’altro, a livello sociale, economico, psicologico.

Per una donna somala non essere infibulata significa non trovare marito; per una occidentale non possedere un bel seno vuol dire non essere neanche guardata. Per la paura di non trovare un uomo che le sposasse, nel mio paese erano le bambine stesse a chiedere alle mamme più liberali di essere cucite.

In Somalia, durante il 1986-90, è stata portata avanti una campagna di sensibilizzazione contro l’infibulazione, che non ha inciso molto. Tuttavia, la massiccia emigrazione porterà per forza al confronto con altre culture e al cambiamento di mentalità nei confronti di questa pratica.

Se si supera l’età più a rischio, che va fino a 12-13 anni, le ragazze saranno fuori pericolo e le mamme avranno un alibi per evitare loro l’intervento.

Presso gruppi somali, residenti all’estero da lungo tempo, si è visto come il fenomeno dell’infibulazione si stia trasformando in un’azione puramente simbolica, iniziatica (pungere la clitoride in modo che fuoriesca del sangue), finalizzata alla purificazione».

... Come dire: l’incontro fra culture diverse può essere liberatorio.

 1) Siad Barre, presidente-dittatore, fu al potere in Somalia dal 1969 al 1991.

Mutilazioni sessuali femminili nel mondo

Sono circa 130 milioni le donne che, nel mondo, hanno subìto mutilazioni sessuali: circoncisione (clitoridectomia), escissione, infibulazione.

La circoncisione consiste nella rimozione del prepuzio della clitoride; tale pratica, nei paesi arabi che la eseguono, è chiamata anche «sunnah».

L’escissione prevede la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle piccole labbra (interamente o in parte), ma lascia intatte le grandi labbra e il resto della vulva.

L’infibulazione è la rimozione del prepuzio, della clitoride, delle piccole e grandi labbra, la sutura delle due estremità della vulva (viene lasciata una piccola apertura per permettere al flusso dell’urina e del sangue mestruale di scorrere).

Queste pratiche mutilatorie sono largamente diffuse in Africa, Asia, Mondo Arabo, America Latina ed Europa.

n Africa: nella costa occidentale, dal Camerun alla Mauritania, nelle zone centrali e nel Ciad, nel nord dell’Egitto, in Kenya e Tanzania (circoncisione ed escissione), in Mali, Sudan, Somalia, Etiopia e nel nord della Nigeria (infibulazione).

n Asia: Filippine, Malesia, Pakistan e Indonesia (tra i gruppi musulmani).

n Mondo Arabo: Emirati Arabi Uniti, Yemen del sud, Bahrain, Oman.

n America Latina: la circoncisione femminile è praticata in Brasile, in Messico e Perù (presso gruppi di origine africana).

n Europa: a causa della numerosa presenza di immigrati provenienti dai sopracitati paesi, il fenomeno delle mutilazioni genitali, dall’antichità dov’era sepolto, è ritornato alla luce e interessa una vasta fascia di donne e bambine straniere. Una nuova tendenza, al riguardo, è stata introdotta da ricchi africani che portano le loro figlie in Europa per sottoporle a circoncisione, sotto anestesia e in condizioni igienico-sanitarie migliori di quelle presenti nei loro paesi.

(cfr. «The circumcision of women. Strategy for eradication», Zed Books ltd, London).

 

E il nostro paese?

 L’ Italia è interessata al fenomeno, insieme al resto dell’Europa, anche se non è possibile risalire a dati certi e reali: certamente esistono casi (forse qualche centinaio), dal 1992 ad oggi, di bambine, figlie di immigrati, che hanno subìto mutilazioni sessuali nel nostro paese o in patria. Quando i genitori non decidono di accompagnarle al paese d’origine, le piccole vengono operate qui, in cliniche private o in case, dove medici italo-somali o personale paramedico eseguono l’intervento.

Per un’infibulazione la famiglia giunge a pagare oltre 1.000 euro. L’età delle bambine si aggira tra 5 e 12 anni.

Molto più alto è, invece, il numero di donne straniere, residenti in Italia, che sono state sottoposte, anni addietro e nel paese d’origine, a circoncisione o infibulazione.

Oggi qui, in terra di immigrazione, manifestano varie patologie, fisiche o mentali, o semplicemente profondo disagio psicologico.

 Infibulazione: è possibile cambiare?

  

Di questa pratica, delle sue origini, motivazioni e degli strumenti per sradicarla totalmente dall’uso comune in molte aree dell’Africa, si è occupato il seminario internazionale «Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini e donne», organizzato nel giugno scorso a Torino, presso il Centro internazionale di formazione, dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo). Numerosi gli interventi di esperte africane (giuriste, psicologhe, medici, sociologhe e antropologhe), da anni impegnate in prima fila nella lotta contro il fenomeno.

«ll nostro intento è quello di promuovere scambi di informazioni e conoscenze fra le associazioni africane ed occidentali - ha detto Cristiana Scoppa, dell’Aidos e una delle organizzatrici del corso - e di fornire strumenti formativi e didattici per facilitare l’opera di prevenzione nei villaggi e nelle città dell’Africa.

Cerchiamo di aiutare a sviluppare una consapevolezza sulle motivazioni personali, non solo sociali e tradizionali, alla base del radicamento di tale pratica. È solo prendendo coscienza di sé, del proprio ruolo di donna, del proprio valore e dei modelli familiari di appartenenza (centrati sul controllo della donna da parte del clan familiare maschile) che è possibile apportare un cambiamento a tradizioni antiche e radicate.

Un altro aspetto altrettanto importante è quello dell’informazione nell’ambito sanitario: medici e infermieri, infatti, sempre più spesso in Italia e a Torino, si trovano di fronte a donne infibulate o escisse, in procinto di partorire, ed è impensabile che possano operare alla rimozione della sutura al momento delle doglie. Bisogna intervenire prima, altrimenti si creano lacerazioni o complicazioni gravi e tanto disagio, sia per le pazienti sia per i medici».

 

Il prezzo ... della sposa

Le mutilazioni genitali femminili (mgf) hanno radici lontane e ancora oscure. Qualcuno le fa risalire ai faraoni di Egitto (circoncisione faraonica), altri all’antica Roma (in-fibulare, chiudere con fibbia: è l’usanza di applicare ai genitali esterni maschili o femminili fermagli o anelli per evitare i rapporti sessuali).

Molti sono gli studi sull’argomento, a livello sia antropologico-sociologico sia medico-scientifico, che tuttavia non hanno scalfito il silenzio e il disagio che gravitano attorno a questo diffusissimo fenomeno.

 Scrive Carla Pasquinelli nella ricerca «Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili», curata dall’Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo): «Dietro questo silenzio ci sono molte cose: c’è un mondo di donne chiuso su se stesso, un mondo di interni, sospeso tra l’attesa e il timore di togliare via una parte del corpo delle proprie bambine nel corso di cerimonie di cui per secoli le madri sono state le grandi registe, e c’è un mondo esterno, un mondo di uomini che si mantiene estraneo e distante, e che però su questo disciplinamento dei corpi femminili ha fondato le proprie strategie di potere. A tenere insieme e dare coerenza a questi due mondi così distanti tra loro c’è una pratica cruenta, che stringe in una morsa tutta la fascia dell’Africa subsahariana, e che costituisce l’espressione simbolica di un complesso sistema economico e sociale di strategie matrimoniali diffuso in maniera capillare in tutta l’area.

Si tratta di un meccanismo di dominio fondato sul prezzo della sposa, cioè sul compenso che la famiglia del futuro marito versa alla famiglia della futura moglie in cambio di una donna illibata, il che vuol dire circoncisa (escissa o infibulata che sia), pronta a rispedirla al mittente e a riprendersi il compenso versato... se la donna non è operata come si deve. Il valore di una sposa dipende infatti dalla sua verginità e le mgf sono una forma di protezione che inibisce nella donna desideri e tentazioni di rapporti prematrimoniali, ma che soprattutto la preserva e la difende da violenze e stupri».

 

Fra tanta incertezza circa l’origine del fenomeno delle mutilazioni genitali domina una certezza: l’islam non ha nulla a che vedere con la diffusione in territorio africano di questa antica pratica ad esso antecedente.

Scrive ancora Carla Pasquinelli: «L’attribuzione che spesso viene fatta all’islam... è probabilmente dovuta alla facilità con cui si è saputo adattare al tessuto tradizionale conformandosi al modo di vita locale.

La sua penetrazione, infatti, è stata resa possibile dalla presenza nelle culture africane di alcuni elementi (come le strutture patrilineari e la concezione di Dio fondata su un forte senso di dipendenza), che ne hanno favorito l’accettazione, permettendogli di radicarsi nel tessuto tradizionale molto più di quanto non siano riuscite a fare le varie chiese cristiane che si sono impegnate alcuni secoli più tardi nell’evangelizzazione del continente africano...

Questo diverso atteggiamento della religione islamica e di quella cristiana si riflette anche nella percentuale di donne sottoposte alla mutilazione dei genitali nei due contesti. Le cifre parlano chiaro: mentre in area cristiana (dove predomina la clitoridectomia) le percentuali oscillano tra il 20 e il 50, in area islamica (in particolare nel Corno d’Africa, dove l’infibulazione è di rigore) si toccano punte che vanno dall’80 al 100%.

Con il tempo l’identificazione dell’islam con la tradizione indigena non ha fatto che rafforzarsi, a tal punto che è stato il maggior responsabile della diffusione delle mutilazioni genitali femminili fuori dell’Africa, esportandole tra l’altro in Indonesia e Malesia».

 

Bibliografia

- The circumcision of women, a strategy for eradication (a cura di Olayinka Koso-Thomas), Zed Books Ltd, London

- Antropologia delle mutilazioni dei genitali femminili, una ricerca in Italia (a cura di Carla Pasquinelli), Aidos

- Special needs of ritually circumcised women patients (a cura di Hanny Lightfoot-Klein - Evelyn Shaw), in «Jognn, principles & practice»

- Figlie d’Africa mutilate. Indagini epidemiologiche sull’escissione in Italia (a cura di Pia Grassivaro Gallo), Editrice L’Harmattan Italia, 1998

- Nous protégeons nos petites filles (a cura de la «Prefecture d’Ile-de-France»)

- Il corpo offeso, in «Sapere», 1994

- The sexual esperience and marital adjustment of genitally circumcised and infibulated females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in «The Journal of sex research», 1989

- L’histoire de Fatoumata (a cura di «Campagne pour l’éradication des mutilations génitales féminines»)

- Mutilazioni dei genitali femminili. Una questione di relazioni tra uomini e donne, diritti umani e salute (convegno), Torino, luglio 2001, OIL

- Figlie d’Africa mutilate, anche in Italia (convegno), Torino, febbraio 1999

- Infibulazione tra diritti umani e identità culturale (a cura del CSA, Centro Piemontese di Studi Africani, Associazione Frantz Fanon, Istituto Avogadro), Torino 1998

- Pharaonic circumcision of females in the Sudan (a cura di Hanny Lightfoot-Klein), in «Medicine and Law», 1983

- Observation ethnopsychiatrique de l’infibulation des femmes en Somalie (a cura di Michel Erlich) in «Terrain Ethnologique»

- La lunga marcia delle donne contro l’infibulazione, in «Tam Tam», 1995

- Waris Dirie, Fiore del deserto. Storia di una donna, Garzanti Editore, 2000

- L'excision hors la loi (a cura di Karine Sidibe), in «Le Temps de l'Afrique noire», novembre 1996

- La salute delle donne e le mutilazioni sessuali: un problema della società multietnica (a cura di Elisabetta Cirillo), in «Politica del Diritto», marzo 1992

 

0 - Angela Lano
Maggio - 2003

ISLAM E MEDIA tra spettacolo e terrore psicologico

IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA
«In Italia ci sono centinaia di migliaia di musulmani a rischio, migliaia di combattenti del “jihad” (guerra santa) in sonno, pronti a scatenarsi...». A chi serve tale offensiva antislamica? Il giornalismo - rileva il barone von Clausewitz - è la continuazione della politica con altri mezzi.

«SONO DEVOTO DI BIN LADEN...»
Martedì 25 febbraio, ore 21, gli occhi severi e castigatori di shaikh Abd el-Qader Fall Mamour fissano il pubblico italiano attraverso le telecamere della trasmissione «Ballarò », mentre la sua voce proclama: «Sono un devoto di Osama bin Laden. Lo ammiro...». Tutt’intorno è silenzio e attesa fremente di nuove rivelazioni. «Mamme degli alpini, se l’Italia colpirà l’Iraq, dovrete tremare per i vostri figli. Soldati del jihad (guerra santa) in Europa sono pronti a vendicare la morte dei loro fratelli. Bisognerà accertare le responsabilità dei militari italiani: se avremo la certezza che questi hanno ammazzato innocenti in Iraq, allora i mujaheddin (combattenti per l’islam) residenti in Europa verranno a colpire obiettivi in Italia. Ci saranno attentati».
Fall Mamour parla in prima persona, per sottolineare la sua relazione diretta con il terrorismo islamico, e il suo essere a conoscenza di movimenti e strategie di gruppi legati ad al Qaeda. Il suo scopo è far paura, spaventare lo spettatore. E di farsi pubblicità. È titolare di tre società finanziarie islamiche, che attingono soldi da ricchi musulmani europei. Ciò che il pubblico non sa, però, è che questo signore rappresenta solo se stesso e qualche sprovveduto, che ammira la sua fiumana di parole, di citazioni coraniche e la sua indubbia arte di show and businessman. Nei mesi passati si è vantato di essere stato un punto di riferimento, in Piemonte, per il reclutamento di mujaheddin da inviare in Bosnia e Afghanistan. Ha snocciolato cifre: 300, 1.000 o 2.000 combattenti, secondo il momento. O, forse, secondo il suo interlocutore. Le forze dell’ordine sostengono che tali affermazioni siano fondate. Invece i rappresentanti dell’islam in Italia le ritengono fandonie, volte ad autopromuovere la sua immagine. Qualcuno parla persino di mitomania. Ma tant’è.
Ciò che non si sa è che Fall Mamour «nuoce gravemente alla salute » dei musulmani, prima che a quella degli italiani. Le sue sono comunque dichiarazioni ad effetto: sia che siano frutto della verità dei fatti sia che si tratti di mitomania e megalomania. Proprio per questa ambiguità piace enormemente ai media, che corrono a suonare al suo campanello di Carmagnola (TO). Che è pure quello della consorte, Aisha Barbara Farina, anch’essa amante degli show islamici ad uso e consumo dei mezzi di informazioni occidentali.

PROPRIO UNA RELIGIONE DI BARBARI
La coppia Aisha/Abd el-Qader è molto richiesta da tivù e giornali, quando si tratta di parlare di islam: poligamia, jihad, terrorismo, velo e così via. Quando qualche redazione ha bisogno di puntare il dito sulla «barbarie islamica» made in Italy, è a loro che si rivolge. Non ai moderati, ai pacifisti, ai riformatori. Non agli intellettuali e ai tanti che, pur mantenendo forti le radici del proprio credo religioso, sono integrati nella società italiana. Costoro non interessano: rappresentano solo una «normalità» noiosa, banale, diffusa, poco attraente.
È meglio dar spazio e voce a chi ci infastidisce, spaventa: o, meglio ancora, a chi ci terrorizza. Certamente l’audience è salva. Come lo sono tutte le politiche estere e interne filoamericane, pronte a immolare l’islam e le centinaia di milioni di fedeli sull’altare della guerra preventiva o difensiva. O offensiva.
Personaggi negativi come Osama bin Laden - grande partner di petrolieri texani, Cia e Isi pakistano, a sua volta sponsorizzato dalla Cia (1) - e, molto più in piccolo, come i nostrani Adel Smith e la coppia Farina/ Fall Mamour sono funzionali alla propaganda: una propaganda sposata da molti media in tutto il mondo occidentale e volta ad accreditare strategie economiche, militari e politiche di conquista coloniale vera e propria. Nel caso di Smith e dei coniugi di Carmagnola, si tratta soprattutto di provocatori, il cui obiettivo è di disturbare la quiete pubblica e di creare ansie. Il tutto con un ritorno di pubblicità a loro favore. Da questi ed altri episodi, tra media e islam appare un rapporto che spesso travalica la razionalità e la deontologia professionale. Di islam possono parlare male tutti. Anche il giornalista che, fino a poco fa, si era occupato di cronaca rosa, di sport. Improvvisamente tutti sono diventati esperti, informati su cause ed effetti, reti e legami con il terrorismo. Non è necessario «provare» nulla. Dopo mesi si può scoprire, da un trafiletto di poche righe pubblicato su un qualsiasi quotidiano, che la videocassetta con messaggi minacciosi per l’umanità, attribuita a bin Laden, era un falso; che la registrazione di un suo discorso violento era stata mal tradotta e non costituiva quel pericolo tanto millantato. Nelle redazioni si sfoderano termini in arabo e citazioni coraniche. Una mano (mozzata per vendetta da criminali comuni legati allo spaccio di droga) diviene subito, senza alcuna riflessione, una sentenza «coranica ». E a nulla valgono le dichiarazioni dei rappresentanti dell’islam italiano, che ripetono ormai stanchi: «È un fatto di pura cronaca nera, una vendetta di stampo mafioso. L’islam nulla vi ha a che fare». No. Una mano tagliata ad un marocchino deve essere per forza l’esecuzione letterale di una sura coranica. Alcune testate giornalistiche vi dedicano paginoni di storia sulle punizioni corporali: taglio di testa, mani, piedi, lapidazione e quant’altro. In tivù i servizi imperversano sullo stesso tema, che suscita ovvio disgusto e disprezzo anche nel telespettatore più distratto. «L’islam è proprio una religione di barbari!» intuisce soddisfatta la massaia mentre fa zapping tra un programma di cucina, una telenovela e un talkshow. «Ci invaderanno il paese con le loro abitudini sanguinarie» sbotta il pensionato, mentre al bar del circolo gioca a carte con gli amici e butta uno sguardo alla tivù sempre accesa.
E Luca, Marco, Silvia, bambini di quinta elementare in una qualsiasi scuola d’Italia, cosa pensano dei loro compagni musulmani? Probabilmente quello che sentono raccontare dai tigì e in casa. Né più né meno.

PERCHÉ L’ISLAM FA PAURA?
Perché questa tendenza ad esasperare, esagerare, amplificare, focalizzare l’attenzione solo su certi aspetti e non su altri di una religione monoteistica, abramitica e, per alcuni versi, vicina a cristianesimo ed ebraismo?
L’islam non è un credo monolitico, omogeneo. Al suo interno coesistono correnti e tradizioni culturali, orientamenti e tendenze interpretative, scuole giuridiche e teologiche molto diverse tra loro. Il messaggio è unico, ma le sue interpretazioni sono tante. Come per ogni religione rivelata, è valido il principio per cui oscurità e illuminazione, luce e tenebre convivano a seconda dell’animo del fedele che ad essa si avvicina. Tuttavia, nei confronti dell’islam, l’immaginario collettivo occidentale crea una sorta di sovrapposizione tra due rappresentazioni: quella terrorizzante e quella quotidiana. E affinché una minaccia, un crimine siano ritenuti veri basta soltanto crederli tali. Questo immaginario viene ogni giorno nutrito da dubbi e paure. Così il «pericolo attentati» è continuamente ribadito, ricordato, evocato. Turisti marocchini, sorpresi nella basilica di san Petronio, a Bologna, a commentare alcuni dipinti... si trasformano in poche ore in terroristi pronti a colpire i luoghi di culto della cristianità.
E che dire degli afghani, fermati a Roma nell’ottobre 2001, nei pressi dell’ambasciata Usa? Viaggiavano senza documenti, avevano cartine sospette, non parlavano né italiano né inglese. Per giorni si parlò di minaccia islamica: servizi segreti e polizie di mezzo mondo erano in allerta. La gente era spaventata, temeva attentati e guardava con odio e sospetto qualsiasi straniero... Poi poche righe furono spese per spiegare che si trattava solo di clandestini in cerca di lavoro.
Più recentemente, ci è stato offerto il caso di 28 pakistani, arrestati il 30 gennaio scorso a Napoli. Le accuse rivolte loro erano gravissime: associazione per delinquere finalizzata a terrorismo internazionale e detenzione di esplosivo. I giornali gridarono a tutta pagina: «Presi terroristi islamici. Stavano preparando un attentato»! Ma il 12 febbraio, dopo 13 giorni di carcere, i poveracci furono liberati per «insufficienza di gravi indizi di colpevolezza». Per non parlare degli articoli, apparsi verso fine gennaio sulla presunta rete di al Qaeda a Torino: se si tratti di terroristi, non ci è ancora dato saperlo, visto che la Procura non ha proceduto agli arresti. In attesa, la gente trema. Colore della pelle, accento, professione religiosa... sono ingredienti ormai sufficienti per creare i nuovi «mostri» dell’occidente. «Italia a rischio di attentati», «In Italia ci sono centinaia di migliaia di musulmani a rischio», «Migliaia di combattenti del “jihad” in sonno pronti a scatenarsi», «Islamizzazione dell’Italia», «L’islam ha dichiarato guerra all’occidente», «Immigrati, soldati dell’islam», «Bin Laden, il video dell’orrore », «Bin Laden, appello alla rivolta», «Palestinesi e al Qaeda, in Italia scatta l’allarme»... Quanti articoli, servizi, editoriali sono stati dedicati, dall’11 settembre in poi, alla minaccia islamica che incombe sul mondo civile! Foto, titoli a caratteri cubitali, occhielli e sottotitoli cercano il sensazionale. Vogliono colpire le emozioni, la fantasia, il substrato più remoto della nostra mente e rimandarci a minacce apocalittiche, da fine del mondo. Da armageddon. Da conflitto planetario ed epocale del bene contro il male. Della serie, insomma, «o con noi o contro di noi». Dove il «noi», ovviamente, sono gli Usa e «loro» tutti gli altri.

QUESTIONE DI IGNORANZA
Nel libro I media e l’Islam, edito dall’Emi di Bologna, Stefano Allievi scrive: «Dell’islam fanno notizia uno o due aspetti, e solo quelli. Il fondamentalismo, innanzitutto: l’islam della guerra, del terrorismo, delle bombe, della violenza, del sangue (e già il fondamentalismo non è solo questo). Un mostro a metà tra il feroce Saldino dell’era atomica e un’accozzaglia di fanatici in costume, scimitarra inclusa, pronti a tutto pur di combattere il loro jihad». Ci sono ragioni profonde, ascrivibili alla storia dell’ultimo millennio, che appartengono alla sfera dell’inconscio, e altre che hanno a che vedere con logiche politico-strategiche e militari. I due piani interagiscono in un cocktail micidiale, dove il ruolo dei media è appunto quello di trasmettitore, amplificatore. E di canale di trasmissione.
Spiega Magdi Allam su Media e Islam: «I mass media sono improntati ad una accentuata logica del sensazionalismo e scandalismo per finalità che possono essere politiche, commerciali o entrambe. L’irresponsabilità dimostrata dai mezzi di comunicazione di massa, nella trattazione dei temi relativi all’immigrazione e in particolare all’islam in Italia, svolge un ruolo fondamentale nella diffusione dell’intolleranza e dell’insicurezza sociale. Alla base di tale atteggiamento irresponsabile vi sono prevalentemente l’ignoranza e l’inesperienza da parte dei giornalisti, mentre è più frequente una consapevole politica di manipolazione della realtà da parte della direzione e della proprietà dei mass media».
La paura dell’islam, scrive Allievi, è storia antica: ci rimanda lungo i secoli per giungere fino ai nostri giorni; il ricordo delle crociate è inscritto nel Dna occidentale, così come la caduta di Costantinopoli nel 1453 per mano dei turchi ottomani e, ancora, la pirateria e i conflitti contro i saraceni, la colonizzazione e le lotte di liberazione nazionale nei paesi arabi, la guerra israelo-palestinese che dura da oltre mezzo secolo con le sue stragi e i suoi massacri, la prima guerra del Golfo, l’efferata guerra civile in Algeria, il regime dei talebani in Afghanistan, l’«11settembre », il conflitto in Afghanistan e la nuova guerra del Golfo. A ciò si deve aggiungere la visione di un islam reazionario, violento e ristretto, rimbalzata dalle frange estremiste e politicizzate sparse nel mondo musulmano e occidentale. Tutto ciò crea un humus in cui diffidenza, timore e avversione si alimentano, spesso in modo speculare, nelle due diverse realtà, occidentale ed islamica appunto. Politicamente, il crollo dell’Unione Sovietica e del comunismo, considerati per decenni nemici della nostra civiltà, hanno prodotto un vuoto che, per le ragioni su indicate, è stato facile colmare con l’islam. Ma è altrettanto vero che il ruolo strategico di molte nazioni islamiche (produttrici di petrolio, gas naturale e materie di vitale importanza per l’attuale sussistenza dei paesi occidentali) sono alla base delle guerre preventive lanciate nell’era di Bush junior. Per accaparrarsi le fonti energetiche in via di estinzione in un futuro sempre più vicino, l’America del Nord sembra disposta a qualsiasi cosa. Anche a trasformare ex alleati (2) in mostri dalle mille teste. E a scatenare i nostri fantasmi interiori.

(1) Sui legami tra integralismo islamico, al Qaeda, bin Laden, Cia e «11 settembre », si legga il saggio di Michel Chossudovsky Guerra e globalizzazione, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2002.
(2) «Mentre la jihad islamica, definita da Bush una “minaccia per l’America”, è accusata degli assalti terroristici al World Trade Center e al Pentagono, le organizzazioni islamiche che ne fanno parte sono uno strumento chiave delle operazioni militari e di intelligence statunitensi, non soltanto nei Balcani e nell’ex Unione Sovietica, ma anche in India e Cina» (op. cit., pag. 41). Il ruolo della Cia a favore dei mujaheddin è confermato in un’intervista da Zbigniew Brzezhinski, consigliere per la sicurezza del presidente Jimmy Carter.
Domanda: Non si rammarica nemmeno di aver sostenuto il fondamentalismo islamico, di aver fornito armi e consulenza a futuri terroristi?
Brzezhinski: Cos’è più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche musulmano esagitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda? (op. cit., pag. 25).

 

 

0 - Angela Lano
Dicembre - 2002

 

 

DA MUSULMANI A CATTOLICI storie di convertiti

DA MUSULMANI A CATTOLICI storie di convertiti

Lasciare l’islam è molto rischioso. L’apostasia è «haram», vietata assolutamente: potrebbe anche costare la vita. Ma Monica ed Agostino, giovane coppia algerina, lo hanno fatto. Oggi vivono in Italia con i loro tre figli, e raccontano che...
Come i cristiani convertiti all’islam, anche gli islamici convertiti al cattolicesimo sono radicali nei loro giudizi.


Val Varaita (Cuneo).
Uno scenario di montagne rischiarate dal sole circondano la casa abitata dalla famiglia Fadel (il cognome è di fantasia). Veniamo accolti con un bel sorriso, mentre ci accomodiamo nel salotto. Agostino e Monica sono una giovane coppia con tre figli. Arrivano dall’Algeria, martoriata dalla guerra civile.

I loro nomi di battesimo sono veri, e il termine appena usato non è inappropriato: sono cristiani venuti dall’islam. Ma non possono gridarlo forte come vorrebbero o con l’orgoglio che contraddistingue tutti coloro che, dal cristianesimo o dall’agnosticismo, giungono all’islam. A loro non è permesso: a differenza di chi «ritorna» (si converte) alla religione coranica, ed è ben accolto dalla ummah, la comunità dei fedeli, chi abbraccia il credo cristiano o qualsiasi altro, è considerato un traditore, apostata e dunque passibile di morte. La ridda o irtidad (apostasia) è haram, vietata assolutamente (vedere scheda).

«Erano anni che sentivamo profondamente nella nostra vita l’esigenza della conversione al cristianesimo - raccontano Monica e Agostino - e, dopo lo scoppio della guerra civile in Algeria, molti nostri connazionali sono andati verso Cristo. L’islam, così come lo abbiamo visto nel nostro paese in quest’ultimo decennio, ci aveva spaventati. Non predica amore e compassione come il cristianesimo. Ecco, proprio questo ci ha molto colpiti della figura di Gesù e dell’opera di tanti missionari: l’amore, l’altruismo, quel profondo rispetto e tenerezza per gli esseri umani, per la dignità della vita».

«Abbiamo svolto lunghe ricerche, nel corso degli anni - spiega il marito -, ci siamo documentati molto sul cristianesimo. Mia moglie ha scoperto persino che un suo trisavolo era cristiano».

«Sì, ma nessuno in famiglia ne parlava: poteva essere pericoloso. Da noi non si può leggere la bibbia: è considerato un atto di apostasia. Anche andare a messa la domenica è pericoloso: la polizia ci controlla. Pensare che nella tradizione islamica berbera sono molti i segni ereditati dal cristianesimo: le donne, ad esempio, sono tatuate con croci e pesci».

Come hanno reagito alla vostra scelta le rispettive famiglie?

«Nessuno di loro ci ha contestato o criticato. Noi, d’altro canto, non abbiamo mai avuto timori. Quella di diventare cristiani è stata una decisione accarezzata da tempo, desiderata profondamente. E da allora la nostra vita è cambiata completamente».

«Anche il nostro rapporto di coppia si è modificato - risponde Monica -. Prima eravamo legati alle tradizioni, all’entourage familiare, alla differenza tra uomo e donna, alla sudditanza della seconda al primo. Eravamo tesi, litigiosi. Ora è diverso: è come se un nuovo orizzonte si fosse aperto davanti a noi. Un orizzonte che ci piace e in cui ci sentiamo bene e siamo felici, e con noi i nostri figli».

Sono battezzati anche loro?

«No, anche se l’intenzione iniziale era quella - racconta Agostino -. Ci fu consigliato di aspettare che i ragazzi crescessero e potessero scegliere da soli: un musulmano che abbraccia un’altra religione è perseguitato, può incorrere in seri problemi, ed è meglio che i nostri figli, per il momento, li evitino. Nel frattempo vanno a catechismo».

Quando è iniziata la vostra ricerca?

«Nel ’90  ed è andata avanti fino al ’94. Ci eravamo trasferiti in Italia per cercare lavoro e serenità – ricorda Monica -. Tuttavia, poiché non avevamo alcun tipo di regolarizzazione, facemmo ritorno in Algeria per avviare le pratiche per i permessi di soggiorno. Lì la situazione era drammatica: la guerra civile seminava morte e distruzione e i nostri figli, che parlavano solo italiano, erano spaventatissimi e spaesati.

Dal ’94 al ’99 ci trasferimmo in Tunisia: iscrivemmo i ragazzi in una scuola italiana, mentre mio marito trovò lavoro come interprete per una ditta italiana. Io ero dirigente in una fabbrica di abbigliamento. Insomma, avevamo trovato una buona sistemazione. Frequentavamo la comunità dei cristiani, tunisini ed europei. Alla domenica, tra mille difficoltà, andavamo a messa nella cattedrale di Tunisi e incontravamo i nostri compagni di fede. Spesso, tuttavia, arrivava la polizia e ci portava in commissariato, dove venivamo interrogati a lungo: “Voi siete musulmani, perché frequentate la chiesa?”. Era questa la domanda di rito».

«Ma noi proseguimmo il nostro percorso: andavamo a catechismo, alle riunioni di preghiera e di riflessione - continua Agostino -. In quei luoghi incontravamo decine di arabi di origine islamica convertiti al cristianesimo. È molto rischioso lasciare l’islam, può costare la vita, ma Gesù ci è stato vicino. Fu proprio la fede in lui che ci diede la forza per superare la paura delle persecuzioni, quando, nel ’99, dalla Tunisia ritornammo in Algeria. Lì la nostra situazione era ancora più pericolosa. Facevamo anche 300 chilometri per raggiungere il luogo per gli incontri spirituali. Nonostante tutto ciò, comunque, abbiamo proseguito».

La fede è dunque una componente importante nella vostra vita?

«Fondamentale - risponde Agostino -. Il Signore è presente nelle nostre giornate e ci guida: tutti gli ostacoli si trasformano positivamente e misticamente».

«In Algeria era difficile davvero trovare l’occasione per pregare o per andare a messa - sottolinea Monica -. A casa c’era sempre qualcuno delle nostre famiglie, ed io, facendo la sarta, ricevevo molte donne e avevo sempre il timore che i miei figli, abituati a parlare liberamente, rivelassero loro la nostra scelta religiosa. Era rischioso, bisognava stare attenti. In particolar modo quando, una volta al mese, veniva un sacerdote a celebrare la messa a casa nostra, chiudevamo tutte le finestre e parlavamo a bassa voce. Nessuno doveva sentirci. Ma siamo stati coraggiosi e tutto è sempre andato per il verso giusto, anche quando, nel 2001, ci siamo trasferiti in Italia».

«Abbiamo infatti subito trovato casa e lavoro, e presentato i documenti per la regolarizzazione - la interrompe Agostino -. I nostri figli frequentano le scuole medie e superiori e sono ben inseriti, vanno in parrocchia, hanno tanti amici. Insomma, siamo felici e di questo ringraziamo Dio tutti i giorni. Qualunque cosa chiediamo a Gesù, lui ce la concede. E noi lo ringraziamo facendo tanto volontariato, soprattutto mia moglie: è un’attività che ci piace molto, che ci dà gioia. Amare, donare, è qualcosa di magnifico, che nell’islam ci mancava completamente.

Spesso, nei nostri paesi i soldi della zakat, l’elemosina legale islamica, finiscono nella compra-vendita di armi o nelle tasche dei ricconi potenti. Venendo dall’islam abbiamo potuto constatare di persona la differenza tra questa religione e il cristianesimo: chi segue l’insegnamento di Cristo ha tanto amore da dare, ha un grande cuore e agisce per il prossimo senza interessi. Non è così nell’islam! Prendiamo il pilastro stesso del digiuno durante il mese di ramadan: è vietato mangiare dall’alba al tramonto, ma poi ci si abbuffa di sera, spendendo un capitale in acquisti. Anche il cibo viene sprecato e i prezzi lievitano. Ecco che, nonostante le critiche, si macchiano dello stesso consumismo di cui accusano i cristiani per il natale».

 

 

 «Ridda» o «irtidad» (apostasia) nell’islam

ll termine muslim significa colui che è sottomesso a Dio e islam indica la resa, la sottomissione e la devozione. Il musulmano, dunque, nasce e vive sotto la legge islamica, la shari‘a, e non può scegliere per sé e per la propria famiglia una religione diversa da quella dei padri.

In una prospettiva islamica, perciò, chiunque abbandoni la propria fede commette un peccato imperdonabile: si allontana da Dio e dalla comunità di credenti, la ummah, e deve essere processato e invitato a pentirsi. Eventualmente, può essere «aiutato» attraverso la tortura. Se tutto ciò fosse inutile a far ravvedere l’apostata, la pena di morte potrebbe essere comminata come conseguenza.

In Egitto, Marocco, Iran e Pakistan molti convertiti sono stati sottoposti a maltrattamenti e torture, che hanno portato, in alcuni casi, alla morte. Sono stati registrati casi in cui genitori hanno murato vive le figlie lasciandole morire di sete e di fame.

Tuttavia, in questo inizio di secolo, sembra che vi siano stati solo sporadici casi di condanne a morte. Teoria e pratica, dunque, non viaggiano parallele.

 Che dice il corano?

Apostata è una persona che abbandona una religione e ne adotta un’altra o si limita a considerarsi ateo. Al giorno d’oggi, nell’islam, l’apostasia è un tema complesso e molto dibattuto. Vediamo, allora, cosa dicono alcuni versetti coranici.

«La religione presso Iddio è l’islam» (sura III, v.19);

«Iddio non perdona che gli si associno compagni, ma, all’infuori di ciò, perdona chi vuole. Ma chi attribuisce consimili a Dio commette un peccato immenso» (sura IV, v.48);

«Combattete coloro che non credono in Dio e nell’Ultimo giorno e che non vietano quello che Dio e il suo messaggero hanno vietato» (sura IX, v.29);

«I credenti sono coloro che credono in Dio e nel suo Messaggero e non dubitano in quel credo» (sura XLIX, v.17);

«Non prostratevi al sole o alla luna, piuttosto prostratevi davanti a Dio che li ha creati, se è Lui che adorate» (sura XLI, v.37);

«Giurano in nome di Dio che non hanno detto quello che in realtà hanno detto, un’espressione di miscredenza; hanno negato dopo aver accettato l’islam e hanno desiderato quel che non hanno potuto ottenere. Non hanno altra recriminazione se non che Dio col suo Messaggero li ha arricchiti con la sua grazia. Se si pentono sarà meglio per loro; se invece volgono le spalle, Dio li castigherà con doloroso castigo in questa vita e nell’altra; e sulla terra non avranno né alleato né patrono» (sura IX, v.74);

«Coloro che commettono blasfemia e si separano dalla via di Dio e poi muoiono come miscredenti Iddio non li perdonerà», (sura XLVII, v.34);

«Che non vi sia costrizione nella religione: certamente il Giusto Sentiero si distingue chiaramente da quello storto» (sura II, v.256);

«Coloro che credettero e poi negarono, ricredettero e poi rinnegarono, non fecero che accrescere la loro miscredenza. Dio non perdonerà loro né li guiderà verso il Sentiero» (sura IV, v.137);

«Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Dio è perdonatore e misericordioso» (sura IX, v.5).

 Che succede agli apostati?

«Alcuni commentatori sono giunti alla conclusione che la punizione per chi rinuncia alla fede è la morte» (1). Ciò che attende un adulto, dunque, sono 3 giorni per ripensare alla propria scelta prima di essere giustiziato. Alcuni ritengono che ciò debba avvenire, indifferentemente, se l’apostasia è commessa in uno stato islamico o d’altra fede.

Secondo altre tendenze, è necessario invece attenersi a quanto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo in fatto di libertà religiosa.

Studiosi delle quattro scuole giuridiche (shafi‘iti, hanbaliti, malikiti, hanafiti) collocano gli apostati all’interno di tre categorie: quelli del cuore, coloro, cioè, che dubitano dell’esistenza di Dio o del messaggio del suo profeta Muhammad; la blasfemia del corpo, coloro che si prostrano ad altre divinità; e la blasfemia che proviene dal dubitare su Dio e il suo profeta.

Non vi deve essere costrizione nella religione, recita il corano, ma le cose cambiano una volta che il fedele ha scelto di abbracciare l’islam. Come chiaramente espresso dalla sura IV, v.137, chi crede e poi nega è considerato un miscredente (kafir) e non degno del perdono di Dio. Inoltre: «Nessun credente e nessuna credente può scegliere a modo proprio quando Dio e il suo Messaggero hanno deciso qualcosa», (sura XXXIII, v.36). Il credente non è dunque libero di decidere se abbandonare o meno la religione islamica. Anzi, l’apostasia è giudicata come un vero e proprio tradimento.

La pena capitale: sì, però...

Premesso tutto ciò, se una persona rinnega l’islam pubblicamente e senza subire costrizioni, se è pienamente cosciente ed adulta, la pena prescritta dalla shari‘a è la morte per i maschi e la prigione a vita  per le donne.

Le modalità che portano alla condanna per apostasia possono essere molteplici, e vanno dalla dichiarazione esplicita del fedele («Io associo a Dio altre divinità»), ad affermazioni che risultano blasfeme («Dio ha forma e sostanza materiale»), ad azioni blasfeme come tenere con incuria il corano o sporcarlo (ponendolo in posto sudicio, macchiandolo, sfogliandolo con le dita sporche o appena portate alla bocca). Un musulmano diventa apostata quando entra in una chiesa, prega un idolo o pratica riti magici, oppure se dichiara che l’universo è esistito dall’eternità, oppure che dopo la morte l’anima trasmigrerà o si reincarnerà. Anche la diffamazione della personalità del profeta o l’accusa agli angeli di avere qualità negative o il mettere in dubbio le virtù ascetiche di Muhammad costituisce apostasia.

Chi rifiuta l’islam pur essendo figlio di musulmani commette un «tradimento contro Dio», ed è chiamato murtad fitri (apostata naturale). Se si pente può essere perdonato.

Chi si converte all’islam e poi cambia idea è definito murtad milli (apostata dalla comunità). Il suo è considerato un tradimento contro la comunità e ai maschi può essere comminata la pena di morte anche se si pentono.

Nel caso, raro, in cui un apostata venga condannato a morte, la tradizione prevede l’esecuzione attraverso il taglio della testa.

Tra i malikiti, gli hanbaliti e gli shafi‘iti la pena inflitta a donne e uomini è quella capitale.

Tuttavia, il fatto stesso che una sura, la IV, v. 137, possa recitare «Coloro che credettero e poi negarono, ricredettero e poi rinnegarono, non fecero che accrescere la loro miscredenza. Dio non perdonerà loro né li guiderà verso il Sentiero», dimostrerebbe, secondo alcuni studiosi, come nel corano l’apostasia sia possibile senza incorrere nella condanna a morte. Come farebbe infatti il miscredente a credere e rinnegare, poi ricredere per poi rinnegare se al primo abbandono venisse ucciso?

Molti studiosi sostengono che i passaggi in cui Muhammad chiede la testa dei traditori della religione siano da riferirsi a casi di alto tradimento, come dichiarare guerra all’islam, al profeta stesso, mettere in pericolo la ummah e così via. Casi storici circostanziati o di palese minaccia, dunque. Sembra infatti che né Muhammad né i suoi successori abbiano mai condannato a morte alcun apostata.

 A. L.

Riferimenti bibliografici:

 

Hamza Roberto Piccardo (a cura di), Il corano, Edizioni Newton Compton, Roma 1996;

Abdurrahmani al-Djaziri (a cura di), The penalties for apostasy in islam, in Light of Life, Austria 1997;

Jean-Marie Gaudeul, Vengono dall’islam chiamati da Cristo, Emi Editrice, Bologna 1995;

Mohammad Talbi, Le vie del dialogo nell’islam, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1999;

Aa.Vv., Dibattito sull’applicazione della shari‘a, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino 1995;

Sito internet: www.religioustolerance.org

 

(1) Ahmad Faiz bin Abdul Rahman, «Malaysian laws on apostasy inadequate», at http://www.iol.ie/afifi/

 

 

A colloquio con don Fredo Olivero

(responsabile dell’ufficio Migranti della Caritas di Torino)

 Don Fredo, hai mai incontrato musulmani che ti chiedono di aiutarli a diventare cristiani?

«Sì. Ma voglio premettere che, secondo noi, gli immigrati devono vivere bene la propria fede. Poi, se qualcuno ci chiede informazioni sul cristianesimo, gliele forniamo».

 Quanti sono quelli che si sono avvicinati alla chiesa cattolica?

«La cifra esatta è difficile da quantificare, ma sono almeno un centinaio, negli ultimi anni, quelli che hanno chiesto di avere una bibbia in arabo o in francese. A tutti coloro che ci chiedono di abbracciare la fede cattolica noi consigliamo un’attenta riflessione; gli diciamo: “Fate attenzione, perché nei vostri paesi perdete ogni diritto. Se avete programmato di stare qui per sempre, va bene, ma se avete intenzione di far ritorno in patria, può diventare pericoloso”. Molti, alla fine, ci ripensano.

Saida, una ragazza somala, recentemente mi ha detto: “Ora basta. Sono due anni che metti ostacoli alla mia conversione. Ho deciso: voglio diventare cristiana. Sono stata accolta da voi e non mi avete chiesto nulla: ecco ciò che mi ha conquistata. Per queste ragioni voglio farmi battezzare”. Adesso sta seguendo il percorso catechistico e fra due anni potrà ricevere il battesimo.

Ma anche momenti come “Estate ragazzi”, al Centro Asai, possono servire affinché gli adolescenti, italiani e immigrati di fede islamica, si conoscano e facciano amicizia. Ci sono infatti molti ragazzini musulmani che frequentano l’oratorio e il catechismo: loro ci parlano della loro religione e noi della nostra. È molto bello. È un’occasione preziosa di dialogo».

 Quali sono i gruppi etnici di fede islamica che hanno chiesto il battesimo in questi ultimi anni?

«Senegalesi, ivoriani, somali, maghrebini, albanesi».

 Quanti sono stati finora?

«Due o tre all’anno. Prima erano solo albanesi, nell’ordine di una decina e altrettanti dai paesi dell’Est. Mi viene in mente una coppia, lui regista, lei attrice di teatro. Da anni risiedono in Italia e sono diventati cristiani dopo un lungo percorso di studio e ricerca.

Comunque, noi non cerchiamo di convertire nessuno. Tentiamo soltanto di far conoscere all’immigrato musulmano l’ambiente culturale e religioso in cui ha scelto di vivere. È importante che l’accoglienza parta da una solida identità sia del paese ospite sia delle comunità immigrate.

Gli albanesi invece spesso confondono la religione cristiana con la cittadinanza italiana, quasi che la prima possa aiutare ad ottenere la seconda. Ma non è così, ovviamente».

 Ti è mai capitato che qualche musulmano ti chieda di abbracciare l’islam?

«Certo. E gli rispondo: “Ciascuno di noi pensa che la propria fede sia la migliore. Allora, tu ti tieni la tua ed io la mia”. E così, in condizioni di parità, possiamo ragionare sul valore dell’amicizia, per esempio.

Qui, alla Caritas-Migranti, portiamo avanti un confronto dove ognuno accetta l’altro senza cercare di convertirlo. È necessario che passi il concetto della “diversità” e della tolleranza».

 E come la metti con il divieto islamico dell’apostasia?

«Generalmente, all’interno di una comunità etnica tutti vengono a sapere se una persona ha lasciato l’islam per il cristianesimo. Qui in Italia ciò che rischiano è, al massimo, qualche insulto.

Nei paesi d’origine il pericolo è maggiore, e si può essere oggetto di discriminazione e minacce di morte. Questo non vale per gli albanesi: la religione non conta molto. I marocchini, invece, disprezzano i convertiti, li considerano gente venduta all’Occidente».

 

 

A colloquio con don Tino Negri

(direttore del Centro diocesano di Torino per le relazioni cristiano-islamiche)

 

Don Tino, quanti sono i musulmani che si sono convertiti al cattolicesimo?

«È impossibile saperlo, perché non vanno in giro a raccontarlo».

 

Ne hai incontrato qualcuno? Puoi parlarne?

«Due o tre, ma non ho saputo quasi nulla dei motivi che li hanno spinti alla conversione. Occorre del tempo per entrare in amicizia: le persone che ho conosciuto si sono limitate a comunicarmi che sono diventate cristiane e a partecipare alla messa da me celebrata facendo la comunione. Ed è già molto».

 

Perché, nella ummah islamica, la conversione di musulmani albanesi è più tollerata rispetto a quella degli arabi?

«Perché gli arabi considerano se stessi il centro del mondo e della fede islamica e pensano che solo loro siano in grado di esserle fedeli, mentre gli altri gruppi etnici possono diventare dei traditori, perché non appartenenti alla “culla dell’islam”». 

 

Come si pone la chiesa di fronte al fenomeno delle conversioni di musulmani?

«La chiesa è mandata da Cristo ad evangelizzare e, dunque, deve accogliere nella comunità coloro che chiedono il battesimo. Tuttavia occorre qualche prudenza. Prima di tutto, è necessario verificare la vera disponibilità alla conversione; poi, è indispensabile una seria e lunga preparazione catecumenale, e verificare che la persona sia indipendente, che abbia cioè un lavoro, che non coinvolga la moglie (nel caso sia sposato e questa non voglia seguirlo nella sua scelta), che sia libero da pressioni dei genitori e da ritorsioni del suo ambiente, e così via.

Il battesimo non dovrà essere un atto pubblico (soprattutto se si tratta di un arabo), e sarà indispensabile per lui o lei essere inseriti in una comunità veramente accogliente.

Sarà necessario un accompagnamento continuo nella fede, perché molti neofiti incorrono in problemi ulteriori e rischiano di abbandonare la strada che stanno percorrendo.

Per tutte queste difficoltà bisogna evitare di battezzare i minori, a meno che non ci sia l’appoggio o la conversione dei genitori».

 

Che dimensioni ha, secondo te, il fenomeno delle conversioni? Si tratta di casi isolati?

«A mio parere si tratta ancora di pochi casi. È certo che, se fossero liberi di scegliere, molti musulmani passerebbero al cristianesimo. Troppi hanno paura di farlo e altri non conoscono il cristianesimo, perché l’islam ne dà un’immagine sbagliata, proibendo anche di leggere i vangeli».angela lano, repubblica, paolo moiola, magdi allam, infopal, nigrizia, missione consolata, palestina,giornalista, angela lano homepage, angela lano sito ufficiale, angela lano.it, islam, donne e islam, islam d'italia, torino, giornale, voci di donna, hammam, paolo branca, renzo guolo, davide banfo, pace, francesca paci, lombardozzi, vera schiavazzi, maurizio crosetti, hamas, fatah, arcoiris, angela lano e.mail, angela lano indirizzi, hamza piccardo, sant'ambrogio,senato, sermig, arsenale della pace,elvio arancio,muro,terrorismo, musulmani, moschea della pace, moschea, rai, avvenire,la stampa, africa, islam of italy, islam in italy, islamic women in italy, voci di donne in un hammam, quando le parole non bastano,Luigi Bettazzi, Arturo Paoli, Rita Borsellino, Marco Paolini, Gian Carlo Caselli, Manuela Sadun Paggi, Giulietto Chiesa, Alessandro Santoro, Luigi Ciotti, Teresa Sarti Strada, Francesco Gesualdi, Alex Zanotelli, Moni Ovadia, tempi di fraternità, repubblica torino, chador,velo islamico, forleo, jihad, terrorismo, pace, hamza piccardo, elvio arancio, moschea, federico ghirardi, hannya lattarulo, lattarulo, mohammed, averroè, hamas,jihad, velo islamico, islam a torino,moschea di torino, moschea di roma,moschea di genova,moschea di napoli, moschea di venezia,moschea di firenze, moschea di milano, moschea di bologna, moschea di aosta, moschea di reggio calabria, sufi,danza del ventre, palestina, gaza, questione palestinese,  egito, islam in egitto,convertiti , dal cristianesimo all' islamismo, da musulmani a cristiani, irak,abdel qader fall mamour, aisha barbara farina,abdullah usama,moschea firenze, infopal, palestina, gaza,tel aviv,angela lano sito ufficiale,angela lano,valent,angela lano,angela lano, foto, avigliana, torino, donne e islam, ismail paolo pelizzari,maria teresa lattarulo campos,angela lano, angelalano, angela lano, angela lano, angela lano, angela lano, benladen,angela lano, comunità islamica di brescia, tracediverse, susan abulhawa, karim metref, hans kung, monica massari, mahmud darwish, fabio de leonardis, susan nathan, elisabetta tusset, luisa morgantini, barberi, roger willemsen, roger wellemsen, abdelkaber benali, giorgio vercellin, mario nordio, giorgio vercellin, angela lano, sergi, alain gresh, mejcher, alessandra antonelli, marco grazia, fabio beltrame, mohammed lamsuni,